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Otto anni nei boschi narrativi #3 Vanni Santoni

Continuiamo a sfogliare il nostro “quaderno”.

Oggi ci soffermiamo su Vanni Santoni, scrittore, giornalista e direttore editoriale Tunué.
Il suo ultimo romanzo, I fratelli Michelangelo, è uscito per Mondadori a marzo 2019.
La sua prima intervista a Via dei Serpenti risale a luglio 2016. La nuova è di maggio 2019.
Qui un assaggio.

Vanni Santoni direttore della narrativa Tunué
Visti i bei riscontri inanellati dalla collana (Romanzi), aprire anche alla straniera – oltre che ai “recuperi”: il primo effettuato, Ricrescite di Sergio Nelli, ci ha dato molte soddisfazioni – ci è parsa una direzione naturale di sviluppo. Naturalmente serviva qualcuno che conoscesse in modo capillare non solo l’editoria straniera, ma anche il mondo di traduttori e revisori, ricerca che si è poi concretizzata nella figura di Giuseppe Girimonti Greco, già traduttore per Adelphi e consulente di varie case editrici, che oggi cura integralmente la nostra “straniera”, di cui io mantengo la direzione, nel rispetto delle sue scelte.
Nel caso di una collana di straniera non si cercano debuttanti, dato che si acquistano libri già usciti nel loro paese, quindi il tipo di ricerca è differente. È vero però che, essendosi la collana Romanzi caratterizzata negli anni per la sua particolare attenzione agli esordienti, per la straniera sarà naturale guardare con particolare attenzione a quegli autori che, a prescindere dal numero di libri pubblicati in patria, sono ancora inediti da noi.

Vanni Santoni

Le novità di narrativa Tunué
Talib, o la curiosità di Bruno Tosatti, scovato tra i finalisti del Calvino. Per quanto riguarda la straniera, dopo Biliardo sott’acqua di Carol Bensimon, sarà la volta di Mio padre era un uomo sulla terra e in acqua una balena, esordio – tra Lewis Carroll, Tim Burton e Hieronymus Bosch – della svizzera Michelle Steinbeck.

La rivista «The FLR – The Florentine Literary Review»
«The FLR» nasce con un intento differente da quello di molte riviste, dato che pubblica autori già affermati, ma ancora inediti all’estero e in particolare nel mondo anglosassone. L’idea è quella di offrire, grazie al bilinguismo della rivista, una selezione della nostra migliore narrativa al pubblico estero, e provare a compensare quel deficit di traduzioni di qualità che l’Italia sconta. Su «The FLR» sono apparsi racconti di due autori Tunué: Luciano Funetta e Francesco D’Isa.

Vanni Santoni scrittore
Ho sempre voluto esplorare temi e modalità espressive diverse, e intendo continuare a farlo. In realtà tutti i miei romanzi, da Gli interessi in comune fino a L’impero del sogno, sono collegati fra loro – sì, anche i due fantasy – e formano un’unica macronarrazione. Faccio prima a spiegarlo con un’immagine, specificando però che, pur avendo piccoli collegamenti con alcuni libri precedenti, I fratelli Michelangelo è del tutto autonomo.

Il ritorno in libreria del primo romanzo Gli interessi in comune
Gli interessi in comune fu scritto senza sapere come e quanto avrebbe gemmato. Tra i suoi protagonisti c’è Iacopo Gori, che ritroviamo tra quelli di Muro di casse; c’è il Paride, che torna nella Stanza profonda; c’è il Mella che è addirittura protagonista unico dell’Impero del sogno. È stato il cespite fondamentale della prima fase della mia produzione letteraria e come ho raccontato a suo tempo a The Catcher (da cui ho anche ripreso l’immagine sopra) il fulcro centrale a cui si collegano tutti i miei altri libri fino all’Impero. Fuori catalogo per anni nonostante i tanti appelli dei lettori e i fenomeni di cui sopra, tornerà per Laterza e ne sono molto contento.

«La letteratura, come direbbe una cantante andalusa, è un pericolo»
Questa frase di Bolaño l’ho sempre amata. Credo che il lavoro letterario sia, appunto, un lavoro di ricerca costante, e di costante innalzamento dell’asticella. Per questo esploro a ogni mio libro temi anche molto diversi, per questo aspiro a macronarrazioni interconnesse, e per questo sono arrivato a fare, finalmente, anche un romanzo singolo di ampio respiro [I fratelli Michelangelo].
Dopo un libro che ha richiesto tanto lavoro quanto I fratelli Michelangelo, è necessario fermarsi. E leggere. Mi prenderò il mio tempo, anche perché dopo la riedizione degli Interessi in comune pubblicherò per minimum fax un pamphlet sull’insegnamento della scrittura.

Vanni Santoni è nato a Montevarchi nel 1978. Dopo l’esordio con Personaggi precari, ha pubblicato, tra gli altri, i romanzi Gli interessi in comune (Feltrinelli 2008), Se fossi fuoco arderei Firenze (Laterza 2011), Muro di casse (Laterza 2015), La stanza profonda (Laterza 2017, candidato al Premio Strega), L’impero del sogno (Mondadori 2017). Ha ideato, insieme a Gregorio Magini, il progetto SIC (Scrittura Industriale Collettiva) che è sfociato nel romanzo collettivo In territorio nemico pubblicato da minimum fax nel 2013. Scrive sul Corriere della Sera e dirige la narrativa di Tunué. Il suo ultimo romanzo è I fratelli Michelangelo, per Mondadori.

 

Otto anni nei boschi narrativi #2 Lapis edizioni

Proseguiamo con le anteprime di Otto anni di editoria indipendente. Le interviste di Via dei Serpenti. 

Oggi pubblichiamo l’intervista integrale a Rosaria Punzi, editrice di Lapis, specializzata in libri per bambini e ragazzi, nata nel 1996 a Roma con la pubblicazione del volume I bambini alla scoperta di Roma antica. «Stare dalla parte dei bambini significa proporre sempre una qualità molto alta».

Dalla parte dei bambini, intervista a Rosaria Punzi.

di Emanuela D’Alessio

Perché la scelta del nome Lapis?
Lapis è il primo strumento che i bambini utilizzano per scrivere, la matita; in secondo luogo è la pietra per i Romani e io sono legata, per formazione, al Lapis Niger del Foro romano, il nucleo, il centro di qualcosa che parte, inizia e allo stesso tempo ha radici forti. La pietra resiste, rimane.
Quindi c’è un aspetto legato ai bambini, al loro futuro e al loro inizio che però ha spalle forti. Questa era l’idea da cui è nato il nome della casa editrice.

Quante persone lavorano in casa editrice e come è organizzato il lavoro?
Attualmente la casa editrice si compone di un redattore di narrativa classica, un redattore di narrativa e divulgazione scientifica, una grafica interna, una responsabile commerciale, un responsabile scuole, un amministrativo e una persona che si occupa della logistica e del magazzino. Infine c’è Agnese Ermacora per ufficio stampa ed eventi. Otto persone. Ovviamente a ogni progetto viene affiancato un editor specialista e un grafico, se ci sono esigenze particolari; tra questi collaboratori non rientrano autori, illustratori, grafici esterni. I diritti esteri vengono seguiti da una grande agenzia italiana e la nostra promozione e distribuzione, capillare su tutto il territorio nazionale, è affidata a Messaggerie.

Dopo quasi venticinque anni di lavoro editoriale, possiamo ripercorrere le tappe più significative di questo lungo viaggio?
Come prima tappa io e Anna Parisi, la mia socia, eravamo di fatto uno studio editoriale. Nei primi cinque anni abbiamo realizzato pubblicazioni che si appoggiavano a un altro editore: non avevamo il codice ISBN, non seguivamo la distribuzione ed eravamo quindi esterne al meccanismo editoriale. Avevamo un marchio perché agivamo come fossimo una società, ma era una fase di gestazione durante la quale svolgevamo anche altri lavori.
Ci siamo addentrate nel mondo dell’editoria per bambini per caso, senza sapere nulla dei meccanismi che lo regolano e lavoravamo un po’ da autrici o creatrici di progetto, ma ancora di dimensioni molto esigue, rimanendo legate agli ambiti che conoscevamo meglio. Abbiamo iniziato con la divulgazione storico-artistica, quindi con le guide turistiche; abbiamo proseguito con una collana di arte per bambini e poi abbiamo avviato una collana di divulgazione scientifica.
Da queste è nata una serie infinita di rivoli e quando la mia socia ha deciso di lasciare ho organizzato la casa editrice in maniera diversa: da una struttura orizzontale, in cui tutti facevano tutto, sono passata alla segmentazione del lavoro, dividendo e precisando le mansioni di ognuno. Rimango direttore editoriale ma di fatto controllo ciò che viene svolto nei diversi settori e negli anni sono molto cresciute le novità.
All’inizio pubblicavamo pochissimi libri, ci siamo poi assestati sui dieci-dodici titoli e oggi pubblichiamo settanta novità l’anno, cui aggiungere ristampe e riedizioni. Tendenzialmente mettiamo pochi libri fuori catalogo, tentiamo di mantenere il catalogo storico per dare continuità a un lavoro che riteniamo abbia ancora senso.
All’inizio non compravamo nulla dall’estero; oggi una piccola parte del catalogo, piuttosto importante dal punto di vista della visibilità e delle vendite, è acquistato dall’estero.
Rispetto agli autori stranieri tendiamo a creare rapporti di continuità, di progetto, cerchiamo di ospitarli in Italia in concomitanza di festival o fiere importanti cui vengono invitati perché credo fermamente che il lavoro con l’autore, e quindi la continuità del lavoro, passi anche attraverso un rapporto di conoscenza più profonda. Se c’è un buon rapporto umano funziona molto meglio anche il rapporto professionale: il nostro ambito di lavoro, che è quello della creatività, richiede una grandissima fiducia reciproca, l’autore deve fidarsi totalmente dell’editore cui affida non soltanto il frutto di un lavoro tecnico ma anche qualcosa di sé. E così negli anni con alcuni autori si sono creati legami molto forti, che non significa solo far parte del nostro catalogo con tanti libri quasi in esclusiva, ma anche condividere obiettivi.
La casa editrice, e questa è un’immagine molto bella, è veramente casa: degli autori, degli illustratori, dei librai. Un luogo dove si condivide molto di sé, si possono comprendere le difficoltà del momento nell’interpretare un testo rispetto a un altro. Questo approccio funziona, gli autori lavorano meglio se sono contenti di lavorare con te e per te, c’è una motivazione più forte.
Iniziare a ragionare su un progetto con qualcuno con cui si è in sintonia consente di realizzare un progetto migliore e la fiducia dell’autore fa sì che io possa dirgli se una cosa non funziona. Autori che si considerano “irremovibili” rispetto a una minima variazione del testo, in un rapporto di fiducia accettano un’osservazione perché capiscono la sua funzione di migliorare il lavoro, valorizzare lo stile per realizzare un libro che sia nel suo complesso pulito e organico.

