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L’isola dei tesori letterari. L’esperienza di Lampedusa

SCARABOCCHI – La rubrica dedicata alla letteratura per bambini e ragazzi 

di Rossella Gaudenzi

Quante isole ci sono nelle nostre città? Intervista a Elena Zizioli

Lo scorso 3 ottobre a Roma al Palazzo delle Esposizioni, in concomitanza con la Giornata della Memoria e dell’Accoglienza, è stata inaugurata la terza edizione della mostra Libri senza parole. Destinazione Lampedusa, un progetto promosso da IBBY Italia in collaborazione con IBBY International e i Servizi educativi-Laboratorio d’arte del Palazzo delle Esposizioni di Roma.
Il progetto nasce nel 2012 e tratta l’emergenza Lampedusa attraverso due differenti anime: l’anima letteraria che porta alla selezione dei migliori silent books pubblicati in tutto il mondo e un’anima pratica, aprire una biblioteca per le ragazze e i ragazzi di Lampedusa.
La Biblioteca di Lampedusa è stata inaugurata il 16 settembre.

Sei anni di resistenza, così li definisce Elena Zizioli, autrice del libro I tesori della letteratura sull’isola. Una pratica di cittadinanza possibile (Sinnos, 2017).

Elena Zizioli (insegna Letteratura per l’infanzia, è ricercatrice di Pedagogia Generale e Sociale presso il Dipartimento di Scienze della Formazione – Università degli Studi Roma Tre) pedagogista di formazione, è venuta a conoscenza del progetto IBBY, ne è rimasta catturata, è partita per l’isola appassionandosi alla causa e decidendo di scrivere un libro, edito da Sinnos  di Della Passarelli.

I tesori della letteratura sull’isola. Una pratica di cittadinanza possibile sarà presentato a  Milano nell’ambito di BookCity domenica 19 novembre (ore 16, Castello Sforzesco).

Che cos’è il progetto IBBY?
IBBY (International Board on Book for Young people) nasce per volontà di Jella Lepman, la quale nella Germania post nazista, per alleviare i problemi di crescita di bambini e ragazzi usciti dal conflitto e per i quali un futuro di pace e di serenità non era affatto scontato, avvia una rivoluzione silenziosa scommettendo sui buoni libri, quelli per le bambine e i bambini. Libri soprattutto belli, perché la bellezza è un valore universale.
Nel 1951 si costituisce a Zurigo il comitato IBBY per “promuovere a livello internazionale il diritto dei più giovani ai buoni libri e alla lettura, creando ovunque per l’infanzia l’opportunità di accedere a libri di alto livello letterario e artistico e incoraggiando la pubblicazione e la distribuzione di libri di qualità per bambini specialmente nei Paesi in via di sviluppo”. IBBY Italia ha l’appoggio di AIE, Fiera del libro per ragazzi, Hamelin Associazione Culturale, Cooperativa Giannino Stoppani, e altri.

Quali sono le caratteristiche salienti dell’esperienza a Lampedusa?
Dell’esperienza lampedusana vorrei mettere in evidenza due aspetti. Innanzitutto la grande generosità dei volontari che in cinque anni, a proprie spese, hanno lavorato sull’isola organizzando attività affinché la biblioteca prendesse forma e vita e all’inaugurazione del 16 settembre il grande lavoro svolto è stato premiato. La buona letteratura può davvero trasformare i territori e un libro è uno strumento di azione, emancipazione e trasformazione potentissimo per le comunità, soprattutto se sono chiuse e isolate, territori di povertà educativa dove bambini e ragazzi non hanno l’opportunità di far sentire la propria voce, guardare oltre l’orizzonte. Nei bambini di Lampedusa è forte l’identità lampedusana ma altrettanto forte è la voglia di conoscere e di spaziare; la biblioteca per sua natura non è solo una teca che raccoglie libri ma un luogo di incontro, un mondo in cui navigare con la fantasia. La biblioteca è un luogo simbolico, il luogo dell’incontro, lo spazio del confronto; nella biblioteca c’è la possibilità di sentirsi protagonisti perché sono gli stessi ragazzi che la gestiscono.
Un altro elemento importante è la creazione di comunità. Nella società di oggi siamo arrivati a  paradigmi educativi e sociali che hanno un po’ sfibrato il senso di comunità e puntano molto sulla competizione, l’individualismo. Le esperienze come quella di Lampedusa riportano l’attenzione sull’uomo, sul fare e sul costruire insieme, sulla comunità come cellula viva di un territorio che si mobilita per trovare le risorse per realizzare i propri sogni e i servizi di cui si ha effettivamente bisogno. A Lampedusa si è concretizzato l’attivismo del cittadino che non rimane a guardare, ma decide in prima persona di migliorare il territorio a cui appartiene. La letteratura per stimolare la cittadinanza attiva con i suoi straordinari strumenti come i silent books, libri senza parole che abbattono le barriere linguistiche, di cui c’è una letteratura scientifica molto vasta.

Quando, come e perché hai abbracciato questo progetto?
Ho conosciuto il progetto grazie a Della Passarelli, editrice illuminata, che mi ha parlato della mostra e invitato alla seconda edizione. Ho scoperto Sinnos perché interessata ai testi che non solo raccontavano un mondo multiculturale, ma proponevano percorsi interculturali. Ho partecipato poi al terzo Camp, nel novembre 2015, e ne ho immediatamente compreso la validità dal punto di vista pedagogico.

Perché una docente di Pedagogia decide di prendere parte a un progetto come quello promosso a Lampedusa e decide di seguirlo fin nelle sue fasi operative?
Perché questa è la pedagogia attiva, attenta ai bisogni dei territori. Da qui l’esigenza di sistematizzare un modello di promozione della lettura nelle zone di confine che tiene conto delle esigenze e dei sogni di bambini e ragazzi e lo fa con i buoni libri. La buona letteratura non è solo quella che resta nello scaffale dello scrittore, dell’illustratore e del gruppo di lettori che ne usufruisce, ma anche quella che nasce dallo scrittore/illustratore, incontra i lettori adeguati che creano laboratori di lettura in grado di veicolare valori come l’inclusione, l’accoglienza dell’altro, del diverso, di superare i pregiudizi, di sovvertire i luoghi comuni, di reinterpretare il qui e l’altrove, il centro e la periferia, l’io e l’altro. In sintesi, di promuovere proprio attraverso la lettura azioni in grado di incidere significativamente su un territorio.

Nel libro torna di frequente un particolare e affascinante concetto, quello di “attivista della lettura”. Chi è un attivista della lettura?
Lattivista della lettura è sicuramente un appassionato di buoni libri con l’idea che l’essere militanti serva a promuovere libertà. L’attivista riesce ad attivare processi partecipativi e generatori di cambiamento: attraverso i libri sa stimolare la partecipazione dei cittadini, di una comunità, di un gruppo; è una sorta di agente di sviluppo locale.
Sicuramente è anche un ricercatore attento alle ultime novità editoriali; considera la lettura soprattutto un atto educativo e quindi è capace di costruire percorsi con i lettori e non per i lettori, quindi con i bambini e i ragazzi, non per i bambini e i ragazzi, rendendoli protagonisti; sa lavorare in gruppo, creare empatia, condividere i progetti anche con le istituzioni. Un attivista della lettura ha soprattutto una grandissima resilienza, una spiccata determinazione e la capacità di resistere e superare le difficoltà, inevitabili in ogni progetto nuovo e complesso. Poi non deve mai mancare l’entusiasmo, così come il desiderio di cambiare le cose cominciando proprio dall’attivare le risorse di cui ogni territorio dispone.

A Lampedusa ci sono due diversi modi di essere bambini: bambini lampedusani e bambini di “passaggio”. Quanto sono lontani questi due mondi?
Sono mondi in apparenza molto lontani perché non si creano situazioni che li avvicinino. La biblioteca è stata creata con l’idea che debba e possa esistere a Lampedusa un luogo di incontro; occorre fare i conti sia con il fatto che l’arrivo dei bambini migranti sull’isola non è prevedibile, in quanto legato agli sbarchi, sia con il sentire dei bambini lampedusani, che non sempre hanno voglia di affrontare i problemi dei loro coetanei appena sbarcati. Sono mondi che rischiano di non parlarsi mai; è quindi fondamentale, affinché le esclusioni non si moltiplichino, che esistano iniziative come questa. La biblioteca cerca e vuole l’incontro.

