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Strega OFF, la vera novità di quest’anno!

di Emanuela D’Alessio

Domani 6 luglio conosceremo il vincitore dello Strega 2017, edizione numero 71 del più prestigioso premio letterario italiano, sempre al centro di vivaci (ma nemmeno poi tanto!) dibattiti.
L’edizione 2017 presenta alcune novità rispetto alle precedenti, come ha ricordato recentemente Stefano Petrocchi, direttore della Fondazione Bellonci, che si traducono in una giuria con ben 660 aventi diritto di voto.  Ai tradizionali 400 Amici della Domenica e ai 40 lettori forti selezionati dalle librerie indipendenti italiane associate all’ALI, sono stati aggiunti, infatti, 20 voti collettivi espressi da scuole, università e biblioteche e, soprattutto, 200 voti espressi da studiosi, traduttori e intellettuali italiani e stranieri selezionati da 20 Istituti italiani di cultura all’estero. Insomma, una giuria ampliata e differenziata che dovrebbe garantire esiti sorprendenti, che tradotto vuol dire: scompaginare il risultato. Vedremo.

C’è però un’altra novità da segnalare che ci incuriosisce parecchio. Si chiama Strega OFF, prevede lo svolgimento di una serata “alternativa” a quella ufficiale, organizzata da Bacteria, Alinea e Citofonare interno 7, con il patrocinio della Fondazione Bellonci, nel giardino di MONK, il noto locale a Portonaccio.

All’atmosfera selezionata e un po’ ingessata del Ninfeo di Valle Giulia si potrà scegliere quella più rilassata e informale del locale di Portonaccio, dove saranno liberi ingresso, dress code e voto sulla cinquina. Sì, la vera novità di Strega OFF è proprio questa: offrire l’occasione a tutti coloro che lo vorranno di esprimere il proprio vincitore, magari diverso da quello che domani uscirà dal Ninfeo.

Come sarà articolata la serata, in particolare il momento della votazione, e anche altro, lo abbiamo chiesto direttamente ai promotori. Ha risposto per tutti Chiara Rea.

Prima di parlare di Strega OFF parliamo dei suoi ideatori dai nomi bizzarri: Bacteria, Citofonare Interno 7 e Alinea? Vogliamo dare un volto e un perché a queste etichette? E quantificare le persone convolte?
Bacteria
è un’agenzia di servizi editoriali che da anni si occupa di traduzione, editing, organizzazione di eventi culturali e altro, fondata da Marzia Grillo e Veronica La Peccerella. Ne fanno parte anche Giulia Caminito, Laura Fidaleo, Marianna Garofalo, Alessandra Pierro e la sottoscritta, che sono tra gli organizzatori di Strega OFF. Citofonare Interno 7 è un reading-mob che porta la cultura a domicilio: Rossano Astremo (tra i nostri organizzatori) e Girolamo Grammatico portano reading di testi inediti di scrittori in abitazioni messe a disposizione dalla collettività; quest’anno sono stati anche nel programma del Salone Off.  Infine Alinea, un collettivo femminile che si occupa di eventi artistici, culturali e sociali come festival di arte pubblica, mostre e progetti site-specific; di Alinea sono dei nostri Antonella Sciarra e la grafica Mara Becchetti. Ed eccoci qua!

Il perché dell’iniziativa è stato sufficientemente spiegato. Mi incuriosisce invece conoscere il come e il quando.
Il quando è semplice: 6 luglio nel giardino di Monk (via Giuseppe Mirri 35, Roma) dalle 18:30 fino a notte inoltrata! Per quanto riguarda il come, la serata prevede diversi momenti: un aperitivo con talk letterario a cura di Rossano Astremo, “L’Italia vista attraverso i libri dello Strega”, a cui parteciperanno Leonardo Luccone, Stefano Gallerani, Giulia Caminito, Paolo Nicoletti Altimari e Gianluigi Simonetti.
Verso le 20 ogni libro sarà presentato da uno “sponsor” che avrà il compito di convincere gli indecisi a votare:  Angela Rastelli per Le otto montagne di Paolo Cognetti, Giulia Villoresi per È giusto obbedire alla notte di Matteo Nucci, Daniele Di Gennaro per Un’educazione milanese di Alberto Rollo, Federica De Paolis per La più amata di Teresa Ciabatti e Fabrizio Patriarca per La compagnia delle anime finte di Wanda Marasco.
Verso le 21:30 ci sarà il concerto di Giulia Ananìa, cantautrice romana, poetessa e paroliera per grandi artisti italiani.
Dalle 23 seguiremo la diretta Rai della finale dal Ninfeo con il commento di Christian Raimo,  e Simonetta Sciandivasci e le previsioni astrali sulla cinquina di Melissa Panarello. Contemporaneamente avverrà lo spoglio dei voti per il nostro Premio Strega OFF e poi brinderemo a entrambi i vincitori con le sonorizzazioni della dj Fouturista.

Il momento clou della serata sembrerebbe quello della votazione, ma forse non è così. Intanto però vorrei chiedere chi e come potrà votare domani sera?
Diciamo che il Premio Strega OFF è un gioco ma non troppo: abbiamo voluto dare diritto di voto ai lettori e agli interessati (tutti quelli che parteciperanno alla serata avranno diritto a un voto) ma anche a soggetti del mondo dell’editoria che non sempre ricevono l’attenzione che meritano, ovvero riviste e blog letterari. Oltre a Via dei Serpenti, voteranno per noi Colla, Finzioni, The FLR, Flanerì, Le parole e le cose, Achab, Critica Letteraria, Pastrengo, Radio Libri e Il Mucchio Selvaggio. Il voto sarà calcolato al 50% proporzionale tra pubblico e redazioni.

Se il vincitore di Strega OFF sarà diverso da quello ufficiale, ma anche se sarà lo stesso, che cosa succede?
Sarebbe molto interessante se il vincitore fosse lo stesso perché forse, per una volta, tutte le polemiche sul meccanismo di voto dello Strega avrebbero meno senso: avrebbe veramente vinto il libro preferito di tutti. Se invece avremo due vincitori sarà divertente capire le due diverse logiche di elezione. In ogni caso speriamo che entrambi i vincitori, dopo il Ninfeo, vogliano venire a festeggiare con noi al Monk!

Qual è, nel caso ci fosse, il filo invisibile che lega Strega OFF con Giulia Anania e Fouturista, ospiti musicali della serata?
Giulia Ananìa è una delle cantautrici più brave che ci sono in circolazione. È anche una poetessa e quindi il suo legame con la letteratura è molto forte.
Stessa cosa per Fouturista (Francesca Pignataro): è una dj bravissima e lavora da anni come grafica nell’editoria, quindi ci è sembrata perfetta per il nostro evento!

Lo so che non me lo direte mai, ma io ci provo lo stesso. Chi è il vincitore di Strega OFF per i promotori di Strega OFF?
Non lo diremo mai! Anzi no, lo diremo ma durante la serata, quando voteremo come tutti. Oltretutto abbiamo preferenze diverse tra di noi.

Alla fine sarà comunque una bellissima e inedita festa.  Possiamo già considerarlo il numero zero di una nuova serie di eventi?
Noi lo speriamo! Lavoriamo bene insieme, siamo un gruppo affiatato e ci piacerebbe combinare altre cose in futuro, che sia la seconda edizione di Strega OFF o anche altri progetti. Quindi teneteci d’occhio anche dopo l’evento!

