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Il semaforo è blu tra i libri di Ponte Ponente

SCARABOCCHI – La rubrica dedicata alla letteratura per bambini e ragazzi 

di Rossella Gaudenzi

Ponte Ponente
Via Mondovì, 19 – 00183 Roma (Appio)
06 45426682

www.libreriaponteponente.it

Intervista a Giulia Caputi, libraia di Ponte Ponente, specializzata nella letteratura per l’infanzia.

La libreria Ponte Ponente, specializzata in letteratura per l’infanzia, si trova nel quartiere Appio, a Roma, dal 2008. Un anno fa c’è stato un cambio di guardia e oggi a gestire la libreria è la cooperativa sociale Il Semaforo Blu, di cui fai parte. Ci racconti come è andata?
Sì, certo. Essendo una cooperativa che si occupa da molto tempo di educazione al libro e alla lettura conoscevamo bene le ex libraie di Ponte Ponente, Anna Rita Marchetti  e Chiara Mattone, con le quali avevamo collaborato in passato per cicli di lettura, manifestazioni (mi viene in mente la Tribù dei lettori e La Città in tasca), feste letterarie. Sono state direttamente loro a segnalarci la volontà di vendere. Inizialmente eravamo titubanti, l’occasione era buona, ma naturalmente si trattava di una nuova attività che dovevamo progettare, considerare, e sulla quale dovevamo investire economicamente. Chi ci conosce sa, però, che siamo fedeli al nostro semaforo blu che indica il cielo, che ci piace guardare oltre, crescere, e questo era il momento per farlo. Così ci siamo armate di coraggio e abbiamo provato a spiccare il volo!

Chi sono le libraie di Ponte Ponente e da quale formazione provengono? Esiste una divisione dei ruoli?
Le libraie di Ponte Ponente sono le quattro socie della Cooperativa Il Semaforo Blu: Chiara, Francesca, Giulia e Mariella (in rigoroso ordine alfabetico. Chiara è l’arredatrice, che cura il verde e le piante, costruisce tavoli o lampadari con il pallet, è quella che vive meno la libreria perché è impegnata nella gestione amministrativa della cooperativa e a fare quadrare fatture e conti. Francesca è la maga del gestionale, cioè il sistema operativo della libreria, si occupa degli ordini dei libri e dei giochi, delle letture del mercoledì e dei laboratori creativi ed è la segreteria della cooperativa, ha sempre le idee per le vetrine e gli allestimenti. Giulia è quella che si potrebbe definire l’addetta stampa, gestisce informazioni e newsletter, locandine e facebook, inventa giochi mattinieri per bambini più piccoli e ha uno sguardo per scuole e territorio. Mariella, in qualità di presidente della Cooperativa, ha tutti gli impegni e gli oneri del suo ruolo, gestisce i pagamenti ai fornitori e cura gli incontri per bambini più grandi, dai 4 anni in su. Naturalmente ci confrontiamo sempre tra noi, ci sosteniamo nei vari ruoli e condividiamo le scelte di ogni settore.

Chi sono i clienti di Ponte Ponente e quale testimonianza offrono sullo stato della lettura per bambini e ragazzi di questo popoloso quartiere romano?
I clienti sono prevalentemente donne e mamme: ci sono le clienti inossidabili, quasi amiche, che sono sempre informate sulle ultime novità, con le quali ci si confronta sui figli e si condividono aspetti più personali; ci sono le clienti sostenitrici, che ci fanno pubblicità, fanno ordini per le classi dei figli, ci mandano amici e parenti; ci sono le clienti che vivono la libreria come un luogo dove portare i figli per svolgere attività interessanti; ci sono  nonne e zie che vengono per i regali di Natale ai nipoti; c’è qualche maestra di asilo nido o materna che quindi sceglie i libri per lavoro. Complessivamente si tratta di una nicchia di lettrici forti o comunque fortemente motivate, che scelgono con convinzione un certo tipo di educazione meno commerciale e più attenta.

Che cosa trovano i lettori che mettono piede nella vostra libreria?
Un semaforo veramente blu, tante sedie, tavoli, panche e cuscini, un grande tappeto e una credenza blu, libri a portata di mano da leggere liberamente, riviste di settore consultabili e saggi per adulti, il meglio della produzione editoriale per ragazzi di piccole e medie case editrici italiane, una accurata selezione di libri in inglese e spagnolo. Abbiamo anche la nostra piccola biblioteca interna, si stratta di libri acquistati negli anni  e che utilizziamo per altre attività, non è previsto il prestito in modo formale, ma talvolta lo facciamo a chi ce lo chiede.

Come avviene la selezione dei libri da mettere sugli scaffali e in vetrina? Quali sono i progetti editoriali, le case editrici maggiormente in sintonia con lo spirito che anima Ponte Ponente?
La selezione avviene grazie a un aggiornamento costante navigando in rete e ricevendo informazioni direttamente dalle case editrici. I progetti editoriali che si sposano meglio con noi sono quelli con cui abbiamo costruito negli anni, ancor prima di avere una libreria, una relazione solida, di scambio e confronto. Abbiamo rapporti consolidati in particolare con case editrici romane. Ad esempio con Sinnos, con cui da diversi anni organizziamo un corso di formazione per lettori-animatori e di cui condividiamo l’aspetto fortemente sociale e militante nella lettura. Con Beisler, che pubblica una narrativa per giovani lettori fuori dagli schemi, scanzonata e a volte irriverente come solo gli autori nordici sanno essere. Siamo in ottima sintonia anche con Bohem press, adoriamo i libri di Minibombo per i più piccoli, e non ci facciamo scappare i più importanti titoli di Orecchio Acerbo, Topipittori, Babalibri, Terre di mezzo e Camelozampa.

Ponte Ponente è una libreria estremamente attiva dal punto di vista dell’organizzazione di laboratori educativi per bambini. Si può affermare che l’aspetto ludico-laboratoriale rappresenti, sempre più, un fondamentale e indispensabile valore aggiunto per le librerie di settore come la vostra?
Si, pensiamo di sì. Non è solo l’idea che facendo entrare persone per l’attività si venda di più, ma è anche perché la libreria possa essere sempre più vissuta come luogo e meno come un negozio. Un luogo dove incontrarsi, fare amicizie, imparare cose nuove, tornare, curiosare. Un luogo aperto al territorio circostante, ad esempio ci troviamo vicino a una scuola e spesso invitiamo le classi in libreria o mettiamo a disposizione dei genitori i nostri spazi per lasciare i loro figli nei giorni delle riunioni. Un luogo di scambio, di confronto con altre realtà, un centro culturale, dove ricostruire uno spirito di comunità, un tessuto sociale che in una grande città sappiamo bene come sia importante, un luogo dove costruire reti, rapporti reali, non virtuali.

Di che cosa hanno bisogno i librai in Italia (iniziative di promozione, legislazione ad hoc, sostegni finanziari, associazionismo di categoria)?
La domanda è per noi difficilissima, perché siamo appena arrivate nel settore delle librerie, siamo ancora all’inizio. Però mi viene in mente quello di cui non abbiamo bisogno: eventi spot, iniziative che si aprono e si chiudono solo grazie all’impegno dei volontari, sostegni finanziari una tantum. C’è bisogno di un lavoro “politico” sulla lettura in Italia, inteso come investimento economico e formativo, c’è bisogno di un lavoro integrato tra scuola, famiglia, librerie, biblioteche. Bisogna fare rete, è molto faticoso ma è l’unica possibilità di crescita. Adesso sembra esserci qualche spiraglio per le librerie, vedremo.

