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La nuova libreria SKRIBI a Conversano

INDILIBR(A)I – Rubrica dedicata ai librai e ai lettori indipendenti

di Emanuela D’Alessio

SKRIBI
Via Europa Unita 14/F
70014 Conversano (Bari)
3932518665
info@skribi.it
www.skribi.it

Da pochi giorni c’è una nuova libreria indipendente in Italia. Si chiama Skribi Parole Suoni Cose, si trova a Conversano, vicino Bari, ha aperto i battenti il 12 maggio.
Ne parliamo con la sua fondatrice Elena Manzari.

Elena Manzari

Elena Manzari ha una lunga esperienza di libraia, dalla Puglia a Roma e ritorno, cui si aggiunge quella di editrice. Partiamo da qui per capire come e perché sei tornata in libreria da protagonista con Skribi. Ci sono altri “compagni di viaggio” o sei partita “in solitaria”?
Skribi Parole Suoni Cose è nata dall’esigenza di avere nuovamente uno spazio di condivisione culturale, un posto dove raccogliere tutte le esperienze passate e creare un meraviglioso cerchio attorno al mondo del libro.
Il progetto di Skribi Parole Suoni Cose consta, infatti, di una piccola libreria indipendente con un catalogo essenzialmente composto da editori di qualità che stimo e sostengo nel loro progetto editoriale, di un laboratorio culturale dove si propongono attività tra le più disparate: laboratori per bambini e letture per adulti, workshop di ecologia del suono, presentazioni e tanto altro ancora. Infine, è la sede della piccola agenzia di servizi editoriali che gestisco da quasi due anni con collaborazioni varie (tra le tante ricordo la “carica” di ufficio stampa con TerraRossa edizioni).
In questo folle ma necessario (per me) progetto c’è lo zampino di mio marito, Francesco Giannico: lui è la parte creativa di Skribi ma anche quella musicale e gestisce molto bene anche quella burocratica. E poi c’è il nostro Leo.

Aprire una libreria in un piccolo centro presenta vantaggi e svantaggi, inevitabilmente. Quali sono i più evidenti secondo te?
Ecco, mi aspettavo questa domanda. Cercherò di risponderti in tutta sincerità. Vivo con la mia famiglia in questo bellissimo paese da poco più di un anno. Un luogo dove esistono numerose associazioni culturali e rassegne davvero particolari (cito per tutte Imaginaria Film Festival, un festival internazionale di cinema di animazione); ho capito che qui potevo provare a investire con il mio progetto. Sarà difficile in questo posto come potrebbe esserlo stato in qualsiasi altra cittadina del sud, ma ho pazienza, tanta pazienza. E sono certa che lavorando bene, piano piano qualcosa potrebbe cambiare. Starà a me avere l’onere e l’onore di creare qualcosa di nuovo e di bello. E come sempre ce la metterò tutta.

Come è stato scelto il nome della libreria?
Skribi – Servizi Editoriali è il nome della piccola agenzia editoriale che seguo e al momento della scelta del nome per la libreria è stato automatico pensare di continuare il percorso intrapreso, far chiudere il cerchio, insomma. Skribi Parole Suoni Cose perché le parole – così come la musica – accompagnano da sempre la mia vita, sono elementi imprescindibili. Ho sposato anche un musicista, vedi un po’ tu. Aggiungiamo anche che all’interno della libreria faremo tante, ma proprio tante cose ed eccoti il nome. E poi, vorrei ricordare che ho dedicato un piccolo spazio ad artisti locali che creano oggetti davvero molto belli: segnalibri, poster, cartoline d’auguri, fotografie… più Cose di così! Infine, Skribi in esperanto significa “scrivere”.

Che cosa troviamo sugli scaffali di Skribi e quali sono i criteri di selezione?
Per un buon novanta per cento il catalogo è composto da editori indipendenti che leggo, stimo e sostengo da tempo; case editrici gestite da vecchi e nuovi amici che come me non riescono a tenere a freno la passione per i libri a tal punto da tramutarla in lavoro. Che molto spesso, ahimé, non paga quanto dovrebbe. Ma le passioni vanno sostenute e io nel mio piccolo cercherò di farlo.

Chi sono i clienti che entrano nella tua libreria?
Avendo aperto da pochissimo ci sono molti curiosi che vengono anche da paesi limitrofi. Li accolgo con un sorriso e li invito a fermarsi cinque minuti per curiosare tra gli scaffali. All’inizio sono un po’ timidi, il locale è piccino e si sentono quasi in dovere di dover acquistare. Li rassicuro, dico: «Facciamo due chiacchiere, parliamo dell’ultimo libro che hai letto» e si fermano rasserenati. I ragazzini vanno via sempre con qualcosa tra le mani, alcuni adulti sembrano soddisfatti dalla chiacchierata e sono certa che ritorneranno; altri escono senza aver comprato nulla, ma poco importa, per ora. Ho stabilito un contatto, ho incuriosito qualcuno che forse era da tempo che non varcava la soglia di una libreria. Ho gettato il semino e sono certa che prima o poi qualcosa sboccerà.

Il rapporto fra libraio e lettore non passa solo attraverso il libro ma anche una serie di attività correlate e indotte. Una libreria non è quasi più un luogo dove si trovano solo libri sugli scaffali, essendosi trasformata nella gran parte dei casi in uno spazio aperto e integrato, luogo di incontro e di scambio. Qual è il ruolo di Skribi sul territorio?
Come ti dicevo prima Skribi si propone come un’officina della cultura: un luogo di scambio reciproco dove alle classiche presentazioni affiancheremo laboratori che i nostri lettori avranno cura di presentare. Abbiamo lanciato una call online qualche tempo fa e sono state numerose le risposte, anche le più disparate. Questo ti fa capire che c’è voglia di fare qualcosa, c’è voglia di incontrarsi, c’è voglia di stare insieme.

Tra le nostre domande ricorrenti c’è sempre questa: di che cosa hanno bisogno i librai indipendenti in Italia? A parte i lettori, ovviamente, che cosa sarebbe più necessario, un sindacato unitario di categoria, un associazionismo più operativo, una nuova legge Levi?
Domandone, questo. Al quale non so davvero come risponderti se non facendo appello alla mia esperienza personale e professionale. Sono convinta che “fare rete”, associarsi, possa essere una tra le tante soluzioni, così come creare una sorta di sindacato di categoria. Occorre collaborare, fare cose insieme, scendere in piazza e organizzare fiere e festival nei centri abitati e mostrare il lato divertente della cultura. Non è più questo il tempo del libraio seduto dietro il bancone che aspetta il cliente, siamo oltre. Bisogna essere mobili, andare a scuola dai professori e farsi conoscere dagli studenti. Fare banchetti in giro (cosa che adoro fare) e organizzare anche incontri al bar all’occorrenza (ne ho già fissati un paio in estate visto che Skribi è piccina). Parlare di libri ovunque, io lo faccio sempre. Poi, ovvio: se ci fossero più sostegni “importanti” sarebbe decisamente tutto più semplice e immediato.

Concludo con un’altra domanda ricorrente di Via dei Serpenti: che cosa c’è da leggere in questo momento sul tuo comodino?
Su consiglio di un amico/scrittore/cliente al momento sul mio comodino (ma anche sul divano o ovunque per casa, visto che mio marito dice che perdo libri in ogni angolo) c’è Niente di J. Teller, un romanzo pubblicato qualche anno fa da Feltrinelli, davvero interessante che mi era sfuggito (sì, capita anche a me). E poi c’è un romanzo molto bello di una cara amica che vedrà la luce il prossimo anno. Ma di questo non posso dire nulla, ne parlerò tanto al momento opportuno.