Quali sono le collane di punta di Lapis?
Abbiamo sempre fatto poche suddivisioni nelle collane, ma oggi i nostri cataloghi sono organizzati meglio. La produzione, soprattutto degli albi, è un grandissimo contenitore, che a volte si chiama Lapislazzuli e a volte no, dove però, più che una segmentazione per collane, c’è una continuità con l’autore, di temi, o una continuità di tipologia di libro: il libro per piccolissimi ha infatti una valenza differente da un albo illustrato, si tratta di mondi diversi anche nell’approccio all’oggetto libro, perché prima di tutto il libro per un bambino è un oggetto. Nelle sue prime fasi il bambino tocca, annusa, ha un rapporto con il libro che coinvolge tutti i sensi cui si aggiunge la voce della persona che glielo legge.

Quali sono gli autori che hanno lasciato un segno più profondo di altri, non solo nei lettori ma anche in chi li ha realizzati?
Gek Tessaro è un nostro grande amico e grande autore. Ormai i suoi titoli in catalogo sono tanti e negli anni il lavoro con lui è molto cresciuto: si va dai primissimi libri, i cartonati Il fatto è, Capitombolo e un libro che sta per uscire, dal titolo Senza di me, agli albi illustrati, a illustrazioni di testi poetici. Con Gek si lavora molto bene per i motivi sopra elencati: è una persona di grande profondità e umanità. Grazie anche a un suo percorso decisamente convincente a livello editoriale, Gek Tessaro nel tempo è molto cresciuto: sono famosi i suoi spettacoli realizzati con la lavagna luminosa, davvero eccezionali, che sono dei veicoli del suo nome, della sua poetica, dei suoi temi dal risvolto sociale. Ma quello che mi è sempre piaciuto di lui è il suo sguardo verso l’infanzia così giusto, così attento, così poco adulto: mettersi al livello del bambino con grandissimo rispetto per l’infanzia, tanto che spesso nei suoi libri l’infanzia, molte volte mutuata da animali (frequente la paperella), dimostra una forte capacità di andare al senso profondo delle cose, ancor più degli adulti. In situazioni di piccola quotidianità lasciare il bambino libero di scegliere, di sbagliare, di interagire con la realtà porta a risultati migliori rispetto all’adulto imprigionato in mille sovrastrutture culturali.

Nei libri Lapis qual è l’ordine di preferenza della scelta tra idea, illustrazione, autore?
L’idea è certamente la prima cosa che viene riportata quando si racconta un progetto: cosa ne pensi di questa idea? Al novanta per cento degli autori che esordiscono con questa frase mi viene da rispondere come Gaber: «Un’idea, un concetto, un’idea finché resta un’idea è soltanto un’astrazione». Come pensi di realizzarla? L’idea può essere buona o meno, ma è fondamentale come verrà tradotta e ciò vale sia per gli autori sia per gli illustratori. Ovviamente se l’idea viene da un autore che conosco molto bene, e non sono molti, ha carta bianca. Quando l’idea è accompagnata da un testo illustrato o da un progetto, si analizza il prodotto libro, sia dal punto del testo, se funziona o se non funziona, sia dal punto di vista della scansione del ritmo.
Il problema del libro è legato alla sua tipologia: libro per piccoli, libro di narrativa, libro di divulgazione scientifica. Per ogni categoria c’è un giudizio su alcuni aspetti che sono più importanti di altri. Ad esempio, nell’albo illustrato è fondamentale che il testo e l’illustrazione si sposino. Il ritmo del libro deve funzionare: il ritmo dell’illustrato è sulla doppia pagina e ogni doppia pagina deve presentare qualcosa di nuovo, di non ripetitivo, deve proporre una sorpresa. L’albo illustrato ha bisogno di una tecnica e di un equilibrio che non sono sempre facili da ottenere: talvolta arrivano in redazione proposte di ottimi illustratori (o autori e illustratori al tempo stesso) dove però manca l’attenzione al ritmo, il libro non lo si pensa sfogliato ma come singole visioni o singole tavole e questo per i piccoli non funziona.
Nell’ambito dell’illustrazione uno dei grandi problemi dell’editoria italiana è la scarsa capacità di rivolgersi veramente ai piccoli, perché illustratori molto bravi, e spesso anche le scuole, tendono ad alzare molto il target a cui si rivolgono: lo chiamano “illustrato per tutti”, che però raramente è davvero convincente per tutti.
L’idea funziona molto di più per la narrativa: se c’è un’idea molto forte accompagnata da una bella scrittura si guarda con molto interesse alle proposte. Lo stesso accade per la divulgazione scientifica: trovare un argomento veramente interessante e un autore esperto che venga dal mondo scientifico (cerchiamo sempre di affidare la divulgazione scientifica a esperti) è difficile. Qui ci troviamo di fronte alla semplificazione dei testi: chi è abituato a fare il divulgatore per adulti non sempre riesce a scrivere in modo comprensibile per i bambini. Queste pubblicazioni richiedono molto lavoro dell’editor, una lunga gestazione per ottenere testi inattaccabili.
La divulgazione scientifica ha un mercato che va dai 10 ai 13 anni, Parole di astronauta, di Ettore Perozzi e Simonetta Di Pippo, è l’ultima uscita della collana di Narrativa scientifica. Se si racconta qualcosa con un contenuto scientifico bisogna scrivere un testo perfetto con una revisione scientifica ineccepibile. Noi controlliamo tutto. Costa tempo e denaro, ma è l’unico modo per fare divulgazione scientifica, diversamente è meglio non farla.

Tra i numerosi autori e illustratori del catalogo Lapis se ne può citare qualcuno in particolare, per il successo conseguito, o anche solo per il legame costruito?
Oltre a Gek Tessaro cito per i piccoli Attilio Cassinelli, attualmente uno degli autori più premiati: ha vinto il Premio Nati per Leggere, il Premio Andersen e quest’anno ha ricevuto una menzione speciale alla carriera alla Fiera di Bologna, riconoscimento internazionale importantissimo. I diritti dei libri di Attilio sono venduti in quasi tutto il mondo e attualmente pubblicati in nove Paesi diversi.  Ha avuto un successo immediato ma si tratta in realtà di un ritorno. Attilio Cassinelli è stato molto famoso negli anni Settanta all’interno di una grandissima casa editrice da cui è uscito, non per sua volontà, e poi dimenticato. Il suo ritorno è stato accolto con grandissimo favore dal pubblico di tutto il mondo e con lui Lapis ha instaurato un rapporto speciale.
Lavoriamo con assidua continuità, sempre per i piccoli, anche con l’irlandese Chris Haughton: è un autore tradotto in tutto il mondo, ha vinto molti premi e ha preso parte a vari festival italiani; ad esempio, nel 2017, al festival Scrittori in città di Cuneo è diventato per puro caso l’illustratore della Biblioteca 0-18, biblioteca per bambini e ragazzi nel centro storico, in fase di ristrutturazione. Oggi chiunque visiti la biblioteca può ammirare le sue illustrazioni sui muri.
Un altro illustratore cui siamo molto legati, perché siamo nati con lui, è il romano Lorenzo Terranera, con il quale abbiamo iniziato con le guide. I suoi libri illustrati Leo, Michelangelo e di prossima uscita Caravaggio, sono scritti da Luisa Mattia, un’altra nostra importante autrice e amica con cui c’è quel rapporto in cui si può parlare dei progetti con scambi di idee e consigli.
Uno dei nostri maggiori successi di questi ultimi anni è Cosa saremo poi, sul bullismo, scritto da Luisa Mattia insieme a Luigi Ballerini, psicanalista dell’età adolescenziale. Questo è un libro nato da una mia idea: erano anni che ogni volta in cui uscivano articoli strazianti sui suicidi degli adolescenti, messi alla berlina sui social, mi dicevo che sarebbe stato bello se qualcuno ne avesse scritto un bel romanzo. Non perché non ci siano storie su questo tema, ma perché bisognerebbe dare uno strumento agli insegnanti, e anche ai genitori, per creare un ponte e poterne parlare. Da due anni ne parlavo con Luisa Mattia fino a quando mi ha detto di aver conosciuto Luigi Ballerini: «Ho pensato che lo potremmo scrivere insieme, questo libro», e così è stato.
Cosa saremo poi è un romanzo che ha avuto grande successo e la cosa molto interessante è stato ciò che ha scatenato durante gli incontri: i ragazzi mostrano un grande interesse per queste tematiche, partecipano attivamente, non vogliono più andare via perché è come se finalmente riuscissero a tirare fuori qualcosa di cui vorrebbero parlare. Sono argomenti che li mettono in crisi, non vivono con serenità il rapporto con questo mondo dove bisogna essere qualcun altro da sé. Da questi incontri sono nate belle esperienze, sono state inviate lettere agli autori, alcune strazianti, che raccontano realtà dure, alcune molto belle. Ti rendi conto che stai lasciando un piccolo segno: gli insegnanti sono entusiasti, sono riusciti a rompere un muro di silenzio e tirar fuori argomenti di cui si vorrebbe parlare ma non sempre si trova lo strumento giusto per farlo.
Il libro è nato in questo modo, dal rapporto quasi fraterno con Luisa Mattia, autrice con cui lavoriamo su tante serie diverse; è un’autrice capace di modulare la voce narrante nel modo giusto, senza sbavature; è inoltre un’autrice televisiva, scrive per quella che era la Melevisione, Albero Azzurro. Chi scrive sceneggiature ha il ritmo cinematografico, riesce sempre a essere molto efficace e a intercettare il target giusto.