Non posso concludere senza la consueta domanda di Via dei Serpenti. Ditemi almeno un libro che si trova sui comodini di Strega OFF.
Chiara  Rea
: pochissimo tempo per leggere ma in questo momento sul mio comodino si trova Memoria di ragazza di Annie Ernaux (traduzione di Lorenzo Flabbi, L’Orma Editore).
Alessandra Pierro: L’amante di Wittgenstein di David Markson (traduzione di Sara Reggiani, Edizioni Clichy).
Marzia Grillo: Voci fuori campo di Ali Smith (traduzione di Federica Aceto, Edizioni Sur). Ali Smith tra l’altro è candidata al Premio Strega Europeo con L’una e l’altra.
Veronica La Peccerella: Voci fuori campo di Ali Smith.
Antonella Sciarra: Icaro deve cadere di Elisa Muliere (GRRRZ Comic Art Books).
Rossano Astremo: Tabù di Giordano Tedoldi (Tunué).

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TerraRossa, un nuovo progetto editoriale all’esordio

FUORI STRADA – Rubrica di approfondimento della piccola e media editoria “extra-capitolina”

di Emanuela D’Alessio

Dal Sud Italia, in particolare dalla Puglia, arriva la nuova casa editrice TerraRossa.
«In uno scenario dominato da grandi gruppi editoriali che riuniscono diversi marchi e possiedono anche distributori librari e catene di vendita, abbiamo intravisto uno spazio ancora possibile di indipendenza e di espressione: valorizzare le voci del nostro territorio che rinunciano al folclore per dialogare con tutti». Una sfida impegnativa che ha già superato brillantemente l’importante appuntamento con il Salone di Torino.
Ne parliamo con Giovanni Turi, direttore editoriale della casa editrice.

Appena nata e già nella mischia. Partiamo da qui, dalla 30esima edizione del Salone di Torino che ha chiuso i battenti con un bilancio straordinario di critica e di pubblico. Una prova del fuoco per TerraRossa, la giovanissima casa editrice pugliese che ha esordito proprio a Torino nei giorni scorsi. Quali sono i primi commenti e riflessioni?
Siamo partiti per Torino con il desiderio di far conoscere il nostro progetto e con un po’ d’ansia, siamo tornati carichi di entusiasmo e con la convinzione di esserci mossi nella direzione giusta. Le attestazioni di interesse e di stima di colleghi, giornalisti e semplici lettori riguardo alla nostra idea di editoria, alla linea grafica, agli autori e ai titoli proposti sono state davvero tante e inaspettate. Ora faremo di tutto per essere all’altezza delle aspettative che abbiamo suscitato.

Descrivendo TerraRossa hai parlato di “canone della letteratura meridionale” perché Fondanti, una delle due collane della casa editrice, è dedicata esclusivamente a scrittori contemporanei del Sud, già pubblicati ma usciti fuori commercio. Una scelta netta, forse provocatoria. Di autori “dimenticati” ce ne sono molti altri. È corretto applicare alla letteratura confini territoriali o addirittura regionali?
La letteratura certo non ha confini di alcun tipo, ma quando si cerca di analizzare nello specifico un contesto geografico o temporale possono emergere delle specificità che altrimenti resterebbero ignorate: di qui la voglia di capire cosa gli scrittori della nostra terra abbiano voluto esprimere nei loro testi, in che direzione sia andata la loro ricerca stilistica. Non solo: da Roma in giù i luoghi di incontro e di confronto sono davvero pochi, Fondanti vuole anche essere un cenacolo virtuale, instaurare un dialogo altrimenti assente.

Perché gli scrittori “ripescati” da Fondanti sono stati dimenticati dalle case editrici?
In verità me lo domando anche io. Forse perché alcuni di loro non sono scrittori “addomesticati”, o non frequentano i giri giusti, o forse perché nel mondo editoriale non c’è uno sguardo retrospettivo, come sarebbe auspicabile e opportuno, non so. Mi viene in mente uno scrittore che, subito dopo aver esordito con grande successo, aveva iniziato a firmare recensioni per un importante quotidiano nazionale (non faccio i nomi, altrimenti Elena mi rimprovera): ebbene, ammetteva candidamente di non essere un buon lettore e di conoscere abbastanza bene solo la letteratura contemporanea statunitense.

Con l’altra collana Sperimentali, invece, si oltrepassano i confini per entrare in campo aperto, l’unico limite sembra essere quello della ricerca di scritture sperimentali e inedite. Che cosa significa “scrittura sperimentale” per TerraRossa?
Sperimentale vuol dire non già letto, ascoltato, digerito; sempre più spesso ci troviamo a doverci confrontare con stili piani, uniformati, o viceversa la ricerca dell’originalità diventa compiaciuta, onanistica: cercheremo di proporre autori che non sacrifichino il piacere di chi legge e che allo stesso tempo rifuggano dalla banalità.

Puoi fare qualche esempio, partendo proprio dagli autori scelti per la collana Sperimentali?
Ci provo, ma credo che vadano letti per comprendere davvero la natura della nostra ricerca. Jenny la Secca si sviluppa su due piani temporali, quello incalzante del presente e quello del passato, che tende invece a un ritmo più lento, nostalgico; Claudia Lamma, inoltre, si avvale di uno stile composito che ingloba anche termini gergali e giovanilistici con sorprendente precisione e naturalezza, per non parlare della sua capacità di “raffigurare” i dialoghi. Restiamo così quando ve ne andate ha uno stile essenziale e paratattico estremamente sorvegliato, ma soprattutto, come tutte le opere di Cristò, riserva numerose sorprese che costringono il lettore a riconsiderare quanto credeva di aver intuito. La gente per bene di Francesco Dezio, infine, è una colata lavica di sarcasmo, rabbia, angoscia, verità.

Facciamo un passo indietro: chi sono le menti e le braccia della casa editrice?
[A questa domanda risponde Elena Manzari, responsabile dell’ufficio stampa].
Credo che la mente di tutto il progetto sia il nostro Giovanni: a chi altri sarebbe potuta venire un’idea del genere? Giovanni ha messo mente e cuore e Angelo De Leonardis, l’editore, gli ha dato credito. Da qui e da loro parte TerraRossa edizioni che vede in squadra Pierfrancesco Ditaranto nel ruolo di responsabile della grafica e Tiziana Giudice in quello di puntualissima correttrice di bozze. Poi ci sono io che cerco, e spero di riuscirci, di far conoscere i libri TR un po’ ovunque.

Il nome TerraRossa risuona abbastanza evocativo, l’orgoglio pugliese passa anche attraverso la terra e i suoi colori. La scelta di un nome è sempre (o quasi) il risultato di un’associazione di idee e di ragionamenti articolati. Come è andata in questo caso?
La terra è un elemento universale, quella rossa è tipica dei paesaggi del centro della Puglia: ci piaceva coniugare queste due dimensioni. E poi la terra accoglie e nutre i semi, ci auguriamo che i nostri libri possano fare altrettanto con i lettori.

In catalogo ci sono sette titoli, quattro pubblicati e tre in preparazione. Gli autori sono tutti italiani. Che cosa hanno in comune?
Nessuno di loro vive di scrittura e nessuno di loro saprebbe rinunciare alla scrittura o intenderla come un semplice passatempo: quindi direi l’urgenza di dare forma narrativa a pensieri, storie, immaginari. Ma com’è ovvio sono scrittori che hanno autori di riferimento differenti e percorsi artistici non assimilabili tra di loro. A noi piace la polifonia.

Si resta rigorosamente in Italia o si è disponibili a uno sguardo internazionale? Quanti titoli si prevede di pubblicare l’anno?
Proiettarci già su uno scenario internazionale è senz’altro prematuro, per ora pubblicheremo solo autori italiani. Sul numero dei titoli, dipenderà tutto da quanti di valore riusciremo a intercettarne.

Giovanni Turi

Qual è il canale privilegiato per la selezione dei testi da pubblicare?
Accettiamo l’inoltro spontaneo di inediti, ma è davvero difficile trovare opere meritorie tra le tante che pervengono nella casella mail, per cui quando a presentare un inedito è uno scrittore o un professionista che stimo è chiaro che l’opera ha una corsia preferenziale. A Torino, poi, ho avuto modo di conoscere alcuni agenti con un parco autori molto interessante e sono sicuro che potremo presto instaurare collaborazioni proficue.

