Archivi autore: viadeiserpenti

Otto anni nei boschi narrativi #10 Andrea Bergamini – Playground

 

Titolo?
Otto anni di editoria indipendente. Le interviste di Via dei Serpenti
Introduzione?
Leonardo G. Luccone
Editore?
Via dei Serpenti
Uscita?
Settembre 2019

 

Realizzare Otto anni di editoria indipendente. Le interviste di Via dei Serpenti ci ha dato l’occasione di tornare a parlare con Andrea Bergamini, editore di Playground. La nostra prima intervista, nel settembre 2011, avvenne pochi mesi dopo la partecipazione allo Strega del romanzo di Gilberto Severini, A cosa servono gli amori infelici, e l’ingresso della casa editrice nel gruppo Fandango. Qui uno stralcio della nuova intervista, realizzata a luglio 2019.

Il nuovo percorso editoriale
Credo si possa dire, con la parzialità dello sguardo di chi è direttamente, quotidianamente e ossessivamente coinvolto, che ci troviamo di fronte a un’assoluta continuità rispetto alle direzioni intraprese a partire dal 2007, tre anni dopo la nascita della casa editrice. Playground resta una casa editrice di sola narrativa, con una preferenza per la letteratura nordamericana, e con l’impegno a valorizzare gli autori proponendo l’insieme della loro opera. Anche il numero dei titoli, per anno, è rimasto lo stesso. Molto ridotto.
A partire dal 2014 il logo dichiara anche l’appartenenza al gruppo Fandango Editore, tanto che oggi il nome è Fandango/Playground. Ma soprattutto la scelta di un nuovo art director, Maurizio Ceccato, ha comportato un ritorno alle copertine illustrate e d’autore. Progressivamente è scomparsa la nostra fascia caratteristica e ora le copertine sono a griglia aperta, con uno sforzo da parte dell’art director di rendere creativi e illustrati anche titolo e autore.

La letteratura targata Playground
La produzione di Playground ha mantenuto una sua continuità nel proporre letteratura nordamericana d’autore, a cominciare da Edmund White, Allan Gurganus, Helen Humphreys e Richard Bausch, e completandola, credo, attraverso figure, per così dire ‘eccentriche’, come Sam Shepard e Rudolph Wurlitzer, che sono state da sempre personalità di spicco nel proporre segmenti della vita americana più periferica, meno metropolitana, anche più sofferta e autentica. Con l’aggiunta di scelte originali, come il romanzo post apocalittico ed ecologista di Jean Hegland, Nella foresta, titolo cult dell’editoria indipendente americana e due anni best seller in Francia.
Si è continuato anche un lavoro sulla letteratura europea più giovane, penso all’autore francese Sébastien Marnier con il suo ‘Mimì’ (tra l’altro è ormai un regista cinematografico molto affermato in patria), ma soprattutto all’autore irlandese Karl Geary e al suo romanzo d’esordio Montpelier Parade, che considero tra i romanzi più belli che abbiamo pubblicato negli ultimi anni.
Anche per gli italiani vale il discorso fatto in precedenza per gli autori stranieri. Contano le dimensioni, le risorse, i rapporti. Detto questo, è vero che svolgiamo un lavoro molto ridotto sugli esordienti, e anche questa è una scelta editoriale, ma anche una necessità legata alla struttura, all’organico, al tempo e a molte altre variabili.
È vero che Playground ha pubblicato due soli esordi nella collana principale, ma tutti e due significativi. Sandro Campani, nel 2004 (il primo anno di vita della casa editrice) con È dolcissimo non appartenerti più. E proprio di recente abbiamo pubblicato una seconda esordiente, Francesca Capossele, con due romanzi molto belli, 1972 e Nel caso non mi riconoscessi. Aggiungo che abbiamo pubblicato il toccante secondo romanzo di Davide Martini e stiamo per ripubblicare tutta l’opera di Gilberto Severini, a mio parere uno degli autori di narrativa italiana più interessanti.