È appena iniziata la 16ma edizione di PiùLibriPiùLiberi, la celebre fiera romana della piccola e media editoria. Considerate utili fiere come questa? I librai come categoria in realtà entrano casualmente e sporadicamente in contesti di questo genere. Che cosa ne pensate?
Sicuramente sì, sono occasioni per incontrare gli editori, gli autori, partecipare a conferenze o presentazioni di libri nell’arco di cinque giorni, continuare a formarsi, a volte avere incontri con altri librai. Credo siano utili a chi è già un lettore forte, non credo allarghino l’interesse degli astemi di lettura.

Quali libri consiglierete da mettere sotto l’albero?
I libri sono davvero tantissimi, le nuove uscite sono continue, io consiglierei di scegliere senza fretta, osservando il gusto personale e le passioni dei bambini. I nostri best seller dell’anno li trovate sulla pagina Facebook dove stiamo facendo un gioco “Ogni libro alla sua libraia”.

Che cosa c’è da leggere sul vostro comodino?
Sul mio c’è Primo venne il Verme di Nicola Cinquetti e Meraviglie Mute di Marcella Terrusi, ma a volte anche Topolino. Le altre libraie stanno leggendo: Quando eravamo in tre di Aidan Chambers, Gli ottimisti muoiono prima di Susin Nielsen, Leggende e fiabe della Sardegna di Grazia Deledda, Il libraio che imbrogliò l’Inghilterra di Roald Dahl.

L’isola dei tesori letterari. L’esperienza di Lampedusa

SCARABOCCHI – La rubrica dedicata alla letteratura per bambini e ragazzi 

di Rossella Gaudenzi

Quante isole ci sono nelle nostre città? Intervista a Elena Zizioli

Lo scorso 3 ottobre a Roma al Palazzo delle Esposizioni, in concomitanza con la Giornata della Memoria e dell’Accoglienza, è stata inaugurata la terza edizione della mostra Libri senza parole. Destinazione Lampedusa, un progetto promosso da IBBY Italia in collaborazione con IBBY International e i Servizi educativi-Laboratorio d’arte del Palazzo delle Esposizioni di Roma.
Il progetto nasce nel 2012 e tratta l’emergenza Lampedusa attraverso due differenti anime: l’anima letteraria che porta alla selezione dei migliori silent books pubblicati in tutto il mondo e un’anima pratica, aprire una biblioteca per le ragazze e i ragazzi di Lampedusa.
La Biblioteca di Lampedusa è stata inaugurata il 16 settembre.

Sei anni di resistenza, così li definisce Elena Zizioli, autrice del libro I tesori della letteratura sull’isola. Una pratica di cittadinanza possibile (Sinnos, 2017).

Elena Zizioli (insegna Letteratura per l’infanzia, è ricercatrice di Pedagogia Generale e Sociale presso il Dipartimento di Scienze della Formazione – Università degli Studi Roma Tre) pedagogista di formazione, è venuta a conoscenza del progetto IBBY, ne è rimasta catturata, è partita per l’isola appassionandosi alla causa e decidendo di scrivere un libro, edito da Sinnos  di Della Passarelli.

I tesori della letteratura sull’isola. Una pratica di cittadinanza possibile sarà presentato a  Milano nell’ambito di BookCity domenica 19 novembre (ore 16, Castello Sforzesco).

Che cos’è il progetto IBBY?
IBBY (International Board on Book for Young people) nasce per volontà di Jella Lepman, la quale nella Germania post nazista, per alleviare i problemi di crescita di bambini e ragazzi usciti dal conflitto e per i quali un futuro di pace e di serenità non era affatto scontato, avvia una rivoluzione silenziosa scommettendo sui buoni libri, quelli per le bambine e i bambini. Libri soprattutto belli, perché la bellezza è un valore universale.
Nel 1951 si costituisce a Zurigo il comitato IBBY per “promuovere a livello internazionale il diritto dei più giovani ai buoni libri e alla lettura, creando ovunque per l’infanzia l’opportunità di accedere a libri di alto livello letterario e artistico e incoraggiando la pubblicazione e la distribuzione di libri di qualità per bambini specialmente nei Paesi in via di sviluppo”. IBBY Italia ha l’appoggio di AIE, Fiera del libro per ragazzi, Hamelin Associazione Culturale, Cooperativa Giannino Stoppani, e altri.

Quali sono le caratteristiche salienti dell’esperienza a Lampedusa?
Dell’esperienza lampedusana vorrei mettere in evidenza due aspetti. Innanzitutto la grande generosità dei volontari che in cinque anni, a proprie spese, hanno lavorato sull’isola organizzando attività affinché la biblioteca prendesse forma e vita e all’inaugurazione del 16 settembre il grande lavoro svolto è stato premiato. La buona letteratura può davvero trasformare i territori e un libro è uno strumento di azione, emancipazione e trasformazione potentissimo per le comunità, soprattutto se sono chiuse e isolate, territori di povertà educativa dove bambini e ragazzi non hanno l’opportunità di far sentire la propria voce, guardare oltre l’orizzonte. Nei bambini di Lampedusa è forte l’identità lampedusana ma altrettanto forte è la voglia di conoscere e di spaziare; la biblioteca per sua natura non è solo una teca che raccoglie libri ma un luogo di incontro, un mondo in cui navigare con la fantasia. La biblioteca è un luogo simbolico, il luogo dell’incontro, lo spazio del confronto; nella biblioteca c’è la possibilità di sentirsi protagonisti perché sono gli stessi ragazzi che la gestiscono.
Un altro elemento importante è la creazione di comunità. Nella società di oggi siamo arrivati a  paradigmi educativi e sociali che hanno un po’ sfibrato il senso di comunità e puntano molto sulla competizione, l’individualismo. Le esperienze come quella di Lampedusa riportano l’attenzione sull’uomo, sul fare e sul costruire insieme, sulla comunità come cellula viva di un territorio che si mobilita per trovare le risorse per realizzare i propri sogni e i servizi di cui si ha effettivamente bisogno. A Lampedusa si è concretizzato l’attivismo del cittadino che non rimane a guardare, ma decide in prima persona di migliorare il territorio a cui appartiene. La letteratura per stimolare la cittadinanza attiva con i suoi straordinari strumenti come i silent books, libri senza parole che abbattono le barriere linguistiche, di cui c’è una letteratura scientifica molto vasta.

Quando, come e perché hai abbracciato questo progetto?
Ho conosciuto il progetto grazie a Della Passarelli, editrice illuminata, che mi ha parlato della mostra e invitato alla seconda edizione. Ho scoperto Sinnos perché interessata ai testi che non solo raccontavano un mondo multiculturale, ma proponevano percorsi interculturali. Ho partecipato poi al terzo Camp, nel novembre 2015, e ne ho immediatamente compreso la validità dal punto di vista pedagogico.

Perché una docente di Pedagogia decide di prendere parte a un progetto come quello promosso a Lampedusa e decide di seguirlo fin nelle sue fasi operative?
Perché questa è la pedagogia attiva, attenta ai bisogni dei territori. Da qui l’esigenza di sistematizzare un modello di promozione della lettura nelle zone di confine che tiene conto delle esigenze e dei sogni di bambini e ragazzi e lo fa con i buoni libri. La buona letteratura non è solo quella che resta nello scaffale dello scrittore, dell’illustratore e del gruppo di lettori che ne usufruisce, ma anche quella che nasce dallo scrittore/illustratore, incontra i lettori adeguati che creano laboratori di lettura in grado di veicolare valori come l’inclusione, l’accoglienza dell’altro, del diverso, di superare i pregiudizi, di sovvertire i luoghi comuni, di reinterpretare il qui e l’altrove, il centro e la periferia, l’io e l’altro. In sintesi, di promuovere proprio attraverso la lettura azioni in grado di incidere significativamente su un territorio.