I prossimi appuntamenti da Skribi:

25 maggio – presentazione di “La gente perbene” (TerraRossa Edizioni): con l’autore Francesco Dezio e l’editore Giovanni Turi
5 giugno – laboratorio di Caviardage con Mella Sciancalepore.
8 giugno – presentazione di “Vento nel vento. Dieci anni di Lucio e Giulio” (Florestano Edizioni): con l’autore Fulvio Frezza, il giornalista Costantino Foschini e l’accompagnamento musicale di Domenico Mezzina (chitarra e voce).
12 giugno – presentazione di “Naviganti delle tenebre” (Edizioni E/O): con l’autore Carlo Mazza e Matteo Lorusso.
14 giugno – presentazione di “L’amore non si interpreta” (L’Erudita): saranno presenti la curatrice Stefania De Caro, Chicca Maralfa e Anna Maria Candela.
15 e 16 giugno – laboratorio in ecologia del suono “Mi ricordi un suono” per i bambini dagli 8 ai 12 anni: il laboratorio è a numero chiuso e sarà tenuto da Francesco Giannico.
22 giugno – presentazione di “La nostra voce non si spezza” (Stilo Editrice): con l’autore Vitantonio Lillo-Tarì de Saavedra, l’editor della raccolta Giovanni Turi e la giornalista Grazia Rongo.

Torna a Napoli Un’Altra Galassia. Ce la racconta Patrizia Rinaldi

di Rossella Gaudenzi

Patrizia Rinaldi

Abbiamo conosciuto Patrizia Rinaldi, vincitrice del Premio Andersen Miglior Scrittore 2016, un paio di anni fa in occasione della festa della lettura Pezzettini (che si svolge a Roma, a Tor Pignattara).

Oggi le abbiamo chiesto di raccontarci che cos’è Un’Altra Galassia, festa di libri, festa con i lettori, festa nella città, in programma a Napoli il 4 e 5 maggio.

Fino al 2009 e per venti edizioni è stata organizzata a Napoli la festa del libro e della lettura Galassia Gutenberg. Non volendo disperdere questa esperienza vitale e preziosa per la città, nel 2011, grazie all’iniziativa di Valeria Parrella, Rossella Milone, Massimiliano Virgilio, Pier Luigi Razzano e Francesco Raiola è nata Un’Altra Galassia.

Che cosa dobbiamo aspettarci dall’edizione 2018 di Un’Altra Galassia?
Sarà il Museo Archeologico Nazionale, nelle sue sale dedicate, a ospitare venerdì 4 e sabato 5 maggio l’ottava edizione di Un’altra Galassia. Cornice particolarmente suggestiva per aprire un programma all’insegna del reading: venerdì 4 maggio alle 20 si inizia con l’Omaggio ad Anna Maria Ortese20 scrittori per vent’anni; alle 21:30 seguirà il reading di Marco Rossari al Giardino delle Camelie e Chiara Valerio rievocherà Virginia Woolf attraverso il format della seduta spiritica.
Sabato 5 maggio alle 20 Paolo Di Paolo condurrà l’incontro dal titolo Mann al Mann in collaborazione con il Goethe Institute di Napoli; alle 21 Valerio Massimo Manfredi dialogherà con Paolo Giulierini e a chiusura del festival si svolgerà la seconda e ultima seduta spiritica, un momento estremamente evocativo, un dialogo con chi non c’è ma resta.
Nelle edizioni precedenti sono stati rievocati Jean-Claude Izzo da Massimo Carlotto, William Shakespeare da Nadia Fusini e Roberto Bolaño da Nicola Lagioia. Quest’anno Stefano Bartezzaghi dialogherà con David Foster Wallace, a dieci anni dalla morte.
Ciò che mi coinvolge in prima persona è la Scuola di scrittura. Quest’anno nella quarta edizione, da novembre ad aprile, abbiamo affrontato il tema del doppio: L’ignoto doppio. Scrivere è passare attraverso lo specchio. È stata un’esperienza entusiasmante di partecipazione collettiva: io, Valeria Parrella e Massimilano Virgilio abbiamo affrontato il romanzo, Pier Luigi Razzano il reportage giornalistico, Rossella Milone il racconto. Sono state assegnate borse di studio che hanno consentito a studenti particolarmente talentuosi delle scuole superiori di frequentare il corso: lezioni incantevoli a partire dal luogo scelto, l’Archivio Storico del Banco di Napoli di via dei Tribunali; qui si respirano storia, tradizione, bellezza architettonica.

Quali sono i punti di forza di Un’Altra Galassia?
Il punto di forza principale è che i fondatori, Valeria Parrella, Rossella Milone, Massimiliano Virgilio, Pier Luigi Razzano e Francesco Raiola sono persone estremamente competenti. Valeria ha un gusto letterario finissimo, sempre aggiornata sulle ultime uscite, tutto l’anno tiene incontri presso LaterzAgorà, lo spazio culturale nato all’interno del Teatro Bellini; Razzano e Raiola sono giornalisti; Virgilio è redattore radiofonico e responsabile dell’area cultura di Fanpage.it. I creatori di Un’altra Galassia hanno uno sguardo e una sensibilità particolari che li rendono consapevoli delle trasformazioni in atto nella città come a livello nazionale e nel mondo editoriale. Un’altra Galassia non è una fiera dell’editoria in senso tradizionale, ma una fiera della cultura dove gli incontri con il libro e lo scrittore vengono costruiti tenendo conto del contesto e del senso della città.

Valeria Parrella

Valeria Parrella è stata particolarmente tenace nel voler raccogliere il testimone di Galassia Gutenberg (nata prima della fiera romana dell’editoria indipendente Più Libri Più Liberi), una grande festa anche dell’editoria indipendente. Non si è arresa, con pochissimi fondi e molta determinazione ha voluto rilanciare l’esperienza e non disperderne il profondo significato culturale per Napoli.

L’originale format delle “sedute spiritiche”, il fatto che gli incontri si svolgano in fasce orarie crepuscolari e notturne hanno un collegamento con lo spirito della tua città?
Un collegamento profondo. Napoli è fatta di sopra e sotto, di immanente e trascendente: basti citare il famosissimo Cimitero delle Fontanelle e la Napoli Sotterranea. Quella con il mondo dei morti è una vicinanza barocca. Tutte le operazioni che hanno avuto un riscontro turistico eccellente altro non sono che operazioni che raccontano, a chi non è della città, questa nostra vicinanza con la morte, una vicinanza molto sentita, viscerale; un’appartenenza che da un certo punto di vista è anche pagana. C’è un rapporto con la morte quasi a consumarla, non isolato, né relegato; il mondo dei morti aleggia nell’aria non appena fai una passeggiata per i Decumani e il Barocco ti viene incontro, laddove alchimia, passato e arte si fondono.

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La figlia maschio è il tuo ultimo bel libro, uscito lo scorso autunno per e/o, forte del plauso di pubblico e critica. La vicenda porta il lettore a confrontarsi con realtà storicamente scomode (il triste destino delle figlie femmine nate in Cina dopo la morte di Mao), di quelle su cui non vorremmo soffermarci a pensare. Dove tenevi custodita la storia di Na?
Riflettevo da diverso tempo sulla questione delle identità, le identità frammentate e multiple. Tutti i personaggi del libro sono vittime e carnefici: hanno identità celate e allo stesso tempo contraddittorie. La ragazza Na è il simbolo di questa assenza di identità, vittima e carnefice per eccellenza.
Una persona a me cara ha fatto un lungo viaggio in Cina e la sua guida era un’ex “bambina fantasma”, che oggi lavora come interprete grazie alle scelte ragionate della famiglia.
Un altro elemento di riflessione è stato il concetto del dogma e della regola che si trasformano in crudeltà, come è accaduto con il nazifascismo inizialmente percepito come il bene assoluto.
Il limite demografico imposto in Cina aveva l’obiettivo di contrastare miseria e fame della popolazione, soprattutto nelle campagne; poi si è trasformato in una imposizione violenta e assurda che ha provocato aborti e infanticidi. All’appello mancano milioni di donne cinesi. Si è arrivati addirittura, in certi momenti, a organizzare rapimenti al femminile nei paesi confinanti per colmare lo squilibrio numerico tra uomini e donne. Tutto ciò non può lasciare indifferenti, soprattutto non può non suscitare una riflessione sul dogma che si trasforma in crudeltà.
Ci stavo pensando da tempo perché sono impaurita da questo fenomeno, soprattutto dal fatto che a farne le spese siano i più piccoli, in particolare le bambine. La figlia maschio è stato un romanzo difficile da scrivere.