Il libro parla di isola-laboratorio, intendendo i laboratori come luoghi di promozione dei valori democratici: «Si tratta di una metodologia innovativa, particolarmente adatta per creare e gestire una public library in una zona di confine. Consiste in un approccio di educazione alla lettura che richiama in un certo senso le esperienze di cittadinanza attiva promosse dalle associazioni umanitarie nei contesti di frontiera e che insiste sul potere trasformativo della letteratura attraverso il coinvolgimento di professionisti volontari» (Zizioli, 2017, pp. 75-77).
Lampedusa riassume a mio avviso una serie di condizioni che la rendono quasi un laboratorio a cielo aperto, esportabile e riadattabile quindi dalle isole alle città. L’idea del laboratorio è stata accostata all’idea che l’esperienza non muoia con Lampedusa: oggi la biblioteca c’è, il progetto è riuscito, ma l’intuizione è che questo progetto possa continuare. Se ci sono condizioni di povertà educativa, scarsità di risorse, bambini che vogliono imparare, bambini diversi in contesti culturali multietnici quali sono quelli di oggi, un progetto del genere può essere esportato. Il Camp, come è stato realizzato sull’isola, è una novità assoluta. La bellezza del luogo ti cattura, ma l’Italia è piena di luoghi nei quali alla bellezza naturale non corrisponde una ricchezza sociale ed educativa. IBBY International – che ha impegnato nel progetto tutte le sezioni nazionali di IBBY presenti nei cinque continenti – ha guardato con grande interesse a questo programma, considerato innovativo, sia per come è stato realizzato sia per la metafora che incarna: la migrazione che da sempre appartiene alla vita dell’uomo.

In che modo riescono a incidere sul territorio le mostre itineranti di Libri senza parole?
Le mostre itineranti hanno un altissimo valore educativo, innanzitutto grazie alla bellezza di questi testi e la bellezza è un valore educativo da perseguire. Valore universale e soprattutto in grado di affinare la sensibilità e riscattare da condizioni di povertà non solo materiale. Maggiore è la condizione di scarsità, maggiore aiuto potrà provenire dalla bellezza. Purtroppo ce ne siamo un po’ dimenticati, ma andrebbe ricordato e riaffermato il valore dell’arte come strumento e percorso di rigenerazione e riscatto. C’è da aggiungere che la mostra crea empatia: tutti guardano e sfogliano gli stessi libri, quindi tutti possono riconoscersi e sentire l’altro proprio attraverso la mediazione delle immagini.

Quali sono le maggiori difficoltà nel trasformare un progetto “sperimentale” in continuità educativa e civile?
Le difficoltà, come in tutti i progetti sperimentali, sono legate alle persone e al loro senso di responsabilità. Occorrono persone speciali per realizzare progetti speciali e indubbiamente IBBY è una realtà di persone speciali, che credono fortemente nel progetto, con difficoltà da affrontare inerenti le contingenze. Quindi emergono tutte le difficoltà di un progetto fortemente legato alla quotidianità e alle persone che ci devono credere e lo devono realizzare, progetto quindi che ha a che fare con il cuore e l’intelligenza delle persone.

Attraverso quale libro sei venuta a contatto con il mondo dei silent book?
Il primo silent book che ho avuto per le mani e che ho conosciuto, con il quale ho lavorato a lungo è Migrando di Mariana Chiesa Mateos (Orecchio Acerbo 2010).

Cosa c’è da leggere sul tuo comodino?
Ho un meraviglioso albo canadese non ancora tradotto in italiano che parla di rifugiati, Stormy Seas: Stories of Young Boat Refugees, di Mary Beth Leatherdale, illustrazioni di Eleanor Shakespeare; Fifa nera, fifa blu di Alessandra Ballerini-Lorenzo Terranera (Donzelli, 2017) e il romanzo Controvento di Federico Pace (Einaudi, 2017) che ho appena finito di leggere. Campeggiano poi i testi che sto studiando per il mio lavoro universitario, ma non credo sia interessante in questa sede conoscerli!

Le pagine che hanno reso I tesori della letteratura sull’isola. Una pratica di cittadinanza possibile un libro speciale sono il risultato della professionalità, dell’esperienza e della collaborazione di più persone.
Elena Zizioli, autrice, insegna Letteratura per l’infanzia preso l’Università degli Studi di Roma Tre.
Giulia Franchi, coautrice del testo, responsabile dei Servizi educativi, formazione e didattica Palazzo Esposizioni.
Silvana Sola, presidente di IBBY Italia.
Deborah Soria, responsabile del progetto per IBBY Italia.

RACCONTI ITALIANI #2 Intervista a Elvis Malaj, un cantastorie che diventa scrittore

RACCONTI ITALIANI – rubrica dedicata al racconto italiano contemporaneo

*L’immagine di copertina è un’illustrazione di Alessandro Ripane

di Emanuela D’Alessio

Elvis Malaj, albanese di nascita, vive in Italia (attualmente a Padova) da quando aveva quindici anni. La sua “voce” è come l’acciottolìo di pietre che scivolano giù da un pendio, è una voce che non prende mai fiato, che rimbalza da una parola all’altra. E nonostante l’intercalare da “carrettiere” (chissà se lo fa apposta per scandalizzare o gli viene naturale), noi non smettiamo di ascoltare.
Elvis Malaj ha ventisette anni, ha imparato l’italiano guardando la tv, è diventato lettore leggendo in italiano, ma il suo è un italiano «sporco, spurio, meticcio», perché pur avendo tradito la lingua di origine «un immigrato in fin dei conti è uno che pensa a sé stesso», non è riuscito ad assorbire fino in fondo quella nuova.
A Bajze, dove è nato, non esiste nemmeno una libreria, non ha mai letto un libro o parlato di libri con gli amici, perché era «roba da froci».
Non sente di avere qualcosa di importante da dire, ma semplicemente di avere delle storie. «Sono un cantastorie, scrittore mi hanno fatto diventare quelli di Oblique». Quelli di Oblique sono Leonardo Luccone ed Elvira Grassi che a loro volta hanno convinto gli editori di Racconti Edizioni a pubblicare la raccolta di racconti Dal tuo terrazzo si vede casa mia.
«Penso che i ragazzi di Racconti siano dei pazzi. Poi, tenendo conto che neanche io sono uno tanto a posto, c’è il rischio che venga fuori qualcosa di buono».
Qualcosa di buono è già venuto fuori, visto che Elvis Malaj è il primo autore italiano della casa editrice romana specializzata in short stories, fino a oggi rigorosamente internazionali. Ha ultimato il suo primo romanzo Il mare è rotondo, in cerca di editore.

Elvis Malaj

Sei nato in Albania e vivi a Padova, dopo essere passato da Alessandria e Belluno. Nel racconto Il lupo della steppa (nel tuo libro Dal tuo terrazzo si vede casa mia) alla domanda «come ti trovi in Italia?» il protagonista Çoban risponde: «Trovarsi bene o meno in un posto non dipende dal posto, dipende da te. Ovunque vai ti porti sempre dietro qualcosa che alla fine rende ogni posto uguale a un altro. Potrei anche rispondere alla sua domanda, ma non significherebbe niente. Tradirei semplicemente la mia capacità di trovarmi bene o male in Italia». Che cosa ti sei portato dietro fin qui, in Italia?
Ce l’hai presente quell’idea romantica del ricominciare? Andare alla stazione, salire su treno e partire, andare lontano, non importa dove, in una nuova città, una nuova vita, lasciarsi tutto alle spalle e ricominciare. Magari addirittura in un altro paese, imparare una lingua nuova, costruirti una vita tutta da capo, come piace a te, senza ripetere gli errori fatti. Abbandonare una vita logora e stantia in direzione di qualcosa di nuovo, ributtarsi nella mischia e cercare di cogliere l’occasione, avere il coraggio di salire su quel cazzo di treno perché la vita è solo tua e puoi farne quello che vuoi (la senti, la senti l’eccitazione?). Ecco, per me questa cosa non ha mai funzionato. Non solo quando ho cambiato città, ma anche quando ho cambiato paese. Tutte le volte che ho ricominciato non ho mai veramente ricominciato. La mia vita è un copione che continua a ripetersi, magari i luoghi e le persone sono diversi ma il copione rimane sempre lo stesso. Cambiando paese non ho cambiato un bel niente. Secondo me la risposta di Çoban significa questo. E allora come si fa a ricominciare? Ricominciando da sé stessi. Ma come? Non lo so, non me l’hanno ancora insegnato. Che cosa mi sono portato dietro fin qui? Non so rispondere.

Ti sei convinto e hai convinto di essere uno scrittore e nel frattempo hai accumulato le occupazioni più disparate. Dici che stai cercando di smettere, di lavorare?
Quello che sto cercando di smettere non è di lavorare, ma di continuare a fare lavori di merda. Tutti i lavori che ho fatto finora, a parte scrivere, sono tali. Quindi, cercare di farla finita con lavori che non mi soddisfano non è mica un’idea malvagia. Solo che sappiamo bene che per arrivare al punto in cui uno scrittore possa vivere di sola scrittura ce ne vuole. Porca puttana, ho sbagliato mestiere.