Per concludere la consueta domanda di Via dei Serpenti: che cosa c’è da leggere sui comodini degli editori di TerraRossa? Ci piacerebbe che tutti i protagonisti fornissero la loro risposta.
Elena Manzari. Il domandone di Via dei serpenti, questo! Allora, sul comodino ho La più amata di Teresa Ciabatti quasi al termine (meravigliosa autobiografia o presunta tale, e poco m’importa) e pronto per esser cominciato La novità di Paul Fournel che m’incuriosisce parecchio. Sul tablet (essendo molto in movimento in questo periodo) ho Scherzetto di Domenico Starnone e mentre leggo rido un sacco pensando a Leo, mio figlio.
Giovanni Turi. Il monastero di Zachar Prilepin, Del dirsi addio di Marcello Fois, Potrebbe trattarsi di ali di Emilia Bersabea Cirillo. Li alterno in base al tempo a disposizione, allo stato d’animo e alla soglia di attenzione.
Pierfrancesco Ditaranto. Un complicato atto d’amore di Miriam Toews e Kafka sulla spiaggia di Haruki Murakami.
Tiziana Giudice. Il mio è un comodino ‘affollato’ di riviste («National Geographic» e vecchi numeri delle «Scienze»), saggi e romanzi. In corso di lettura: Povera Patria. La canzone italiana e la fine della Prima Repubblica di Stefano Savella e La donna che scriveva racconti di Lucia Berlin (consigliato da Giovanni). In attesa di essere letti: Parole che provocano di Judith Butler e Viaggio in Portogallo di José Saramago. In attesa di essere riletto: Scritto sul corpo di Jeanette Winterson.

Quel che conta è giocare. Intervista a Vanni Santoni

di Emanuela D’Alessio

Vanni Santoni ci accompagna nella sua “stanza profonda” dove si gioca a Dungeons & Dragons, ci si ritrova e ci si perde, si costruiscono mondi immaginari, si prova a resistere con la fantasia all’omologazione della realtà.
Con La stanza profonda lo scrittore toscano e direttore editoriale di Tunuè ha messo sul tavolo un poker d’assi, tanto per restare in tema di gioco.
Innanzitutto entrare nella “dozzina” del Premio Strega, ingresso ancor più eclatante se si considera che per il suo editore, Laterza, si tratta di una prima assoluta.
Poi “sdoganare” l’universo dei Giochi di Ruolo, percepiti dai profani come una “roba da sfigati”, da cui stare alla larga o addirittura difendersi.
Quindi compiere un’ibridazione vincente tra saggio e romanzo, autobiografia e finzione, attraverso una scrittura asciutta e leggera senza intoppi retorici o nostalgici.
Infine svelare a tutti gli altri la “stanza profonda”, che diventa metafora dell’inesauribile lotta tra magia e realtà, dove si entra solo per giocare e per mettersi al riparo dal mondo reale, anche se «il gioco è più reale del fuori».

Vanni Santoni

Vanni Santoni

Ci riesce brillantemente Santoni a raccontare questo mondo dove c’è spazio solo per l’immaginazione, così come ci era riuscito con il rave nel suo precedente Muro di casse (sempre per Laterza).
E lo fa attraverso «un gruppo di sciamannati» che sono scesi nel seminterrato da adolescenti e ne sono usciti da adulti. Nel frattempo fuori tutto è cambiato, anche il modo di giocare, perché il dungeon master e i dadi colorati a venti facce, le mappe e il libro delle regole, le schede personaggio e i lapis Fila gommati, non servono più.
Nel frattempo sono arrivati i videogame e i giochi online e la scatola rossa di Dungeons & Dragons diventa un pezzo da collezione.
Non si tratta però di una disfatta o peggio di un annientamento, è questa la chiave di lettura alternativa di Santoni, ma di una evoluzione. I trenta milioni di giocatori di ruolo che per vent’anni (a partire dal 1974) sono scesi nelle “stanze profonde” in tutto il mondo, hanno rappresentato un’avanguardia dell’attuale miliardo di utenti di giochi online.
I GdR, insiste Santoni, sono stati controcultura, perché hanno dimostrato che rispetto alla competizione di una società afflitta e sfranta, ci si può divertire ed esaltare senza pagare nessuno e senza sottomettersi ad alcuna autorità, se non a quella di regole scelte insieme.
Quindi evviva i GdR, ma allo stesso tempo viene da chiedersi: l’attuale forsennata proliferazione dei giochi online rappresenta la nuova avanguardia culturale?
Forse troveremo la risposta nel prossimo libro di Santoni, cui nel frattempo abbiamo rivolto altre domande.

Vanni Santoni è di nuovo protagonista del Premio Strega, questa volta in qualità di scrittore con il suo “anomalo” La stanza profonda, pubblicato da Laterza. Per l’editore barese si tratta di una prima volta, non avendo mai partecipato allo Strega. Come mai ha deciso di iniziare proprio con il tuo libro?
Questo andrebbe chiesto a Anna Gialluca, direttrice editoriale di Laterza. Personalmente, posso solo essere onorato del fatto che una casa editrice con la storia della “Giuseppe Laterza & figli” abbia scelto me per partecipare al più importante premio letterario italiano. Da sempre in Laterza ho trovato grande fiducia nella mia scrittura, a partire da Se fossi fuoco arderei Firenze, del 2011 e continuando poi col successo di Muro di casse, uscito due anni fa – e tale fiducia è da me assolutamente ricambiata vista la qualità cristallina del loro lavoro a ogni livello, che sia di direzione, editing, bozze, grafica, segreteria, eventi, distribuzione o ufficio stampa.

Per te invece lo Strega è diventato una consuetudine: hai partecipato come editor dei fortunati Dalle rovine e Stalin+Bianca, due grandi successi di Tunuè, e ora come scrittore. Come ci si sente a svolgere molteplici ruoli contemporaneamente e in quale ti ritrovi più a tuo agio?
Non so se si possa parlare di consuetudine, per me lo Strega è qualcosa di mitologico – tra le foto-feticcio che ho affisse nella stanza in cui scrivo c’è quella di Elsa Morante (tra le tante cose l’unica scrittrice psichedelica italiana) che indica col bicchiere la leggendaria lavagna – e se è stata certamente positiva l’esperienza che ho avuto con la candidatura del libro di Barison e la “dozzina” con quello di Funetta, per me già solo esserci come autore è qualcosa di assolutamente emozionante.
Circa la mia attività di editor, è ancora qualcosa di relativamente nuovo rispetto a quella di scrittore, e la vivo molto bene, sia perché mi esalta l’attività di scouting, che si tratti di scoprire nuovi talenti o di recuperare autori magari non capiti appieno nel loro valore da un mondo editoriale a volte troppo frenetico, sia perché imparo sempre molto dai miei autori.

las_copertinaHo definito “anomalo” La stanza profonda perché sfugge a una facile catalogazione (un’ibridazione tra saggio e romanzo) e perché affronta un argomento, i giochi di ruolo, un po’ indigesto per i non addetti ai…giochi! Hai voluto rendere omaggio ai tuoi trascorsi ventennali di master e a tutti gli appassionati del genere?
La stanza profonda nasce per parlare anzitutto a chi non ha mai partecipato a un gioco di ruolo, esattamente come Muro di casse era destinato in primis a chi non aveva mai preso parte a un rave: lo spunto iniziale è proprio quello che deriva dalla volontà di storicizzare questi fenomeni e rendergli giustizia rispetto al peso culturale enorme che hanno avuto, e la scelta della forma-romanzo deriva proprio da tale volontà, visto che un dato tema può interessare a qualcuno sì e a qualcuno no, mentre a tutti piacciono le storie. Ovviamente, poi, c’è un secondo livello di lettura, legato alla mia esperienza diretta di raver e giocatore di ruolo, che si traduce nell’articolare un storia dei due fenomeni attraverso una narrazione romanzesca, con molti ammicchi a chi ne ha una conoscenza più profonda.