Per quale motivo hai messo in campo quattro figure, maschili e femminili, che potremmo definire mediocri, senza innocenza e senza pietà?
La figlia maschio non presenta personaggi vincenti o perdenti, così come credo accada nella vita: i vincenti sono a mio avviso sopravvalutati. Puoi mostrare il profilo migliore ma siamo composti da componenti differenti e irrisolte e questo è uno dei motivi per i quali ho bisogno di scrivere sia per ragazzi sia per adulti.
Non dobbiamo dimenticare che veniamo da un ventennio in cui la donna era dominata dal cliché estetico: quando racconto le strettissime fasciature con cui venivano imprigionati i piedi delle bambine cinesi mi chiedo se un tacco di 12 centimetri non rappresenti, analogamente, l’impedimento al movimento, alla possibilità di correre. Non dobbiamo quindi considerarci, in maniera ipocrita, immuni dal cliché.
Cosa possiamo fare per raccontare queste apocalissi cicliche che ci invadono, senza essere giudicanti pur essendo comunque coinvolti? Il coinvolgimento narrativo è per me una prova di onestà. Alcuni lettori hanno detestato Na, altri l’hanno amata e detestato Felicita; in ogni personaggio ho cercato di mettere in egual misura il buio più totale e possibili strati di identificazione. Ho cercato di lasciare al lettore il giudizio, il sentimento.

Questa nostra intervista ha seguito un percorso che ha preso le mosse da Napoli, con Un’Altra Galassia, e si chiude a Napoli, con la storia di Na. Perché per Patrizia Rinaldi la sua città è il luogo della rinascita?
Nelle mie intenzioni la storia non si sarebbe dovuta concludere a Napoli ma a Roma, tanto che questa conclusione non era presente nella sinossi; avrei voluto parlare di Roma, la città che in questi anni frequento di più per motivi editoriali, nella quale amo girovagare con il naso in su e non finisce mai di stupirmi con il suo cielo meraviglioso. Di Napoli non volevo parlare ma si è imposta violentemente. Na nasce a nuova vita a Napoli perché ritengo che, nonostante le difficoltà in cui è immersa, sia una città profondamente bastarda tra dominazioni e mancanza di centralità (del Regno delle due Sicilie non dimentichiamo l’importanza di Palermo). Ritengo questo un dato positivo: a Napoli ci si sente tutti stranieri, data la molteplicità e la diversità di luoghi e storie. Io stessa mi ci sento se giro, ad esempio,  per il Rione Sanità. Questo sentimento di estraneità aiuta a farci sentire più benevoli. La profonda e radicata sensazione di essere figli di tante dominazioni, la grande promiscuità in cui si vive a Napoli dovrebbe essere di aiuto per il processo di integrazione.
Quando Na arriva a Napoli, un marinaio la interpella: «“Capisce l’italiano?” sillabò. “Sono nata a Roma”, mentii. “Allora non è straniera. Qua lo sarebbe comunque”».

A quale storia ti stai dedicando in questo momento?
Sto scrivendo ancora di Blanca, la protagonista dei miei romanzi noir editi da e/o e poi tornerò a scrivere per ragazzi, senza ombra di dubbio.

Come ogni intervista di Via dei Serpenti che si rispetti torniamo a chiederti: quali libri ci sono sul tuo comodino?
Ho appena finito Mariti di Ángeles Mastretta (Giunti, 2013) di cui mi piace riportare questa frase: «Grammatica. La chiamò Sillabaria e la amò per tre giorni e tre notti, come l’orizzonte. Poi la dimenticò in tre ore, come un abisso. Ma finché rimase con lei la chiamò Sillabaria. Bel nome per un’innamorata dell’ozio e delle parole».
Ho finito di leggere da poco anche La bastarda della Carolina di Dorothy Allison (minimum fax, 2018), magistralmente tradotto da Sara Bilotti, uno dei libri più belli letti negli ultimi anni.
In questo momento della vita sto rileggendo poesie, mi sto rieducando alla poesia: Jorge Luis Borges, Le giovani parole di Mariangela Gualtieri (Einaudi, 2015) e la mia ossessione, Sor Juana Inez de la Cruz. Studio di una personalità del barocco messicano di Dario Puccini (Edizioni dell’Ateneo, 1963), libro ahimè introvabile: una suora di clausura che parla d’amore con una contemporaneità sconcertante.
Leggo senza sosta libri per bambini e ragazzi, i più recenti sono Micromamma  di Piret Raud (Sinnos, 2018), che ho amato molto e Buonanotte a tutti di Chris Haughton (Lapis, 2016). E Storie della preistoria di Alberto Moravia: amo l’operazione che fanno gli scrittori che scrivono per adulti quando scrivono per bambini.

 

I diritti delle donne raccontati ai più piccoli

SCARABOCCHI – La rubrica dedicata alla letteratura per bambini e ragazzi 

di Rossella Gaudenzi

Ci sarebbe piaciuto essere presenti lo scorso 8 marzo alla Casa Internazionale delle donne di Roma. Ci sarebbe piaciuto ascoltare le parole scelte da Cecilia D’Elia per presentare la nuova edizione del suo libro per ragazzi Nina e i diritti delle donne, giá pubblicato da Sinnos nel 2011. Abbiamo colmato questa assenza chiedendo direttamente all‘autrice di raccontarci la storia del libro, così urgente e necessario. La storia della piccola Nina ripercorre la storia delle donne della sua famiglia e delle donne del nostro Paese.

Cecilia D‘Elia è laureata in filosofia. Assessore al comune e poi alla provincia di Roma, nel 2011 è stata tra le promotrici di “Se non ora quando”. Ha pubblicato L’aborto e la responsabilità,  Le donne, la legge, il contrattacco maschile, (Ediesse, 2008), Nina e i diritti delle donne (Sinnos, 2011 e 2018).  Il suo sito è www.ceciliadelia.it.

Da sempre ti occupi di politiche di genere, prevenzione e contrasto della violenza contro le donne. Quando e perché hai deciso di scrivere un libro per ragazzi sui diritti delle donne?
Ho sentito l’urgenza di scrivere un libro per ragazze e ragazzi nel 2011. In Italia eravamo nel pieno degli scandali legati al sistema di potere di Berlusconi, dello scambio tra denaro, sesso, potere. È l’anno in cui è esploso il movimento Se non ora quando, di cui sono stata una promotrice. Volevo raccontare la storia delle donne di questo Paese ai più giovani, a cominciare dai miei figli, far vedere come la nostra storia personale si intrecci con quella più generale. Volevo incuriosire verso la propria genealogia femminile e mostrare il suo intreccio con i cambiamenti dei desideri, dei costumi, delle leggi. È quello che Nina scopre della propria famiglia.