Il progetto Syncro/Europa
Sono felicissimo di questo progetto e marchio editoriale che, tra l’altro, non è più solo letterario, coinvolgendo anche l’illustrazione e l’audiovisivo. Credo sia la mia iniziativa più originale in quindici anni di attività di editore. L’ambizione (da incalliti e ostinati federalisti europei) è quella di raccontare e dimostrare come una “patria europea” esista già nella vita, nel quotidiano, nelle scelte libere, innanzitutto sul piano sentimentale, dei suoi giovani. Per farlo pubblicheremo trenta romanzi, ambientati nelle diverse città europee (sia capitali sia città più periferiche) e che hanno per protagonisti giovani europei gay (per giovani, in questo caso si intendono giovani uomini, ossia si va dai diciotto ai trentacinque anni). Ai romanzi, però, accompagniamo anche un racconto per immagini, attraverso stampe d’autore di trenta giovani artisti e illustratori europei e attraverso ritratti video di giovani europei. I primi romanzi usciti sono ambientati a Bilbao, Bucarest, Venezia e Goteborg. I prossimi a Parigi, Zagabria e Kalgenfurt. È un progetto che mi piace e mi diverte moltissimo.

Qualche novità
Mi concentro su un titolo che uscirà a settembre, Il gioco di De Niro, dell’autore libanese (naturalizzato canadese) Rawi Hage. Vincitore dell’Internazional Impac Dublin Literary Award, tra i più importanti e ricchi premi per la letteratura di lingua inglese nel mondo. Racconta dell’amicizia tra George e Bassam, amici d’infanzia, nella Beirut devastata dalla guerra civile a cavallo degli anni Settanta e Ottanta. Un romanzo ricco di ironia amara, di un originale realismo magico, di toni noir, che sfociano in una denuncia, dal tono mai banale, della guerra, della violenza.

Otto anni nei boschi narrativi #9 Orfeo Pagnani – Exòrma

Titolo?
Otto anni di editoria indipendente. Le interviste di Via dei Serpenti
Introduzione?
Leonardo G. Luccone
Editore?
Via dei Serpenti
Uscita?
Settembre 2019

La casa editrice Exòrma, nata nel 2009, si caratterizza per il tema del viaggio e la sua dimensione letteraria. Il viaggio non finisce mai. Solo i viaggiatori finiscono. E anche loro possono prolungarsi in memoria, in ricordo, in narrazione. «Quando il viaggiatore si è seduto sulla sabbia della spiaggia e ha detto: “Non c’è altro da vedere”, sapeva che non era vero» (J. Saramago).
La precedente intervista all’editore Orfeo Pagnani è di settembre 2014.  Qui uno stralcio della nuova, realizzata nel giugno 2019.

La forma libro
Siamo circondati da parole e, nella maggior parte dei casi, da parole da leggere. La rete è un fenomeno imprescindibile che a suo modo affianca l’editoria tradizionale, almeno nel caso di prodotti informativi creati unilateralmente e messi a disposizione con una modalità di distribuzione dei contenuti assolutamente pervasiva. Si sono spesso affrontati i problemi dell’editoria dal punto di vista dei costi di produzione e dei prezzi o dei processi politici e culturali relativi alla fruizione del libro. Ma un fattore che andrebbe considerato a fondo è quello del tempo a disposizione per una lettura di approfondimento.
Insomma, più che essere preoccupati della trasformazione della “forma libro”, dovremmo auspicare un’evoluzione antropologica dell’homo legens contemporaneo.
Delineare da subito in modo chiaro il profilo delle collane è stata una scelta strategica. Ci ha permesso di orientare il lettore all’interno delle diverse anime della nostra produzione editoriale. Sono nate Asterischi (saggi e riflessioni teoriche su temi sociali), Perimetrie (divulgazione tra scienza e società), un’altra, in attesa di nome proprio, di reportage e giornalismo narrativo sui luoghi dell’attualità.  Non tralasciando anche la pubblicazione monografica di libri con un consistente apparato iconografico, didascalico e documentale, dalla fotografia all’illustrazione, contenuti legati all’arte, al viaggio, all’antropologia, al cinema, alla scienza, abbiamo deciso però di concentrare la nostra attenzione principalmente su due collane: Scritti traversi (i luoghi e il viaggio) e quisiscrivemale (la narrativa).