Lapis ha chiuso il suo rapporto con Amazon: l’annuncio è stato dato alla vigilia dell’ultima edizione del Bologna Children’s Book Fair accrescendo il numero di quanti stanno facendo un passo indietro di fronte al colosso della distribuzione. Quali sono state le motivazioni della decisione e le reazioni provocate?
La storia è questa: nell’autunno 2017 sono arrivate telefonate dai commerciali Amazon per dirci che, essendo cresciuti sui loro canali, avremmo dovuto riconoscere uno sconto esagerato, per noi insostenibile. Se non avessimo aderito non avrebbero più preso le nostre novità. La stessa richiesta è stata fatta anche a molti altri editori.
Ci abbiamo pensato un po’, poco a dire il vero perché non avevamo molto tempo a disposizione per rispondere. E riflettendo bene, anche per un motivo strategico, abbiamo ritenuto di essere ancora in tempo per dire di no. All’epoca il nostro fatturato su Amazon era in crescita. Abbiamo risposto no e a quel punto siamo stati inondati di rese, è crollato il fatturato di fine anno e il danno all’inizio è stato grosso. Poi la loro fetta di mercato si è spostata sia sugli altri rivenditori online sia sulle librerie indipendenti.
Amazon può acquistare e vendere da intermediari, non necessariamente direttamente dalla casa editrice, quindi pian piano Amazon ha dovuto ricominciare a comprare i libri di Lapis attraverso questo sistema, per loro molto costoso, che non fa guadagnare quasi nulla. Noi non abbiamo ceduto alcun punto percentuale, lentamente Amazon ha ricominciato a vendere i nostri libri e credo che tra non molto tempo ricominceranno a chiederci lo sconto. Questi canali vivono del fatto che vendono tutto: nel momento in cui non hanno tutto a disposizione da vendere perdono senso, perché l’utente passa automaticamente a un altro canale, ad esempio da Amazon a IBS.

Rosaria Punzi

Sarebbe bene, ma questo purtroppo non avverrà, che si diffondesse una maggiore consapevolezza: sia da parte dei blogger che hanno le loro piattaforme su Amazon e, pur sostenendo contenuti “etici”, rimandano la vendita dei loro prodotti su Amazon, sia perché ti rendi conto che l’utente tipo di Amazon è proprio quello che su Amazon non dovrebbe andarci, il trentenne-quarantenne con poco tempo a disposizione ma che si ritiene una persona aperta, democratica, colta, che legge, a parole contraria a tutto ciò che Amazon rappresenta, ma che continua a usarlo e quindi ad arricchirlo.
Il solo fatto che le tasse non vengano pagate nel Paese in cui operano è un’evasione totale. Normalmente se so che quell’attività commerciale evade le tasse in Italia cerco di evitare di arricchirla.
Insomma, è andata così, ma siamo solo un sassolino: in Italia si sono sottratti al meccanismo, oltre a Lapis, solo Babalibri, e/o e Vita e pensiero.

Questa scelta implica una profonda fiducia nei tradizionali canali di distribuzione e promozione. Le librerie, soprattutto quelle indipendenti, diventano il luogo privilegiato dell’incontro tra libro e lettore. Come arrivano i libri Lapis in libreria?
I nostri libri arrivano in libreria attraverso la promozione, che presenta le novità, quindi le prenotazioni e la distribuzione. Per le librerie indipendenti utilizziamo una newsletter che presenta le novità. Non tutte le librerie indipendenti, spesso sono molto piccole e con difficoltà di gestione, riescono ad avere l’informazione, a capire di che cosa tratti il libro e le sue potenzialità.
Chiaramente la libreria indipendente in questo momento in Italia è in grandissima crisi: sarebbe il nostro interlocutore privilegiato, io ho tra l’altro delle partecipazioni anche molto alte in tre librerie in Italia (Giannino Stoppani di Bologna, La libreria dei ragazzi di Torino, Il delfino di Pavia) quindi ne conosco bene le dinamiche e le aiuto molto per quello che posso e ho potuto fare.
Dai dati che abbiamo si evidenzia una continua flessione, sia del nostro mercato in generale, quest’anno per la prima volta in contrazione rispetto a un andamento sempre positivo, sia perché le librerie indipendenti che lavorano anche sulla proposta fanno più fatica: un po’ per l’online, per il costo degli affitti, per tanti meccanismi diventati estremamente faticosi, cui aggiungere tagli ai fondi delle scuole e ai fondi delle biblioteche. O sono molto solide, strutturate, con una vita lunga e clientela affezionata, oppure si trovano sempre più in difficoltà.
Da un lato sì, la libreria indipendente è il nostro riferimento principale ideale, dall’altro a volte si instaura un rapporto veramente complicato anche perché, soprattutto nelle librerie nuove, c’è magari una grande preparazione editoriale ma non sempre supportata da una preparazione gestionale. Magari le librerie indipendenti potessero essere il nostro esclusivo riferimento, ne sarei molto contenta perché per me il rapporto con i librai è fondamentale ed è stato fondamentale in questi anni. Dai librai ho imparato moltissimo, è un mondo complesso ma molto ricco e interessante.

Cosa significa oggi per te l’espressione: stare dalla parte dei bambini?
Stare dalla parte dei bambini vuol dire dimenticarsi le sovrastrutture adulte e arrivare a una sintesi essenziale e a un cuore dei messaggi. Non è sempre facile, ma stare dalla parte dei bambini significa proporre sempre una qualità molto alta. Non si può dare all’infanzia qualcosa di scadente: come al bambino non si propina un omogeneizzato di dubbia qualità lo stesso vale per il cibo dell’anima, del cuore: dobbiamo dare ai bambini qualcosa che vale la pena che stia tra le loro mani.

Come è cambiato e in che modo il modo di raccontare storie in questi anni, di fronte alla rivoluzione digitale incalzante e al sopravvento di una comunicazione sempre più social e sempre meno approfondita?
Per quanto riguarda il libro per bambini questo discorso è vero per alcuni aspetti. Avviene una strana cosa: da un lato la competenza di lettura è scesa, i bambini di sette-otto anni, rispetto a dieci anni fa, per non dire venti o trenta, hanno poca capacità di concentrarsi sulla lettura, reggono poco un romanzo seppur breve. Ora un bambino su cento ha la capacità, a otto anni, di leggere Piccole donne come avveniva anni fa.
Sulla lettura si è tornati indietro anche rispetto ad altri Paesi: quando pubblichiamo libri stranieri, i testi di Germania e Francia, ad esempio, sono molto più lunghi, ricchi e complessi per un’età di riferimento bassa. Il bambino di sette anni ha delle competenze linguistiche diverse, sia perché entra prima a scuola sia perché questi Paesi hanno politiche pubbliche di lettura differenti.
Il problema dei tablet ha delle conseguenze. Tutti i media ce l’hanno dal punto di vista della narrativa. Un classico di trenta-cinquant’anni fa è lento rispetto a oggi: il fatto che prima avveniva ogni quindici pagine oggi deve avvenire dopo due, questo è il ritmo. Ma non è solo un problema di social, vale anche per la televisione e vale anche per il cinema. Il ritmo è cambiato, tendenzialmente il cinema popolare ha stimoli molti veloci: dialoghi, azioni ed è un po’ così nei libri per ragazzi, un esempio su tutti è Harry Potter.

Lapis ha conquistato una posizione di rilievo nel mondo dei libri per ragazzi. Sono poche le case editrici italiane che possono vantare analogo prestigio, frutto di anni di passione e dedizione. Quali sono gli ingredienti di questa felice esperienza?
Credo che sia il binomio accessibilità e qualità, da tutti i punti di vista: confezione, attenzione alla grafica, qualità dell’immagine. Contenuti validi, comunicare bei temi, aprire degli squarci, provocare emozioni, empatia, commozione, sano umorismo, comunque smuovere qualcosa.

Com’è lo sguardo al futuro di Lapis e possiamo avere qualche anticipazione sulle prossime novità editoriali, fino al 2020?
Alcuni illustrati di autori importanti: un nuovo titolo di Chris Haughton che dovrebbe uscire in autunno, uno di Philip Giordano, anch’egli Premio Andersen; un titolo di Gek Tessaro e uno di Attilio.

Per quanto riguarda la narrativa, il seguito di Cosa saremo poi, degli stessi autori: questa volta dal punto di vista del bullo, del cattivo, esigenza emersa dagli incontri con ragazzi che si chiedono come finisca la storia e che fine faccia il bullo, alla fine del primo libro, vittima dei social.
A novembre diventerà albo illustrato la canzone Abbi cura di me di Simone Cristicchi, un testo molto amato dalle scuole su cui in molti hanno lavorato.

Che cosa c’è da leggere in questo momento sul tuo comodino
Il classico Marygold della canadese Lucy Maud Montgomery, chiedendomi se ancora regge a distanza di decenni, e un libro per adulti di Patrizia Rinaldi.

 

Otto anni nei boschi narrativi #1 Ade Zeno

In attesa di sfogliare il “quaderno” che stiamo realizzando per raccogliere le nostre interviste più belle, in otto anni di letture e passeggiate con editori e autori indipendenti, ecco qualche assaggio.

Titolo?
Otto anni di editoria indipendente. Le interviste di Via dei Serpenti
Editore?
Via dei Serpenti
Uscita?
Settembre 2019

Ade Zeno

Ade Zeno, scrittore torinese, ha esordito nel 2009 con il romanzo Argomenti per l’inferno per No Reply. Nel gennaio 2020 uscirà per Bollati Boringhieri il suo nuovo romanzo, L’incanto del pesce luna.
La sua prima intervista a Via dei Serpenti è dell’ottobre 2017.
Qui uno stralcio della nuova, aprile 2019.

Perché scrivere sotto pseudonimo
Diciamo che ho sempre avuto il sospetto di non esistere, o più esattamente di non esistere ancora. Dal dubitare di esistere all’inventare mondi possibili usando uno pseudonimo il passo è breve, se non altro per coerenza.

Il ruolo tra editor e scrittore
Il primo a seguire i miei lavori, quando ero ancora un pischello alla ricerca della propria voce, è stato Raul Montanari. Raul è stato il primo a degnarmi di attenzione dedicandomi tempo e pazienza, una ventata di ossigeno. Conservo ancora alcuni vecchi dattiloscritti pieni di sue annotazioni, punti esclamativi, parolacce. Trovare un maestro del suo calibro che ti segue all’inizio del percorso è un privilegio concesso a pochi, gli devo eterna riconoscenza, anche perché si occupò di me sapendo bene che, gratitudine a parte, non avrebbe ottenuto nulla in cambio.
La collaborazione con Leonardo Luccone è un discorso più complesso perché da un paio d’anni, oltre a essere il mio primo lettore, è anche il mio agente. Mi fido totalmente del suo sguardo e della sua professionalità.