Nina e i diritti delle donne è stato ripubblicato a sette anni dalla prima edizione. Qual è stata  l’urgenza di questa nuova edizione? Quali sono le differenze?
In realtà non molte. Questa seconda edizione è soprattutto un aggiornamento. Nel frattempo una ragazzina, Malala, ha mostrato al mondo la forza della sua determinazione e ha avuto il Nobel per questo e ho voluta inserirla. Inoltre l’Italia ha ratificato nel 2013 la Convenzione di Istanbul, sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domesticae mi è sembrato importante parlarne e ampliare la parte dedicata alla violenza contro le donne, tema che in questi anni si è imposto nel dibattito pubblico e sempre di più è presente nelle domande delle mie giovani lettrici e dei miei giovani lettori. Ho poi scelto di aprire una finestra sul mondo, raccontando come nelle istituzioni internazionali si siano affermati i diritti delle donne. Nel 2011, evidentemente troppo preoccupata per l’Italia, stranamente non avevo pensato di farlo.

Di fronte a quali giovani uditori ti trovi quando presenti Nina e i diritti delle donne? Quali lettori e cittadini sono i bambini e i ragazzi di oggi?
È difficile generalizzare. Gli incontri sono molto diversi e molto dipende da come sono stati preparati in classe. Intanto, cosa a cui non ero per niente preparata, le ragazze e i ragazzi sono incuriositi anche dalla “scrittrice”, vogliono sapere come si scrive un libro, perché lo hai scritto, chi ha fatto i disegni, se sei contenta di quello che hai pubblicato. Il rapporto diventa spesso personale e diretto. In generale sono curiosi e collegano alla loro vita quello che dici. Restituiscono la loro esperienza dei diritti, non sempre felice. La prima domanda, al mio primo incontro in una scuola, mi è stata rivolta da un bambino la cui madre era stata appena licenziata perché incinta. Come era stato possibile? Devi saper parlare dell’ingiustizia e dello sfruttamento nel mondo.


Quale è la migliore fascia di età di lettori per Nina e i diritti delle donne?
Credo sia adatto a bambini che frequentano dalla quinta elementare alle scuole medie. Ma dipende molto dalle insegnanti e dagli insegnanti. Il libro ha più livelli di lettura. È stato letto anche da tante donne adulte.

Il tuo libro può essere considerato una necessaria lezione di educazione civica (o di civiltà, così preferirei definirlo) che ritengo abbia bisogno di un accurato lavoro, uno scambio tra autrice, casa editrice e scuole-insegnanti.  Quale esperienza puoi raccontarci al riguardo?
La casa editrice Sinnos è molto impegnata e attenta al rapporto con le scuole. In casa editrice abbiamo svolto anche incontri di formazione con gli  insegnanti. A partire da Nina e i diritti delle donne ci sono più percorsi di lettura che si possono fare, che Della Passarelli e la Sinnos propongono guardando anche a pubblicazioni di altre case editrici, con la consapevolezza che la promozione della lettura presuppone alleanze tra insegnanti, editori, bibliotecari, librai. Ci sono scuole che svolgono un lavoro costante e sono tornata più volte a parlare a classi diverse. Credo che questa attenzione alle relazioni sia un merito della Sinnos.

A quali progetti letterari stai lavorando in questo momento? Hai in programma di scrivere ancora per bambini e ragazzi?
Mi piacerebbe scrivere ancora per ragazze e ragazzi, non so se ne sarò capace, io sono soprattutto una saggista, con una vocazione da divulgatrice, che penso di non aver mai veramente sfruttato. Anche perché la mia vita lavorativa si è concentrata su altro. Nel 2017 ho scritto con Giorgia Serughetti un libro sulla libertà delle donne oggi, dal titolo Libere tutte (minimum fax). A un anno dall’uscita stiamo ancora girando l’Italia per presentarlo. Insieme però abbiamo un altro progetto, che riguarda sempre le donne, ma è ancora da definire bene, troppo presto per parlarne.

Qual è il futuro della Casa Internazionale delle donne, sotto sfratto e sotto attacco vandalico di Forza Nuova?
L’attacco è stato uno sfregio a un luogo dell’autonomia femminile, un laboratorio culturale e politico, uno spazio che offre servizi, momenti di riflessione e socialità. È stato un fatto grave, segno del delirio ideologico che si scatena attorno alla legge 194 sulla legalizzazione delle interruzioni di gravidanza, di cui quest’anno ricorre il quarantennale dell’approvazione. Il problema vero oggi per la Casa è l’atteggiamento di Roma Capitale e la volontà politica o meno di questa istituzione di riconoscere il valore che la Casa ha per la città, e quindi di offrire un piano di rientro dal debito  verso il Comune di cui tenere conto.

Domanda di rito a chiusura delle interviste di Via dei Serpenti: cosa c’è da leggere sul tuo comodino?
Ho appena finito di leggere Simone de Beauvior. La rivoluzione del femminile di Julia Kristeva (Donzelli, 2018) e ho voglia di rileggere Memorie di una ragazza per bene, il primo volume dell’autobiografia di Simone de Beauvoir, che ho letto quando andavo al liceo. Ma penso che prima mi dedicherò a Veronica Raimo, Miden (Mondadori). A dire il vero il mio comodino è pieno di libri, alcuni aspettano di essere letti, altri di essere finiti, altri, di poesie, semplicemente mi fanno compagnia.

 

San Francisco, dove i sogni non hanno limiti

di Emanuela D’Alessio 

Sono capitata a San Francisco due volte negli ultimi vent’anni, ma solo adesso,  dopo aver letto il bellissimo libro San Francisco, ritratto di una città di Elena Refraschini, uscito qualche mese fa per Odoya, ho finalmente conosciuto questa splendida città.
Elena Refraschini non ha scritto una guida turistica ma un intenso libro di viaggio, di quelli da tenere sempre aperti mentre ci si incammina alla scoperta di un luogo magico e misterioso come può essere San Francisco.
È un racconto in dieci capitoli di una città che può essere svelata attraverso numerose lenti di ingrandimento: dalla letteratura alla musica, dalla demografia alla criminalità, dall’architettura al cinema, passando per le proteste giovanili e i movimenti per i diritti. Insomma ce n’è per tutti i gusti ed esigenze.
Un racconto di San Francisco ma anche un caleidoscopio attraverso cui osservare la storia e le trasformazioni sociali di una collettività e dei suoi valori.
Un libro che trasmette amore e passione per il viaggio e la scrittura, lieve e rigoroso, fluido e avvincente. Un libro che riesce a restituire al lettore il senso più intimo e variegato di un luogo. Un libro prezioso.

Ne abbiamo parlato direttamente con l’autrice.

Leggendo il tuo ritratto di San Francisco l’idea che mi ero fatta della città, dopo un paio di visite negli ultimi vent’anni, si è rivelata assai parziale e inadeguata. Quanto tempo hai impiegato per costruire la tua consapevolezza e restituirci questa intensa e accurata rappresentazione?
Direi che il “mosaico” di San Francisco ha iniziato a prendere forma, per me, nel momento in cui ho incominciato a esplorarne la letteratura, verso i tredici anni. Sì, sono una delle tante ex adolescenti stregate da Sulla strada di Kerouac! Ogni viaggio, ogni esperienza in terra californiana negli ultimi quindici anni mi ha poi permesso di addentrarmi nelle storie della città. Ho iniziato a lavorare al libro tre anni fa, e ora eccoci qui.

Tra le moltissime citazioni che hai utilizzato per introdurre i dieci capitoli che raccontano San Francisco, mi piace partire da quella di Joan Didion in premessa: «Un luogo appartiene per sempre a chi lo reclama con più forza, lo ricorda più ossessivamente, lo strappa da se stesso, gli dà forma, lo interpreta, lo ama in modo così radicale da ricrearlo a sua immagine». Qual è la San Francisco che hai ricreato tu?
Amo particolarmente quella citazione perché descrive il rapporto che ho con i luoghi che sento più miei, San Francisco su tutti. Spero di aver ricreato la San Francisco eccentrica che è stata terreno fertile per tante delle cose che amo, dalla letteratura più raffinata agli eventi più assurdi che si possano immaginare. Per dirne una, giusto a Pasqua alcune drag queen vestite da suore (sono una vera istituzione a San Francisco, si chiamano Sisters of Perpetual Indulgence) hanno eletto il “Gesù muscoloso” dell’anno, ed è solo l’esempio più recente.