«Scrivere è il modo più accessibile di raccontare storie» hai spiegato in occasione della presentazione a Roma del tuo libro. Quindi raccontare storie, per te, è una conseguenza di cosa: vocazione, necessità, casualità?
È la soddisfazione di un bisogno naturale, fisiologico, come scopare o mangiare. Non sento di avere qualcosa di importante da dire. Ho semplicemente delle storie, sono appassionato di storie. Le vedo, sono tutt’intorno a me. Magari io e te ascoltiamo e vediamo la stessa cosa, però io sono capace di vederci una storia, per quanto inutile e banale possa essere l’oggetto della nostra osservazione. E mi piace raccontarla. Sono un cantastorie. Adesso sarò un po’ melenso, ma il sorriso che riesco a strappare alle persone quando leggo un mio racconto mi fa veramente godere.

Come sei riuscito a convincere «quelli di Oblique» che sei uno scrittore?
Con il racconto Mrika, che è stato scelto in una delle serate di 8×8 di qualche anno fa. La verità è che non li ho convinti. Sono stati loro che sono riusciti a scorgere in me uno scrittore. Ma ancora non lo ero, loro mi hanno fatto diventare scrittore.

Hai pubblicato Dal tuo terrazzo si vede casa mia con Racconti edizioni, la giovanissima e agguerrita casa editrice romana che ha iniziato con te a pubblicare anche autori italiani, rigorosamente di racconti. Un esordio importante, sia per te, sia per loro. Che cosa ne pensi?
Esordire con un esordiente, in un mercato come il nostro, con una raccolta di racconti, prendendo un albanese e spacciandolo per italiano. Penso che i ragazzi di Racconti siano dei pazzi, e mi fa veramente piacere che lo siano. Poi, tenendo conto che neanche io sono uno tanto a posto, c’è il rischio che venga fuori qualcosa di buono.

Quando sei arrivato in Italia avevi quindici anni e già conoscevi l’italiano abbastanza bene. La tua scrittura nasce direttamente in italiano? E, se è così, che cosa vuol dire esprimersi in una lingua diversa dalla propria?
La mia scrittura nasce in italiano perché sono diventato un lettore leggendo in italiano. Cosa vuol dire? Niente, fai diventare la nuova lingua la tua lingua. Sa di tradimento? Sì, un po’ lo è. Un immigrato, in fin dei conti, è uno che pensa a sé stesso. Ma a parte questo, non assorbi mai la nuova lingua fino in fondo, e non riesci a separarla del tutto dalla lingua madre. Quindi il tuo non è italiano, è il tuo italiano. Un italiano sporco, spurio, meticcio.

Sei tornato in Albania solo tre volte in circa dieci anni dalla tua partenza, eppure le tue storie raccontano quasi sempre del tuo paese, attraverso i personaggi, i luoghi della tua infanzia. Di che cosa si tratta? Nostalgia, elaborazione di un distacco, riconciliazione con le proprie origini?
Non si tratta di nessuna di queste cose. Come scrittore, penso di avere un buon rapporto con l’Albania, c’è un ottimo equilibrio tra dare e avere. E forse sono lo scrittore albanese più albanese che ci sia in circolazione. Come persona, invece, come figlio di quella terra, è un altro paio di maniche, in questo caso la storia è un po’ più complicata. Il rapporto padre-figlio non è mai stato semplice. Comunque sia, che ti piacciano o meno, i tuoi genitori rimangono sempre i tuoi genitori.

La mia conoscenza della letteratura albanese si limita a Ismail Kadare, ormai 81enne, uno dei pochi tradotti in Italia. Puoi citarne altri, provando a spiegarci il perché della scarsa diffusione oltreconfine delle loro opere?
Ti dico la verità, pure la mia conoscenza della letteratura albanese è limitata. Ma un paio di nomi te li faccio: Gazmend Kapllani, che ha scritto un romanzo sull’immigrazione, Breve diario di frontiera (i romanzi sull’immigrazione di solito non mi piacciono ma il suo mi è piaciuto), e Ornela Vorpsi, perché sa scrivere. Sul motivo della scarsa diffusione non ti so dire, bisognerebbe fare un’analisi come si deve. Ti posso dire però che gli scrittori albanesi in Francia vanno di più.

Scrittori e libri non possono fare a meno delle librerie, l’anello più debole della filiera editoriale. Lo è in Italia senza dubbio, ma qual è la situazione delle librerie in Albania?
In Albania non ne parliamo. Manca proprio la cultura e la coltura del libro e delle librerie tra i giovani. Non leggono. Quando ero in Albania neanche io leggevo, non ho mai parlato con un amico di libri, e a Bajze non c’era nemmeno una libreria. I libri venivano visti come roba da froci. Con i miei amici parlavo di cose importanti, parlavamo di fica, anche se poi nessuno di noi scopava. Mi auguro che in questi anni qualcosa sia cambiato.

Qual è la tua libreria ideale?
La mia libreria ideale è una libreria piena di persone.

Prima di scrivere si deve (o dovrebbe) leggere. Qual è stato ed è il tuo percorso di lettore?
Il mio periodo più intenso di lettore è stato quello iniziale, quando è scattata la fiamma, e ho letto autori di fine Ottocento-inizio Novecento, tipo Kafka, Svevo, Čechov, Schnitzler, Pirandello, Tozzi, Hesse eccetera. Invece quello attuale è un po’ a caso, leggo di tutto senza un nesso logico.

Che cosa c’è da leggere in questo momento sul tuo comodino?
Paolo Nori, Bassotuba non c’è.

Leggi L’autobiografia del personaggio che poi sarei io

Prestami le ali: un’avventura per uscire dalla schiavitù

SCARABOCCHI – La rubrica dedicata alla letteratura per bambini e ragazzi 

di Rossella Gaudenzi

«Che brutta cosa togliere la libertà a qualcuno. Portarlo via da casa sua. Portarlo lontano dalla sua mamma».

Igiaba Scego, scrittrice e giornalista romana di origine somala, collabora con «Internazionale» e firma una rubrica di libri per bambini e ragazzi. Il suo ultimo romanzo pubblicato in Italia è Adua (Giunti Editore, 2015). Nel 2017 ha pubblicato per Rrose Sélavy Editore (qui la nostra intervista all’editore Massimo De Nardo) il suo primo libro per bambini, Prestami le ali, impreziosito dalle incantevoli illustrazioni di Fabio Visentin.

Ho conosciuto Igiaba Scego nel tardo pomeriggio di un sabato d’ottobre al Pigneto. Non è un caso che dopo poche battute il discorso abbia virato sul mondo dei blog e delle loro potenzialità. Una settimana prima a Mogadiscio un attentato, definito l’11 settembre della Somalia (Adama Munu su «Internazionale»), ha ucciso oltre trecentocinquanta persone e ne ha ferite più di duecento: «E nessuna testata giornalistica ha voluto spendere uno spazio degno della portata della strage. Un blog in cui dare notizia e fare informazione seria credo sia una possibile soluzione, ci penso da tempo, perché le persone vogliono sapere, conoscere i fatti, questo è un dato che riscontro continuamente».

Prestami le ali nasce da un tuo viaggio di ricerca a Venezia durante il quale hai scoperto, attraverso il dipinto di Pietro Longhi Clara al Carnevale di Venezia, l’esistenza della rinoceronte Clara, ridotta a fenomeno da baraccone nel XVIII secolo. Come è nata costruita la storia di Clara?
Mi trovavo a Venezia per “Remapping the Ghetto” dell’Università Ca’ Foscari, progetto per il quale sono rimasta un mese in città. L’idea era quella di raccontare il ghetto, partendo da quello veneziano, nelle sue varie accezioni: ghetto fisico, ghetto della contemporaneità e via dicendo.
È nel Museo Ca’ Rezzonico, davanti il quadro Clara al Carnevale di Venezia di Pietro Longhi, che ho trovato il mio punto di partenza: il corpo della rinoceronte Clara come ghetto, come mancanza di libertà. Sono molto attenta agli animali – nel mio libro precedente, Adua, uno dei protagonisti è l’elefante – e sono sempre rimasta colpita e turbata dall’usanza di offrire rinoceronti come doni coloniali a re e sovrani. La riduzione in schiavitù degli uomini trova un corrispettivo nella prigionia degli animali ed è sostanzialmente la condizione dei subalterni, degli uomini del Sud del mondo. Osservando il rinoceronte del quadro ho subito colto la sofferenza: un animale che sta male circondato da maschere, una serie di elementi che cozzano gli uni con gli altri. Che cosa ci fa un rinoceronte a Venezia in mezzo alle maschere? Ho iniziato a indagare ed è stato interessante scoprire che la protagonista del quadro fosse la rinoceronte; ho scritto un racconto per adulti – ancora custodito nel mio pc – e mentre scrivevo pensavo costantemente a quanto sarebbe stato bello ricavarne un racconto per bambini.