Pochi titoli, identità forte e bando all’omologazione
Nel 2019 escono quindici titoli nuovi, nel 2020 probabilmente diciotto/venti. Se vogliamo continuare a seguire bene le fasi di editing, di redazione e produzione, di promozione e comunicazione, se vogliamo accompagnare l’autore e il libro nel loro percorso nel tempo attraverso gli eventi, le manifestazioni culturali, i premi, non è possibile al momento affrontare un numero di uscite maggiore di questo.
Troppi sono i libri che rapidamente gonfiano gli scaffali e i banchi delle librerie e altrettanto rapidamente svaniscono. La scommessa è che i nostri riemergano vivi e vegeti e duraturi. Li leggiamo e semplicemente ci sentiamo meglio; rassicurano la nostra mente estenuata dall’inflazione delle “narrazioni”. Il lettore che sa cosa vuole trovare in un testo, deve poterli individuare; ed è lì che noi dobbiamo essere.

Le prossime novità
Vi anticipo alcune novità: Il Figliolo della Terrora di Silvia Cassioli, un romanzo in cui tre figure femminili scandiscono il tempo dal ’48 a oggi. L’acqua alta e i denti del lupo di Emanuele Termini, Stalin giovane anarchico a Venezia. Troppo lontano per andarci e tornare di Stefano Di Lauro, Kaliningrad/Königsberg la città bifronte di Valentina Parisi, ma non voglio anticiparveli tutti, ci vediamo sui social.

Otto anni nei boschi narrativi #8 Raffaele Riba

Titolo?
Otto anni di editoria indipendente. Le interviste di Via dei Serpenti
Introduzione?
Leonardo G. Luccone
Editore?
Via dei Serpenti
Uscita?
Settembre 2019

L’assaggio di oggi è dedicato a Raffele Riba, il giovane scrittore piemontese che ha esordito nel 2014 con Un giorno per disfare, per 66thand2nd. Con la casa editrice romana ha esordito anche come editor. La prima intervista a Via de Serpenti è di novembre 2014, qui uno stralcio della nuova (luglio 2019). Qui uno stralcio.

Le cose dell’universo
Le “cose dell’universo”, per me, sono insieme meraviglia e assoluta realtà. Nel senso che da un lato, non appena ci si avvicina un attimo – con un telescopio o con un libro divulgativo – a quelle “cose” credo sia impossibile non provare un forte senso di vertigine. Coi miei mezzi limitati, ho cercato di osservare il più possibile e leggere il più possibile (non scorderò mai la prima volta che ho visto le striature di Giove che poi non sono altro che forti correnti che spazzano il pianeta correndo a 350 km/h). Tanto basta – e basta a chiunque – per cominciare a capire, a intuire (meglio) un’unità di misura così vasta da accogliere fenomeni che prima ti mandano per aria e poi ti riposizionano.

Le passeggiate nei boschi letterari
Non sono stato un lettore precoce, diciamo che da piccolo dei libri amavo l’idea, ne cominciavo (libri Mondadori per ragazzi) dieci e ne finivo uno. Ho cominciato a leggere seriamente in terza o quarta superiore, classici contemporanei: ricordo Il Processo, Il maestro e Margherita, Il fu Mattia Pascal, più che altro autori che mi avevano colpito durante le ore di lezione e che poi decidevo di approfondire. All’università ho letto tantissima poesia del Novecento, i miei preferiti erano Giudici, Sereni, Raboni, Caproni, fino ad arrivare a un poeta che ho amato tantissimo, Ivano Ferrari (di Montale è superfluo dire che è Il Poeta del ‘900 italiano). E poi i classici greci, qualche latino, i grandi poemi più che altro.
Fuori dai banchi, mentre mi avvicinavo ad autori come Vonnegut, Wallace o Magris – sì ero un po’ disordinato – cominciavo ad alternare queste letture con un po’ di saggi di divulgazione scientifica: prima c’è stata l’etologia e poi la fisica (come curiosità da sfamare, intendo).
Ora leggo meno, ma rileggo molto. Volponi, Beckett, Bolaño, Fleur, Jaeggy, Antoine Volodine. Continuo a essere disordinato.

Il futuro
Vorrei solo poter continuare a fare quello che sto facendo. Per quanto riguarda la scrittura, ora devo ricaricare un po’, leggere libri belli, lasciarmi cullare da altri immaginari e poi mi rimetterò a scrivere. Ci saranno un paio di grandi abusati dalla Storia, come Marat e Ponzio Pilato, e un albero secolare che per vendicarli si rifiuta di perdere le foglie e piegarsi alle stagioni.