I temi salienti del discorso narrativo
Ho alcune passioni e molte ossessioni. Inutile dire che ad animare il mio immaginario narrativo sono soprattutto le ultime. In genere i temi su cui mi arrovello morbosamente sono sempre gli stessi: morte, menomazione fisica, oblio, attrazione verso tutto ciò che è mostruoso. Roba allegra, insomma.

Progetti futuri
Il passato appartiene ai morti, il futuro è dei posteri. Verso questi ultimi nutro una strana forma di ansiosa nostalgia. Sul presente non ho molte cose da dire, a parte il fatto che nel complesso mi ha sempre fatto orrore. Mi sto anche dedicando alla drammaturgia, un antico amore messo da parte per troppo tempo. Scrivere dialoghi e didascalie mi fa stare bene, vai a capire perché. Il testo è pronto, un regista bravissimo ci sta già lavorando, probabilmente andrà in scena il prossimo anno. Si intitola Le ultime ore dell’umanità.

L’incanto del pesce luna
Solo Andrea Bajani lo ha voluto fin da subito per la collana che sta curando, e penso che un editore come Bollati Boringhieri sia perfetto per un libro del genere.

Ade Zeno è nato a Torino nel 1979. Ha esordito nel 2009 con il romanzo Argomenti per l’inferno per No Reply, finalista al Premio Tondelli. Ha anche scritto e diretto alcuni cortometraggi premiati in molti festival e un radiodramma, L’attimo più breve, andato in onda su Rai Radio3 nel 2012 in diretta dal Teatro Filodrammatici di Milano. Nel 2010 ha fondato, insieme al collettivo Sparajurij, la rivista letteraria internazionale Atti impuri. Il suo ultimo libro, L’angelo esposto, è uscito per Il Maestrale nel 2015. Da anni lavora come cerimoniere presso il Tempio Crematorio di Torino. Pronto per la pubblicazione il suo nuovo romanzo, L’incanto del pesce luna. È rappresentato da Oblique di Leonardo Luccone.

Cliquot, alla ricerca dell’opera perduta – Intervista a Federico Cenci

di Emanuela D’Alessio

Cliquot è una giovane e indipendente casa editrice romana, nata nel 2014 con un chiaro progetto: riscoprire le belle opere del passato dimenticate. Letteratura popolare di genere, manualistica di scacchi, e-book e libro cartaceo, cura editoriale e tipografica, attenzione alla forma e all’aspetto sensoriale, sono alcune parole chiave di Cliquot, che prende il nome da un mangiatore di spade di fine Ottocento.
Federico Cenci, fondatore e direttore editoriale della casa editrice, ci ha fornito altri interessanti dettagli.

 

Cliquot non pubblica autori emergenti o esordienti. Cliquot non pone confini culturali, geografici e temporali alla sua linea editoriale. Cliquot non pubblica (meglio dire, pubblicava) su carta. Cliquot non si affida ad alcun distributore. L’elenco di quello che non fa Cliquot si ferma qui? E puoi anche elencare ciò che fa la casa editrice?
Sì, tutto corretto. In realtà non abbiamo messo troppi paletti a priori su ciò che facciamo o non facciamo, e la casa editrice è in continua crescita, per cui non è detto che i limiti che ci siamo dati oggi ce li daremo anche domani. Sul progetto fondante, tuttavia, siamo molto chiari e decisi: quello che vogliamo fare è riscoprire belle opere del passato dimenticate.
L’idea è mostrare come esistano opere letterarie del Novecento importanti, godibilissime e attuali ma del tutto trascurate dall’editoria e dalla cultura italiana; da un punto di vista culturale, quindi, ci proponiamo di contribuire a rimettere in discussione scale di valori fossilizzate, al fine di rendere giustizia alla ricchezza del panorama letterario italiano e internazionale. Perché forse sarà difficile crederlo, ma esistono centinaia di libri che – molto più di tanta spazzatura nuova pubblicata oggi – meriterebbero di essere riscoperti e rivalutati.
Faccio soltanto un esempio che mi sta particolarmente a cuore: le scrittrici italiane importanti della seconda metà del Novecento. Quante sono? A parte le canonizzate (per esempio Morante, Ortese, De Céspedes), di tutte le altre si è praticamente persa memoria, eppure molte scrivevano meglio dei loro colleghi uomini ben più famosi! Ecco, questo è uno dei tanti campi di ricerca di Cliquot.

Chevalier Cliquot

La casa editrice ha il nome di Chevalier Cliquot, un mangiatore di spade che si esibiva nei circhi e nei teatri verso la fine dell’Ottocento, famoso per esibizioni molto audaci che lo mettevano in pericolo di vita ogni giorno. Chi sono e cosa fanno i mangiatori di spade di Cliquot edizioni che “mettono a rischio la vita” per offrire un po’ di magia al lettore?
Quando ci siamo imbattuti per caso nella figura di Chevalier Cliquot abbiamo capito subito che sarebbe stato lui a farci da mascotte. Fortunatamente non siamo noi editori a “rischiare la vita” in prima persona come Chevalier, ma è la nostra piccola casa editrice da poco sul mercato che, come un mangiatore di spade in azione, deve stare attenta a ogni minimo movimento che fa. L’editoria è un settore duro.
Alla fondazione (nel 2014, con i primi titoli usciti nel 2015) Cliquot era composta dal sottoscritto, Alessia Ciuffreda e Lorenza Starace. Poi le mie colleghe hanno deciso di intraprendere differenti percorsi e al loro posto sono entrati in pianta stabile gli altri tre membri attuali e definitivi della squadra: Cristina Barone, Roberta Rega e Paolo Guazzo.
Io mi occupo soprattutto di direzione editoriale e redazione, Roberta di redazione, ufficio commerciale e amministrazione, Cristina di grafica e impaginazione, Paolo di ufficio stampa e social. Questi sono i ruoli generali; poi, naturalmente, come in ogni piccola casa editrice tutti devono essere in grado di fare tutto, quando serve.

Non posso evitare di chiedere come e quando sia scattata la scintilla fondativa, e di ricordare che tutto abbia avuto a che fare anche con un corso per redattori editoriali di Oblique.
Tutti quanti i soci, i precedenti e gli attuali, si sono fatti la loro buona gavetta nel mondo dell’editoria prima di approdare a Cliquot. Io, per esempio, ero (e in parte sono rimasto) traduttore freelance e avevo incarichi da diverse case editrici anche importanti come Mondadori. Tuttavia la decisione è nata proprio durante il Corso principe per redattori editoriali promosso da Oblique Studio di Roma che io e le socie fondatrici abbiamo frequentato alla fine nel 2013. È stata un’esperienza molto importante che ci ha permesso, da un lato, di imparare tante cose pratiche del mondo editoriale e, dall’altro, di capire che avevamo tutte le carte in regola per metterci in gioco in questo settore. Anche i miei soci attuali sono reduci di edizioni successive del Corso principe: infatti man mano che avevo bisogno di nuovi collaboratori, sono andato sempre ad attingere alla fucina di Oblique, consapevole dell’altissima qualità della preparazione degli allievi.

Tra le parole chiave di Cliquot mi pare ci sia “pochi ma buoni”, riferendosi al numero di titoli annui. Perché pochi e quanti sono, in effetti, i libri pubblicati in un anno?
Attualmente pubblichiamo quattro-cinque titoli l’anno, ovvero uno ogni tre mesi circa. Ci vuole tanto tempo a lavorare bene un libro, dallo scouting, alla redazione, alla promozione. Contiamo di aumentare gradualmente nei prossimi anni, man mano che la casa editrice cresce e si struttura, ma siamo persuasi che non sia opportuno lavorare più di dieci-dodici titoli in un anno.
C’è un problema che affligge l’editoria da tempo ed è quello della sovrapproduzione. Escono in totale decine di titoli nuovi ogni settimana, e le librerie (che, per quanto grandi, hanno un’estensione finita) sono costrette a rimandare agli editori tutti gli invenduti usciti da poche settimane per fare spazio alle novità. Soltanto i libri che diventano istantanei best seller rimangono in esposizione più a lungo di due o tre mesi.
Senza entrare nel complesso problema della filiera, è evidente che, in un mercato del genere, un piccolo editore che adotta la stessa strategia dei colossi (far uscire tante novità nella speranza di indovinare il best seller) non può resistere a lungo, a meno di colpi di fortuna clamorosi. È necessario attuare strategie adatte alle dimensioni dell’impresa: mantenersi fuori dal meccanismo della grande distribuzione che fomenta il circolo vizioso della sovrapproduzione; mantenere rapporti diretti con i librai affinché possano conoscere bene il catalogo e promuovere con cognizione di causa i titoli; costruire un catalogo solido di classici sempreverdi (in questo senso, con il nostro progetto editoriale di riscoperta partiamo avvantaggiati) affinché la libreria mantenga in esposizione anche le vecchie uscite e non soltanto le novità; e, infine, seguire l’indubitabile principio che se un editore pubblica pochissimi titoli all’anno è perché in quei titoli ci crede e c’è la probabilità che siano in effetti di valore, mentre quando un editore “spara nel mucchio” pubblicando troppo, la qualità media dei contenuti (e della lavorazione) non può che risentirne.
Insomma, l’idea è quella di avere pochi titoli ma ben selezionati, ben lavorati, ben promossi e che le librerie siano felici di avere a disposizione per la loro clientela anche a distanza di molto tempo dall’uscita.