Un gioco di ruolo «non è una roba al computer, non è una roba di soldatini, non è una roba di carte, non è una roba in cui ti vesti da elfo». Ma allora che cos’è veramente? Resta il dubbio, fino alla fine, su chi siano i giocatori di ruolo: sfigati e autistici o un’avanguardia culturale che ha scelto di chiamarsi fuori dal sistema, facendo prevalere la fantasia sull’omologazione?
Credo sia interessante il fatto che molto spesso i GdR sono stati definiti per esclusione, come fa del resto il personaggio di Tiziano nel romanzo, nel passo che citi. Credo c’entri il fatto che sono facilissimi da sperimentare – ti siedi e giochi – mentre molto più complessi da spiegare. Tra le due definizioni che proponi, probabilmente mentre l’onda dei GdR era in corso, quella corretta è qualcosa a metà tra le due, mentre oggi che è finita prevale senz’altro la seconda: piaccia o no a chi buttava il suo tempo con gli sport, tanto i GdR come i rave erano cruciali avanguardie culturali… anche se non lo sembravano!

Perché il luogo ideale per giocare a Dungeons & Dragons è nascosto e sotterraneo, al riparo dalla luce e dalla vita di superficie, in una stanza segreta, profonda, appunto?
La spiegazione banale è che le altre stanze erano occupate dalle attività dei genitori. Ma è una spiegazione che nasconde altro. Mentre in salotto, la stanza in teoria più importante della casa, si svolgevano riti borghesi ormai vuoti, inutili, spogliati di ogni significato, nella cantina, la stanza in teoria meno importante, si progettava il futuro. Che si trattasse dei giochi di ruolo, delle prove del gruppo rock & roll o di quelle del futuro dj con la Korg o la TR-808, o ancora degli esperimenti dei giovani Jobs o Gates che realizzavano i prototipi dei loro “personal computer”, il garage è un vero e proprio topos della creatività rivoluzionaria dei nostri tempi.
Nel caso specifico dei GdR, per continuare il parallelismo con la free tekno, è interessante anche il fatto che si svolgessero in luoghi del genere, così come i rave si svolgevano in industrie abbandonate, per lo più fuori mano, esattamente come i culti perseguitati sceglievano le catacombe come luoghi del loro officiare: e infatti sia i rave che i giochi di ruolo sono, sociologicamente parlando, più manifestazioni rituali che di intrattenimento.

Appena si smette di giocare e si esce dalla “stanza profonda” incontriamo altro: una provincia depressa che ha perduto molti treni, un gruppo di adolescenti che nel passaggio all’età adulta sembra aver perduto un altro treno, quello dell’amicizia. È così?
Sicuramente è così per la provincia. Mentre scrivevo La stanza profonda, e ripercorrevo trent’anni di vita di provincia, mi rendevo conto di quanto il contesto di riferimento fosse cambiato; di quanto quella provincia, che negli anni della mia infanzia conservava ancora i tratti rurali di un tempo e quelli industriali che aveva acquisito nel frattempo, ora avesse perduto entrambi, senza sapersi reinventare, e anzi perseguitando in modo non meno che schizoide tutti i suoi giovani che provassero a inventarsi qualche alternativa – sono ben noti a tutti, perché si sono svolti ovunque, gli sgomberi e le denunce ai danni di qualunque ragazzo provasse a aiutare la propria comunità realizzando uno spazio autogestito per organizzarvi attività culturali, o anche solo una festa libera. Così ho finito per costruire il romanzo intorno a una sorta di dialettica inversa tra la creazione di mondi che avveniva nella stanza e la dissipazione del mondo che aveva luogo fuori.
Il discorso, invece, è diverso rispetto all’amicizia. Tutte le amicizie, non solo quelle cresciute intorno a una passione comune, cambiano dopo vent’anni, col sopraggiungere dell’età adulta, ed è quello che succede anche ai protagonisti della Stanza profonda, che finiscono per non riconoscersi più.

La narrazione procede con l’uso della seconda persona singolare. Chi legge si ritrova spettatore ininfluente di un dialogo tra lo scrittore e sé stesso. Perché questa scelta?
Ho cominciato a sperimentare col “tu” con Muro di casse, il cui prologo è scritto infatti alla seconda persona. L’idea nasceva dal fatto che quello rave era un movimento in cui era decisivo l’aspetto collettivo, tant’è che uno dei motti degli Spiral Tribe, capostipiti della free tekno, era “you are the party”, frase che – prima ancora di ogni discorso di rispetto del contesto e di chi lo vive – stava lì a sancire il decadimento della differenza sociale preordinata tra pubblico e performer: al rave tutti erano uguali. Così, lavorando sui giochi di ruolo, altra sottocultura caratterizzata da non competitività e eguaglianza radicale, mi è venuto spontaneo usare il “tu” fin dall’inizio; quando poi mi sono reso conto che la seconda persona, plurale o singolare, è quella che usa il dungeon master con i giocatori, ho capito che era la strada giusta e ho continuato così per tutto il romanzo.

Per concludere la consueta domanda: che cosa stai leggendo in questo momento?
Alcuni saggi di Roland Barthes sull’arte, per uno dei romanzi che sto scrivendo; La tavola del paradiso, il nuovo libro di Donald Ray Pollock appena uscito per Elliot; le poesie di Reverdy, consigliatemi da Andrea Breda Minello; tutta l’opera di Claudio Magris.

Racconti edizioni, una casa editrice da tenere d’occhio

di Emanuela D’Alessio

Uno scrittore che presenta due editori è già una notizia, ma se lo scrittore è Luciano Funetta, candidato allo Strega con il suo romanzo di esordio Dalle rovine (Tunué, 2015), la notizia è anche interessante. Se gli editori, infine, sono quelli che hanno fondato la prima casa editrice italiana dedicata esclusivamente ai racconti, la notizia diventa irresistibile.
Stiamo parlando di Stefano Friani ed Emanuele Giammarco che il 24 novembre alla libreria Assaggi di Roma (a San Lorenzo) hanno conversato con Luciano Funetta della loro casa editrice Racconti Edizioni e di molto altro.

Stefano Friani

Stefano Friani

Oggi riprendiamo il discorso con Stefano Friani.

Il racconto non va considerato come genere letterario” ma come forma”. Esattamente che cosa significa?
Il racconto, come il romanzo, la poesia o il saggio, è una forma letteraria. Esistono racconti di genere horror, fantascientifico, erotico e così via. Sono due cose diverse, forma e genere. La forma è la cornice strutturale, l’impalcatura del testo, il genere una sua particolare declinazione. Ma se vogliamo possiamo estendere questo ragionamento, chessò, anche ai film o altrove: il lungometraggio è la forma; Re-Animator 2 è un lungometraggio di genere splatter.

Racconti edizioni nasce circa sette mesi fa. Avete pubblicato fino a oggi sette libri e ce ne sono altrettanti in lavorazione per il 2017. Si può fare un primo bilancio?
Si può fare, ma non so quanto sia la persona più adatta a farlo. Utilizzando un anglismo da pronunciare con smaccato accento meneghino, siamo stati letteralmente overwhelmed dalla risposta dei lettori, dei librai, degli operatori del settore, dai semplici amici che magari leggono un paio di libri l’anno e improvvisamente si sono trovati coinvolti, loro malgrado, nell’assistere alla nascita di una casa editrice. Travolti come siamo da questo fiume di passione, siamo difficilmente in grado di essere obiettivi.
Sicuramente c’è un movimento positivo attorno alla casa editrice e mi piacerebbe dire anche attorno al racconto in sé, con tante realtà (scusate la parola, la aborro anche io per solito) che hanno scelto questa forma come loro centro gravitazionale: penso a Cattedrale, Effe, 8×8, Colla, The Flr e tante che mi sto dimenticando.
Siamo convinti che leggere più racconti, siano quelli di Poissant o di Antrim o quelli di Faye e Tyrewala, giovi alla causa del racconto e indirettamente anche a noi, e faccia bene, in assoluto, proprio ai lettori e alle loro esperienze di lettura.