Nel libro torna di frequente un particolare e affascinante concetto, quello di “attivista della lettura”. Chi è un attivista della lettura?
Lattivista della lettura è sicuramente un appassionato di buoni libri con l’idea che l’essere militanti serva a promuovere libertà. L’attivista riesce ad attivare processi partecipativi e generatori di cambiamento: attraverso i libri sa stimolare la partecipazione dei cittadini, di una comunità, di un gruppo; è una sorta di agente di sviluppo locale.
Sicuramente è anche un ricercatore attento alle ultime novità editoriali; considera la lettura soprattutto un atto educativo e quindi è capace di costruire percorsi con i lettori e non per i lettori, quindi con i bambini e i ragazzi, non per i bambini e i ragazzi, rendendoli protagonisti; sa lavorare in gruppo, creare empatia, condividere i progetti anche con le istituzioni. Un attivista della lettura ha soprattutto una grandissima resilienza, una spiccata determinazione e la capacità di resistere e superare le difficoltà, inevitabili in ogni progetto nuovo e complesso. Poi non deve mai mancare l’entusiasmo, così come il desiderio di cambiare le cose cominciando proprio dall’attivare le risorse di cui ogni territorio dispone.

A Lampedusa ci sono due diversi modi di essere bambini: bambini lampedusani e bambini di “passaggio”. Quanto sono lontani questi due mondi?
Sono mondi in apparenza molto lontani perché non si creano situazioni che li avvicinino. La biblioteca è stata creata con l’idea che debba e possa esistere a Lampedusa un luogo di incontro; occorre fare i conti sia con il fatto che l’arrivo dei bambini migranti sull’isola non è prevedibile, in quanto legato agli sbarchi, sia con il sentire dei bambini lampedusani, che non sempre hanno voglia di affrontare i problemi dei loro coetanei appena sbarcati. Sono mondi che rischiano di non parlarsi mai; è quindi fondamentale, affinché le esclusioni non si moltiplichino, che esistano iniziative come questa. La biblioteca cerca e vuole l’incontro.

Il libro parla di isola-laboratorio, intendendo i laboratori come luoghi di promozione dei valori democratici: «Si tratta di una metodologia innovativa, particolarmente adatta per creare e gestire una public library in una zona di confine. Consiste in un approccio di educazione alla lettura che richiama in un certo senso le esperienze di cittadinanza attiva promosse dalle associazioni umanitarie nei contesti di frontiera e che insiste sul potere trasformativo della letteratura attraverso il coinvolgimento di professionisti volontari» (Zizioli, 2017, pp. 75-77).
Lampedusa riassume a mio avviso una serie di condizioni che la rendono quasi un laboratorio a cielo aperto, esportabile e riadattabile quindi dalle isole alle città. L’idea del laboratorio è stata accostata all’idea che l’esperienza non muoia con Lampedusa: oggi la biblioteca c’è, il progetto è riuscito, ma l’intuizione è che questo progetto possa continuare. Se ci sono condizioni di povertà educativa, scarsità di risorse, bambini che vogliono imparare, bambini diversi in contesti culturali multietnici quali sono quelli di oggi, un progetto del genere può essere esportato. Il Camp, come è stato realizzato sull’isola, è una novità assoluta. La bellezza del luogo ti cattura, ma l’Italia è piena di luoghi nei quali alla bellezza naturale non corrisponde una ricchezza sociale ed educativa. IBBY International – che ha impegnato nel progetto tutte le sezioni nazionali di IBBY presenti nei cinque continenti – ha guardato con grande interesse a questo programma, considerato innovativo, sia per come è stato realizzato sia per la metafora che incarna: la migrazione che da sempre appartiene alla vita dell’uomo.

In che modo riescono a incidere sul territorio le mostre itineranti di Libri senza parole?
Le mostre itineranti hanno un altissimo valore educativo, innanzitutto grazie alla bellezza di questi testi e la bellezza è un valore educativo da perseguire. Valore universale e soprattutto in grado di affinare la sensibilità e riscattare da condizioni di povertà non solo materiale. Maggiore è la condizione di scarsità, maggiore aiuto potrà provenire dalla bellezza. Purtroppo ce ne siamo un po’ dimenticati, ma andrebbe ricordato e riaffermato il valore dell’arte come strumento e percorso di rigenerazione e riscatto. C’è da aggiungere che la mostra crea empatia: tutti guardano e sfogliano gli stessi libri, quindi tutti possono riconoscersi e sentire l’altro proprio attraverso la mediazione delle immagini.

Quali sono le maggiori difficoltà nel trasformare un progetto “sperimentale” in continuità educativa e civile?
Le difficoltà, come in tutti i progetti sperimentali, sono legate alle persone e al loro senso di responsabilità. Occorrono persone speciali per realizzare progetti speciali e indubbiamente IBBY è una realtà di persone speciali, che credono fortemente nel progetto, con difficoltà da affrontare inerenti le contingenze. Quindi emergono tutte le difficoltà di un progetto fortemente legato alla quotidianità e alle persone che ci devono credere e lo devono realizzare, progetto quindi che ha a che fare con il cuore e l’intelligenza delle persone.

Attraverso quale libro sei venuta a contatto con il mondo dei silent book?
Il primo silent book che ho avuto per le mani e che ho conosciuto, con il quale ho lavorato a lungo è Migrando di Mariana Chiesa Mateos (Orecchio Acerbo 2010).

Cosa c’è da leggere sul tuo comodino?
Ho un meraviglioso albo canadese non ancora tradotto in italiano che parla di rifugiati, Stormy Seas: Stories of Young Boat Refugees, di Mary Beth Leatherdale, illustrazioni di Eleanor Shakespeare; Fifa nera, fifa blu di Alessandra Ballerini-Lorenzo Terranera (Donzelli, 2017) e il romanzo Controvento di Federico Pace (Einaudi, 2017) che ho appena finito di leggere. Campeggiano poi i testi che sto studiando per il mio lavoro universitario, ma non credo sia interessante in questa sede conoscerli!

Le pagine che hanno reso I tesori della letteratura sull’isola. Una pratica di cittadinanza possibile un libro speciale sono il risultato della professionalità, dell’esperienza e della collaborazione di più persone.
Elena Zizioli, autrice, insegna Letteratura per l’infanzia preso l’Università degli Studi di Roma Tre.
Giulia Franchi, coautrice del testo, responsabile dei Servizi educativi, formazione e didattica Palazzo Esposizioni.
Silvana Sola, presidente di IBBY Italia.
Deborah Soria, responsabile del progetto per IBBY Italia.

Prestami le ali: un’avventura per uscire dalla schiavitù

SCARABOCCHI – La rubrica dedicata alla letteratura per bambini e ragazzi 

di Rossella Gaudenzi

«Che brutta cosa togliere la libertà a qualcuno. Portarlo via da casa sua. Portarlo lontano dalla sua mamma».

Igiaba Scego, scrittrice e giornalista romana di origine somala, collabora con «Internazionale» e firma una rubrica di libri per bambini e ragazzi. Il suo ultimo romanzo pubblicato in Italia è Adua (Giunti Editore, 2015). Nel 2017 ha pubblicato per Rrose Sélavy Editore (qui la nostra intervista all’editore Massimo De Nardo) il suo primo libro per bambini, Prestami le ali, impreziosito dalle incantevoli illustrazioni di Fabio Visentin.