San Francisco ha 800.000 abitanti e solo 300 anni di storia. Eppure è la città dove i sogni non hanno limiti. Come è possibile?
Io credo che la percezione del paesaggio dia forma alle vite di chi lo abita. Così come l’America è stata percepita come una tela bianca da riempire per gli europei, così è stata la West Coast per gli americani. E nel contesto della West Coast, nessun luogo incarna quanto San Francisco quell’idea del reinventarsi, del mettersi in gioco, del rischiare il tutto per tutto. Una volta che ti sei lasciato alle spalle tutto il mondo conosciuto e sei arrivato sul bordo del continente, davanti a te soltanto l’oceano pacifico, io credo che questo influenzi la tua bussola interna.

Hai percorso per lungo e largo la città tracciando innumerevoli “mappe” tematiche, ma iniziamo da quelli che hai chiamato i primi “vagiti” di San Francisco. Ce ne parli brevemente?
Credo che San Francisco non abbia bisogno di miti di fondazione, perché la sua nascita sembra davvero materia leggendaria. Prima del 1848, San Francisco era solo un villaggio di casupole dove viveva qualche famiglia. Poi nel letto dell’American river vennero trovate delle pepite d’oro. All’inizio i responsabili volevano tenere la cosa segreta, ma non dovevano essere stati troppo bravi. Da quel momento, migliaia di sognatori – americani prima, poi da tutto il mondo – accorsero a San Francisco con sogni di ricchezza, fondando una città che aveva più bordelli e ristoranti che luoghi di culto. Non è meraviglioso?

Con il tuo libro si può scegliere il percorso più congeniale per scoprire la città, con un occhio di riguardo alla storia e il costante confronto con il presente. Si può scegliere la mappa criminale o quella demografica delle innumerevoli nazionalità, il percorso delle “rivoluzioni” e delle proteste giovanili o quello dell’architettura, per non parlare della lente letteraria o musicale attraverso cui ingrandire luoghi e atmosfere. Qual è la tua mappa preferita, quella con cui ami scoprire o riscoprire San Francisco?
La mappa che è più nelle mie corde e che percorro sempre in città è quella letteraria. Ho sempre amato la letteratura di viaggio e in generale gli scrittori in grado di restituirmi un senso del luogo, quindi sfioro tutti quegli angoli di San Francisco come se fossero parti di casa mia.
Ma una città va vista attraverso diverse lenti per essere apprezzata nella sua complessità, e credo che il libro offra idee in abbondanza per chi decidesse di visitarla. Ci si può lasciar guidare dall’amore per il cinema, dalla voglia di scoprire gli specchi d’acqua più nascosti e, perché no, dalla passione per il cibo!

Dici, giustamente, che il crimine di una città ci mostra la sua pancia (underbelly), la sua parte più sordida ma anche la più vulnerabile. Ebbene, qual è l’underbelly di San Francisco oggi?
Il Tenderloin. Si tratta di un quartiere bistrattato, fino a pochi anni fa nessun visitatore osava andarci. Io ci ho passato un’estate lavorando presso un’associazione no profit che si occupava dei senzatetto, e me ne sono innamorata. Si tratta sicuramente di un quartiere duro: la violenza e la povertà sono davanti agli occhi, gli spacciatori non si nascondono nemmeno. Contiene però alcune storie davvero speciali, e negli ultimi anni si sta investendo tanto per renderlo un quartiere più sicuro anche per le famiglie che ci vivono.

Invece hai individuato in Telegraph Hill il centro poetico della città. Ci spieghi che cos’è e perché?
Telegraph Hill è il mio posto nel mondo. Si tratta di una collinetta vicino alla costa, non è nemmeno la più alta ma è sicuramente la più bella. Si chiama così perché un tempo c’era un telegrafo sulla sua cima, oggi invece c’è la Coit tower che avrete visto in centinaia di foto. Mi piace andarci la mattina presto, prima che arrivino i turisti, e semplicemente sedermi e leggere un libro, cullata dal suono del vento che smuove le fronde dei cipressi. A volte si vedono ancora i piccoli pappagalli verdi che una volta vivevano solo qui. Davvero un posto magico.

Macondray Lane

Volendo soffermarci sulla mappa letteraria di San Francisco, ci sono almeno tre percorsi da seguire, che finiscono anche per confondersi: i luoghi (penso alla storica libreria City Lights Bookstore di Lawrence Ferlinghetti, tempio della poesia e della beat generation), i libri che parlano della città e gli scrittori, poeti e intellettuali che sono vissuti a San Francisco. A quale di questi vuoi dedicare un cenno particolare?
Non sono in grado di scegliere, sono tutti e tre così essenziali per cogliere lo spirito della città! Se parliamo però di librerie, suggerirei ai “viaggialettori” in visita a San Francisco di dare un’occhiata anche alla Book Passage, alla Green Apple Books e alla Dog Eared Books, che sono le mie librerie preferite in città. Nella prima che ho citato, la Book Passage nel Ferry Building, troverete anche il mio libro.

Hai usato anche una mappa emotiva per parlare della città. Seguendola dove si arriva?
Seguendo la mia mappa emotiva di San Francisco (che include però anche vari luoghi attorno alla baia) credo si possa raggiungere una consapevolezza del luogo che va oltre ai leoni marini del Pier39 e ai cable car, abbracciando anche i lati meno conosciuti della città.

Che cosa vuole diventare o è già diventata San Francisco?
San Francisco è già diventata una città per miliardari, soprattutto a causa dell’influsso della vicina Silicon Valley. E se da una parte sta perdendo quello spirito eccentrico e anarchico di cui ho parlato, dall’altra credo sia importante riconoscere tutta una serie di istituzioni e persone che stanno lavorando per mantenerlo in vita. In fondo, credo di aver scritto questo libro per far conoscere i loro sforzi.

Ci saranno altri “ritratti” dopo San Francisco?
Non ho in programma altri ritratti di città, ma continuo a parlare di San Francisco nel mio blog Storie di San Francisco (link: storiedisanfrancisco.it). All’orizzonte, poi, ci sono altri progetti legati sia a San Francisco che ai viaggi in generale. Ma sono un po’ scaramantica, quindi aspetterò a parlarne.

Domanda d’obbligo per i Serpenti: che cosa c’è in questo momento sul tuo comodino?
Il recente Bookpride ha dato nuova linfa al mio scaffale dei libri per sognare luoghi lontani: oltre alla rivista Freeman’s, che ho sempre letto in inglese ma che finalmente è uscita in Italia grazie ai ragazzi di Black Coffee, sto leggendo le “Storie di Parigi” di Franco Ricciardiello (Odoya), “Milano di carta” di Michele Turazzi (il Palindromo), e “Artico Nero” di Matteo Meschiari (Exorma). Sto poi rivisitando tutto Bill Bryson in preparazione di un prossimo viaggio. Insomma, non so come il mio povero comodino sovraccarico possa non avermi ancora disertata!

Le prossime presentazioni di San Francisco. Ritratto di una città

10 maggio: Legnano, contrada San Bernardino
15 maggio: Busto Arsizio, Libreria Boragno
24 maggio: Catania, Libreria Il Vicolo Stretto
31 maggio: Bologna, Festival Itaca sul turismo sostenibile

Altri aggiornamenti sulle presentazioni sono anche sulla pagina facebook di Storie di San Francisco.