Fondare una casa editrice è considerata di per sé una scelta azzardata, se poi quella casa editrice è dedicata esclusivamente ai racconti, dall’azzardo si passa facilmente alla follia nell’opinione generale. Voi invece come la vedete?
Siamo abbastanza d’accordo con questa visione, ciò che aggiungerei è che si tratta di una follia ben ponderata e molto, molto studiata. Quando abbiamo deciso di fondare la casa editrice non ci era ancora chiaro che sarebbe stata Racconti, cercavamo un progetto e fino a quel momento ne avevamo uno piuttosto vagheggiato. Quando ci si è palesata l’intuizione di farla essere una casa editrice di soli racconti, allora ci siamo buttati a capofitto in un tentativo di onniscienza sulla forma racconto impossibile e dannoso per la salute. Poi sono venuti gli studi economici, il business plan visto e rivisto, per mesi.
Un nuovo editore deve idealmente fare una cosa sola: rendere disponibile qualcosa che prima non c’era. Creare un pubblico di lettori e fornirgli qualcosa a cui prima non avevano accesso. I racconti facevano esattamente al caso nostro. E come ci è stato confermato dai nostri primi mesi di attività, una casa editrice del genere semplicemente mancava. Non oserei dire che serviva, ma sicuramente non c’era. 

logo-racconti-edizioni

Tutti parlano di crisi del racconto, di forma letteraria minore, di editori che si rifiutano di pubblicare racconti perché tanto nessuno li legge. Sono solo luoghi comuni o esiste effettivamente un problema racconto”? Riprendendo il titolo dell’articolo di Vanni Santoni su VICE Magazine: perché in Italia abbiamo paura dei racconti?
Ho provato a dirlo altrove, non so con quanto successo: in Italia abbiamo una augusta tradizione di racconti, senza andare a scomodare Boccaccio, ma la forma breve privilegiata da sempre a scuola e all’università è la poesia. Nelle antologie scolastiche si leggono sempre stralci di romanzo e quasi mai racconti. Quando andava di moda la pubblicazione delle short stories sui giornali in Gran Bretagna e Stati Uniti, noi seguivamo i francesi con i romanzi d’appendice. Inoltre, ci si è messo il malcostume editoriale di snobbare le raccolte di short stories e tramutarle, quando possibile, in pseudoromanzi abborracciati, facendo il male dell’autore e dell’opera in questione. Eppure se pensiamo a Tondelli, Landolfi, Manganelli, Malerba, D’Arzo, Parise, Calvino, Benni, Ammaniti, Ortese, Banti c’è una tradizione fortissima, che andrebbe valorizzata. Sì, d’accordo, nel mondo angloamericano i racconti funzionano meglio che da noi, anche per via del successo negli anni ’80 di Carver e dei suoi epigoni, ma la nostra letteratura non è certo da meno.
Esiste un problema di «immersione» che i lettori meno avvezzi alla forma hanno nei confronti del racconto. Ma appunto si tratta di lettori che non hanno una frequentazione assidua con i racconti e non ne vedono i molti lati positivi rispetto all’impegno di tempo e risorse che pone invece un romanzo. È un tipo di lettura evidentemente più concentrata rispetto a quella più dilatata del romanzo, ma specie di questi tempi frenetici, in cui tutti si litigano il nostro tempo, se si vuole leggere buona letteratura senza sobbarcarsi imprese epiche forse il racconto fa al caso nostro.
Poi, come mi è capitato di dire recentemente a una blogger tra il serio e il faceto, in questo io sono leninista: il popolo non sa quello che vuole. C’è bisogno – un bisogno disperato di questi tempi – di intermediazione. Se non si sa che esistono i racconti, se non si pubblicano i racconti, di certo non li leggerà nessuno. Se invece i racconti si pubblicano e si spezza questo tabù – e mi è parso che questo sia stato un anno estremamente fecondo quanto alle pubblicazioni di racconti – allora ci sono più possibilità che qualcuno li legga questi benedetti racconti.

La vostra è la prima casa editrice italiana dedicata ai racconti. Tempo fa abbiamo conosciuto Rossella Milone, autrice di racconti e ideatrice dell’osservatorio Cattedrale che intende monitorare, promuovere e sostenere il racconto. Sembrerebbe un punto di riferimento prezioso per il vostro lavoro. Che cosa ne pensate?
Di Cattedrale? Tutto il bene possibile. Avere il loro riconoscimento per noi è stata una delle soddisfazioni più grandi. Mentre sondavamo i vari amici nell’ambiente editoriale e leggevamo racconti di ogni sorta, il fatto che ci fosse quel faro acceso sull’universo dei racconti per noi era un’indicazione di un pubblico di lettori che andavano solo snidati. Non che avessimo dubbi, ma Cattedrale come pure altre community online dimostravano plasticamente l’interesse dei lettori – e il bolso disinteresse delle case editrici – per i racconti. Poi dentro ci si trovano delle cose davvero meravigliose e fanno un lavoro pazzesco.

Scorrendo le copertine dei vostri libri pubblicati, ci si imbatte in autori dai nomi spesso impronunciabili e sconosciuti, differenti per nazionalità, genere, formazione. Come è avvenuta e avviene la scelta. In altre parole, qual è il progetto editoriale di Racconti edizioni?
Mah chissà, magari l’oggettiva difficoltà a pronunciare Ó Ceallaigh (che poi in realtà si dice comodamente come la parola italiana occhiali) e il fatto che scriva solo racconti o quasi gli hanno precluso la pubblicazione con un editore più grande qui in Italia. È tradotto in molte lingue, ha vinto il Rooney Prize che è il premio principale per la narrativa irlandese e in Uk pubblica con Granta e Penguin.
Sul fatto che i nostri autori siano perlopiù sconosciuti non sono del tutto d’accordo. Mistry ha sfiorato per tre volte il Man Booker Prize e da noi era pubblicato da Mondadori e Fazi. Faye ha pubblicato una novella e un romanzo con Barbès e Clichy prima della raccolta Sono il guardiano del faro con Racconti e in Francia è pluripremiato. Il romanzo precedente di Tyrewala l’ha pubblicato Feltrinelli ed è osannato da Salman Rushdie e Manil Suri. Baldwin è un gigante della letteratura americana, da noi lo pubblicava Rizzoli, se uno si facesse un giro online lo vedrebbe fotografato assieme a Bob Dylan, citato da Obama e Ta-Nehisi Coates a spron battuto. Per capirci, a febbraio esce anche I Am Not Your Negro, un film su di lui. Difficile dire sia uno sconosciuto (per quanto gli americanisti nostrani raramente se ne ricordano, tutti presi come sono a osannare il prototipo classico dello scrittore vista Manhattan borghese, di buone letture, maschio, bianco ed eterosessuale). Stephen Graham Jones negli Stati Uniti finisce regolarmente nelle liste dei migliori libri di genere horror. Virginia Woolf non c’è nemmeno bisogno di menzionarla. Poi per carità se riusciamo a portare o a riportare in auge nomi un po’ meno bazzicati dai lettori nostrani non possiamo che esserne felici. Se non li si è letti i libri sono sempre nuovi, anche a distanza di decenni.