Ho conosciuto Igiaba Scego nel tardo pomeriggio di un sabato d’ottobre al Pigneto. Non è un caso che dopo poche battute il discorso abbia virato sul mondo dei blog e delle loro potenzialità. Una settimana prima a Mogadiscio un attentato, definito l’11 settembre della Somalia (Adama Munu su «Internazionale»), ha ucciso oltre trecentocinquanta persone e ne ha ferite più di duecento: «E nessuna testata giornalistica ha voluto spendere uno spazio degno della portata della strage. Un blog in cui dare notizia e fare informazione seria credo sia una possibile soluzione, ci penso da tempo, perché le persone vogliono sapere, conoscere i fatti, questo è un dato che riscontro continuamente».

Prestami le ali nasce da un tuo viaggio di ricerca a Venezia durante il quale hai scoperto, attraverso il dipinto di Pietro Longhi Clara al Carnevale di Venezia, l’esistenza della rinoceronte Clara, ridotta a fenomeno da baraccone nel XVIII secolo. Come è nata costruita la storia di Clara?
Mi trovavo a Venezia per “Remapping the Ghetto” dell’Università Ca’ Foscari, progetto per il quale sono rimasta un mese in città. L’idea era quella di raccontare il ghetto, partendo da quello veneziano, nelle sue varie accezioni: ghetto fisico, ghetto della contemporaneità e via dicendo.
È nel Museo Ca’ Rezzonico, davanti il quadro Clara al Carnevale di Venezia di Pietro Longhi, che ho trovato il mio punto di partenza: il corpo della rinoceronte Clara come ghetto, come mancanza di libertà. Sono molto attenta agli animali – nel mio libro precedente, Adua, uno dei protagonisti è l’elefante – e sono sempre rimasta colpita e turbata dall’usanza di offrire rinoceronti come doni coloniali a re e sovrani. La riduzione in schiavitù degli uomini trova un corrispettivo nella prigionia degli animali ed è sostanzialmente la condizione dei subalterni, degli uomini del Sud del mondo. Osservando il rinoceronte del quadro ho subito colto la sofferenza: un animale che sta male circondato da maschere, una serie di elementi che cozzano gli uni con gli altri. Che cosa ci fa un rinoceronte a Venezia in mezzo alle maschere? Ho iniziato a indagare ed è stato interessante scoprire che la protagonista del quadro fosse la rinoceronte; ho scritto un racconto per adulti – ancora custodito nel mio pc – e mentre scrivevo pensavo costantemente a quanto sarebbe stato bello ricavarne un racconto per bambini.

Ho tenuto un laboratorio per bambini alla Scuola Elementare Carlo Pisacane di Torpignattara in concomitanza con la festa annuale della scuola, Taste de World – Festa Internazionale per musica, cibo, persone. Sono stata invitata e anziché parlare di me, rischiando di annoiare i bambini, ho deciso di parlare della rinoceronte. Si è subito creato uno scambio vivace, attraverso giochi e indovinelli e contemporaneamente un profondo lavoro di lettura del quadro, i bambini si sono entusiasmati. Che cos’è Venezia? Che cosa ci fa un rinoceronte a Venezia? Che cosa vedete nel quadro? «La cacca!», è la prima risposta, quindi la prima cosa che mettono a fuoco. Dopo questa esperienza ho deciso di fare un tentativo: non ho mai scritto una favola e ho voluto provarci. Oltre alla rinoceronte Clara, al gatto Gigi e alla rondinella ho inserito i protagonisti, due bambini: Ester l’ebrea, relegata nel ghetto, e il servetto somalo Suleiman. Sono arrivati da una doppia esperienza. La prima è quella vissuta nel ghetto: per un mese ho attraversato la città, ho parlato con le persone, ho visitato sinagoghe e il Museo Ebraico, sono andata a teatro a vedere Il mercante di Venezia di Shakespeare, ho gustato i dolci tipici. La seconda è stata la presenza dominante dei “moretti” veneziani nell’iconografa del luogo. Persino in albergo c’è il moro incatenato che regge la candela, così come nei gioielli, all’interno dei musei; da afro-discendente sono colpita da questi molteplici simboli di schiavitù. I due bambini, insieme alla rinoceronte Clara, hanno in comune un problema di schiavitù. Come possono i tre personaggi uscire da questo stato di oppressione? Volevo spiegare la schiavitù e la libertà ai bambini, che comprendono immediatamente e alla perfezione.
Prestami le ali è un’avventura per uscire dalla schiavitù. Man mano inserivo spunti, animali, vicoli, tutto ciò che ricordavo della città nella sua quotidianità, schivando i simboli turistici e stereotipati (come le gondole e i canali). Parallelamente ho studiato la storia della rinoceronte indiana Clara, piuttosto straziante: sedata continuamente per essere trasportata in Europa e morta molto giovane.

Come è stato scelto il titolo Prestami le ali?
Lo abbiamo scelto io e Massimo De Nardo, l’editore di Rrose Sélavy. Volevamo giocare con l’idea delle ali ma allontanarci da un titolo che suonasse come Storia di una gabbianella e del gatto che le prestò le ali di Luis Sepúlveda. Il concetto del prestare le ali da parte del leone di San Marco era centrale: il leone rappresenta un potere illuminato. Non nascondo di essere andata con la mente ai bambini della Scuola Carlo Pisacane e al tema dello Ius Soli. Il “potere” dovrebbe permettere di emanare leggi che consentano di vivere tutti con gli stessi diritti. Il leone rappresenta dunque un potere illuminato.

Il libro presenta personaggi molto diversi tra loro: Clara, Suleiman, Ester, il gatto Gigi e la rondinella. Quale ti somiglia di più?
Mi immedesimo in entrambi i bambini. Sono un’afro-discendente nata in Italia e il razzismo è stato una costante della mia infanzia; oggi sono corazzata e come strategia, quando sono arrabbiata, scrivo. Da bambina non avevo gli strumenti per difendermi. In Italia imperversa secondo me un razzismo istituzionale: mancano le leggi, c’è una paura crescente, l’incapacità di raccontare il cambiamento che sta vivendo il nostro Paese; è mancata la classe dirigente che non ha gestito la conoscenza reciproca, l’accoglienza, l’inclusione sociale e il fenomeno molto esteso della migrazione. Non si possono mischiare il figlio di migrante, il migrante che si trova in Italia per motivi di lavoro, lo studente, il rifugiato politico. C’è migrante e migrante e si deve iniziare a spiegare questa parte di popolazione agli altri, dovremmo conoscerci, anche perché paradossalmente gli stereotipi vengono assorbiti dai migranti stessi: conosco molte donne arabe razziste.
Il razzismo lo vedo con i miei occhi ma riesco a combatterlo, da piccola non ne ero capace e ciò che mi ha aiutata maggiormente è stata la lettura; nei libri della biblioteca scolastica o assegnati dalla maestra io ritrovavo me stessa: Marco, il protagonista del racconto Dagli Appennini alle Ande di Edmondo De Amicis, mi somigliava. I libri mi hanno dato degli strumenti per spiegarmi al mondo. A Ester e Suleiman ho voluto fornire strumenti di forza da dare al rinoceronte, che è completamente arreso.