Di parole chiave ce ne sono però molte altre, ma lascio a te elencarle e ampliarle.
Entrando a discutere di contenuti, la prima parola chiave che mi viene in mente è “fantastico”. Cliquot ha mostrato fin da subito una predilezione per la letteratura popolare di genere, in particolare nei generi fantastico, fantascientifico e orrore. Questo è dovuto in parte, ovviamente, alle preferenze di lettura di noi soci, in parte al fatto che nel Novecento si è sempre avuta quella distinzione aprioristica e ingiusta fra letteratura “alta” e “bassa”, per cui oggi è particolarmente facile trovare opere di genere di alto valore da riscoprire perché all’epoca della loro prima uscita non avevano ricevuto la giusta attenzione.
Abbiamo due collane dedicate alla narrativa di genere:  Generi, soltanto in e-book, con i titoli più particolari e di nicchia; Fantastica,  cartacea con titoli più universali. Abbiamo poi Biblioteca, la nostra collana ammiraglia, quella dal gusto più letterario: qui non facciamo distinzione fra letteratura di genere o no (perché alla fin fine le etichette non ci piacciono), e accostiamo capolavori della letteratura americana come Riso nero di Sherwood Anderson a opere del terrore come La cosa marrone chiaro di Fritz Leiber, per finire con romanzi mainstream ma dal taglio surreale come Il re ne comanda una di Stelio Mattioni.

Un’altra parola chiave, sempre per quanto riguarda i contenuti, è “scacchi”. Abbiamo infatti una collana dedicata alla manualistica di scacchi (qui sono io il colpevole: la passione per il nobil giuoco in casa editrice è mia). Anche in questo caso, naturalmente, si tratta di riscoperte di capolavori del passato dimenticati in Italia.

Il mercato dell’e-book sembra essersi fermato in Italia al 5% dell’intero settore editoriale, la temuta rivoluzione digitale che avrebbe dovuto portare il libro cartaceo direttamente al macero non è mai scoppiata. Ma nel 2015 hai iniziato il “viaggio” prendendo un treno esclusivamente digitale. Puoi spiegare i motivi della scelta?
Sì, siamo nati come casa editrice digitale e per il primo anno abbiamo pubblicato soltanto e-book (anche se avevamo fin dall’inizio l’idea che con il cartaceo avremmo almeno sperimentato un titolo). Intanto avevamo un’idea: volevamo che i nostri libri si diffondessero e venissero letti il più possibile, e pensavamo che il digitale fosse il mezzo che ci consentisse di essere presenti subito e dappertutto (almeno dal punto di vista virtuale), e all’epoca c’era ancora chi sosteneva che l’era del digitale sarebbe finalmente decollata. Inoltre c’era una componente pratica: non eravamo ancora pronti a dedicare le nostre forze completamente alla casa editrice, e Cliquot è stato all’inizio il nostro secondo lavoro, quello che si sceglie per passione e a cui si dedica ogni singola ora del proprio tempo libero senza aspettarsi nulla in cambio.

Dopo un anno, però, è arrivata (o tornata) la carta. Come è stato risolto il rapporto tra digitale e libro cartaceo?
Dopo un anno e meno di una decina di e-book pubblicati, ci siamo resi conto in modo inequivocabile che una casa editrice non può reggersi in piedi soltanto con gli e-book. Abbiamo allora capito che era arrivato il momento dell’esperimento di cui parlavamo da tanto tempo: pubblicare in cartaceo il Pinocchio di Sandro Dossi e Alberico Motta, una simpatica versione a fumetti del personaggio collodiano. Abbiamo dunque lanciato un crowdfunding per racimolare i soldi necessari per la stampa e in appena tre mesi abbiamo raccolto cinquemila euro. Un risultato talmente eccellente che non solo ci ha permesso di stampare il libro, ma ci ha dato anche la spinta emotiva per il grande e definitivo passo verso il cartaceo.
Al di là del risultato immediato, infatti, l’esperimento ci ha fatto capire che il titolo stampato circola molto meglio e molto più facilmente dell’e-book e di conseguenza si parla di più del testo pubblicato e si parla di più della casa editrice. Certo, l’editore deve iniziare a sobbarcarsi un sacco di oneri che prima non aveva (spese di stampa, magazzino, distribuzione, resi, ecc.) ma quello che cambia è che piano piano l’editore (che può mostrare i libri fisici, può finalmente fare presentazioni, fiere ecc.) inizia a essere percepito come una presenza concreta nel panorama editoriale. È brutto dirlo ma, per una casa editrice, rimanere confinata al solo digitale è come non esistere.

E possiamo anche aggiungere che il libro cartaceo consente di soddisfare quei requisiti di elevata qualità ritenuti prioritari. La cura editoriale e tipografica, l’attenzione alla forma e all’aspetto sensoriale, caratterizzano i libri Cliquot. Con il digitale tutto questo non è possibile, o sbaglio?
Proprio perché venivamo dal digitale, dall’etereo, dall’astratto, quando siamo passati al cartaceo ci siamo sentiti gravare della responsabilità di portare su questo pianeta altri oggetti materiali, dato che il mondo è già invaso da cose brutte e inutili e da immondizia di ogni tipo, e la filosofia è stata dunque fin da subito quella di proporre volumi di altissima cura grafica, editoriale e tipografica, con materiali pregiati e una grande attenzione alla forma e all’aspetto sensoriale.
In realtà, anche con il digitale ci distinguevamo (e ci distinguiamo ancora) per la qualità tecnica dei nostri prodotti, ma è chiaro che è più difficile, per il lettore comune, percepire i pregi di un file. E comunque non c’è nulla come un buon libro di carta che sia anche bello da vedere e piacevole da sfogliare.

Cliquot va in cerca di opere perdute, fuori dai cataloghi e dimenticate, di autori scomparsi dalla memoria o mai emersi dall’anonimato. Come avviene una ricerca di questo tipo, per la quale Internet (almeno per una volta) si rivela inefficace?
Questa è la parte più divertente ma anche la più faticosa. Ci si deve sporcare le mani. Noi soci passiamo quasi più tempo in biblioteca che in redazione (e per fortuna siamo vicini alla Nazionale di Roma). Sfogliamo le schede dei vecchi libri, consultiamo saggi o vecchie recensioni, e da una ricerca spesso ne parte un’altra, e poi un’altra e così via. Analizziamo nel dettaglio i cataloghi storici di tutti gli editori del passato, chiediamo un sacco di libri in lettura in biblioteca e ne compriamo altrettanti alle bancarelle, dai librai antiquari o online da ogni parte del mondo (spesso per scoprire dopo poche righe che il libro non fa per noi!) e leggiamo, leggiamo, leggiamo. Il bello è che oramai ci siamo fatti così tanti amici e clienti fra studiosi e collezionisti di libri che di continuo ci arrivano segnalazioni. E spesso sono suggerimenti molto interessanti.

Cliquot utilizza anche il crowfunding per realizzare i propri libri. Una forma di trasferimento dei costi su base volontaria. Insomma – ma la mia ovviamente è una provocazione – perché si dovrebbero scaricare i costi del rischio di impresa (anche se stiamo parlando di libri e cultura) su chi in fondo non ha scelto di fare l’editore?
Per Pinocchio si era trattato in effetti di un vero crowdfunding: ancora non avevamo investito al cento percento il nostro tempo e le nostre risorse economiche sul progetto Cliquot e ci eravamo affidati al successo della campagna; se non avessimo raggiunto il budget prestabilito, il libro non si sarebbe fatto, e probabilmente non staremmo qui a parlare di Cliquot oggi.
Dal 2016 in poi abbiamo invece programmato una raccolta fondi all’anno per il titolo della collana Fantastica (e non, dunque, per ogni libro di Cliquot pubblicato, ma solo per un titolo all’anno). Inoltre, quello che facciamo per la collana Fantastica non è un vero crowdfunding, perché il libro viene mandato in stampa in ogni caso, anche se la raccolta arriva a pochi spiccioli e non copre neanche lontanamente i costi da sostenere. Si tratta, in sostanza, di un preordine in grande stile più che di un crowdfunding.
Perché dunque lo facciamo? Certamente una ragione è ammortizzare i costi iniziali. La collana Fantastica viene pubblicata in doppia versione: Classica brossurata e Deluxe cartonata a tiratura limitata e numerata, con preziosissimi accorgimenti tipografici. Il progetto è ambizioso e per mantenere i nostri standard di qualità la spesa è di diverse migliaia di euro, che ovviamente pesano non poco sul bilancio della nostra piccola azienda.
Ma un’altra ragione riguarda una precisa strategia aziendale, un modello di business diverso da quello dell’editoria tradizionale che punta soltanto alla vendita del prodotto. Il crowdfunding è infatti uno dei vari mezzi che impieghiamo per instaurare un rapporto più diretto fra editore e lettore (e anche collezionista, in questo caso). Quello che ci proponiamo è rendere partecipe il lettore di un’esperienza che va oltre la semplice fruizione del libro, ma sia un coinvolgimento più pieno e totalizzante. Questo lo otteniamo, per esempio, chiedendo pareri su alcune scelte redazionali, ringraziando il contributore con il suo nome stampato nel libro, creando una comunità di fedelissimi che possono godere di ricompense esclusive (come gadget prodotti artigianalmente in tiratura limitatissima) e così via.
Detto questo, non ci trovo nulla di male nel crowdfunding come strumento aziendale, anche se viene fatto nella sua forma più autentica con l’obbligo di raggiungere il budget. E questo perché un’azienda seria (un’azienda, cioè, che non basa la sua campagna di raccolta fondi sugli acquisti degli amici e dei parenti, ma imposta un lavoro coscienzioso di marketing e promozione) non ha il potere magico di costringere le persone all’acquisto: deve aver lavorato bene già da tempo, nella costruzione di un’identità, di una credibilità e di un’affidabilità al di là di ogni dubbio affinché il crowdfunding funzioni. E, per di più, i rischi nel mettere in piedi un crowdfunding sono molto più alti dei potenziali benefici di “scaricare il rischio d’impresa”, intanto perché se il budget non viene raggiunto il libro non si fa, e se il libro non si fa l’editore non va avanti con il suo catalogo, e poi perché la non riuscita di una campagna porta con sé dei rischi di caduta d’immagine che potrebbero avere risvolti molto pericolosi.