Ho tenuto un laboratorio per bambini alla Scuola Elementare Carlo Pisacane di Torpignattara in concomitanza con la festa annuale della scuola, Taste de World – Festa Internazionale per musica, cibo, persone. Sono stata invitata e anziché parlare di me, rischiando di annoiare i bambini, ho deciso di parlare della rinoceronte. Si è subito creato uno scambio vivace, attraverso giochi e indovinelli e contemporaneamente un profondo lavoro di lettura del quadro, i bambini si sono entusiasmati. Che cos’è Venezia? Che cosa ci fa un rinoceronte a Venezia? Che cosa vedete nel quadro? «La cacca!», è la prima risposta, quindi la prima cosa che mettono a fuoco. Dopo questa esperienza ho deciso di fare un tentativo: non ho mai scritto una favola e ho voluto provarci. Oltre alla rinoceronte Clara, al gatto Gigi e alla rondinella ho inserito i protagonisti, due bambini: Ester l’ebrea, relegata nel ghetto, e il servetto somalo Suleiman. Sono arrivati da una doppia esperienza. La prima è quella vissuta nel ghetto: per un mese ho attraversato la città, ho parlato con le persone, ho visitato sinagoghe e il Museo Ebraico, sono andata a teatro a vedere Il mercante di Venezia di Shakespeare, ho gustato i dolci tipici. La seconda è stata la presenza dominante dei “moretti” veneziani nell’iconografa del luogo. Persino in albergo c’è il moro incatenato che regge la candela, così come nei gioielli, all’interno dei musei; da afro-discendente sono colpita da questi molteplici simboli di schiavitù. I due bambini, insieme alla rinoceronte Clara, hanno in comune un problema di schiavitù. Come possono i tre personaggi uscire da questo stato di oppressione? Volevo spiegare la schiavitù e la libertà ai bambini, che comprendono immediatamente e alla perfezione.
Prestami le ali è un’avventura per uscire dalla schiavitù. Man mano inserivo spunti, animali, vicoli, tutto ciò che ricordavo della città nella sua quotidianità, schivando i simboli turistici e stereotipati (come le gondole e i canali). Parallelamente ho studiato la storia della rinoceronte indiana Clara, piuttosto straziante: sedata continuamente per essere trasportata in Europa e morta molto giovane.

Come è stato scelto il titolo Prestami le ali?
Lo abbiamo scelto io e Massimo De Nardo, l’editore di Rrose Sélavy. Volevamo giocare con l’idea delle ali ma allontanarci da un titolo che suonasse come Storia di una gabbianella e del gatto che le prestò le ali di Luis Sepúlveda. Il concetto del prestare le ali da parte del leone di San Marco era centrale: il leone rappresenta un potere illuminato. Non nascondo di essere andata con la mente ai bambini della Scuola Carlo Pisacane e al tema dello Ius Soli. Il “potere” dovrebbe permettere di emanare leggi che consentano di vivere tutti con gli stessi diritti. Il leone rappresenta dunque un potere illuminato.

Il libro presenta personaggi molto diversi tra loro: Clara, Suleiman, Ester, il gatto Gigi e la rondinella. Quale ti somiglia di più?
Mi immedesimo in entrambi i bambini. Sono un’afro-discendente nata in Italia e il razzismo è stato una costante della mia infanzia; oggi sono corazzata e come strategia, quando sono arrabbiata, scrivo. Da bambina non avevo gli strumenti per difendermi. In Italia imperversa secondo me un razzismo istituzionale: mancano le leggi, c’è una paura crescente, l’incapacità di raccontare il cambiamento che sta vivendo il nostro Paese; è mancata la classe dirigente che non ha gestito la conoscenza reciproca, l’accoglienza, l’inclusione sociale e il fenomeno molto esteso della migrazione. Non si possono mischiare il figlio di migrante, il migrante che si trova in Italia per motivi di lavoro, lo studente, il rifugiato politico. C’è migrante e migrante e si deve iniziare a spiegare questa parte di popolazione agli altri, dovremmo conoscerci, anche perché paradossalmente gli stereotipi vengono assorbiti dai migranti stessi: conosco molte donne arabe razziste.
Il razzismo lo vedo con i miei occhi ma riesco a combatterlo, da piccola non ne ero capace e ciò che mi ha aiutata maggiormente è stata la lettura; nei libri della biblioteca scolastica o assegnati dalla maestra io ritrovavo me stessa: Marco, il protagonista del racconto Dagli Appennini alle Ande di Edmondo De Amicis, mi somigliava. I libri mi hanno dato degli strumenti per spiegarmi al mondo. A Ester e Suleiman ho voluto fornire strumenti di forza da dare al rinoceronte, che è completamente arreso.

Ci racconti il rapporto con le illustrazioni del veneziano Fabio Visentin?
Le illustrazioni di Prestami le ali rappresentano una svolta, perché il libro non sarebbe quel che è senza l’incontro felice con Fabio Visentin. L’illustratore ha letto la storia, ne ha colto la dimensione favolistica oltre a quella settecentesca e ha voluto rendere questa dimensione attraverso illustrazioni meravigliose. Fabio Visentin ha grande esperienza, è veneziano e della sua città ha scelto di rappresentare aspetti particolari e non scontati. Ci tenevo tantissimo alla rappresentazione del Carnevale: la storia si svolge durante questa festa che fa parte della tradizione del nostro Paese ma che stiamo perdendo. Oggi si festeggia Halloween ma sempre di meno il Carnevale, festa che amo molto: è il momento della trasgressione, del travestimento, del cambiamento di identità.

Portando il tuo libro in giro per l’Italia, a contatto con bambini e adulti di luoghi ed età differenti, hai avuto qualche sorpresa?
I bambini capiscono tutto e subito, questa è la sorpresa per me più bella: è un pubblico coinvolto che si diverte, interagisce, pone domande. Mi arricchisco e mi rimetto in gioco ogni volta. Mi piacerebbe trasformare il libro in opera teatrale da portare nelle scuole: i bambini seguono, si appassionano (sogno addirittura di farne un cartone animato, ma questo progetto è pressoché irrealizzabile).
Prestami le ali e spiega il razzismo e la schiavitù in modo non didattico ed è un libro in cui tutti i bambini possono rispecchiarsi, qualunque sia la loro origine. Purtroppo tra i libri per bambini pochissimi hanno titoli sulle minoranze, con personaggi principali latinos, afroamericani, americani asiatici, ecc. Quando ciò accade si rischia di cadere in storie pietistiche. In Italia ci sono poche eccezioni, mi viene in mente, ad esempio, il bel lavoro di Patrizia Rinaldi capace di inserire le diversità nelle sue storie.

Quando hai pensato per la prima volta di scrivere per i bambini?
Ho già scritto per ragazzi. Nel 2003, incontrando Della Passarelli, editrice di Sinnos, al Salone del Libro, le ho chiesto sfacciatamente di scrivere della Somalia attraverso la storia di mia madre, per la collana I Mappamondi. Ne è uscito il libro La nomade che amava Alfred Hitchcock, testo molto adatto ai ragazzi. Stavolta però ho voluto scrivere per bambini perché, nel frattempo, ho imparato. Curo per «Internazionale» la rubrica sui libri per bambini e ragazzi: l’ho fortemente voluta perché mi apriva un mondo, essendo da anni, forse da sempre, relegata a scrivere di guerre e di violenza. Ho iniziato con le recensioni per ragazzi e inoltrandomi in questo mondo ho imparato. Sicuramente continuerò a scrivere per bambini e ragazzi, ho varie idee, tra cui quella di scrivere un fumetto; un buon ritmo sarebbe alternare un libro per adulti con un libro per bambini e ragazzi. Ciò che so per certo è che le mie storie, come è avvenuto finora, nasceranno o dalla meraviglia o dalla rabbia.


Cosa leggevi da piccola?
L’intera opera di Agata Christie fatta eccezione per Sipario, perché non volevo che Hercule Poirot morisse, e tantissimi fumetti: Topolino, Diabilok, Alan Ford. Senza dimenticare che la mia formazione è cinematografica. Da bambina ho visto una quantità  stratosferica di film.

Cosa c’è da leggere sul tuo comodino?
In questo momento sto leggendo due libri di donne: L’età dell’innocenza di Edith Wharton (Corbaccio, 1993) e La ragazza con la Leica di Helena Janeczek (Guanda, 2017). Sono solita leggere due libri contemporaneamente, purché molto distanti tra loro.

Igiaba Scego è una scrittrice italosomala nata a Roma nel 1974. Collabora con «Internazionale», «Lo straniero», «la Repubblica», «il manifesto». Tra i suoi libri: Pecore nere, scritto insieme a Gabriella Kuruvilla, Laila Wadia e Ingy Mubiayi (Laterza, 2005); Oltre Babilonia (Donzelli, 2008); La mia casa è dove sono (Rizzoli, 2010, Premio Mondello 2011); Roma negata. Percorsi postcoloniali nella città (con Rino Bianchi, Ediesse, 2014); Adua (Giunti Editore, 2015); Prestami le ali (Rrose Sélavy Editore, 2017).