libri
Al di là dei nomi e della relativa notorietà dei nostri autori, il nostro progetto letterario-culturale ci si è chiarito con le letture e se vogliamo indagando a posteriori ciò che finiva per attirare la nostra attenzione e piacerci. In questo, l’abbiamo detto più volte, è stato fondamentale un libro, ossia Kafka. Per una letteratura minore di Deleuze e Guattari. Ci sembra che le cose migliori che leggiamo vengano da chi ha una prospettiva alternativa e obliqua rispetto alla lingua e alla cultura in cui si muove, da chi, per dirla altrimenti non è a suo agio con gli altri e con sé, chi ha un’identità scissa e vive da straniero, in patria o altrove. Ci piacerebbe, come ha detto Emanuele, che anche i nostri autori di lingua italiana, in questo senso, fossero stranieri in patria e abitassero una lingua che non dànno per scontata e che devono giocoforza reinventare.
Questa cosa si è tradotta e ha avuto una ripercussione ovvia sui nostri libri. Philip Ó Ceallaigh è il prototipo dello sradicato, uno che ha abbandonato la terra natia a diciannove anni per viaggiare ovunque nel mondo, fare i mestieri più disparati e peggio pagati, per poi finire senza un soldo, come un migrante economico all’incontrario, a Bucarest in Romania. E questa cosa, come pure il suo retaggio working class, si sente nelle sue pagine; penso anche solo ai suoi liberatori ritratti del lavoro di fatica, della routine annichilente, di giorni uno uguale appresso all’altro in attesa dello sfogo del fine settimana.
Ma anche in un libro più filosofico-metafisico come Sono il guardiano del faro, il viaggio, l’elogio di una fuga da fermo, immaginifica o reale, e la scoperta del limite, dei confini e dell’altro diventano i punti nodali di racconti surreali e profondamente kafkiani. Faye ha viaggiato in estremo Oriente, in Siberia e in Kamčatka (no, non esiste solo a Risiko, sono rimasto basito anche io), ha vissuto dieci anni in Giappone e questi suoi viaggi e aneliti, la sua irrequietezza, traspaiono nei suoi racconti.
Poi Racconti ha l’ambizione di essere la casa delle short stories ed essendoci avocati un nome simile è giusto che questa nostra visione letteraria non diventi onnicomprensiva e che fatalmente si pubblichi anche il famoso scrittore vista Manhattan borghese, di buone letture, maschio, bianco ed eterosessuale di cui sopra. A patto che sia bravo.

Quali sono le principali fonti di ricerca per le vostre pubblicazioni: riviste letterarie, blog, cataloghi, il web in generale, il passaparola?
Gran parte del catalogo di quest’anno e del prossimo erano in nuce nel progetto editoriale che avevamo stilato, sono davvero pochi i titoli che sono arrivati in un secondo momento su suggestioni altrui. Come abbiamo trovato i libri? Banalmente leggendoli. Scovandoli su internet o in qualche recensione del Guardian, alcuni su Goodreads, altri su liste strampalate dei migliori racconti a tema stregonesco o con un cane parlante per protagonista. Fatico a ricordare come sono avvenuti certi incontri, ma lo scouting è forse la cosa più divertente di questo mestiere. Poi, certo, bisogna anche ragionare sulla costruzione di un catalogo fatto di libri che si rimandino tra di loro e che messi assieme siano come una casa con moltissimi ingressi e tante finestre.
Di sicuro avevo letto Albero di carne in inglese prima che la casa editrice fosse anche solo reconditamente un’eventualità, l’avevo finito e mi ero meravigliato di come nessuno in Italia lo avesse pubblicato. Stephen Graham Jones vende carrettate di copie negli Stati Uniti ed è uno dei nuovi maestri della narrativa horror e weird. Voglio dire, io ero venuto a sapere della sua esistenza tramite un’intervista credo sul Venerdì a Lansdale che lo citava tra i suoi autori preferiti… Pazzesco che non se ne sia accorto nessuno, prima. Una volta deciso il progetto lui è stato uno dei primi nomi a spuntare fuori e l’abbiamo contattato al suo indirizzo mail che è una cosa esilarante tipo banditboy@qualcosa ed è praticamente subito stato della partita.
Tra gli altri entusiasti dell’intera operazione possiamo annoverare anche Philip Ó Ceallaigh, che ho stalkerato direttamente su facebook e ormai è un habitué del Bel Paese. L’abbiamo portato a Torino, a Treviso e a Roma e siamo entusiasti del successo che sta riscuotendo tra i lettori. Non appena abbiamo letto Appunti da un bordello turco è stato amore a prima vista e abbiamo saputo immediatamente che doveva essere il nostro numero 1.
Di loro due, siamo davvero orgogliosi di averli pubblicati e portati per la prima volta in Italia.

Philip Ó Ceallaigh

Philip Ó Ceallaigh

Avete più volte annunciato che nel 2017 pubblicherete il primo libro di racconti di uno scrittore esordiente italiano.  I lettori sono pronti a leggere racconti italiani?
Sì. Se ne pubblicano diversi peraltro e i lettori forti, siano essi lettori abituali o meno di racconti, fanno poco caso alla forma. Ci sono moltissimi scrittori di racconti italiani che amiamo e leggiamo e non siamo mosche bianche in questo, come noi li leggono in tanti. Scrivono racconti belli Paolo Cognetti, Michele Mari, Valeria Parrella, Rossella Milone, Luca Ricci, Elena Varvello, Vitaliano Trevisan dico i primi nomi che mi càpitano in testa un po’ alla rinfusa, ma non li leggiamo mica solo noi.
A partire da gennaio, su Altri animali (www.altrianimali.it) chiederemo proprio agli autori che ci piacciono di parlarci dei loro libri di racconti preferiti, sarà una rubrica fissa o quasi e si chiamerà «Racconti dalla cripta», con una citazione che gli aficionados dello Zio Tibia apprezzeranno.

A parte Stefano Friani ed Emanuele Giammarco, da chi è composta la casa editrice e come è suddiviso il lavoro?
Il lavoro è diviso male, anzitutto. Nel senso che tutti fanno tutto. Siamo ancora in una fase di rodaggio e ci stiamo via via specializzando ognuno nei nostri compiti, ma non è male mettere le mani in pasta un po’ in tutti gli ambiti editoriali e non, crescendo assieme e acquisendo man mano competenze che mai avremmo ottenuto nel nostro ruolo da stagisti eterni che la società ci aveva assegnato.
Oltre a me ed Emanuele, c’è Leonardo Neri, che cura il blog Altri animali e la nostra comunicazione web e social. Ma in realtà fa molto di più di questo: dalle bozze ai pacchi, fino alle scelte editoriali e strategiche, è compartecipe al cento per cento con noi di questa avventura. Siamo per il diy e, per ora, in tre, ci destreggiamo artigianalmente in tutti i compiti che in una casa editrice medio-piccola fanno in dieci persone. La casa editrice è diventata giocoforza la nostra vita.

scarafaggioUno sguardo al progetto grafico e al logo. Lo scarafaggio richiama inevitabilmente Kafka e il suo racconto La metamorfosi. Perché questa citazione (ammesso che sia una citazione)?
Tutto nasce da un veto, lo ricordo bene perché l’avevo messo io. Basta animali nei loghi: niente elefantini, pavoni, struzzi, tonni ecc. Poi un bel giorno, io ed Emanuele, che all’epoca era di stanza a Londra, stiamo chattando su facebook riguardo al progetto grafico e lui se ne esce con l’idea di adottare uno scarafaggio come logo. Ritratto immediatamente il veto e aderisco con entusiasmo alla mozione scarafaggio.
Da allora, anche grazie alla consulenza della mai troppo ringraziata e lodata Monica Aldi, veniamo a sapere che Franco Matticchio aveva disegnato uno scarafaggio kafkiano che proiettava un uomo come sua ombra o viceversa, ora non ricordo. Entusiasti gli chiediamo di lavorare a un logo, lui si innamora del progetto e pur non avendone mai fatto uno, tira fuori quella bellezza che ora campeggia sulle nostre copertine.
Il nostro sfigatissimo scarafaggio sembra quasi rivolgersi al lettore, si agita non riuscendo a rimettersi in piedi, lo fissa negli occhi e gli chiede aiuto. Del resto, non potevamo avere un altro simbolo considerato come vengono visti i racconti da noi e, diciamolo, c’era anche un’identificazione di noi come persone che stavano faticosamente avviando una casa editrice. Ci piaceva scegliere un underdog simile e poi il richiamo a La metamorfosi, il miglior racconto mai scritto, e a Kafka, che con la sua letteratura di minoranza è il nostro nume tutelare, erano troppo invitanti per non essere raccolti.