Ci racconti il rapporto con le illustrazioni del veneziano Fabio Visentin?
Le illustrazioni di Prestami le ali rappresentano una svolta, perché il libro non sarebbe quel che è senza l’incontro felice con Fabio Visentin. L’illustratore ha letto la storia, ne ha colto la dimensione favolistica oltre a quella settecentesca e ha voluto rendere questa dimensione attraverso illustrazioni meravigliose. Fabio Visentin ha grande esperienza, è veneziano e della sua città ha scelto di rappresentare aspetti particolari e non scontati. Ci tenevo tantissimo alla rappresentazione del Carnevale: la storia si svolge durante questa festa che fa parte della tradizione del nostro Paese ma che stiamo perdendo. Oggi si festeggia Halloween ma sempre di meno il Carnevale, festa che amo molto: è il momento della trasgressione, del travestimento, del cambiamento di identità.

Portando il tuo libro in giro per l’Italia, a contatto con bambini e adulti di luoghi ed età differenti, hai avuto qualche sorpresa?
I bambini capiscono tutto e subito, questa è la sorpresa per me più bella: è un pubblico coinvolto che si diverte, interagisce, pone domande. Mi arricchisco e mi rimetto in gioco ogni volta. Mi piacerebbe trasformare il libro in opera teatrale da portare nelle scuole: i bambini seguono, si appassionano (sogno addirittura di farne un cartone animato, ma questo progetto è pressoché irrealizzabile).
Prestami le ali e spiega il razzismo e la schiavitù in modo non didattico ed è un libro in cui tutti i bambini possono rispecchiarsi, qualunque sia la loro origine. Purtroppo tra i libri per bambini pochissimi hanno titoli sulle minoranze, con personaggi principali latinos, afroamericani, americani asiatici, ecc. Quando ciò accade si rischia di cadere in storie pietistiche. In Italia ci sono poche eccezioni, mi viene in mente, ad esempio, il bel lavoro di Patrizia Rinaldi capace di inserire le diversità nelle sue storie.

Quando hai pensato per la prima volta di scrivere per i bambini?
Ho già scritto per ragazzi. Nel 2003, incontrando Della Passarelli, editrice di Sinnos, al Salone del Libro, le ho chiesto sfacciatamente di scrivere della Somalia attraverso la storia di mia madre, per la collana I Mappamondi. Ne è uscito il libro La nomade che amava Alfred Hitchcock, testo molto adatto ai ragazzi. Stavolta però ho voluto scrivere per bambini perché, nel frattempo, ho imparato. Curo per «Internazionale» la rubrica sui libri per bambini e ragazzi: l’ho fortemente voluta perché mi apriva un mondo, essendo da anni, forse da sempre, relegata a scrivere di guerre e di violenza. Ho iniziato con le recensioni per ragazzi e inoltrandomi in questo mondo ho imparato. Sicuramente continuerò a scrivere per bambini e ragazzi, ho varie idee, tra cui quella di scrivere un fumetto; un buon ritmo sarebbe alternare un libro per adulti con un libro per bambini e ragazzi. Ciò che so per certo è che le mie storie, come è avvenuto finora, nasceranno o dalla meraviglia o dalla rabbia.


Cosa leggevi da piccola?
L’intera opera di Agata Christie fatta eccezione per Sipario, perché non volevo che Hercule Poirot morisse, e tantissimi fumetti: Topolino, Diabilok, Alan Ford. Senza dimenticare che la mia formazione è cinematografica. Da bambina ho visto una quantità  stratosferica di film.

Cosa c’è da leggere sul tuo comodino?
In questo momento sto leggendo due libri di donne: L’età dell’innocenza di Edith Wharton (Corbaccio, 1993) e La ragazza con la Leica di Helena Janeczek (Guanda, 2017). Sono solita leggere due libri contemporaneamente, purché molto distanti tra loro.

Igiaba Scego è una scrittrice italosomala nata a Roma nel 1974. Collabora con «Internazionale», «Lo straniero», «la Repubblica», «il manifesto». Tra i suoi libri: Pecore nere, scritto insieme a Gabriella Kuruvilla, Laila Wadia e Ingy Mubiayi (Laterza, 2005); Oltre Babilonia (Donzelli, 2008); La mia casa è dove sono (Rizzoli, 2010, Premio Mondello 2011); Roma negata. Percorsi postcoloniali nella città (con Rino Bianchi, Ediesse, 2014); Adua (Giunti Editore, 2015); Prestami le ali (Rrose Sélavy Editore, 2017).

La lezione di Bernard Friot: ascoltare i bambini

SCARABOCCHI – La rubrica dedicata alla letteratura per bambini e ragazzi 

di Rossella Gaudenzi

«Paolo, Jan, Kurt, Juri, Jimmy, Ciù e Pablo erano sette, ma erano sempre lo stesso bambino che aveva otto anni, sapeva già leggere e scrivere e andava in bicicletta senza appoggiare le mani sul manubrio.
Paolo era bruno, Jan biondo, e Kurt castano, ma erano lo stesso bambino. Juri aveva la pelle bianca, Ciù la pelle gialla, ma erano lo stesso bambino.
Pablo andava al cinema in spagnolo e Jimmy in inglese, ma erano lo stesso bambino, e ridevano nella stessa lingua».
Gianni Rodari, Uno e sette, in Favole al telefono

Quasi un incontro tra pari quello avvenuto alla Biblioteca Centrale Ragazzi, a Roma lo scorso 5 ottobre, tra Bernard Friot, il celebre scrittore e insegnante francese, e gli alunni di una terza primaria della Scuola elementare Grottarossa.
Bernard Friot, per l’appunto noto come il Gianni Rodari francese, è uno degli autori di Sette e uno. Sette bambini, otto storie, la recente pubblicazione di Einaudi Ragazzi illustrata da Mariachiara Di Giorgio e curata da David Tolin, che nel 2010 ha fondato la libreria specializzata per ragazzi Pel di Carota a Padova.

«Per questo libro  – si legge nella sua introduzione – quello che avete in mano in questo momento, è stata scelta la favola più intensa e civica della raccolta, Sette e uno, per parlare d’infanzia oggi, per provare a raccontare il nostro contemporaneo, a cinquantacinque anni dall’originale, per costruire una nuova geografia umana o solamente per continuare a “giocare” con le parole di Rodari, le sue idee, la sua forza».

David Tolin ha raccontato ai giovanissimi ascoltatori che l’idea è nata «dalla voglia di giocare con le parole alla maniera di Gianni Rodari. Dal libro Favole al telefono ho scelto Uno e sette che inizia così: “Ho conosciuto un bambino che era sette bambini”. Idea semplice, perché mi sono chiesto se ci fosse qualcuno che volesse raccontare la storia di tutti i bambini contenuti nella favola: Paolo, Jean, Kurt, Juri, Jimmy, Ciù, Pablo. Sono andato a un’importante fiera del libro per ragazzi, il Bologna Book Children’s Fair, ho bussato alla porta della casa editrice Einaudi, ho proposto il progetto e dopo poco mi è stato risposto che sì, si poteva fare. E così ho chiesto a sette famosi scrittori per ragazzi di scrivere una storia. Loro sono Beatrice Masini, Bernard Friot, Ulrich Hub, Daria Willemstad, Dana Alison Levy, Yu Liqiong e Jorge Lujàn».

Bernard Friot, dopo aver letto Un et sept nella sua lingua, il francese, fa da calamita per tutti i presenti, piccoli e grandi lettori e in un italiano dolce e musicale si racconta, incalzato delle domande vivaci dei bambini.
Racconta degli inizi, del suo mestiere di insegnante di liceo in un plesso che comprendeva una Scuola Primaria e proprio lì, tra i banchi degli alunni più piccoli, è iniziato uno scambio proficuo. «Mi mettevo in fondo alla classe ed era lì che i bambini venivano a raccontarmi le loro storie che io trascrivevo puntualmente, facendo loro quasi da segretario. Poi, poco a poco, ho iniziato a rispondere con le mie storie alle loro storie; ogni tanto regalavo un racconto a un bambino. Non ero ancora uno scrittore; mi è stato suggerito di inviare i miei racconti a una casa editrice. È così che sono diventato scrittore, senza volerlo. Perché la vita è davvero sempre piena di sorprese e di possibilità».