Puoi provare a ripercorrere i primi quattro anni di Cliquot attraverso i titoli più significativi, e non solo in termini di vendite?
Per il 2015 scelgo inevitabilmente La cosa marrone chiaro e altre storie dell’orrore (collana Biblioteca), il nostro primissimo titolo inizialmente uscito soltanto in e-book e poi stampato nel 2017. Si tratta di una raccolta di racconti, finora inediti in Italia, di un grande maestro americano del fantastico allievo di Lovecraft. Questo libro è l’esempio di quello che possono e devono fare di diverso i piccoli editori rispetto ai grandi marchi: non esiste una versione americana preconfezionata di questa raccolta, ma l’abbiamo messa insieme noi, selezionando a uno a uno i racconti più importanti e significativi di Leiber usciti nelle riviste che non erano mai stati raccolti in volume, neppure in America (e per questo erano sfuggiti ai radar dei grandi editori).
Per il 2016 scelgo Il buon senso negli scacchi (collana Ajeeb), la trascrizione di dodici lezioni di scacchi che l’allora campione del mondo Emanuel Lasker tenne di fronte a un pubblico di scacchisti londinesi nel 1896. Anche a questo libro siamo particolarmente affezionati, anzitutto perché abbiamo creato una grafica di copertina di cui andiamo molto fieri (tutto frutto di lunghi brainstorming e notti insonni in redazione), e poi perché questo libro era un po’ un pericoloso salto nel vuoto, visto che non sapevamo come sarebbero stati recepiti i libri di scacchi nelle librerie di varia. Per fortuna l’accoglienza è stata molto buona.
Ancora più preoccupati eravamo nel 2017 quando ci siamo imbarcati nel progetto Gli esploratori dell’infinito (collana Fantastica), una favola fantasy del 1906 firmata da Yambo, nome d’arte del pisano Enrico Novelli. Anche questo libro era un pericoloso esperimento (in effetti tutti noi consideriamo Cliquot una sorta di laboratorio di sperimentazione), perché le settanta bellissime illustrazioni a colori che il libro contiene non soltanto facevano lievitare enormemente i costi di stampa, ma ci costringevano pure a stabilire un prezzo di copertina che avrebbe potuto tagliare fuori una fetta di clientela. Anche in questo caso, però, ne siamo usciti vincitori, e Gli esploratori è a oggi il nostro best seller.
Per il 2018 la scelta non può non cadere che su Gomòria (collana Fantastica), romanzo tardo decadente che ricorda Huysmans e Wilde, scritto – e magnificamente illustrato – da uno scrittore che si firma Carlo H. De’ Medici, su cui aleggia un fitto mistero fatto di magia ed esoterismo.
Il 2019, infine, è l’anno di Il re ne comanda una (collana Biblioteca), romanzo d’esordio del triestino Stelio Mattioni, pubblicato per la prima volta da Adelphi nel 1968. Questo è senz’altro il titolo più importante, da un punto di vista squisitamente letterario, che abbiamo pubblicato finora. Non è un libro fantastico in senso stretto, ma Mattioni ha uno stile di scrittura talmente bizzarro da trasformare eventi ordinari in episodi grotteschi e surreali, trascinando il lettore in un mondo tutto particolare che sembra quello delle favole. Un libro unico davvero!

Come vedi il futuro di Cliquot e puoi anticipare alcune delle prossime uscite fino al 2020?
A ottobre pubblicheremo, per la collana Biblioteca, il semisconosciuto romanzo Le gaffeur – titolo originale – del francese Jean Malaquais. È un romanzo distopico molto suggestivo, che ricorda da vicino le atmosfere di 1984 (ed è stato scritto pochi anni dopo il capolavoro di Orwell), nonché certa narrativa fantastica francese come L’occhio del purgatorio di Spitz. In Francia è stato scoperto e ripubblicato da pochissimo e sta già avendo ottime recensioni.
A dicembre, per Più Libri Più Liberi, uscirà per la collana Fantastica I topi del cimitero, una raccolta di racconti illustrata di Carlo H. De’ Medici: visto il gradimento di Gomòria, abbiamo pensato di proseguire con la riscoperta di questo oscuro autore gotico. Ovviamente, per questo libro faremo, da settembre a ottobre, un crowdfunding dove proporremo anche gadget a tiratura limitata.

Che cosa c’è da leggere in questo momento sui comodini di Cliquot?
Gran parte delle letture, come accennavo prima, sono scouting di lavoro, e su queste vige l’assoluto segreto. Per mio piacere, al momento ho sul comodino Magia nera di Loredana Lipperini (Bompiani), che mi affascina per il connubio fra temi tenebrosi e la solare sensibilità della scrittrice, e Appuntamento a Trieste di Giorgio Scerbanenco (La nave di Teseo), perché qualunque cosa esce di Scerbanenco la compro e la leggo subito. Per l’appunto sono due libri di grandi editori, ma giuro che leggo anche gli editori piccoli e indipendenti. Mi piacciono molto, fra gli altri, Atlantide, Racconti edizioni, Wojtek e D Editore.

RACCONTI ITALIANI #4#5 – Intervista a Luca Romiti, una voce alla ricerca di sé

RACCONTI ITALIANI – rubrica dedicata al racconto italiano contemporaneo

di Emanuela D’Alessio

Luca Romiti, romano di ventinove anni, quando ne aveva quattordici ha subìto un trauma leggendo  Samuel Beckett, dal quale non si è ancora ripreso. Ha iniziato a scrivere per necessità, poi per passione. Con la sua “voce”  fuori dal coro ha vinto le ultime due edizioni di 8×8, il concorso letterario dove si sente la voce (appunto). La sua scrittura arriva da poche ma insistenti letture, come Beckett o Berto.  Ora sta provando a adattare la forma racconto a un romanzo. Aspettiamo di leggere come è andata.

I suoi racconti Bologna è un enorme posacenere e Quasi si potesse

Sei nato a Roma e vivi a Roma, hai fatto il liceo scientifico e ti sei laureato in Lettere moderne  Puoi aggiungere qualche altro dettaglio a questa stringata presentazione?
Ho fatto la triennale e La Sapienza e subito dopo la laurea ho frequentato il corso principe per redattori editoriali di Oblique studio; poi mi sono trasferito qualche mese a Milano per uno stage nella casa editrice Indiana editore. Da Milano sono andato a Bologna per la magistrale e da Bologna a Torino per il biennio della Scuola Holden. Da un anno sono tornato a Roma.

Sei forse l’unico (a mia memoria) che ha vinto per due volte di seguito (quest’anno e nel 2018) il concorso letterario 8×8 ideato da Oblique. Complimenti, mi viene da dire, ma anche, perché tornare sul “luogo del delitto”?
Quest’anno ho scritto un racconto con uno stile particolare, molto diverso da quello scorso, e volevo metterlo alla prova. Avevo appena finito di leggere La cosa buffa di Giuseppe Berto e la sua voce mi aveva colpito molto. Allora ho scritto quel racconto, che per lo stile e in effetti anche per quel poco di storia che c’è è molto ispirato da quella lettura. Qualche giorno dopo è uscito il bando del concorso e l’ho inviato senza pensarci troppo. 8×8 è un bel concorso: ti permette di essere letto dagli addetti ai lavori e di entrarci in contatto, anche tramite l’editing; ricevi critiche e apprezzamenti che possono essere utili a dare una direzione a quello che scrivi. Insomma, è un modo per crescere, per farsi leggere e conoscere. E poi, ovviamente, per essere l’unico a vincerlo due volte.

La tua scrittura è una conseguenza di cosa: vocazione, necessità, casualità?
Ho cominciato a scrivere quando ho iniziato il liceo, ero abbastanza sfigato e quindi ho aperto un blog. Se me l’avessi chiesto allora avrei detto necessità: quella cosa per cui scrivere è l’unico modo per esprimere qualcosa che non riesci a tirare fuori in un altro modo. Scrivevo molto male. Questa fase è durata forse un po’ troppo, più o meno fino a ventitré anni. Poi, per fortuna, ho cambiato approccio. Direi che è conseguenza di una passione; per che cosa, di preciso, non lo so. Per la lingua, forse. Per un modo specifico di vedere le cose.

Samuel Beckett

Beckett diceva che «forse solo l’artista può finire per vedere (e, se si vuole, far vedere ad alcuni per i quali egli esiste) la monotona centralità di ciò che ciascuno vuole, pensa, fa e soffre; di ciò che ciascuno è». E questo focolaio lo chiama bisogno. Subito dopo dice che è il bisogno di avere questo bisogno a fare l’arte. Beckett era fissato con ciò che ciascuno è; ma penso che scrivere possa darti delle buone coordinate per capirlo (e, se si vuole, farlo capire ad alcuni). È quello che diceva Rezzori, che scriveva «per conoscere i segreti dell’io che non può mai andare perduto nonostante tutti i cambiamenti che attraversa nel corso della vita». Quello che scrivevo al liceo è davvero brutto e mi vergognerei a leggerlo al mio gatto; ma posso riconoscerci dei tratti di quella persona che diceva “io” a quattordici, quindici, ventitré anni.

Mentre leggevo Bologna è un grande posacenere mi è venuto in mente Thomas Bernhard. Senza alcuna velleità di trovare i tuoi modelli letterari, vorrei solo evidenziare come la tua “voce” sia risultata immediatamente fuori dal coro, distante dai canoni stilistici più tradizionali. Puoi provare a spiegare come si è formata?
Nel caso di questo racconto la voce è derivata, come ti dicevo, dalla lettura di Berto – da La cosa buffa più che da Il male oscuro. Lo stile dei due romanzi è molto simile ma forse nel Male oscuro è ancora più estremo; ne La cosa buffa, anche per l’uso della terza persona, è più controllato e dà un po’ più di respiro al lettore.  È un tipo di voce che mi interessa, ansiosa di parlare ma allo stesso tempo molto preoccupata di essere compresa. Scrivere con quella voce è anche un ottimo esercizio: mette in evidenza tutti i tic linguistici, le scelte “facili”; la quasi totale assenza di punteggiatura impone un controllo su tutta la struttura della frase. In generale direi che si è formata con le letture, poche ma piuttosto insistenti.

Eudora Welty diceva che nel racconto non importa la fine ma come ci si arriva. I tuoi racconti, essenziali ma ricchi di dettagli, soddisfano in pieno questa caratteristica. In 8000 battute sei riuscito a raccontare un mondo intero, lasciando comunque libero il lettore di interpretare e concludere. È un risultato straordinario di cui sei consapevole?
Non la conosco, ma sono d’accordo con Eudora. Il finale, e la storia in generale, non mi interessa molto, né in quello che leggo né in quello che scrivo (e questo, soprattutto nell’ottica di un romanzo, è un problema abbastanza grosso). Qualcun’altro diceva che il racconto è un pezzo di storia a cui manca il prima e il dopo. In genere ho in mente un’immagine, piccola, precisa e banale (un pranzo dalla nonna; due fratelli che cercano insetti; un ragazzo che lascia una ragazza dicendole “ti amo”) e comincio a scriverci intorno. Poi, se è un buon racconto, non parlerà solo di quello. Non sono consapevole di come ci arrivo e spesso mi capita di arrivarci senza rendermene conto. Però credo di essere bravo a capire se, alla fine, ci sono riuscito oppure no.