Stephen Graham Jones

Stephen Graham Jones

Sul progetto grafico: l’esigenza e la volontà erano di avere l’oggetto assieme al progetto, fare libri belli dentro e fuori. La lettura è un’esperienza anche estetica che coinvolge molti sensi, olfatto tatto vista, e quindi era importante che la carta fosse di qualità, così come la rilegatura e così via. Sulle illustrazioni siamo stati subito d’accordo, volevamo che fossero il più essenziali possibile e che restituissero al contempo la compiutezza e la scarnezza del racconto, per questo abbiamo anche deciso di accludere un bozzetto dell’autore o dell’autrice in bandella. Pochi tratti che servono a tratteggiare un intero universo, questo era il principio.
Io ed Emanuele, da buoni illuministi, poi, amiamo i libri bianchi: quelli di Quodlibet e Nottetempo come quelli delle case editrici per cui abbiamo avuto la fortuna di lavorare, Einaudi e Il Saggiatore. Non solo in libreria o alle fiere saltano subito all’occhio – sebbene siano facili a sporcarsi, e croce e delizia di ogni libraio – ma sono libri che ci rappresentano e che non inseguono mode di passaggio, non sono sgargianti e fotogenici come altri che poi finiscono a svernare sulle bancarelle dei remainders. Qualcuno ha detto che erano libri tutto sommato già visti, e può ben darsi. Basta entrare in una libreria in Francia per rendersi conto di come quasi tutti i libri si assomiglino e abbiano una smaccata tendenza al bianco, anche lì. Racconti ambiva a diventare la casa delle short stories e un progetto grafico «classico», che si richiama alla tradizione nobile della nostra editoria, poteva essere accogliente sia per i racconti più tradizionali di Eudora Welty sia per quelli granguignoleschi di Stephen Graham Jones. E poi del resto, come diceva Antoni Gaudí, l’originalità sta nel tornare alle origini.

Chi ti viene in mente se dovessi fare un nome di un autore celebre per i suoi romanzi ma che ha scritto racconti meravigliosi?
Be’ qualcuno l’abbiamo anche pubblicato, penso a Rohinton Mistry o a Virginia Woolf, universalmente noti per i loro romanzi (nel caso di Mistry romanz-oni) eppure autori di racconti a dir poco sensazionali. Ma evitando l’autopromozione, una volta tanto, potrei sparare un nome nel mucchio di uno scrittore che ahinoi si legge sempre meno: Paul Bowles.
Okay, state andando in Marocco (o più improbabilmente in Algeria) e vi siete procurati Il tè nel deserto, avete perfino visto il film di Bertolucci. Ora non avete che da setacciare il web (difficile che li troviate in libreria, a meno che non li ordiniate) e rimediare anche La delicata preda e Messa di mezzanotte, e se riuscite anche le sue antologie tradotte e curate da lui di autori marocchini (tra le sua scoperte lo Choukri di Il pane nudo), non ve ne pentirete.

Con quale libro hai iniziato il viaggio nella lettura e quali sono i tre libri più importanti della tua vita?
Dei libri letti da bambino ho ricordi assai sfocati, l’unico che mi ha lasciato una memoria imperitura è La guerra dei bottoni di Louis Pergaud, con queste bande di ragazzini che si facevano imboscate e non perdevano occasione di far partire una bella sassaiola, me lo ricordo come fosse ieri. C’è da stupirsi che non sia diventato un black bloc, in effetti, anche se c’è mancato poco.
Sui tre libri più importanti della mia vita la vedo durissima rispondere. Posso dire quelli che mi hanno influenzato o segnato di più da ragazzo e che non hanno mai smesso di esercitare un certo richiamo: La notte del drive-in di Lansdale, Altri libertini di Tondelli, Pulp di Bukowski. (Dopo questa lista l’intervista perderà metà dei lettori lo so, ma poteva andarvi peggio: avrei potuto dire Il giorno dello sciacallo di Forsyth, I sei giorni del Condor di James Grady assieme a un accostamento implausibile e inconsequenziale tipo L’importanza di chiamarsi Ernest di Wilde.)

Quando eri piccolo che cosa desideravi diventare da grande?
Oddio, come tutti i bambini credo fossi vagamente mitomane e aspirassi a essere il sovrano di una monarchia universale illuminata parzialmente temperata da istituti democratici tipo il tabaccaio che vendeva le Goleador e il pizzettaro vicino la scuola. Insomma, non auspicavo la servitù della gleba, ma non ero neppure visceralmente contrario. A mia parziale discolpa posso dire di essere cambiato molto, non so se in meglio.
Mi piaceva leggere questo sì: un sacco di «Piccoli Brividi» e libri game, quelli di Lupo solitario su tutti, e poi i fumetti Bonelli, soprattutto Tex.

Che cosa c’è da leggere in questo momento sul tuo comodino?
Il mio comodino è un disastro; se un investigatore volesse tirarne fuori un profilo psicologico sarei nei guai sul serio. Al momento ci sono Auto da fé di Canetti, Viaggio in Russia di Joseph Roth, I racconti di Kolyma di Šalamov, Anatomia di un soldato di Harry Parker, il terzo volume Fanucci di Tutti i racconti di Ballard. Esco da una full immersion totale e devastante nei libri sulla guerra in Iraq, per cui perlomeno per un po’ vorrei evitare di leggere di frutteti massacrati e torture a prigionieri di guerra bendati e ammanettati.
Ora per Natale mi vorrei concentrare su qualche lettura arretrata di italiani: La gemella H di Giorgio Falco, Tutti i bambini di Giuseppe Zucco, Overlove di Alessandra Minervini, Fuori si gela di Debora Omassi, Medusa di Luca Bernardi e A pietre rovesciate di Mauro Tetti. Ho i libri di Malerba sparsi un po’ ovunque, ma quelli me li centellino per quando sono davvero giù di corda dopo l’ennesimo libro deludente.
Poi ci sono anche cose che mi sono più consone: I veri credenti di Joseph O’ Connor, un libro di racconti uscito una miriade di anni fa per Stile Libero, e la trilogia di libri irlandesi di Milieu edizioni (On the Brinks di Sam Millar, Bomber Renegade di Michael Dixie Dickson e The General di Paul Williams), che è precisamente il genere di cose che adoro leggere. Temo di avere un leggerissimo feticismo per banditi, hooligan, storia e cultura britannica e, nemmeno a dirlo, per l’epoca dei Troubles.
Comunque sì, è un comodino molto affollato.

 

 

Le librerie indipendenti sono librerie vincenti? A volte può succedere

INDILIBR(A)I – Rubrica dedicata ai librai e ai lettori indipendenti

 di Emanuela D’Alessio

Nel giorno di chiusura della fiera romana Più Libri Più Liberi 2016, l’11 dicembre, si è svolto un incontro che ci piace segnalare,  quello organizzato dall’editore Sandro Ferri di e/o con i librai Marco Guerra della libreria Pagina 348 di Roma, Giorgio Gizzi della libreria Arcadia (con una sede a Roma, a Casal Palocco, e una a Rovereto), Gianmario Pilo della Galleria del Libro di Ivrea e Christian Westermann, il responsabile marketing di Europa Editions, casa editrice americana fondata da Sandro Ferri e Sandra Ozzola nel 2005.