Il suo primo libro è Histories pressées, pubblicato nel 1988 e tradotto in italiano con Il mio mondo a testa in giù (Il Castoro, 2008) cui è seguito Altre storie a testa in giù (Il Castoro, 2014).
Impossibile per lui citare un libro preferito. «Quanti libri non ho ancora letto? Sono tanti i libri che ho amato, legati a momenti diversi della mia vita. Ho molto amato i libri di Rodari Favole al telefono e Le avventure di Cipollino. Come si fa a non amare la storia di una cipolla? La lettura è esattamente il momento della vita in cui leggi un determinato libro, con tutte le sensazioni che comporta».
Si rammarica di non aver conosciuto Gianni Rodari. Quando morì nel 1980 Friot non aveva ancora letto le sue opere, che ha scoperto solo due anni dopo. «Cinque anni fa – ricorda lo scrittore – sono andato a visitare la casa di Rodari a Roma, ho ammirato la sua scrivania, il luogo della creazione dei suoi libri, e ho vissuto un momento molto emozionante».

Una bambina, che secondo la maestra è fissata con l’età, gli chiede quanti anni ha. «Sette volte sette più dieci più nove», risponde Friot. Ma il calcolo è sbagliato, perché un tentativo dopo l’altro, arriviamo a capire che Bernard Friot ha sessantasei anni.

«Dove vivi? In Francia. Dov’è la Francia? A Parigi» suggerisce qualcuno. «Ma no, è Parigi che si trova in Francia» corregge prontamente qualcun altro.

«Quanti libri hai scritto?», incalzano i bambini. «In Francia si è soliti dire: quand on aime on ne compte pas, ossia quando si ama non si conta – risponde Friot – Non lo so, perché ogni libro è il riassunto di tanti incontri: il libro l’ho incontrato prima, durante e dopo la scrittura del libro stesso».

«Qual è il tuo ultimo libro?»
«Il mio ultimo libro non è ancora uscito in Italia, sarà edito da Lapis e, sulla scia di Dieci lezioni sulla poesia, l’amore e la vita (Lapis 2016) avrà il titolo Dieci lezioni sulla cucina, l’amore e le vita. Il tema culinario sarà quindi dominante. Il testo è scritto, ora sono all’opera traduttrice, grafico e tutte le altre figure che realizzano quei bellissimi oggetti che sono i libri».

«Scrivi libri con altri scrittori?».
«Non direttamente. Posso affermare che quando scrivo ho in testa tutte le storie che ho letto; di sicuro l’ispirazione mi arriva da Rodari così come nei miei libri sono presenti altri scrittori e storie, ma finora non ho mai scritto un libro a quattro mani, insieme a un altro autore. Non ho un metodo di scrittura strutturato, potrei dire che buona parte della mia scrittura è affidata all’improvvisazione: oggi scrivo tre pagine, domani nulla, la storia deve arrivare a me, quindi, ad esempio, esco a passeggiare. Non posso certo considerarmi uno scrittore disciplinato».

Poi, con i bambini, accade quel che Bernard Friot ha anticipato all’inizio dell’incontro: si dà loro modo di giocare con le parole e iniziano a dare sfogo alla fantasia, creare e inventare l’incipit di storie. Partendo da una struttura in cui sono gli oggetti a raccontarsi, i bambini iniziano con: Un giorno un… mi ha detto. Un giorno un martello mi ha detto… L’oggetto-soggetto cambia vorticosamente. Una panchina davanti alla scuola. Un collare per cani. Una televisione. Un’auto sportiva. Un libro di storia. E così via.

È questa la grande lezione di Bernard Friot: occorre ascoltare i bambini, quel che i bambini hanno da dire e da raccontare. E sicuramente il bambino che è dentro di noi si risveglierà.

Bernard Friot, nato a Saint-Piat nel 1951, è uno dei più originali e amati scrittori per ragazzi. Prima di approdare alla scrittura ha insegnato in una scuola di Lile e poi per quattro anni è stato responsabile del “Bureau du livre de jeunesse” a Francoforte. Da allora si dedica alla traduzione dal tedesco di fiabe e novelle ritenendo che questa attività abbia la medesima nobiltà e creatività della scrittura d’invenzione. Stando a stretto contatto con i bambini ha avuto la possibilità di studiarne la grande creatività anticonvenzionale nell’inventare storie, che è diventato il suo modello stilistico. Friot infatti si autodefinisce uno “scrittore pubblico”, in virtù della necessità che ha di fare spesso incontri con il suo pubblico di giovani lettori per ricaricarsi di emozioni. In Italia i suoi libri hanno molto favore da parte di ciritica e pubblico: il suo primo libro di racconti Il mio mondo a testa in giù ha vinto il Premio Andersen 2009 come migliore libro 9/12 anni. Vive e lavora a Besançon in Francia.

La Biblioteca Centrale Ragazzi (via San Paolo alla Regola 15) è dedicata esclusivamente alla letteratura per ragazzi. Custodisce circa 30mila testi tra favole, fiabe, fumetti e libri illustrati per bambini, testi di educazione alla lettura e alla multiculturalità, una raccolta storica dagli anni ’80 di letteratura giovanile e dei periodici di letteratura per ragazzi.

La magia dei libri tattili illustrati

SCARABOCCHI – La rubrica dedicata alla letteratura per bambini e ragazzi 

di Rossella Gaudenzi

«Quanto paesaggio si può scoprire anche in pochi centimetri quadrati! Toccare, sentire una superficie (la “pelle” delle cose) consente di avvicinarsi ad una conoscenza molto profonda del mondo perché permette di avere un contatto intimo con un luogo, una persona o anche solo una materia. È un movimento verso un sapere sensibile. È un viaggio. Anzi, può essere il viaggio». [Mauro L. Evangelista]

Il mio ingresso alla Federazione Nazionale delle Istituzioni Pro Ciechi Onlus ha il sapore di un ingresso a teatro. Dalla soglia vengo guidata, nella penombra, verso l’atrio che ospita la mostra A spasso con le dita e dove uno a uno si accendono i led a illuminare dodici tavole d’artista.

«Dodici tavole, per ogni tavola una parola che è parola di solidarietà, per ogni tavola con la sua parola di solidarietà, un artista”, esordisce Pietro Vecchiarelli, insieme a Stefano Alfano mente e braccio del Centro Produzione Libri Tattili.
Ed ecco che individuo le opere di Gek Tessaro-Scambio, Lorenzo Terranera-Dono, Chiara Carrer-Cerchio, per citarne tre fra i miei preferiti.

Ci spostiamo in una sala luminosa, un misto di ufficio e laboratorio, pieno com’è di scartoffie, materiali di vario tipo, macchinari: è appena arrivato un libro per il concorso Tocca a te! che Pietro Vecchierelli scarta sotto i miei occhi, occhi profani ai quali sembra un prodotto ben fatto.
«A spasso con le dita – prosegue Pietro – è un progetto riuscito, ben costruito e di grande successo finanziato da Enel Cuore Onlus che ha permesso, nel triennio 2010-2013, di produrre cinque libri tattili illustrati in mille copie ciascuno, pensati per essere condivisi tra lettori ciechi, ipovedenti e vedenti che, con doppio testo in nero e braille, sono stati distribuiti nelle biblioteche pubbliche, ospedali pediatrici, istituzioni culturali. Il progetto è andato talmente bene che Enel Cuore ha chiesto di produrre sia un sesto libro tattile, Settestella di Dario Moretti, sia una mostra itinerante di tavole tattili d’artista per esprimere il tema Le parole della solidarietà». Ed è presto spiegata la mostra.