La forma racconto è in genere quella prescelta per mettersi alla prova e farsi conoscere. C’è chi, a torto, considera il racconto una forma di scrittura meno impegnativa del romanzo, più semplice da gestire. Nel tuo caso il racconto sembra essere la naturale conseguenza di una vocazione. Pensi di poterla “adattare” a un futuro romanzo?
Ci sto provando. Il progetto a cui sto lavorando adesso potrebbe essere una specie di adattamento di quella forma al romanzo, come già ce ne sono state tante (penso a Felici i felici o a Tutto quello che non ricordo). Il mio problema però rimane la storia: quel prima e dopo che nei racconti non compare ma che in un romanzo è necessario.

Prima di scrivere si deve (o dovrebbe) leggere. Hai citato tre libri che hanno aggiunto qualcosa di importante nella tua vita. Puoi spiegarci che cosa? Quali sono stati e sono i tuoi percorsi di lettore?
Nella mia famiglia leggeva solo mio padre, e leggeva solo classici. Io ho cominciato alle medie, prendendo libri a caso dalla libreria. Quasi sempre mi imbattevo in libri non proprio adatti. A dodici anni, per esempio, ho pescato Frammenti di un discorso amoroso. Trauma. Pensavo che i libri fossero una cosa esclusivamente da grandi e quindi volevo leggerli; ma non li capivo. Poi, finalmente, sono incappato nella saga dei Malaussène. Ma è stato un caso. Ho ricominciato a pescare a caso e all’inizio del liceo ho letto Watt di Beckett. Altro trauma, ancora non superato. Penso sia da lui che derivi l’ossessione per la lingua. Leggo poco, comunque. Ritorno spesso ai libri che conosco, mi piace rileggere piuttosto che leggere. Ho conservato un approccio infantile: prendo un libro, lo comincio, mi stanca subito, lo abbandono, ne comincio un altro e così via. Poi torno a quello che conosco.
Riguardo ai libri che ho citato: Casa d’altri è un racconto lungo, la  cui storia sta dentro una parentesi (un prete viene mandato in un paesino sperduto sull’Appennino e forse si innamora di una vecchia); ma la lingua è ipnotica, sembra una cantilena. Ci puoi leggere frasi come «Me ne venivo giù dalle torbe di monte. Né contento né triste: così.», oppure «Era vero, e così respirai». Il Tristram è forse il libro più divertente che ho letto; uno dei primi che ha giocato con la struttura del romanzo. Le storie mi interessano poco: mi piacciono i libri che si distinguono per la voce, che continuano a parlarti e a suggerirti un modo di vedere le cose.

Qual è la tua libreria ideale e ti è capitato di entrarci almeno una volta?
Non saprei dirti com’è fatta. A dire il vero, in libreria, non ci vado quasi mai. Continuo a rubare i libri da quella di mio padre, quando mi capita di andare a casa sua. Oppure li compro usati (in via Silla, a Roma, c’è una libraia sommersa dai libri: è incredibile, ma sa dove trovare ogni libro che le chiedi). C’è una libreria in cui passo sempre quando capito a Bologna, ma solo perché è a fianco al bar.

Che cosa c’è da leggere in questo momento sul tuo comodino?
I libri sul comodino sono la conseguenza di quell’approccio infantile (e del mio disordine). Alcuni sono lì da chissà quanto e non li ho neanche aperti; alcuni li tengo come amuleti, altri non so come ci siano arrivati. Ora sono questi: Nemico, amico, amante… di Alice Munro; Gli scrittori inutili di Ermanno Cavazzoni; Vizio di forma di Thomas Pynchon; Renuntio vobis di Sergio Claudio Perroni; La cosa buffa di Giuseppe Berto; Sillabari di Goffredo Parise; Watt di Samuel Beckett; Il pataffio di Luigi Malerba.

*Luca Romiti è nato a Roma nel 1990. Si è laureato in Lettere moderne a Roma e dopo una breve incursione nella piccola editoria a Milano ha concluso gli studi a Bologna. I suoi racconti  Quasi si potesse e Bologna è un enorme posacenere hanno vinto le ultime due edizioni di 8×8 e sono stati pubblicati sulla rassegna Retabloid di Oblique. Il racconto Insettile è uscito sul numero #12 di L′Inquieto.
I tre libri che hanno aggiunto qualcosa di importante alla sua vita: Casa d’altri di Silvio D’Arzo; Il male oscuro di Giuseppe Berto; Vita e opinioni di Tristram Shandy, gentiluomo di Laurence Sterne.

Tunué, dall’immaginario allo sconfinamento

di Emanuela D’Alessio

Il Salone del Libro di Torino apre i battenti e noi ospitiamo per la prima volta Massimiliano Clemente, direttore editoriale di Tunué, la casa editrice di Latina specializzata nel fumetto e nel graphic novel. Nel 2014 si è aggiunta la felice collana di narrativa italiana Romanzi, diretta da Vanni Santoni, e dal 2 maggio è in libreria Biliardo sott’acqua della scrittrice brasiliana Carol Bensimon, che ha inaugurato la nuova collana di narrativa straniera.

Oggi è stata inaugurata la 32esima edizione del Salone di Torino. Da quanti anni Tunué partecipa all’evento e quali sono le novità in programma? Inoltre, rispetto alla prima volta di Tunué a Torino, che cosa è cambiato sia dal punto di vista della casa editrice sia da quello dell’evento in sé?
Come Tunué frequentiamo il Salone di Torino sin dal 2008, prima nello spazio Incubatore poi con un nostro stand nei padiglioni degli editori generalisti. Abbiamo sempre privilegiato quest’area del Salone perché non ci piacevano le zone dedicate al fumetto (per diverse edizioni la fiera aveva predisposto parti dei padiglioni solo per i comics, con uno spiacevole effetto ghetto): volevamo portare i nostri graphic novel tra quei lettori forti che si interessavano di letteratura, di saggistica, che non erano esclusivamente lettori di fumetti.
Cosa sia cambiato è letteralmente misurabile in metri quadri: sempre più spazio, ovvero un catalogo che cresce costantemente, una visibilità guadagnata metro su metro, scaffale dopo scaffale, conquistando i lettori singolarmente; un lavoro fatto di brand identity, di adv mirato sull’evento. Le ultime due edizioni ci hanno visto condividere il grande stand del gruppo: Castoro, Tunué e Sonda insieme non fanno solo la forza rispetto ai singoli ma ci rendono anche tutti più belli.
Dagli esordi nell’Incubatore a oggi, abbiamo vissuto le diverse anime del Salone, i momenti bui della fase discendente, fino alla crisi e al fallimento che paventava la chiusura, per arrivare al bellissimo scatto d’orgoglio sia della città sia del popolo dei lettori che nel 2017 ha inaugurato la guida culturale di Nicola Lagioia.
Quest’anno ci troverete nel Padiglione 2, Stand K74, e qui https://www.tunue.com/tunue-al-salone-internazionale-del-libro-2019/ potrete trovare tutti i nostri appuntamenti e gli autori che porteremo in fiera.

Tunué è considerata tra i pionieri più innovativi e vivaci del mondo del fumetto e del graphic novel italiano. Possiamo partire da qui per parlare delle origini del progetto editoriale e di chi sono i suoi ideatori?
Tunué nasce nel 2004 seguendo due direttrici di sviluppo: dare vita al primo catalogo strutturato di saggistica dedicata all’immaginario pop, e lavorare sul graphic novel per portare il fumetto nelle librerie di varia. Questa visione era il portato professionale maturato dalla gestione del sito internet Komix.it (creato da me e da Emanuele Di Giorgi), uno dei pochi punti di riferimento all’inizio del 2000 per il fumetto sul web. Qui ci siamo formati e da qui è partito il nostro impegno nel mondo editoriale; successivamente, io e Emanuele, con Concetta Pianura a supporto, abbiamo fondato la Tunué.
All’inizio non è stato semplice, perché questo settore può essere veramente lacrime e sangue, ma abbiamo retto, resistito, facendo lavori totalmente estranei all’editoria pur di sostenere la società. L’esperienza è maturata sul campo, nel fare quotidiano e nel confronto critico continuo, con lo studio e la formazione permanente.
Avevamo un obiettivo e lo abbiamo perseguito: fare del fumetto un consumo culturale al pari della letteratura, sia per peso nell’immaginario sia per qualità complessiva, artistica e cartotecnica, portarlo fuori dal recinto degli appassionati e farlo incontrare con i lettori forti di narrativa.
A completare il quadro societario, quello che nel 2014 era il nostro responsabile commerciale, Marco Ruffo Bernardini, decide di acquisire una partecipazione nel capitale sociale entrando a tutti gli effetti nel gruppo dirigente.

C’è una storia da raccontare sul nome Tunué e il logo?
Il nome è di fantasia, è un suono, non ha significato, e anche questo ci piaceva: non farci incasellare in un settore ma essere trasversali. Tunué era scritto sul muro della stanza di Emanuele, ma non sappiamo altro.
Il primo logo prendeva spunto dalla stilizzazione di un omino, la T, e di una virgola, ribaltata a mo’ di testa con il ciuffo. Nel successivo restyling è sopravvissuta solo la testa, che ha inglobato la T, puntando sull’idea di un’icona più moderna, meglio gestibile anche al punto di vista grafico.

Quante persone lavorano in casa editrice?
Attualmente siamo in cinque, più le collaborazioni esterne legate alle curatele delle collane di saggistica e di narrativa letteraria. Abbiamo collaborazioni con le scuole di editoria e con gli indirizzi editoriali di accademie e università per stage formativi: tutti gli interni di redazione della Tunué provengono da queste esperienze, quindi è una porta d’ingresso che mi sento di consigliare agli aspiranti redattori.