Le parole chiave di effe – Intervista a Carlotta Colarieti

di Emanuela D’Alessio

Con Carlotta Colarieti, editor e curatrice di effe – Periodico di Altre Narratività, abbiamo fatto il punto su un progetto editoriale che in cinque anni si è inserito a pieno titolo nel mondo delle riviste letterarie. Le parole chiave sono: la ricerca di voci inedite da affiancare  a voci già note, l’abbinamento tra racconto e illustrazione, la pubblicazione cartacea senza ristampe, la distribuzione diretta, il rapporto personale con i librai.
effe è un progetto auto-sussistente che riesce a finanziare ogni nuova uscita con le vendite del numero precedente.

Tra gli autori comparsi nei sette numeri di effe ci sono: Paolo Cognetti, Luca Ricci, Enrico Macioci, Athos Zontini, Riccardo Gazzaniga, Paolo Zardi, Vins Gallico, Demetrio Paolin.
Tra quelli che invece hanno scritto su effe da esordienti e poi sono arrivati alla pubblicazione ci sono: Luciano Funetta, Elisa Casseri, Gianni Agostinelli, Elvis Malaj e Alessandra Minervini.

Il numero #effe8 è in preparazione. Il tema scelto è Disobbedienza.

Illustrazione di Alessandra De Cristofaro

Nel viaggio tra le riviste letterarie indipendenti, compiuto da Il Libraio nei mesi scorsi, una tappa è dedicata anche a effe, il semestrale di narrativa inedita illustrata di cui sei editor e curatrice. Proviamo a definire rivista letteraria? E qual è lo stato di salute di cui godono attualmente le riviste letterarie in generale?
Il compito di una rivista letteraria dovrebbe essere quello di sondare gli umori della scena narrativa contemporanea garantendo contenuti inediti – racconti di autori emergenti affiancati da nomi noti, nel caso specifico di effe – a cui i lettori, e talvolta anche gli addetti ai lavori, non sono ancora giunti.
A rendere unico il ruolo delle riviste letterarie che danno spazio agli esordienti è proprio la loro funzione di primo filtro e di raccordo tra le diverse figure che ruotano intorno alle storie: l’autore inedito, che ha la possibilità di confrontarsi con una redazione, con tutto ciò che questo comporta (sofferenza compresa); il lettore, che si ritrova tra le mani materiale narrativo impossibile da reperire altrove, perché in gran parte costituito da firme ancora non pubblicate; l’addetto ai lavori, che può interessarsi a una rosa di voci nuove e sempre diverse con la garanzia di una prima e durissima selezione.
Attualmente le riviste letterarie in Italia sembrano andare alla grande, godendo anche di una certa crescente considerazione tra gli editori. Il prezzo di questa condizione è il fatto che le riviste letterarie che hanno reali legami con il mondo editoriale sono relativamente poche, e che in passato, tra gli altri, anche progetti molto validi hanno ceduto al peso della fatica e dei costi, non sempre sostenibili.

effe, costola della storica rivista online Flanerí, è rigorosamente su carta. Perché questa scelta apparentemente in controtendenza?
Ora come ora gli aspiranti autori – e non solo loro – hanno la possibilità di accedere facilmente a un pubblico di lettori senza dover passare per la mediazione di qualcuno. Ovviamente si tratta di una condizione vantaggiosa solo in apparenza: quando tutti hanno visibilità, nessuno ce l’ha veramente.
La percezione della mancanza di un filtro che stabilisca la qualità di ciò che viene pubblicato online fa sì che anche quelle realtà che si occupano di scouting e di narrativa con uno sguardo professionale fatichino a conquistare l’attenzione dei lettori, persino di quelli più attenti, che ogni giorno si trovano di fronte a infinite possibilità di lettura, ma con lo stesso identico tempo da dedicargli.
Per noi la scelta della carta va di pari passo con i suoi limiti: pubblicare su carta significa affrontare un investimento in termini economici, dover programmare tutto con molto anticipo e occuparsi della distribuzione in libreria, tutte cose che impegnano tempo e persone a vari livelli. Ed è per questo che pubblicare autori esordienti su carta equivale a legittimarli: scommettere a ogni uscita su un numero ridotto di voci che nessuno conosce ma che devono rispondere a un livello qualitativo alto, in grado di reggere il confronto con gli autori noti che pubblicano su effe i loro racconti inediti.

A cinque anni dalla prima uscita, con sette numeri all’attivo e un altro in preparazione, possiamo trarre un bilancio e fornire qualche numero. Ad esempio, quanti racconti sono stati pubblicati, quante copie della rivista sono state vendute, quanti librai hanno recepito la rivista mettendola in vendita nella loro libreria, quanto costa tutta l’operazione?
Su effe sono passati 62 racconti e altrettanti autori, molti di più – circa un centinaio – gli autori provenienti dallo scouting della redazione che poi hanno pubblicato i loro racconti nella sezione di narrativa inedita di Flanerí. Abbiamo quasi terminato le copie degli scorsi numeri, molte sono state vendute tramite lo shop online di 42Linee, lo studio editoriale che si occupa della redazione del volume e per il quale molti di noi lavorano, moltissime altre tramite le circa quaranta librerie indipendenti nelle quali siamo distribuiti. Fare un preventivo sarebbe impossibile: i costi variano a seconda della foliazione di ogni singolo numero. Dopo cinque anni
però, possiamo affermare che effe è un progetto auto-sussistente che riesce a finanziare ogni nuova uscita con le vendite del numero precedente.

Illustrazione di Daniela Tieni, effe #3

Le caratteristiche più evidenti di questo originale progetto editoriale sono l’abbinamento racconto-illustrazione (che fa venire in mente la rivista WATT, ideata da Leonardo Luccone e Maurizio Ceccato), l’individuazione di un tema per ogni numero, l’accostamento tra esordienti sconosciuti e scrittori già affermati. Se ce ne sono altre ti prego di aggiungerle, provando anche a spiegarne il perché.
Un altro aspetto al quale teniamo moltissimo è il rapporto con i librai, ogni uscita è a tiratura limitata, non sono previste ristampe e le copie, dal quarto numero in poi, sono tutte numerate. Inutile dire che il nostro lavoro non servirebbe a nulla se non avessimo librerie di qualità alle quali appoggiarci. Ci avvaliamo di una distribuzione diretta, il che significa che siamo noi stessi a gestire i rapporti con i librai e le libraie. Non è solo una questione di praticità: parlare con chi ha un contatto diretto con i lettori, ascoltare quello che hanno da dire, scegliersi a vicenda, muoversi con gli autori in giro per l’Italia, sono iniziative fondamentali per l’identità del progetto, la cui indipendenza passa anche da queste scelte.

Soffermiamoci sugli aspetti organizzativi e operativi. Quante persone sono coinvolte nel progetto e quali sono i ruoli identificati.
Oltre a me, la redazione è composta da Dario De Cristofaro, direttore editoriale e editor, Francesco Scarcella, editor, Alessandra De Cristofaro, art editor, Giulia Zavagna, redattrice e traduttrice per effe #7 e la nostra new entry Silvia Bellucci, ufficio stampa.

Quali sono i criteri di selezione dei racconti che decidete di pubblicare?
Di un autore ci interessa prima di tutto la cifra, non deve rispondere a caratteristiche prestabilite ma deve possedere un tono deciso e personale. Ovviamente in una rivista che si occupa di short stories anche la costruzione del racconto è fondamentale ma tutti gli autori sono seguiti da un editor prima della pubblicazione e tutti i racconti vengono editati. In generale posso dire che discutiamo molto prima di arrivare alla formazione definitiva di ogni singolo numero.

Illustrazione di Irene Rinaldi del racconto di Gianni Agostinelli, effe #2

La rivista pubblica racconti italiani ma anche di scrittori esteri. Come funziona lo scouting a livello internazionale?
effe si occupa narrativa italiana e così continuerà a fare in futuro. In occasione dello scorso numero, effe #7, abbiamo deciso di sperimentare guardando all’estero, per farlo ci siamo rivolti a otto traduttori, grazie all’aiuto di Giulia Zavagna – editor e traduttrice per Edizioni Sur e membro della redazione – li abbiamo interrogati riguardo alla loro personale visione di ciò che manca, eppure meriterebbe di essere letto anche qui. Il risultato sono otto racconti di autori assolutamente inediti in Italia da Brasile, Francia, Islanda, Repubblica Ceca, Stati Uniti, Sudafrica, Turchia e Uruguay. Tutti illustrati da artisti dei rispettivi paesi.