L’isola dei tesori letterari. L’esperienza di Lampedusa

SCARABOCCHI – La rubrica dedicata alla letteratura per bambini e ragazzi 

di Rossella Gaudenzi

Quante isole ci sono nelle nostre città? Intervista a Elena Zizioli

Lo scorso 3 ottobre a Roma al Palazzo delle Esposizioni, in concomitanza con la Giornata della Memoria e dell’Accoglienza, è stata inaugurata la terza edizione della mostra Libri senza parole. Destinazione Lampedusa, un progetto promosso da IBBY Italia in collaborazione con IBBY International e i Servizi educativi-Laboratorio d’arte del Palazzo delle Esposizioni di Roma.
Il progetto nasce nel 2012 e tratta l’emergenza Lampedusa attraverso due differenti anime: l’anima letteraria che porta alla selezione dei migliori silent books pubblicati in tutto il mondo e un’anima pratica, aprire una biblioteca per le ragazze e i ragazzi di Lampedusa.
La Biblioteca di Lampedusa è stata inaugurata il 16 settembre.

Sei anni di resistenza, così li definisce Elena Zizioli, autrice del libro I tesori della letteratura sull’isola. Una pratica di cittadinanza possibile (Sinnos, 2017).

Elena Zizioli (insegna Letteratura per l’infanzia, è ricercatrice di Pedagogia Generale e Sociale presso il Dipartimento di Scienze della Formazione – Università degli Studi Roma Tre) pedagogista di formazione, è venuta a conoscenza del progetto IBBY, ne è rimasta catturata, è partita per l’isola appassionandosi alla causa e decidendo di scrivere un libro, edito da Sinnos  di Della Passarelli.

I tesori della letteratura sull’isola. Una pratica di cittadinanza possibile sarà presentato a  Milano nell’ambito di BookCity domenica 19 novembre (ore 16, Castello Sforzesco).

Che cos’è il progetto IBBY?
IBBY (International Board on Book for Young people) nasce per volontà di Jella Lepman, la quale nella Germania post nazista, per alleviare i problemi di crescita di bambini e ragazzi usciti dal conflitto e per i quali un futuro di pace e di serenità non era affatto scontato, avvia una rivoluzione silenziosa scommettendo sui buoni libri, quelli per le bambine e i bambini. Libri soprattutto belli, perché la bellezza è un valore universale.
Nel 1951 si costituisce a Zurigo il comitato IBBY per “promuovere a livello internazionale il diritto dei più giovani ai buoni libri e alla lettura, creando ovunque per l’infanzia l’opportunità di accedere a libri di alto livello letterario e artistico e incoraggiando la pubblicazione e la distribuzione di libri di qualità per bambini specialmente nei Paesi in via di sviluppo”. IBBY Italia ha l’appoggio di AIE, Fiera del libro per ragazzi, Hamelin Associazione Culturale, Cooperativa Giannino Stoppani, e altri.

Quali sono le caratteristiche salienti dell’esperienza a Lampedusa?
Dell’esperienza lampedusana vorrei mettere in evidenza due aspetti. Innanzitutto la grande generosità dei volontari che in cinque anni, a proprie spese, hanno lavorato sull’isola organizzando attività affinché la biblioteca prendesse forma e vita e all’inaugurazione del 16 settembre il grande lavoro svolto è stato premiato. La buona letteratura può davvero trasformare i territori e un libro è uno strumento di azione, emancipazione e trasformazione potentissimo per le comunità, soprattutto se sono chiuse e isolate, territori di povertà educativa dove bambini e ragazzi non hanno l’opportunità di far sentire la propria voce, guardare oltre l’orizzonte. Nei bambini di Lampedusa è forte l’identità lampedusana ma altrettanto forte è la voglia di conoscere e di spaziare; la biblioteca per sua natura non è solo una teca che raccoglie libri ma un luogo di incontro, un mondo in cui navigare con la fantasia. La biblioteca è un luogo simbolico, il luogo dell’incontro, lo spazio del confronto; nella biblioteca c’è la possibilità di sentirsi protagonisti perché sono gli stessi ragazzi che la gestiscono.
Un altro elemento importante è la creazione di comunità. Nella società di oggi siamo arrivati a  paradigmi educativi e sociali che hanno un po’ sfibrato il senso di comunità e puntano molto sulla competizione, l’individualismo. Le esperienze come quella di Lampedusa riportano l’attenzione sull’uomo, sul fare e sul costruire insieme, sulla comunità come cellula viva di un territorio che si mobilita per trovare le risorse per realizzare i propri sogni e i servizi di cui si ha effettivamente bisogno. A Lampedusa si è concretizzato l’attivismo del cittadino che non rimane a guardare, ma decide in prima persona di migliorare il territorio a cui appartiene. La letteratura per stimolare la cittadinanza attiva con i suoi straordinari strumenti come i silent books, libri senza parole che abbattono le barriere linguistiche, di cui c’è una letteratura scientifica molto vasta.

Quando, come e perché hai abbracciato questo progetto?
Ho conosciuto il progetto grazie a Della Passarelli, editrice illuminata, che mi ha parlato della mostra e invitato alla seconda edizione. Ho scoperto Sinnos perché interessata ai testi che non solo raccontavano un mondo multiculturale, ma proponevano percorsi interculturali. Ho partecipato poi al terzo Camp, nel novembre 2015, e ne ho immediatamente compreso la validità dal punto di vista pedagogico.

Perché una docente di Pedagogia decide di prendere parte a un progetto come quello promosso a Lampedusa e decide di seguirlo fin nelle sue fasi operative?
Perché questa è la pedagogia attiva, attenta ai bisogni dei territori. Da qui l’esigenza di sistematizzare un modello di promozione della lettura nelle zone di confine che tiene conto delle esigenze e dei sogni di bambini e ragazzi e lo fa con i buoni libri. La buona letteratura non è solo quella che resta nello scaffale dello scrittore, dell’illustratore e del gruppo di lettori che ne usufruisce, ma anche quella che nasce dallo scrittore/illustratore, incontra i lettori adeguati che creano laboratori di lettura in grado di veicolare valori come l’inclusione, l’accoglienza dell’altro, del diverso, di superare i pregiudizi, di sovvertire i luoghi comuni, di reinterpretare il qui e l’altrove, il centro e la periferia, l’io e l’altro. In sintesi, di promuovere proprio attraverso la lettura azioni in grado di incidere significativamente su un territorio.

Nel libro torna di frequente un particolare e affascinante concetto, quello di “attivista della lettura”. Chi è un attivista della lettura?
Lattivista della lettura è sicuramente un appassionato di buoni libri con l’idea che l’essere militanti serva a promuovere libertà. L’attivista riesce ad attivare processi partecipativi e generatori di cambiamento: attraverso i libri sa stimolare la partecipazione dei cittadini, di una comunità, di un gruppo; è una sorta di agente di sviluppo locale.
Sicuramente è anche un ricercatore attento alle ultime novità editoriali; considera la lettura soprattutto un atto educativo e quindi è capace di costruire percorsi con i lettori e non per i lettori, quindi con i bambini e i ragazzi, non per i bambini e i ragazzi, rendendoli protagonisti; sa lavorare in gruppo, creare empatia, condividere i progetti anche con le istituzioni. Un attivista della lettura ha soprattutto una grandissima resilienza, una spiccata determinazione e la capacità di resistere e superare le difficoltà, inevitabili in ogni progetto nuovo e complesso. Poi non deve mai mancare l’entusiasmo, così come il desiderio di cambiare le cose cominciando proprio dall’attivare le risorse di cui ogni territorio dispone.