Fumetto e graphic novel in Italia rappresentano oggi circa il 4% del mercato editoriale. Un settore di nicchia, per quanto vitale e in rapida trasformazione, rispetto al contesto europeo e internazionale. Da che cosa dipende questo “ritardo” italiano?
Il mercato italiano del fumetto, per produzione e traduzione di titoli, nel contesto europeo e mondiale non è un fanalino di coda, con circa 6500 novità l’anno siamo uno dei Paesi di punta. Il vero problema è lo scoglio dell’indice di lettura totale del mercato italiano, che ci vede arrancare intorno al 40% di lettori di libri (e questo è il dato generale, che non identifica il genere né le specifiche sui formati).
In questi ultimi anni, le macro-trasformazioni del settore (il varo delle etichette specializzate di Mondadori e Feltrinelli, le acquisizioni compiute da La Nave di Teseo e da Il Castoro su tutte) inducono a sperare in un futuro interessante. Ricordiamo che in Francia, mercato che guardiamo sempre con grande interesse, una decina di anni fa si innescò un ciclo virtuoso, che dura tutt’ora, proprio grazie all’entrata dei grandi gruppi. Il segno evidente della trasformazione in corso è chiaro entrando in una qualsiasi libreria: lo spazio, quantitativo e qualitativo, che oggi occupano i fumetti era inimmaginabile, e credo ci siano i margini per un ulteriore sviluppo.

Tunué è stata definita portatrice di eccellenza e sperimentazione nell’ambito editoriale, una casa editrice transmediale. Che cosa significa esattamente?
Mi fa piacere si dica questo di noi. Nei quindici anni di attività abbiamo sempre cercato di offrire un catalogo che risultasse interessante e nuovo per il lettore, senza andare a sovrapporci a linee editoriali esistenti: la saggistica pop, i graphic novel per bambini e ragazzi con la collana Tipitondi, un certo tipo di narrativa letteraria, i mercati marginali (come quello spagnolo del fumetto d’autore, con Paco Roca a fare d’apripista).
Considerando la gavetta che abbiamo fatto editando il portale web Komix.it, alcuni esperimenti di fumetto interattivo e per app, il lavoro sui diritti cinematografici, possiamo dire di aver sfiorato il transmediale nell’accezione più leggera. Di certo, l’attitudine a travalicare i linguaggi e i media l’abbiamo innata e non potrà che strutturarsi sempre più grazie alle sinergie con Il Castoro e al lavoro che stiamo iniziando a sviluppare sul fronte del licensing e delle property, ma senza perdere di vista l’aspetto che riteniamo fondamentale: fare bei libri e seguirli al meglio in ogni fase del loro ciclo.

La linea editoriale di Tunué si è diversificata negli anni. Partiamo dalla prima collana, quella di saggistica sul fumetto in cui siete leader in Italia. Quali sono le caratteristiche di una collana di saggi su fumetto e graphic novel?
Ancora oggi abbiamo il più ricco catalogo di saggistica dedicata al fumetto, all’animazione e alla cultura pop. Lo abbiamo strutturato cercando di privilegiare gli argomenti meno indagati, le analisi più innovative, le migliori voci critiche sia accademiche sia di giovani studiosi. Mi piace ricordare i testi sul fumetto GLBT, sulle donne nell’animazione e nel fumetto, i fondamentali studi sul graphic novel e su tutto il mondo legato al Giappone, dai manga agli anime. Il grande lavoro fatto con Marco Pellitteri, editor scientifico delle collane, è stato quello di bilanciare la leggibilità e la solidità teorica dei testi. Negli ultimi anni, in linea con la generale flessione dei consumi di saggistica, abbiamo ridotto il numero di titoli pubblicati, ma cerchiamo sempre di inserire uno/due saggi di grande spessore all’interno dei nostri piani editoriali.

Il primo titolo della collana Romanzi

Nel 2014 c’è stata la svolta verso la narrativa italiana, con la collana Romanzi diretta da Vanni Santoni. Una scelta molto felice visti gli ottimi risultati di pubblico e le candidature allo Strega di Iacopo Barison e Luciano Funetta. I fumetti non bastavano più?
Al Premio Strega aggiungo le candidature di Giorgio Biferali e Giordano Tedoldi; e non dimentichiamo il prossimo film di Daniele Ciprì tratto proprio da Stalin + Bianca di Barison. La decisione di aprirci alla narrativa non di genere, ma decisamente letteraria, si è inserita nel naturale processo di sviluppo del nostro fare editoria. Fin dall’esordio, nel 2004, avevamo chiaro che non ci saremmo occupati solo di graphic novel, che avremmo cercato storie dalla forte carica narrativa, contaminazioni e adattamenti da romanzi celebri e che sarebbe arrivato il giorno in cui avremmo offerto anche fiction non a fumetti. Nel lavoro che porta avanti Vanni si è manifestata al meglio questa nostra visione.

Anche la linea grafica di Romanzi si è subito distinta per originalità e innovazione. Possiamo riassumere i tratti salienti del progetto e di quello appena rinnovato?
Nel momento in cui si decide di varare una collana, oltre al fondamentale lavoro che porta a identificare una linea editoriale che dovrà sorreggere l’intero progetto, va pensata una grafica in grado sia di fronteggiare lo sterminato terreno minato dello scaffale librario sia di trasmettere, a livello percettivo e simbolico, il peso del libro e il disegno complessivo della collana. La nostra idea era di lavorare sulla sintesi grafica, al confine tra il minimalismo e l’espressionismo in chiave pop: da qui, la macchia di colore (con una strizzatina d’occhio al mondo dei fumetti), l’icona, l’assenza di testi in copertina. Devo dire che lo studio Tomomot ha interpretato al meglio le nostre indicazioni e la collana Romanzi si è subito distinta proprio per la sua grafica. Il restyling è maturato sia per festeggiare l’ampliamento dell’offerta letteraria alla narrativa straniera, sia per rinfrescare un’immagine che, dopo aver sorpreso per intensità visuale e simbolica, iniziava a generare imitazioni più o meno dirette. Abbiamo lavorato sempre in tandem con lo studio veneziano: restando in scia alla precedente impostazione, abbiamo aggiunto dei livelli cromatici nella macchia di colore e abbiamo trasformato il logo grafico in un’illustrazione più calda, un tratto di pennello che in brevi segni sintetizza un’emozione. Il segno dell’illustrazione si trasforma poi in una pennellata che lega tutto il libro, scorrendo anche nel retro di copertina e abbracciando il blocco degli interni con la storia, dando un effetto di labratura.

È stata appena inaugurata la nuova collana di narrativa straniera. Dal 2 maggio è in libreria il primo titolo, Biliardo sott’acqua della brasiliana Carol Bensimon. Di che cosa si tratta e quali saranno, se si può dire, i prossimi autori?
La costola della Straniera è co-diretta da Giuseppe Girimonti Greco, traduttore e consulente di pregio. Le proposte si inseriscono nella linea sviluppata dalla narrativa italiana, con il focus su quello «sconfinamento» che si è ritagliato uno spazio nelle sistematizzazioni critiche del canone contemporaneo, con l’accento posto sul weird, sul conturbante, sul fantastico. Il titolo che inaugura la collana è di una giovane scrittrice brasiliana, già Premio Jabuti (l’equivalente carioca dello Strega). Biliardo sott’acqua, nella splendida traduzione di Daniele Petruccioli, ci racconta il vissuto di Antônia, la giovane e misteriosa protagonista, e i suoi rapporti con tutta una serie di personaggi che sulla scia dei ricordi ne indagano il passato, sperando di trovare la risposta all’interrogativo di fondo sul perché e, soprattutto, sul quando una vita cominci a crollare.
Il romanzo successivo, del quale vi anticipo solo il titolo: Mio padre era un uomo sulla terra e in acqua una balena, arriva dal mercato svizzero di lingua tedesca e uscirà in libreria a settembre.

In uscita il 6 giugno

Nel 2018 Tunué è entrata nel gruppo Castoro, il quinto editore nel mercato editoriale ragazzi, e il primo editore indipendente per ragazzi in Italia. Unire forze e competenze è sempre una strategia vincente. Quali sono gli obiettivi principali di questa scelta?
La risposta è nella tua domanda: unire le competenze, gestire al meglio il confronto costruttivo, sfruttare le economie di scala che un gruppo permette. In questo anno dall’acquisizione, la grande esperienza del Castoro è stata per noi fonte di stimolo continuo e accrescimento professionale; un miglioramento di ogni fase del lavoro editoriale, promozionale e commerciale.
Cedere il controllo di quello che hai contribuito a creare è possibile solo quando comprendi in modo sereno e limpido che la scelta rientra in una strategia vincente. Il valore aggiunto dell’operazione è dato anche dal bel rapporto che abbiamo instaurato con tutti, nel Castoro e in Sonda. L’editoria è un lavoro che fai perché lo ami, adori i libri, le storie, le immagini; se lo porti avanti con persone che sono sulla tua stessa lunghezza d’onda allora ti diverti pure.

Per una casa editrice come Tunué quali sono le fiere editoriali imperdibili in Italia e all’estero?
Per noi che partecipiamo a più di quindici fiere ogni anno è come chiedere quale figlio sia il più intelligente e bello. In ogni caso, senza far torto a nessuno ed evitando liste lunghissime, per noi sono fondamentali Lucca Comics per il fumetto, il Salone di Torino per il contesto editoriale nazionale, Francoforte e Angoulême per i diritti esteri, Bologna Children’s Book Fair sia per i diritti sia per il palcoscenico internazionale.

Massimiliano Clemente

Com’è il futuro per Tunué e possiamo parlare di nuovi progetti e titoli (qualcuno almeno) fino al 2020?
Il futuro fino al 2020 è già scritto, almeno per grandi linee e per il 90% dei titoli. In questi giorni lavoriamo alla messa a punto del piano editoriale del prossimo anno, cercando di bilanciare le varie proposte. Posso dire solo che avremo i nuovi libri di Paco Roca e di Shaun Tan, romanzi dall’India e dall’Irlanda, e diversi esordi italiani a fumetti. Invece, a fine 2019 pubblicheremo il miglior libro in assoluto di questa stagione editoriale, e lo dico senza imbarazzo e senza falsa modestia. Unici indizi: avrà testo e disegni, ma non è un romanzo né un fumetto; uno degli autori ha avuto a che fare con la magia e l’altro è una colonna portante della letteratura mondiale. Di più non posso ancora dire.

Che cosa c’è da leggere in questo momento sul comodino di Massimiliano Clemente?
Atlante occidentale, di Del Giudice. Satantango, di Krasznahorkai. Pastorale americana, di Roth. La politica senza politica, di Marco Revelli. E vagonate di fumetti.