Otto anni nei boschi narrativi #7 Alcide Pierantozzi

Titolo?
Otto anni di editoria indipendente. Le interviste di Via dei Serpenti
Introduzione?
Leonardo G. Luccone
Editore?
Via dei Serpenti
Uscita?
Settembre 2019

Di Alcide Pierantozzi, caso editoriale nel 2006 con Uno in diviso per Hacca, non ci limitiamo a un assaggio. Pubblichiamo integralmente la sua nuova intervista a Via dei Serpenti che troverete, insieme alla precedente (luglio 2015), in Otto anni di editoria indipendente. Le interviste di Via dei Serpenti.

Il tuo ultimo libro, Tutte le strade portano a noi, è uscito nel 2015. Da allora, quando dicevi: «Credo che sia arrivato il momento di cominciare a scrivere sul serio», che cosa è successo al Pierantozzi scrittore?
Gli ultimi quattro anni non sono stati facili per me, sono successe molte cose, molti eventi della vita che mi hanno scosso e cambiato. Ho perso i miei nonni, con i quali sono cresciuto, e sono andato più di una volta in crisi con la scrittura. Per molto tempo sono rimasto impantanato su un libro piuttosto difficile, sul disastro di Chernobyl, nella convinzione che fosse il «mio» libro – e tale è rimasto, in un certo senso, perché ci lavoro continuamente. Quando però sembrava che non riuscissi a scrivere altro, è arrivata Bompiani, nella persona dello scrittore e consulente Alessandro Mari. Con lui, e poi con Beatrice Masini, è nata l’idea di un nuovo romanzo, molto diverso dai miei precedenti (anche se, forse, li riecheggia tutti). Ci ho lavorato per un anno, con grande ispirazione.

Dopo il caso editoriale di Uno in diviso, che nel bene e nel male suscitò molto scalpore, hai continuato a scatenare forti reazioni, perché i tuoi libri sono «senza confini di stile», disorientano il lettore, lo costringono a nuotare in un mare aperto e agitato, tra ossessioni e interrogativi complessi e scomodi sull’esistenza. Se, come sembra evidente, lo scopo della tua scrittura non è compiacere il lettore e probabilmente nemmeno l’editore, puoi provare a spiegarci il percorso della tua ricerca letteraria e, nel caso esista, il suo obiettivo?
Compiacere il lettore no, ma stupirlo sì. Sempre. Lo stupore conta parecchio in un libro, o in un film, o in un discorso. Ogni scoperta scientifica si fonda sullo stupore. Il «thauma» di Aristotele non è la meraviglia, è lo stupore. Se non vuoi stupire, non fai Titanic, non scrivi la Divina Commedia, e soprattutto non fai la rivoluzione. Il punto è che lo stupore non puoi suscitarlo a tavolino, non è fatto di trucchi, non viene da noi ma siamo noi a doverlo accogliere; a volte è un luogo specifico della nostra memoria da cui attingere, è il nostro sé più lontano, è un giro di accordi di una canzone. Io il lettore lo devo stravolgere, capovolgere, devo metterlo in discussione da cima a fondo. Lo stupore è il mezzo per l’unico obiettivo che ho di fronte: il contenuto della materia che sto affrontando, e come riuscire a esplicitarlo al meglio per farlo arrivare a chi mi legge.

Alla domanda sul perché della tua scrittura avevi risposto che scrivi «per imparare a morire». Sei appassionato, tra le altre cose, di horror, perché è l’unico genere ad avere impostato un discorso sulla morte. A che punto sei con il tuo personale discorso al riguardo?
Appena finito di scrivere L’inconveniente di essere amati ho cominciato a lavorare a un progetto diciamo «quasi horror», che dovrebbe essere il mio nuovo libro. E il titolo del file Word è, non a caso, entrarenellamorte.doc. Il cinema dell’orrore è una mia grande passione, che si rinnova ogni volta che vedo film come Hereditary – Le radici del male, o Noi, o Suspiria di Guadagnino.
Più che un genere, credo che l’horror sia, per qualsiasi artista, una specie di miniera di pepite d’oro in grado di accendere la fantasia di chi se ne lascia ispirare, perché la paura e la fantasia sono migliori amiche. I film horror sanno fare il loro sporco lavoro meglio della maggior parte degli psicanalisti, sono come i cristalli di Sturgeon, che sognano. Gli Urania sono libri che sognano. E quello che sognano genera altre immagini, altre storie. Che a loro volta sognano rigenerando altre immagini, altre storie… Michele Mari, in Tu, sanguinosa infanzia, dedica pagine indimenticabili a questo discorso.