A Lampedusa ci sono due diversi modi di essere bambini: bambini lampedusani e bambini di “passaggio”. Quanto sono lontani questi due mondi?
Sono mondi in apparenza molto lontani perché non si creano situazioni che li avvicinino. La biblioteca è stata creata con l’idea che debba e possa esistere a Lampedusa un luogo di incontro; occorre fare i conti sia con il fatto che l’arrivo dei bambini migranti sull’isola non è prevedibile, in quanto legato agli sbarchi, sia con il sentire dei bambini lampedusani, che non sempre hanno voglia di affrontare i problemi dei loro coetanei appena sbarcati. Sono mondi che rischiano di non parlarsi mai; è quindi fondamentale, affinché le esclusioni non si moltiplichino, che esistano iniziative come questa. La biblioteca cerca e vuole l’incontro.

Il libro parla di isola-laboratorio, intendendo i laboratori come luoghi di promozione dei valori democratici: «Si tratta di una metodologia innovativa, particolarmente adatta per creare e gestire una public library in una zona di confine. Consiste in un approccio di educazione alla lettura che richiama in un certo senso le esperienze di cittadinanza attiva promosse dalle associazioni umanitarie nei contesti di frontiera e che insiste sul potere trasformativo della letteratura attraverso il coinvolgimento di professionisti volontari» (Zizioli, 2017, pp. 75-77).
Lampedusa riassume a mio avviso una serie di condizioni che la rendono quasi un laboratorio a cielo aperto, esportabile e riadattabile quindi dalle isole alle città. L’idea del laboratorio è stata accostata all’idea che l’esperienza non muoia con Lampedusa: oggi la biblioteca c’è, il progetto è riuscito, ma l’intuizione è che questo progetto possa continuare. Se ci sono condizioni di povertà educativa, scarsità di risorse, bambini che vogliono imparare, bambini diversi in contesti culturali multietnici quali sono quelli di oggi, un progetto del genere può essere esportato. Il Camp, come è stato realizzato sull’isola, è una novità assoluta. La bellezza del luogo ti cattura, ma l’Italia è piena di luoghi nei quali alla bellezza naturale non corrisponde una ricchezza sociale ed educativa. IBBY International – che ha impegnato nel progetto tutte le sezioni nazionali di IBBY presenti nei cinque continenti – ha guardato con grande interesse a questo programma, considerato innovativo, sia per come è stato realizzato sia per la metafora che incarna: la migrazione che da sempre appartiene alla vita dell’uomo.

In che modo riescono a incidere sul territorio le mostre itineranti di Libri senza parole?
Le mostre itineranti hanno un altissimo valore educativo, innanzitutto grazie alla bellezza di questi testi e la bellezza è un valore educativo da perseguire. Valore universale e soprattutto in grado di affinare la sensibilità e riscattare da condizioni di povertà non solo materiale. Maggiore è la condizione di scarsità, maggiore aiuto potrà provenire dalla bellezza. Purtroppo ce ne siamo un po’ dimenticati, ma andrebbe ricordato e riaffermato il valore dell’arte come strumento e percorso di rigenerazione e riscatto. C’è da aggiungere che la mostra crea empatia: tutti guardano e sfogliano gli stessi libri, quindi tutti possono riconoscersi e sentire l’altro proprio attraverso la mediazione delle immagini.

Quali sono le maggiori difficoltà nel trasformare un progetto “sperimentale” in continuità educativa e civile?
Le difficoltà, come in tutti i progetti sperimentali, sono legate alle persone e al loro senso di responsabilità. Occorrono persone speciali per realizzare progetti speciali e indubbiamente IBBY è una realtà di persone speciali, che credono fortemente nel progetto, con difficoltà da affrontare inerenti le contingenze. Quindi emergono tutte le difficoltà di un progetto fortemente legato alla quotidianità e alle persone che ci devono credere e lo devono realizzare, progetto quindi che ha a che fare con il cuore e l’intelligenza delle persone.

Attraverso quale libro sei venuta a contatto con il mondo dei silent book?
Il primo silent book che ho avuto per le mani e che ho conosciuto, con il quale ho lavorato a lungo è Migrando di Mariana Chiesa Mateos (Orecchio Acerbo 2010).

Cosa c’è da leggere sul tuo comodino?
Ho un meraviglioso albo canadese non ancora tradotto in italiano che parla di rifugiati, Stormy Seas: Stories of Young Boat Refugees, di Mary Beth Leatherdale, illustrazioni di Eleanor Shakespeare; Fifa nera, fifa blu di Alessandra Ballerini-Lorenzo Terranera (Donzelli, 2017) e il romanzo Controvento di Federico Pace (Einaudi, 2017) che ho appena finito di leggere. Campeggiano poi i testi che sto studiando per il mio lavoro universitario, ma non credo sia interessante in questa sede conoscerli!

Le pagine che hanno reso I tesori della letteratura sull’isola. Una pratica di cittadinanza possibile un libro speciale sono il risultato della professionalità, dell’esperienza e della collaborazione di più persone.
Elena Zizioli, autrice, insegna Letteratura per l’infanzia preso l’Università degli Studi di Roma Tre.
Giulia Franchi, coautrice del testo, responsabile dei Servizi educativi, formazione e didattica Palazzo Esposizioni.
Silvana Sola, presidente di IBBY Italia.
Deborah Soria, responsabile del progetto per IBBY Italia.

RACCONTI ITALIANI #2 Intervista a Elvis Malaj, un cantastorie che diventa scrittore

RACCONTI ITALIANI – rubrica dedicata al racconto italiano contemporaneo

*L’immagine di copertina è un’illustrazione di Alessandro Ripane

di Emanuela D’Alessio

Elvis Malaj, albanese di nascita, vive in Italia (attualmente a Padova) da quando aveva quindici anni. La sua “voce” è come l’acciottolìo di pietre che scivolano giù da un pendio, è una voce che non prende mai fiato, che rimbalza da una parola all’altra. E nonostante l’intercalare da “carrettiere” (chissà se lo fa apposta per scandalizzare o gli viene naturale), noi non smettiamo di ascoltare.
Elvis Malaj ha ventisette anni, ha imparato l’italiano guardando la tv, è diventato lettore leggendo in italiano, ma il suo è un italiano «sporco, spurio, meticcio», perché pur avendo tradito la lingua di origine «un immigrato in fin dei conti è uno che pensa a sé stesso», non è riuscito ad assorbire fino in fondo quella nuova.
A Bajze, dove è nato, non esiste nemmeno una libreria, non ha mai letto un libro o parlato di libri con gli amici, perché era «roba da froci».
Non sente di avere qualcosa di importante da dire, ma semplicemente di avere delle storie. «Sono un cantastorie, scrittore mi hanno fatto diventare quelli di Oblique». Quelli di Oblique sono Leonardo Luccone ed Elvira Grassi che a loro volta hanno convinto gli editori di Racconti Edizioni a pubblicare la raccolta di racconti Dal tuo terrazzo si vede casa mia.
«Penso che i ragazzi di Racconti siano dei pazzi. Poi, tenendo conto che neanche io sono uno tanto a posto, c’è il rischio che venga fuori qualcosa di buono».
Qualcosa di buono è già venuto fuori, visto che Elvis Malaj è il primo autore italiano della casa editrice romana specializzata in short stories, fino a oggi rigorosamente internazionali. Ha ultimato il suo primo romanzo Il mare è rotondo, in cerca di editore.