Pietro Vecchiarelli e Stefano Alfano sono responsabili del Centro Produzione Libri Tattili, settore parallelo al Centro di Produzione del Materiale Didattico che realizza il materiale didattico per ragazzi ciechi in età scolare, 3-18 anni, destinato alle scuole. Sono stati assunti nel 1999 insieme ad altri tre tecnici di produzione per far sì che questo centro, all’epoca agonizzante, fosse rimesso in sesto.

Quale lavoro svolgono i responsabili del Centro Produzione Libri Tattili?
I loro compiti sono molteplici, le competenze le più disparate: produrre i libri, organizzare le mostre, portarle in giro, occuparsi del sito, trascrivere il braille, organizzare il concorso, presentare progetti per cercare i fondi per poter editare.
«A livello statale – spiega ancora Pietro Vecchiarelli – queste sono istituzioni che potrebbero fare di più: occorrerebbe coordinarsi, coinvolgere qualcuno che si appassioni. In questo momento la Fondazione Cariplo ci ha commissionato la produzione di due libri molto belli in 400 copie ciascuno, ora in stampa, Ombra e Foglie. In Francia si lavora diversamente: si edita un libro in qualche centinaio di copie e in una settimana tutte le biblioteche, in rete, chiedono il libro che viene distribuito a livello capillare. Ogni qualvolta esce un libro c’è una distribuzione garantita che consente il recupero rapido dei soldi ed è possibile andare in stampa con il titolo successivo. In Italia è tutto scollegato: alcuni progetti sono locali, alcune biblioteche fanno parte del comune, altre fanno capo alla Provincia, alcune sono biblioteche scolastiche. L’iter è complesso e farraginoso, però non ci perdiamo d’animo e pian piano procediamo. Ad oggi abbiamo prodotto cinquanta libri tattili illustrati. Realizziamo mostre che funzionano, c’è un piccolo mondo di nicchia, fatto di tante famiglie, tanti bambini».

Come funziona la stampa un libro tattile illustrato?
Il libro viene interamente creato presso il Centro: disegni, grammatura della carta, colle, adesivi, impaginazione, spessore delle pagine e così via. Gli unici tre passaggi che si svolgono altrove sono la stampa eseguita in tipografia, la stampa braille in serigrafia, la rilegatura. L’allestimento del libro, ossia l’assemblaggio delle parti, viene sempre e comunque svolto presso il Centro.


Come nasce il concorso nazionale
Tocca a te!?
Dal 2003 la Federazione si è agganciata al Concorso europeo Thyphlo & Tactus che, grazie al contributo della Commissione Europea e del Ministero Francese della Cultura, dal 2000 al 2007 ha promosso e diffuso l’editoria tattile a livello internazionale. I libri tattili illustrati vincitori delle varie edizioni del concorso sono stati editati nelle lingue dei paesi partecipanti. Dal 2008 il Gruppo Internazionale Tactus, autofinanziandosi, continua a esistere e a collaborare, tanto che il concorso è diventato mondiale.

«La novità del progetto Tactus – prosegue Pietro – è affermare l’esistenza di una modalità per illustrare una storia, quindi i libri prodotti da genitori, ragazzi e insegnanti sono stati raccolti, è stato creato questo concorso europeo la cui finalità era quella di premiare un libro vincitore e distribuirlo in tutte le lingue dei Paesi partecipanti. La si può definire la prima distribuzione seriale di un libro tattile illustrato. La finalità del progetto europeo era avere questi libri, dal costo di distribuzione elevatissimo, a un prezzo calmierato, agevolato; i fondi della Commissione Europea confluivano nel valore del libro che poteva così essere venduto a 10-15 euro».
Nonostante dal 2007 il progetto europeo Typhlo & Tactus non abbia più i finanziamenti, la forza di questa iniziativa si è sedimentata in ogni nazione partecipante. Si è deciso quindi di farlo proprio, il concorso. Il Gruppo Internazionale Tactus ha stabilito di limitare a cinque il numero di libri per ogni nazione, occasione per creare in ogni Paese il proprio concorso nazionale.

In Italia è nato Tocca a te!, concorso biennale giunto alla quarta edizione con la finalità di scegliere i cinque libri per il Tactus ma anche di mettere in gioco genitori, ragazzi, insegnanti. La premiazione è stata ospitata, per le prime tre edizioni, a Padova, Genova, Reggio Emilia, quest’anno sarà la volta dell’Istituto Serafico di Assisi, domenica 18 giugno.
Il concorso è dedicato a Mauro L. Evangelista, insegnante di educazione artistica della scuola munariana R. Bonghi di Roma che ha vinto il premio Tactus nel 2005 e 2006 con i titoli Troppo ordine, troppo disordine e Cuore di pietra.

«Mauro – ricorda Vecchiarelli – scomparso prematuramente, è stato un nostro caro amico e un collaboratore prezioso. Grande appassionato di illustrazione, ha dato vita a meravigliose installazioni e laboratori con materiali poveri come carta e corda. È riuscito a far sì che il libro tattile illustrato superasse gli schemi tradizionali della didattica speciale (la coccinella che si sposta sul piano inclinato), ma diventasse qualcosa di più complesso e articolato anche per temi maggiormente educativi».

Chi sono i partecipanti al concorso?
«L’intenzione non è quella di produrre esclusivamente libri belli – prosegue Pietro – che comporterebbe un concorso aperto a illustratori e scuole di grafica. La nostra finalità è produrre libri tattili illustrati e coinvolgere operatori, insegnanti, famiglie, bambini ciechi, curiosi, quindi a Tocca a te! possono partecipare tutti e per permetterlo abbiamo creato più categorie di concorso, con ben cinque premi diversi e tre menzioni speciali. Il premio più importante, Miglior Libro Italiano riceverà un premio in denaro di un importo di 1.500 euro».

Nel frattempo attorno a noi accadono cose e transitano persone, come sottofondo un suono di fustella. La visita non può considerarsi conclusa senza esplorare la “sala macchine” e quindi macchinari di stampa a rilievo e a controllo numerico per la prototipazione, macchine per la cartotecnica. In questo luogo tutti sorridono. Arrivo a capirlo mentre varco nuovamente la soglia, stavolta in uscita.
Il sogno di Pietro e Stefano è produrre libri, arrivare a editare ogni anno cinque titoli con tiratura un migliaio di copie da distribuire tra istituzioni, biblioteche pubbliche, ospedali pediatrici. L’impressione, quel che resta, è di aver attraversato un luogo di creazione di bellezza ma soprattutto di superamento del limite in cui ognuno fa la sua parte con, quasi un paradosso, una luce speciale negli occhi.

La casa editrice Rrose Sélavy alla ricerca del bello

SCARABOCCHI – La rubrica dedicata alla letteratura per bambini e ragazzi 

di Rossella Gaudenzi
La piccola casa editrice Rrose Sélavy veleggia alla ricerca del bello. Nata nel 2014 a Tolentino, delizioso centro del maceratese, per volontà dell’editore e scrittore Massimo De Nardo, si distingue per la cura dell’oggetto libro nel panorama dell’editoria per ragazzi.
Quanto a illustrazioni, la casa editrice si può pregiare di splendide tavole di firme famose quali Gianni De Conno, Fabio Visintin, Paolo D’Altan. Tra gli scrittori del catalogo ce ne sono molti che non avevano mai scritto  per ragazzi, come Loredana Lipperini, Carlo Lucarelli, Sandra Petrignani e Igiaba Scego (a breve l’intervista sul suo Prestami le ali).