Prima ho parlato di ossessioni, i tuoi libri sono densi di simbologie che le rappresentano. Provi ad analizzare la tua narrazione con la lente di ciò che ti ossessiona?
È difficile per me dire la verità su questo punto, perché io non credo affatto che la mia scrittura sia il risultato delle mie esperienze di vita e culturali, quindi di una mia certa idea del mondo. Non credo nemmeno di scrivere per mettere meglio a fuoco le cose, perché pensiero profondo e scrittura per me sono distinti, bicameralmente separati.
Io vengo continuamente visitato da immagini, che quando non spariscono si ripresentano sempre più ricche di dettagli, come le onde quando montano e fanno sempre più la spuma, e da lì parto per un viaggio di cui all’inizio non so niente, non mi interessa sapere niente. Nel tempo mi sono accorto che tutte le volte che ho provato a razionalizzare uscendo da questo esercizio di canalizzazione, i risultati non erano buoni, le parole fingevano, sembravano facce truccate male. Le parole sono molto brave a fingere.
Così come non è detto che un ragazzo carino sia l’uomo della tua vita, non è detto che una certa parola sia quella giusta. Allora come si fa a sapere qual è quella giusta? Si aspetta, si sente. Aspettare di sentire qualcosa di diverso, qualcosa che non sia una cosa tra le cose, è quello che faccio io, ogni giorno, è il mio mestiere. Non faccio altro che immaginare, sognare, di continuo. Ogni tanto sento una mano sulla spalla, è come se mi dicesse: «Ecco, è questo quello che cercavi». Se rispetto il volere di questa mano, allora la parola che ho scelto, o l’immagine sulla quale mi sono concentrato, è quella giusta. Giusta perché mi rispecchia, mi permette di capire un po’ meglio chi sono attraverso di lei.

Sul numero di dicembre 2018 della rivista «Nuovi Argomenti» è uscito un estratto del tuo nuovo romanzo, L’inconveniente di essere amati, che sarà pubblicato da Bompiani nel 2019. È una storia d’amore impossibile fra un uomo e una donna e nello scriverla sei partito dalla considerazione che forse nessun amore è impossibile sulla Terra. Senza scendere troppo nei particolari, che cosa puoi aggiungere a questa scarna presentazione?
Come dicevo prima, è un libro diverso dai miei precedenti. È una storia d’amore molto contemporanea, anche se ambientata in un paese immaginario di nome Calanchi a confine tra Marche e Abruzzo. Il protagonista, Paride Negri, è un cantautore trentenne che dopo una discreta fama è finito nel dimenticatoio. Lasciata Milano per tornare in Abruzzo, dopo aver troncato con il suo compagno, si trasferisce nella vecchia casa dei nonni morti. Al piano di sopra vive suo zio con la moglie Sonia, che Paride non ha mai conosciuto, e il cuginetto di cinque anni. L’incontro con questa donna e con questo bambino cambierà per sempre la sua vita costringendolo a mettere in discussione ogni cosa, obiettivi, bisogni, sogni e sensi di colpa.