La considerazione che la forma racconto in Italia goda di pessima salute sembra esser sempre più contraddetta dai fatti. Registriamo un vivace fermento di progetti editoriali incentrati esclusivamente sul racconto. Penso al caso più eclatante della casa editrice Racconti edizioni che, tra l’altro, ha appena pubblicato il suo primo autore italiano Elvis Malaj (un suo racconto è uscito proprio su effe). Che cosa ne pensi e che cosa puoi dirci di Elvis Malaj?
I ragazzi di Racconti edizioni hanno capito che la forma racconto può incontrare il favore del pubblico, soprattutto se svincolata dall’eterna competizione con il romanzo, e noi non possiamo che essere d’accordo con loro. Siamo orgogliosi ogni volta che un autore arriva alla pubblicazione dopo essere stato letto per la prima volta su effe, è capitato in passato e speriamo che continui a capitare in futuro.

Che cosa c’è da leggere sui comodini di effe in questo momento, cominciando dal tuo e da quelli degli altri redattori che vorranno rispondere?
Sul mio comodino c’è Teoria della classe disagiata di Raffaele Alberto Ventura (minimumfax), su quello di Dario De Cristofaro c’è Walter Siti con Bruciare Tutto (Rizzoli). Giulia Zavagna sta leggendo Lincoln nel Bardo di George Saunders (Feltrinelli), Francesco Scarcella L’ombra dell’ombra di Paco Ignacio Taibo II (la Nuova frontiera) e Silvia Bellucci Mio padre la rivoluzione di Davide Orecchio (minimum fax). Sul comodino di Alessandra De Cristofaro c’è Il mestiere di scrivere di Raymond Carver (Einaudi).

Carlotta Colarieti è nata a Roma, dove vive e lavora. È redattrice editoriale e editor dello studio editoriale 42Linee e curatrice dell’antologia periodica effe – Periodico di Altre Narratività.

 

RACCONTI ITALIANI #1 – Intervista a Ade Zeno

RACCONTI ITALIANI – rubrica dedicata al racconto italiano contemporaneo
Racconti italiani è il titolo del libro di John Cheever, pubblicato da Fandango nel 2009 (traduzione di Leonardo G. Luccone), che raccoglie i racconti scritti in Italia dal celebre scrittore americano.  La nuova rubrica ospita racconti italiani e le interviste agli autori. Scegliamo testi già pubblicati e che ci sono piaciuti.

di Emanuela D’Alessio

L’autore del racconto La città dei bambini fantasma si chiama Ade Zeno. Torino è la sua città, «ci sono nato, ci vivo, quasi certamente sarà qui che morirò». Scrive forse per egoismo, noia, «al limite per disperazione», ma il suo lavoro è cerimoniere al Tempio Crematorio di Torino, «un lavoro molto delicato» che ti costringe ad assorbire il dolore altrui.
Ha fondato la rivista letteraria Atti Impuri e con il collettivo Sparajurij ha fatto «cose pazzesche per quindici anni».
Ha sempre amato Il piccolo principe di Antoine Saint-Exupéry (da cui trae ispirazione La città dei bambini fantasma). Tra i fondamentali ci sono Kafka e Borges, di quest’ultimo deve leggere almeno una frase ogni giorno. Però il suo prediletto è Roberto Bolaño e il libro più grande, assicura, lo ha scritto Miguel de Cervantes.

Ade Zeno

Sei nato a Torino, hai pubblicato due romanzi e numerosi racconti, hai fondato la rivista letteraria Atti impuri, lavori come cerimoniere al Tempio Crematorio di Torino. Cominciamo da qui, da questo lavoro inusuale, ma anche un lavoro come un altro. Come si diventa cerimoniere di un cimitero? Per concorso, per chiamata diretta, per caso o per rincorrere un desiderio?
È andata più o meno così: dopo anni di lavoro all’Università come borsista e assegnista di ricerca, un bel giorno sono finiti i fondi e tanti saluti a una carriera accademica peraltro mai desiderata. A due passi dal baratro salta fuori questo caro amico, da tempo impiegato alla Società per la Cremazione di Torino, che deve trasferirsi all’estero per motivi personali e ha bisogno di trovare un sostituto. Il mio curriculum è piuttosto in linea con il profilo richiesto perché durante l’iter universitario, fra le mille altre cose, mi sono occupato di tanatologia. Il colloquio con il direttore del tempio va bene (fra l’altro scopro che è un lettore accanito, quindi passiamo il tempo a parlare di libri), inizio il percorso di formazione e vengo assunto. Insomma, così su due piedi risponderei che si diventa cerimonieri per chiamata diretta.

Quali sono le mansioni di un “cerimoniere” e qual è il rapporto, nel caso ci fosse, con la tua scrittura?
Per rispondere in modo esaustivo dovrei impiegare almeno un paio d’ore. Molto schematicamente: un cerimoniere deve occuparsi di organizzare e presiedere quotidianamente una certa quantità di funerali laici. Al Tempio Crematorio di Torino succede in media fra le dieci e le venti volte al giorno. I luttuanti arrivano lì, nella Sala del Commiato, per accompagnare il defunto prima della cremazione, e chiedono di poter tributare l’ultimo saluto. Ci si raccoglie intorno al feretro e si ha la libertà di scegliere come commemorarlo. Alcuni scelgono il silenzio, altri la musica, altri ancora letture (poesie, salmi, lettere e così via). Il mio compito è quello di fare in modo che questo momento assuma un senso e soprattutto una forma, nella maggior parte dei casi scegliendo io stesso i testi più adeguati alla situazione. È un lavoro molto delicato che ti costringe a un confronto costante con l’altrui dolore. Un dolore che assorbi e amministri anche se non è il tuo. Un paio di giorni dopo il funerale presiedo la funzione di consegna dell’urna cineraria, altro momento delicatissimo in cui i parenti del morto devono confrontarsi con la trasformazione del corpo: un trauma terribile. Raccontato così sembra complesso. In realtà lo è molto di più. Per rispondere alla seconda domanda, non so dire quale rapporto ci sia tra il mio mestiere e la scrittura. Sicuramente l’ambiente in cui lavoro somiglia molto a uno scrigno pieno di storie. Basta fare una passeggiata fra loculi e cellari per rendersi conto dell’enorme quantità di narrazioni che si nascondono dietro quelle migliaia di lapidi. Ogni foto, ogni iscrizione racconta qualcosa. Nell’ultimo anno ho lavorato su un romanzo ambientato proprio lì. Non so cosa ne farò, qualcuno lo sta leggendo, magari uscirà, magari no.

La tua scrittura è una conseguenza di cosa: vocazione, necessità, casualità?
Si scrive per egoismo, per noia. Al limite per disperazione. Ma soprattutto perché a fare i bombaroli si dà molto più nell’occhio.

Soffermiamoci sul tuo racconto La città dei bambini fantasma, una storia colma di metafore, una fiaba dalle tinte fosche, un’ambientazione dai confini remoti e indistinti. Ci vogliono tredici settimane per raggiungere la Città nera seguendo le istruzioni di un mercante di Tunisi, di contrabbandieri algerini, di una tenutaria di Aleppo, di un predone berbero. Un luogo dove si perde l’anima e si assumono «le sembianze di fanciulli gracili e biondi», dove si rabbrividisce. Il risultato è stupefacente, per un racconto da diecimila battute. Ci aiuti a decrittare un testo così essenziale e denso al tempo stesso?
L’idea di fondo è partita dalla storia di Saint-Exupéry, o meglio dalla fine della sua storia, quell’ultimo volo da cui non è mai più tornato.  Ho sempre amato Il piccolo principe: un libro lunare, terribile, profondamente inquieto, che parla di solitudine e termina con un suicidio. Quel bambino biondo apparso dal nulla continua a turbarmi, certe pagine mi commuovono ancora oggi, a distanza di oltre trent’anni dalla prima lettura. Diciamo che con la storia dei bambini fantasma ho provato a giocare con quest’atmosfera sospesa infilandoci dentro alcune fra le mie tante ossessioni. La perdita della memoria, per esempio, o il desiderio di oblio, giusto per spolverare le più evidenti. Non ho impiegato molto a tirar giù la prima stesura. Con Leonardo Luccone ho poi lavorato di fino eliminando i fronzoli linguistici, i miei tanti, insopportabili, tic letterarieggianti. Lui mi dice taglia qui, taglia lì, togli tutta questa inutile merda. È un editor severissimo, non gli sfugge mezza virgola. Se la versione definitiva del racconto mi piace abbastanza, è solo merito suo.