Massimo De Nardo ci racconta la sua avventura editoriale.

Partiamo dal nome della casa editrice, Rrose Sélavy, ricercato, ricco di suggestioni e diversi piani di lettura. Ci racconti la genesi di questo nome?
Nasce da una passione per Marcel Duchamp, tra i più interessanti artisti della cultura “visiva” del Novecento (per non dire “pittorica”, dal momento che Duchamp aveva smesso di dipingere). Assieme a Picasso, ha reso tutto possibile, nelle arti figurative, e, al tempo stesso, reso tutto impossibile. C’è una foto, notissima, scattata da Man Ray (altro straordinario personaggio) che ritrae Duchamp vestito (non travestito) da donna. Man Ray ha scritto sulla foto: “Rrose Sélavy alias Marcel Duchamp”. E questa inversione di identità è già di per sé un pensiero concettuale, ironico, giocoso. Le opere di Duchamp hanno più di cento anni, ma per noi, e non solo per noi, rappresentano ancora la modernità. Difficile non essere “duchampiani”. Il nome Rrose Sélavy è parte di una dedica che Duchamp fece al suo amico Picabia. È anche un anagramma: la vita è passione (eros). Un bel po’ di cose, quindi. Che abbiamo fatto nostre.

Quando e perché hai pensato di avventurarti nella creazione di una casa editrice per ragazzi? E a quale fascia d’età si rivolge Rrose Sélavy?
Pubblicavamo una rivista trimestrale, Rrose, sulla creatività. L’idea di un inserto si è poi trasformata in un vero e proprio progetto editoriale (era il 2014), l’attuale collana di libri illustrati per ragazzi, Il Quaderno quadrone. Siccome il nostro destino non è scritto da nessuna parte, succede che – citando Cristina Campo – si possa «realizzare l’impossibile attraverso l’impossibile». Oggi le collane sono tre: Il Quaderno quadrone, Il Quaderno cartone (per i lettori più piccoli), Il Quaderno Ready Made (romanzi brevi, non illustrati). L’età dei nostri lettori: dai quattro ai sedici anni. Una misura anagrafica certo molto elastica, dentro la quale ci sono anche i lettori adulti. Dipende ovviamente dalle storie che proponi.

Quante persone lavorano presso la casa editrice e come sono distribuiti i ruoli? Quanti titoli pubblica annualmente Rrose Sélavy?
Tre (due responsabili tutto-fare e un grafico editoriale). Coerenti con il fatto che siamo una piccolissima casa editrice. Pubblichiamo quattro o cinque titoli, con il desiderio di farne qualcuno in più, senza però oltrepassare quel limite oltre il quale può diventare più difficile seguire con la giusta attenzione i singoli titoli, come invece facciamo.

«Ciò che sta caratterizzando questa nostra piccola casa editrice è l’aver coinvolto scrittori e scrittrici che non avevano mai scritto per ragazzi. Continueremo così».  Quali sorprese e scoperte sono scaturite da questa scelta editoriale?
È stata una scelta che in qualche modo ci ha contraddistinto, anche se non sono mancate le difficoltà, specialmente in questo settore che è abituato un po’ alle etichette di genere. La sorpresa, all’inizio, eravamo noi a farla nascere negli altri: una piccolissima casa editrice che si presenta con autori di alto livello. Le scoperte sono quotidiane, a volte piacevoli altre meno: cercare gli autori, coinvolgere gli illustratori, spostare poi la creatività verso la realtà commerciale nei rapporti con i distributori, le librerie, i lettori. Costruire esperienza sugli errori e sui successi, ogni momento, come per qualsiasi altro lavoro autonomo.

Soffermiamoci sul progetto editoriale Il Quaderno quadrone, che esalta innanzitutto la bellezza dell’oggetto libro.
Quello che una storia racconta non esiste se un libro non viene aperto. Pensiero ovvio. Che porta a dire che l’aspetto esteriore ha una sua responsabilità nel farci desiderare di aprire un libro. Un libro va realizzato con criteri tecnici ed estetici: tipo di carta, lettering, formato, grafica di copertina, impaginazione, rilegatura. Noi siamo partiti da questa linea di condotta, e cercheremo di mantenerla.

La casa editrice è promotrice di cultura in senso lato tra i banchi di scuola attraverso laboratori di scrittura per la scuola primaria e secondaria. Quale impatto ha questa attività sul territorio e quante energie richiede? Va considerata attività necessaria?
Estremamente necessaria. I nostri laboratori sono improntati “rodarianamente” sulla scoperta delle parole, sulla ricerca dei significati, sul racconto fantastico, sul gioco espressivo. Coinvolgere le scuole nei progetti di scrittura è una responsabilità non di poco conto, perché oltre a interessare le insegnanti (in genere, quasi tutte donne) e gli alunni ci sono anche le famiglie e, in maniera più ampia, i cittadini consapevoli.

Rrose Sélavy è una casa editrice che ha sede a Tolentino, splendido paese messo in ginocchio dal terremoto del 2016. Lo scorso novembre è uscito L’altra notte ha tremato Google Maps, di Michela Monferrini. Il libro ha avuto un discreto successo. Letteratura come esperienza di condivisione, come catarsi?
La letteratura è – se così posso dire – la vita degli altri che facciamo nostra. Michela Monferrini, che nel suo libro racconta il terremoto di Amatrice, pur affrontando una realtà carica di dolore è comunque riuscita con intelligenza e sensibilità a raccontarci una storia delicata, i cui protagonisti sono una nonna, suo nipote tredicenne Giordano e una ragazzina, Elisa, con la quale Giordano scambia una serie di sms tra cronaca dell’evento drammatico e sentimenti personali. La domanda del nipote tredicenne: «Come portare la nonna che non cammina più in un posto che non c’è più» è risolta attraverso Google Maps, che ci fa vedere Amatrice com’era prima, ci fa di nuovo attraversare le sue strade. Questo elemento aggiunge valore narrativo a una vicenda che ha coinvolto emotivamente molti lettori. Condivisione e catarsi? Probabile che la letteratura serva anche a questo, e se così è evviva la letteratura.

Massimo De Nardo scrittore e al contempo editore. Che mestieri fantastici!  novembre 2012 (Il Quaderno quadrone, nuova edizione novembre 2016 con illustrazioni di Giulia Orecchia) e Maffin, marzo 2016 (collana Il Quaderno Ready Made).
Due identità che vanno molto d’accordo tra loro. Si aiutano a vicenda, e spero di ricavarne uno sguardo completo, oggettivo e partecipativo. Essere editore (nel mio piccolo) mi fa vedere più razionalmente l’altra parte di me che pretende di essere scrittore (nel mio piccolo).

Ultima domanda di rito: quali libri ci sono sul tuo comodino?
Uno solo, ma sta lì da tempo. Perché ho smesso di leggere a letto. Per il semplice motivo che leggo molto durante il giorno. Credo però che la domanda non volesse indicare un luogo o delle abitudini di lettura, ma sapere cosa legge chi si occupa, come me, di editoria per ragazzi. Non faccio delle distinzioni nette, importante è che le storie siano ben scritte e che abbiano qualcosa da dire. Mi ritrovo comunque a leggere di più i libri per adulti, anche se – come dico spesso durante i nostri laboratori di scrittura – è il modo in cui le racconti, le storie, a farle essere per adulti o per ragazzi.