Il cinema è tra le tue grandi passioni, sia come fruitore, sia come autore di sceneggiature. L’ultimo tuo libro sembra ispirato e dedicato a Bernardo Bertolucci. In che modo la tua scrittura cinematografica e la sua traduzione in immagini contaminano la tua scrittura letteraria, o viceversa?
Quando andavo al liceo mia madre un giorno tornò a casa e mi disse «dobbiamo vedere La luna di Bertolucci», uno dei suoi film più duri. Ricordo che fui molto colpito da come questo regista usava le tende o da come fotografava i cancelli. Io venivo da una forte e precoce passione per Pasolini e per il cinema horror, soprattutto Dario Argento, perciò ero abituato ad attori con poche sfumature facciali, piuttosto bidimensionali. Nei film di Bertolucci agli attori succedeva qualcosa di diverso, lui si muoveva tantissimo con la cinepresa attorno a loro, attorno agli oggetti, era come se stesse sempre rincorrendo qualcosa. Era come Proust, o forse come suo padre Attilio quando ha scritto il capolavoro La camera da letto. Dopo La luna mi immersi in tutto il suo cinema, io e una mia amica avremmo visto The dreamers in sala almeno dieci volte, a casa lei fingeva di essere la Venere di Milo come Eva Green. E poi Ultimo tango a Parigi, ricordo ancora il pomeriggio in cui l’ho visto, il senso di poetico disgusto che provai, speculare alle sensazioni che avevo provato vedendo Salò di Pasolini. Poi, dopo l’uscita del mio primo romanzo, il tempo di dedicarmi al cinema è stato poco, soprattutto è stato poco il tempo per studiare quelle formule di scrittura tipiche del cinema che avrebbero potuto servirmi per scrivere meglio, per costruire meglio una storia, perché a vent’anni c’erano ancora tanti libri fondamentali – Dostoevskij, Flaubert, Carver – che non avevo mai letto, e se uno vuole fare lo scrittore deve leggerli.
Nel 2015 la mia amica Monica Stambrini mi portò a cena da lui, nella sua magnifica casa di Viale Giulia a Roma, ignara dell’enormità del suo dono. Mi comprai un cappello di paglia a Trastevere quel giorno, mi presentai da lui in veste di contadinello abruzzese. Lo trovai di fronte a un maxischermo a parete, semidisteso su una poltrona reclinabile accanto al grande divano di casa, circondato di libri, la sigaretta che in bocca a lui sembrava fuori contesto, perché Bernardo, per quel poco che l’ho conosciuto io, per quelle poche serate, era davvero un bambino. Un bambino magico, dall’aura a volte luciferina, coltissimo, spudorato. La prima volta si divertì molto a interrogarmi, se avevo letto questo o quel libro, se conoscessi quel certo mediometraggio tedesco degli anni Trenta. Oppure, con il supporto della sua amica Patrizia Cavalli, si metteva a recitare dei versi a casaccio e chiedeva agli ospiti di chi fossero. Al vincitore veniva riservato il riverbero soddisfatto dei suoi occhi, l’allegria malinconica di cui solo lui era capace. Una sera mi chiamò in disparte, chiedendomi di spingere la carrozzella in fondo al corridoio, e mi disse: «Keep smiling, ricordatelo sempre Alcide». Vedi, ora ad esempio è successa una cosa strana, perché il computer ha trasformato keep smiling in keep smoking. Dev’essere un suo messaggio, visto che lui, che ha sempre girato in pellicola, amava fumare sul set così da rendere più denso lo spessore della luce.

Tra i tuoi riferimenti letterari e culturali spiccano Pier Paolo Pasolini, Emanuele Severino, W.S. Burroughs, Fëdor Dostoevskij. Lascio a te aggiungerne altri e spiegarci, se possibile, che cosa di ciascuno ha lasciato un segno.
Sono tanti, ho avuto una forte passione almeno per cinquanta scrittori. Poi, però, bisogna stare attenti alle proprie passioni, perché tu puoi amare alla follia Patrick Modiano – faccio davvero un esempio a caso – o la filosofia di Spinoza, o i thriller di Vargas. Ma la crescita culturale e psicologica di un autore non va di pari passo con la lista dei libri letti su Anobii, se funzionasse così ogni singolo studioso di sant’Anselmo d’Aosta, ogni bibliotecario, ogni laureando in Lettere, sarebbe più titolato di Arthur Rimbaud a scrivere qualcosa. Bisogna leggere, certo, e tanto, procedendo secondo una dialettica negativa che ci consenta di accantonare per sempre il loglio. Dobbiamo augurarci una vecchiaia circondata di grano.