Hai all’attivo due romanzi e numerosi racconti. Hai pubblicato con due piccoli editori e dopo svariati rifiuti. Che cosa dovrebbe cambiare, se c’è qualcosa da cambiare, nel viaggio di un manoscritto verso la libreria passando per un editore? E mi riferisco volutamente soltanto alla categoria “libro cartaceo”.
Devo essere onesto, non so proprio rispondere a questa domanda. Io scrivo, leggo, ogni tanto mi imbatto nelle infinite discussioni sui destini del libro e sulle difficoltà dell’editoria, ma lo faccio da turista, vale a dire in modo vergognosamente superficiale. In rete spopolano analisti molto più bravi di me a individuare criticità e possibili soluzioni. È vero, i miei manoscritti hanno collezionato – e quasi certamente continueranno a collezionare – quantità esorbitanti di rifiuti. All’inizio ci restavo male, ora mi limito a sorridere con malinconia. Però gli editori fanno il loro mestiere, io mi occupo di altro. Certo, a libro uscito ti piacerebbe che lo leggessero in tanti, e non è assolutamente il mio caso. Ho il sospetto di aver venduto pochissimo. Ma No Reply e Il Maestrale non avevano uffici di stampa potenti, e poi si sa che nel giro di pochi mesi un libro sparisce dagli scaffali, ammesso che riesca ad arrivarci. La quantità di novità è enorme, emergere dal ginepraio un terno all’otto. Senza contare il fatto che magari hai scritto un libro poco interessante, e allora è soltanto colpa tua.

Hai fondato insieme al collettivo Sparajurij la rivista letteraria Atti impuri, dal 2010 anche in versione cartacea. Qual è il suo stato di salute attualmente e delle riviste letterarie in generale?
Quella di Atti impuri è stata un’esperienza bella, addirittura esaltante. Ai tempi la situazione delle riviste cartacee era un po’ in stallo, c’erano molti blog, molti siti, ma mi sembrava importante tornare a proporre qualcosa di più libresco. Quando ero ragazzetto ne esistevano a bizzeffe, ricordo con particolare affetto Addictions, faceva cose bellissime. La dirigeva Leonardo Pelo, un pazzo entusiasta, che fra l’altro è stato il mio primo editore, praticamente l’unico a credere in quello che scrivevo. Tornando a noi, alla base c’era l’idea di creare un luogo fisico in cui convergessero le voci più impure della narrativa e della poesia contemporanea, esordienti e non. Una sorta di mappatura dello stato di salute della forma racconto e della ricerca linguistica in generale. Abbiamo pubblicato inediti di autori diversissimi fra loro, anche da un punto di vista generazionale, ma tutti di massimo livello. Fra gli stranieri William Cliff, Herberto Helder, Durs Grünbein, John Giorno. Il mio grande orgoglio è stato quello di pubblicare la prima traduzione assoluta di alcune poesie dell’Estridentismo messicano. Mi sembra che negli ultimi anni siano spuntate fuori molte altre riviste degne di nota, anche se tra mille difficoltà. Per quanto riguarda la nostra, però, credo che il suo ciclo sia ormai concluso. Non abbiamo più tempo né energie da dedicare a un progetto tanto ambizioso. Ma è fisiologico, niente di male. Nel nostro piccolo abbiamo fatto un buon lavoro, ne sono convinto.

Qual è o dovrebbe essere il ruolo delle riviste letterarie: palestre di scrittura, trampolini di lancio per esordienti, luoghi culturali alternativi, rifugio per disillusi?
Direi le prime tre. I disillusi possono rifugiarsi un po’ ovunque, non mi preoccuperei troppo per loro.

La forma racconto in Italia non sembra godere di particolare successo.  Eppure nemmeno un anno fa è nata a Roma una casa editrice (Racconti edizioni) che ha puntato tutto sui racconti e sta andando molto bene. I due giovani editori sono un’eccezione inspiegabile o hanno semplicemente smascherato un pregiudizio infondato?
Sono felicissimo del fatto che un progetto del genere sia in circolazione e stia avendo fortuna. Credo si tratti comunque di un successo circoscritto, non molto competitivo rispetto ai cosiddetti grandi numeri. Quindi no, non penso che abbiano smascherato un pregiudizio infondato, almeno non ancora; però stanno lavorando nella giusta direzione, spero con tutto il cuore che riescano ad andare avanti. Da lettore sono particolarmente grato alla forma breve o brevissima. Comprimere mondi nel minor spazio possibile, giocarsi il tutto per tutto in un solo gesto potenzialmente perfetto: è un azzardo che mi affascina anche come scrittore. Pensa a Charms, al Manganelli di Centuria, a Örkény, a Wilcock, oppure a quel libriccino di Thomas Bernhard, perfido e delizioso, EreignisseLa lotteria di Shirley Jackson è un vero gioiello, bisognerebbe impararlo a memoria. Potrei continuare a lungo. Lʼanno scorso ho letto una raccolta incredibile, Il paradiso degli animali, opera prima di David James Poissant. Lo hanno pubblicato i ragazzi di NN, bravissimi anche loro a scovare diamanti.

Torino appare sempre di più fucina letteraria, con l’indiscusso Salone del Libro che ha retto alla sfida milanese, con il Premio Calvino e la scuola Holden da dove escono di tanto in tanto voci interessanti, con scrittori (torinesi di nascita o adozione) che arrivano all’esordio in libreria senza sfigurare. Qua è la tua visione, particolare e globale, della città?
Torino è la mia città, ci sono nato, ci vivo, quasi certamente sarà qui che morirò. Mi piace parlarne male, ma non riesco a immaginare un luogo geografico in cui preferirei risiedere. Forse quando sarò abbastanza vecchio e arreso mi trasferirò in una località di mare molto appartata, possibilmente abitata da indigeni che non parlino la mia lingua. Ma ci penserò più avanti. La mia formazione umana e letteraria si è consolidata qui, i legami più sinceri sono tutti torinesi. Non sono un tipo mondano, né frequento salotti, che in genere mi mettono molto a disagio. Insomma tendo a starmene per i fatti miei. Il Salone del Libro è un evento importante, sono felice che esista, ma ci passo sempre solo di sfuggita, giusto per ritrovare qualche vecchio amico. Nel complesso tutta quella confusione mi agita terribilmente. Stesso discorso per quanto riguarda il Premio Calvino e la Holden: è un bene che esistano, ma a me non cambiano nulla. Però è vero che negli ultimi anni questa città si è configurata sempre più come luogo in fermento: incontri, serate, laboratori, slam, ce n’è per tutti i gusti. Se fossi meno orso me ne starei sempre in giro. Però posso dirti che, per quanto riguarda il mio percorso da scribacchino, l’esperienza più importante è stata collettiva. Parlo dell’incontro con il gruppo Sparajurij: un manipolo di ragazzetti boriosi e disincantati con cui ho condiviso oltre quindici anni di cose pazzesche germinate negli angusti corridoi dell’Università per poi dilagare ovunque. Auguro a chiunque la fortuna di poter sguazzare in un contesto del genere.

Scrittori e libri non possono fare a meno delle librerie, l’anello più debole della filiera editoriale. La Torino libraria è altrettanto vitale come quella letteraria? E qual è la tua libreria ideale?
Direi di sì. Torino è popolata di piccole, spesso meravigliose, librerie indipendenti. Luoghi abitati da esseri eroici e paradossali con cui puoi passare ore a parlare di libri senza annoiarti mai. La mia libreria ideale è esattamente così: un posto tranquillo, illuminato bene, portato avanti da pazzi furiosi e appassionati. Arrivi lì con un titolo da ordinare e ne esci con tre di cui ignoravi l’esistenza.

Prima di scrivere si deve (o dovrebbe) leggere. Quali sono stati e sono i tuoi percorsi di lettore?
Non sono un grafomane, sono piuttosto pigro, quindi scrivere è per me motivo di grande frustrazione. Insomma, preferisco aver scritto. In compenso credo di essere un buon lettore. Credo che un elenco ragionato del mio percorso personale risulterebbe noioso, ma posso mettere sul piatto alcune presenze per me fondamentali.  Kafka, senza dubbio, ogni sua parola è un piccolo miracolo. E poi Borges, di cui devo leggere almeno una frase al giorno. Non importa quale, basta aprire un volume a caso, trovo sempre qualcosa che mi fa stare bene. L’altra sera mi sono imbattuto in quella prosa fantasmagorica, Una oración, che termina così: “Voglio morire del tutto; voglio morire con questo compagno, il mio corpo”. Da sette o otto anni sono molto amico anche di Roberto Bolaño. Il libro più grande, però, lo ha scritto Cervantes. Invidio chiunque si trovi nella felice condizione di non averlo ancora letto e di avere la possibilità di farlo.

Che cosa c’è da leggere in questo momento sul tuo comodino?
Qualche settimana fa mi sono imbattuto in un autore neozelandese che non avevo mai sentito nominare, Maurice Shadbolt. Il libro si intitola Le acque della luna, edito da Feltrinelli nel 1962 e fuori catalogo da tempo. Con una rispolverata alla traduzione andrebbe assolutamente ristampato, sono quasi tutti racconti notevoli. Adesso invece sto leggendo Antoine Volodine, Terminus Radioso, dopo aver amato moltissimo Angeli minori e Scrittori. Anche a lui voglio abbastanza bene. Ma meno che a Bolaño. Ragionando in termini affettivi, Roberto è in assoluto il mio prediletto.