Elvis Malaj

Sei nato in Albania e vivi a Padova, dopo essere passato da Alessandria e Belluno. Nel racconto Il lupo della steppa (nel tuo libro Dal tuo terrazzo si vede casa mia) alla domanda «come ti trovi in Italia?» il protagonista Çoban risponde: «Trovarsi bene o meno in un posto non dipende dal posto, dipende da te. Ovunque vai ti porti sempre dietro qualcosa che alla fine rende ogni posto uguale a un altro. Potrei anche rispondere alla sua domanda, ma non significherebbe niente. Tradirei semplicemente la mia capacità di trovarmi bene o male in Italia». Che cosa ti sei portato dietro fin qui, in Italia?
Ce l’hai presente quell’idea romantica del ricominciare? Andare alla stazione, salire su treno e partire, andare lontano, non importa dove, in una nuova città, una nuova vita, lasciarsi tutto alle spalle e ricominciare. Magari addirittura in un altro paese, imparare una lingua nuova, costruirti una vita tutta da capo, come piace a te, senza ripetere gli errori fatti. Abbandonare una vita logora e stantia in direzione di qualcosa di nuovo, ributtarsi nella mischia e cercare di cogliere l’occasione, avere il coraggio di salire su quel cazzo di treno perché la vita è solo tua e puoi farne quello che vuoi (la senti, la senti l’eccitazione?). Ecco, per me questa cosa non ha mai funzionato. Non solo quando ho cambiato città, ma anche quando ho cambiato paese. Tutte le volte che ho ricominciato non ho mai veramente ricominciato. La mia vita è un copione che continua a ripetersi, magari i luoghi e le persone sono diversi ma il copione rimane sempre lo stesso. Cambiando paese non ho cambiato un bel niente. Secondo me la risposta di Çoban significa questo. E allora come si fa a ricominciare? Ricominciando da sé stessi. Ma come? Non lo so, non me l’hanno ancora insegnato. Che cosa mi sono portato dietro fin qui? Non so rispondere.

Ti sei convinto e hai convinto di essere uno scrittore e nel frattempo hai accumulato le occupazioni più disparate. Dici che stai cercando di smettere, di lavorare?
Quello che sto cercando di smettere non è di lavorare, ma di continuare a fare lavori di merda. Tutti i lavori che ho fatto finora, a parte scrivere, sono tali. Quindi, cercare di farla finita con lavori che non mi soddisfano non è mica un’idea malvagia. Solo che sappiamo bene che per arrivare al punto in cui uno scrittore possa vivere di sola scrittura ce ne vuole. Porca puttana, ho sbagliato mestiere.

«Scrivere è il modo più accessibile di raccontare storie» hai spiegato in occasione della presentazione a Roma del tuo libro. Quindi raccontare storie, per te, è una conseguenza di cosa: vocazione, necessità, casualità?
È la soddisfazione di un bisogno naturale, fisiologico, come scopare o mangiare. Non sento di avere qualcosa di importante da dire. Ho semplicemente delle storie, sono appassionato di storie. Le vedo, sono tutt’intorno a me. Magari io e te ascoltiamo e vediamo la stessa cosa, però io sono capace di vederci una storia, per quanto inutile e banale possa essere l’oggetto della nostra osservazione. E mi piace raccontarla. Sono un cantastorie. Adesso sarò un po’ melenso, ma il sorriso che riesco a strappare alle persone quando leggo un mio racconto mi fa veramente godere.

Come sei riuscito a convincere «quelli di Oblique» che sei uno scrittore?
Con il racconto Mrika, che è stato scelto in una delle serate di 8×8 di qualche anno fa. La verità è che non li ho convinti. Sono stati loro che sono riusciti a scorgere in me uno scrittore. Ma ancora non lo ero, loro mi hanno fatto diventare scrittore.

Hai pubblicato Dal tuo terrazzo si vede casa mia con Racconti edizioni, la giovanissima e agguerrita casa editrice romana che ha iniziato con te a pubblicare anche autori italiani, rigorosamente di racconti. Un esordio importante, sia per te, sia per loro. Che cosa ne pensi?
Esordire con un esordiente, in un mercato come il nostro, con una raccolta di racconti, prendendo un albanese e spacciandolo per italiano. Penso che i ragazzi di Racconti siano dei pazzi, e mi fa veramente piacere che lo siano. Poi, tenendo conto che neanche io sono uno tanto a posto, c’è il rischio che venga fuori qualcosa di buono.

Quando sei arrivato in Italia avevi quindici anni e già conoscevi l’italiano abbastanza bene. La tua scrittura nasce direttamente in italiano? E, se è così, che cosa vuol dire esprimersi in una lingua diversa dalla propria?
La mia scrittura nasce in italiano perché sono diventato un lettore leggendo in italiano. Cosa vuol dire? Niente, fai diventare la nuova lingua la tua lingua. Sa di tradimento? Sì, un po’ lo è. Un immigrato, in fin dei conti, è uno che pensa a sé stesso. Ma a parte questo, non assorbi mai la nuova lingua fino in fondo, e non riesci a separarla del tutto dalla lingua madre. Quindi il tuo non è italiano, è il tuo italiano. Un italiano sporco, spurio, meticcio.

Sei tornato in Albania solo tre volte in circa dieci anni dalla tua partenza, eppure le tue storie raccontano quasi sempre del tuo paese, attraverso i personaggi, i luoghi della tua infanzia. Di che cosa si tratta? Nostalgia, elaborazione di un distacco, riconciliazione con le proprie origini?
Non si tratta di nessuna di queste cose. Come scrittore, penso di avere un buon rapporto con l’Albania, c’è un ottimo equilibrio tra dare e avere. E forse sono lo scrittore albanese più albanese che ci sia in circolazione. Come persona, invece, come figlio di quella terra, è un altro paio di maniche, in questo caso la storia è un po’ più complicata. Il rapporto padre-figlio non è mai stato semplice. Comunque sia, che ti piacciano o meno, i tuoi genitori rimangono sempre i tuoi genitori.

La mia conoscenza della letteratura albanese si limita a Ismail Kadare, ormai 81enne, uno dei pochi tradotti in Italia. Puoi citarne altri, provando a spiegarci il perché della scarsa diffusione oltreconfine delle loro opere?
Ti dico la verità, pure la mia conoscenza della letteratura albanese è limitata. Ma un paio di nomi te li faccio: Gazmend Kapllani, che ha scritto un romanzo sull’immigrazione, Breve diario di frontiera (i romanzi sull’immigrazione di solito non mi piacciono ma il suo mi è piaciuto), e Ornela Vorpsi, perché sa scrivere. Sul motivo della scarsa diffusione non ti so dire, bisognerebbe fare un’analisi come si deve. Ti posso dire però che gli scrittori albanesi in Francia vanno di più.

Scrittori e libri non possono fare a meno delle librerie, l’anello più debole della filiera editoriale. Lo è in Italia senza dubbio, ma qual è la situazione delle librerie in Albania?
In Albania non ne parliamo. Manca proprio la cultura e la coltura del libro e delle librerie tra i giovani. Non leggono. Quando ero in Albania neanche io leggevo, non ho mai parlato con un amico di libri, e a Bajze non c’era nemmeno una libreria. I libri venivano visti come roba da froci. Con i miei amici parlavo di cose importanti, parlavamo di fica, anche se poi nessuno di noi scopava. Mi auguro che in questi anni qualcosa sia cambiato.

Qual è la tua libreria ideale?
La mia libreria ideale è una libreria piena di persone.

Prima di scrivere si deve (o dovrebbe) leggere. Qual è stato ed è il tuo percorso di lettore?
Il mio periodo più intenso di lettore è stato quello iniziale, quando è scattata la fiamma, e ho letto autori di fine Ottocento-inizio Novecento, tipo Kafka, Svevo, Čechov, Schnitzler, Pirandello, Tozzi, Hesse eccetera. Invece quello attuale è un po’ a caso, leggo di tutto senza un nesso logico.

Che cosa c’è da leggere in questo momento sul tuo comodino?
Paolo Nori, Bassotuba non c’è.

Leggi L’autobiografia del personaggio che poi sarei io