In una delle poche interviste che hai rilasciato negli ultimi anni hai parlato del tuo vero desiderio: andare a vivere in Texas per sempre. Vivi tra Milano e l’Abruzzo, hai ambientato i tuoi libri in paesi remoti, idealmente e geograficamente. Dalla provincia marchigiana al Texas, passando per l’Albania: dove finisce la realtà e inizia la metafora?
Io non ci credo nella realtà. Non ci credo talmente tanto che anche se quando faccio questi discorsi mi considerano pazzo, preferisco essere considerato pazzo ma continuare a farli. Mettiamola così: mi dicono che sono nato, trentacinque anni fa, a San Benedetto del Tronto. Io però non me lo ricordo. Me l’hanno detto gli altri, okay, e ho visto nascere altra gente. Purtroppo non basta, perché io, di me, non me lo ricordo. Che io non me lo ricordi è una cosa irreale. Io ricordo un paesaggio, la mia bisnonna che affilava i coltelli, i calanchi d’Abruzzo sopra casa mia, il pane con l’olio di mia nonna, l’amore per i cani, io so di appartenere a questo paesaggio, e allora lo cerco, e le storie che racconto possono avvenire solo dentro questo paesaggio certo, assodato dentro di me. Ecco, credo che la realtà sia una grande metafora, un grande indizio di questo paesaggio.

Com’è il tuo sguardo sul futuro e che cosa puoi dirci dei tuoi prossimi progetti?
Bisognerebbe chiederlo al futuro, quale sia il suo sguardo su di me. Cosa fanno i miei prossimi progetti mentre aspettano che io mi avvicini a loro, che io oltrepassi questi anni così pieni, folli e tristi?

Che cosa c’è da leggere in questo momento sul tuo comodino?
Le poesie di Milo De Angelis.

 

Otto anni nei boschi narrativi #6 Laura Fusconi

Titolo?
Otto anni di editoria indipendente. Le interviste di Via dei Serpenti
Editore?
Via dei Serpenti
Uscita?
Settembre 2019

Riprendiamo i nostri assaggi di Otto anni di editoria indipendente. Le interviste di Via dei Serpenti con Laura Fusconi, giovane scrittrice all’esordio con Volo di paglia, per Fazi, un anno fa.
La prima intervista a Via dei Serpenti risale ad agosto 2018.  La nuova è di luglio 2019.
Qui uno stralcio.

Qualche parola su Volo di paglia
Grazie a Volo di paglia ho conosciuto persone bellissime, librai e lettori che con la loro passione mi hanno contagiato e mi hanno dato energie positive e voglia di fare. Ho visto posti e vissuto momenti che non dimentico più: il prosecco di Conegliano, il pesce di Ascoli, il giardino di una ex vetreria a Milano nord, la passeggiata nei luoghi del romanzo – dalla chiesa di Verdeto al castello di Boffalora – fatta insieme ai ragazzi della terza media di Agazzano: avevano letto tutti il libro, e guardavano, chiedevano, volevano sapere cosa era cambiato, cosa era invece rimasto uguale.
Grazie alla scrittura ho rivissuto emozioni e situazioni appartenute all’infanzia che credevo dimenticate: scriverne per me significa capirne il senso, vedere collegamenti che al tempo erano nascosti, i fili che legano le cose. E, soprattutto, significa dare ai ricordi un’intensità che altrimenti non avrebbero.
In Volo di paglia c’è un po’ di tutto questo [cinema], c’è tanto di Bertolucci, da Novecento a Io ballo da sola, ci sono i campi di grano di Io non ho paura di Gabriele Salvatores e i colori di L’uomo che verrà di Giorgio Diritti.

Il futuro
Ho alcuni punti fermi e faccio del mio meglio per vivere il presente, per il resto lascio che le cose accadano e cerco di accettarle. In quello che sto scrivendo adesso racconto di come la vita sia scandita da punti nodali che ne determinano il corso. Parlo di equilibri saltati, di incontri che salvano, di traumi che inizialmente possono sembrare solo negativi, ma che alla lunga diventano un’occasione. Anche questa volta sono storie del piacentino: la realtà contradditoria della provincia, dove alla libertà dello spazio geografico si contrappone di frequente la ristrettezza della mentalità degli abitanti, caratterizzata da meschinità, pregiudizi e spesso vigliaccheria, è qualcosa che rifiuto, ma che al tempo stesso mi affascina approfondire.