Leggi il racconto La città dei bambini fantasma

TerraRossa, un nuovo progetto editoriale all’esordio

FUORI STRADA – Rubrica di approfondimento della piccola e media editoria “extra-capitolina”

di Emanuela D’Alessio

Dal Sud Italia, in particolare dalla Puglia, arriva la nuova casa editrice TerraRossa.
«In uno scenario dominato da grandi gruppi editoriali che riuniscono diversi marchi e possiedono anche distributori librari e catene di vendita, abbiamo intravisto uno spazio ancora possibile di indipendenza e di espressione: valorizzare le voci del nostro territorio che rinunciano al folclore per dialogare con tutti». Una sfida impegnativa che ha già superato brillantemente l’importante appuntamento con il Salone di Torino.
Ne parliamo con Giovanni Turi, direttore editoriale della casa editrice.

Appena nata e già nella mischia. Partiamo da qui, dalla 30esima edizione del Salone di Torino che ha chiuso i battenti con un bilancio straordinario di critica e di pubblico. Una prova del fuoco per TerraRossa, la giovanissima casa editrice pugliese che ha esordito proprio a Torino nei giorni scorsi. Quali sono i primi commenti e riflessioni?
Siamo partiti per Torino con il desiderio di far conoscere il nostro progetto e con un po’ d’ansia, siamo tornati carichi di entusiasmo e con la convinzione di esserci mossi nella direzione giusta. Le attestazioni di interesse e di stima di colleghi, giornalisti e semplici lettori riguardo alla nostra idea di editoria, alla linea grafica, agli autori e ai titoli proposti sono state davvero tante e inaspettate. Ora faremo di tutto per essere all’altezza delle aspettative che abbiamo suscitato.

Descrivendo TerraRossa hai parlato di “canone della letteratura meridionale” perché Fondanti, una delle due collane della casa editrice, è dedicata esclusivamente a scrittori contemporanei del Sud, già pubblicati ma usciti fuori commercio. Una scelta netta, forse provocatoria. Di autori “dimenticati” ce ne sono molti altri. È corretto applicare alla letteratura confini territoriali o addirittura regionali?
La letteratura certo non ha confini di alcun tipo, ma quando si cerca di analizzare nello specifico un contesto geografico o temporale possono emergere delle specificità che altrimenti resterebbero ignorate: di qui la voglia di capire cosa gli scrittori della nostra terra abbiano voluto esprimere nei loro testi, in che direzione sia andata la loro ricerca stilistica. Non solo: da Roma in giù i luoghi di incontro e di confronto sono davvero pochi, Fondanti vuole anche essere un cenacolo virtuale, instaurare un dialogo altrimenti assente.

Perché gli scrittori “ripescati” da Fondanti sono stati dimenticati dalle case editrici?
In verità me lo domando anche io. Forse perché alcuni di loro non sono scrittori “addomesticati”, o non frequentano i giri giusti, o forse perché nel mondo editoriale non c’è uno sguardo retrospettivo, come sarebbe auspicabile e opportuno, non so. Mi viene in mente uno scrittore che, subito dopo aver esordito con grande successo, aveva iniziato a firmare recensioni per un importante quotidiano nazionale (non faccio i nomi, altrimenti Elena mi rimprovera): ebbene, ammetteva candidamente di non essere un buon lettore e di conoscere abbastanza bene solo la letteratura contemporanea statunitense.

Con l’altra collana Sperimentali, invece, si oltrepassano i confini per entrare in campo aperto, l’unico limite sembra essere quello della ricerca di scritture sperimentali e inedite. Che cosa significa “scrittura sperimentale” per TerraRossa?
Sperimentale vuol dire non già letto, ascoltato, digerito; sempre più spesso ci troviamo a doverci confrontare con stili piani, uniformati, o viceversa la ricerca dell’originalità diventa compiaciuta, onanistica: cercheremo di proporre autori che non sacrifichino il piacere di chi legge e che allo stesso tempo rifuggano dalla banalità.

Puoi fare qualche esempio, partendo proprio dagli autori scelti per la collana Sperimentali?
Ci provo, ma credo che vadano letti per comprendere davvero la natura della nostra ricerca. Jenny la Secca si sviluppa su due piani temporali, quello incalzante del presente e quello del passato, che tende invece a un ritmo più lento, nostalgico; Claudia Lamma, inoltre, si avvale di uno stile composito che ingloba anche termini gergali e giovanilistici con sorprendente precisione e naturalezza, per non parlare della sua capacità di “raffigurare” i dialoghi. Restiamo così quando ve ne andate ha uno stile essenziale e paratattico estremamente sorvegliato, ma soprattutto, come tutte le opere di Cristò, riserva numerose sorprese che costringono il lettore a riconsiderare quanto credeva di aver intuito. La gente per bene di Francesco Dezio, infine, è una colata lavica di sarcasmo, rabbia, angoscia, verità.

Facciamo un passo indietro: chi sono le menti e le braccia della casa editrice?
[A questa domanda risponde Elena Manzari, responsabile dell’ufficio stampa].
Credo che la mente di tutto il progetto sia il nostro Giovanni: a chi altri sarebbe potuta venire un’idea del genere? Giovanni ha messo mente e cuore e Angelo De Leonardis, l’editore, gli ha dato credito. Da qui e da loro parte TerraRossa edizioni che vede in squadra Pierfrancesco Ditaranto nel ruolo di responsabile della grafica e Tiziana Giudice in quello di puntualissima correttrice di bozze. Poi ci sono io che cerco, e spero di riuscirci, di far conoscere i libri TR un po’ ovunque.

Il nome TerraRossa risuona abbastanza evocativo, l’orgoglio pugliese passa anche attraverso la terra e i suoi colori. La scelta di un nome è sempre (o quasi) il risultato di un’associazione di idee e di ragionamenti articolati. Come è andata in questo caso?
La terra è un elemento universale, quella rossa è tipica dei paesaggi del centro della Puglia: ci piaceva coniugare queste due dimensioni. E poi la terra accoglie e nutre i semi, ci auguriamo che i nostri libri possano fare altrettanto con i lettori.

In catalogo ci sono sette titoli, quattro pubblicati e tre in preparazione. Gli autori sono tutti italiani. Che cosa hanno in comune?
Nessuno di loro vive di scrittura e nessuno di loro saprebbe rinunciare alla scrittura o intenderla come un semplice passatempo: quindi direi l’urgenza di dare forma narrativa a pensieri, storie, immaginari. Ma com’è ovvio sono scrittori che hanno autori di riferimento differenti e percorsi artistici non assimilabili tra di loro. A noi piace la polifonia.

Si resta rigorosamente in Italia o si è disponibili a uno sguardo internazionale? Quanti titoli si prevede di pubblicare l’anno?
Proiettarci già su uno scenario internazionale è senz’altro prematuro, per ora pubblicheremo solo autori italiani. Sul numero dei titoli, dipenderà tutto da quanti di valore riusciremo a intercettarne.

Giovanni Turi

Qual è il canale privilegiato per la selezione dei testi da pubblicare?
Accettiamo l’inoltro spontaneo di inediti, ma è davvero difficile trovare opere meritorie tra le tante che pervengono nella casella mail, per cui quando a presentare un inedito è uno scrittore o un professionista che stimo è chiaro che l’opera ha una corsia preferenziale. A Torino, poi, ho avuto modo di conoscere alcuni agenti con un parco autori molto interessante e sono sicuro che potremo presto instaurare collaborazioni proficue.

Per concludere la consueta domanda di Via dei Serpenti: che cosa c’è da leggere sui comodini degli editori di TerraRossa? Ci piacerebbe che tutti i protagonisti fornissero la loro risposta.
Elena Manzari. Il domandone di Via dei serpenti, questo! Allora, sul comodino ho La più amata di Teresa Ciabatti quasi al termine (meravigliosa autobiografia o presunta tale, e poco m’importa) e pronto per esser cominciato La novità di Paul Fournel che m’incuriosisce parecchio. Sul tablet (essendo molto in movimento in questo periodo) ho Scherzetto di Domenico Starnone e mentre leggo rido un sacco pensando a Leo, mio figlio.
Giovanni Turi. Il monastero di Zachar Prilepin, Del dirsi addio di Marcello Fois, Potrebbe trattarsi di ali di Emilia Bersabea Cirillo. Li alterno in base al tempo a disposizione, allo stato d’animo e alla soglia di attenzione.
Pierfrancesco Ditaranto. Un complicato atto d’amore di Miriam Toews e Kafka sulla spiaggia di Haruki Murakami.
Tiziana Giudice. Il mio è un comodino ‘affollato’ di riviste («National Geographic» e vecchi numeri delle «Scienze»), saggi e romanzi. In corso di lettura: Povera Patria. La canzone italiana e la fine della Prima Repubblica di Stefano Savella e La donna che scriveva racconti di Lucia Berlin (consigliato da Giovanni). In attesa di essere letti: Parole che provocano di Judith Butler e Viaggio in Portogallo di José Saramago. In attesa di essere riletto: Scritto sul corpo di Jeanette Winterson.