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Il tema era Librerie vincenti tra Italia e Stati Uniti: esperienze e idee a confronto.
Dall’incontro è emersa, tra le altre cose, la necessità di rinnovare il dialogo tra editori e librai. Negli Stati Uniti l’American Booksellers Association svolge un ruolo fondamentale in tal senso. Grazie al Winter Institute, ha spiegato Christian Westermann, editori e librai si riuniscono una volta l’anno  per scambiare informazioni, discutere ed elaborare proposte.
Anche in Italia si sta pensando di replicare questa interessante iniziativa. A febbraio si terrà la prima edizione di una tre giorni in cui 80 librai e 30 editori si incontreranno per discutere dei titoli e soprattutto dei contenuti.

Per saperne di più c’è l’esaudiente articolo di 2righe, noi abbiamo rivolto qualche domanda a Marco Guerra, di Pagina 348.

È la prima volta, se non sbaglio, che partecipi a Più Libri Più Liberi. Come è andato l’esordio?
Con gli amici di e/o mi trovo sempre bene, ho accettato volentieri il loro invito e l’incontro è stato molto interessante, ho conosciuto colleghi davvero in gamba. Noi librai abbiamo cercato di rispondere alle domande che ci venivano fatte raccontando le esperienze delle nostre librerie, parlando delle idee messe in campo per sconfiggere la crisi e descrivendo la grande passione che ci porta a cercare sempre nuovi modi di coinvolgere i lettori. Quando si ascoltano esperienze diverse dalla propria e conosci persone nuove, gli stimoli sono sempre in agguato.
Gli editori presenti ci hanno parlato della loro volontà di battersi per una legge che regolamenti una volta per tutte il prezzo di vendita dei libri e che dia a tutti le stesse opportunità contro i predoni delle vendite online che, a colpi di evasione fiscale, dumping e strage dei diritti dei lavoratori, minacciano il nostro settore.
Per quanto riguarda la Fiera io mancavo da qualche anno, ma ho visto gli stessi difetti di sempre.

A quali difetti ti riferisci?
Ne dico uno: nello stesso corridoio trovi il piccolo editore che rischia i propri soldi e quello che campa di sovvenzioni, trovi quello che paga la gente che lavora per lui e quello inseguito dai creditori, trovi quello che con i libri ci lavora e quello che con i libri ci gioca. Per non parlare dell’obbrobrio degli editori a pagamento.

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Quali erano le tue aspettative e sono state soddisfatte?
Mi interessava molto saperne di più sula situazione negli Stati Uniti  e il contributo di Christian Westermann è stato utilissimo. Mi ha fatto piacere sapere che anche negli Stati Uniti sono tanti i librai che riescono a tenere le proprie librerie, nonostante tutte le disgrazie che oggi succedono alle librerie indipendenti.

Che cosa hanno in comune Marco Guerra, Giorgio Gizzi, Gianmario Pilo e Christian Westermann?
Il fatto di vivere a contatto con i libri ci permette di capirci al volo. Abbiamo in comune il fatto di essere diventati importanti per le comunità in cui operiamo, andando spesso a sostituire con il nostro lavoro le inefficienze e le incapacità della cultura istituzionale, quella che il cittadino paga anche se non visita i monumenti e non va mai al museo, al teatro o al cinema.

Che cosa significa essere vincenti oggi nel vostro settore?
In un momento in cui moltissime città italiane, anche importanti, si ritrovano senza librerie, significa restare aperti, innanzitutto. Aggiungo il fatto che le librerie indipendenti sono quelle in cui germogliano le idee, quelle in cui muovono i primi passi gli autori che arriveranno in classifica, quelle da cui parte il successo dei libri più importanti del panorama letterario. Più cose del genere si verificano nella tua libreria e più chances avrai di restare in piedi.

Dal confronto, per quanto parziale, tra Italia e Stati Uniti che cosa è emerso?
Che anche nel paese che ha partorito la tigre che vuole divorarci c’è ancora spazio per chi resiste.

È tempo di bilanci. Come è andato il 2016 per Pagina 348?
Non male nel complesso, siamo riusciti a confermare le cose che vanno bene e abbiamo trovato il modo di recuperare qualcosa di quello che è andato perduto.

Antonio Manzini da Pagina 348 il 26 novembre 2016

Antonio Manzini da Pagina 348 il 26 novembre 2016

Puoi farci un esempio delle cose che non vanno bene?
Ne dico due. La prima è che molte persone che conoscono e frequentano la nostra libreria credono che noi saremo qui in eterno, come se fossimo la cultura istituzionale di cui parlavo sopra. In realtà la nostra è un’impresa privata e può andare avanti continuando a offrire tutto quello che offriamo ogni anno, solo se la gente spende i soldi da noi. E quindi se molte persone partecipano alle nostre attività e parlano bene di noi ma poi i libri li comprano online o al centro commerciale, noi abbiamo l’esigenza di cercare da qualche altra parte i soldi che mancano all’appello.
La seconda è che ci manca una sponda nelle istituzioni, qualcuno o qualcosa che sappia valorizzare la nostra presenza nel Municipio. Invece ogni volta i politici che eleggiamo sono peggiori di quelli precedenti e passano gli anni senza che ci siamo manifestazioni in cui i cittadini possano avvicinarsi ai libri e alla cultura. Senza parlare del fatto che il teatro pubblico del quartiere, quello del Centro culturale Elsa Morante dove organizzavamo spesso iniziative che riscuotevano grande successo, è addirittura chiuso.

Auspici e desideri per il 2017?
Vendere tanti libri, organizzare tanti appuntamenti stimolanti, incontrare autori interessanti, aprire la porta della libreria a tanti nuovi lettori.

Juvenilia, la nuova collana di albi illustrati targata IFIX

SCARABOCCHI – La rubrica dedicata alla letteratura per bambini e ragazzi 

di Emanuela D’Alessio

pinocchioTra le molte novità di quest’anno alla fiera della piccola e media editoria Più Libri, Più Liberi, conclusa l’11 dicembre, ne raccontiamo una in particolare.
Si chiama Juvenilia ed è la nuova collana di albi illustrati per bambini e realizzati dai bambini stessi, edita da IFIX di Maurizio Ceccato e Lina Monaco.

Non è l’ennesima serie di libri di favole illustrate, ma molto di più e di diverso.
Se la fiaba resta sempre il punto di partenza, è l’arrivo a stravolgere completamente la prospettiva. Juvenilia, infatti, utilizza i personaggi delle favole contemporanee già divenute classici, per poter raccontare con un linguaggio moderno, ma mai esplicito, i tempi della nostra contemporaneità.

Il primo ciclo prevede la riscrittura di tre favole, Pinocchio, La Sirenetta e Il brutto anatroccolo, tre favole che parlano di trasformazione.
Il risultato è il frutto di un lavoro di squadra e di competenze differenti: Eugenia Cassandra, psicologa e psicoterapeuta dell’età evolutiva, ha messo a disposizione i suoi strumenti per comprendere i sottotesti presenti nelle favole; tre scrittori hanno rielaborato i testi cercando spiragli narrativi inaspettati per rendere le storie più vicine ai bambini del nostro tempo; infine i bambini, che hanno realizzato le immagini durante sei incontri, presso la libreria Scripta Manent, sotto la guida dell’illustratrice Cecilia Campironi.

Il primo libro in uscita è Pinocchio, narrato dallo scrittore e musicista Alberto Fiori. Un lento viaggio, attraverso i suoni e i rumori, in cui la trasformazione avviene nella notte. Mettendo su pagina ciò che Collodi non ci ha mai raccontato. Una voce narrante in prima persona che scandaglia, con curiosità e timore, i cambiamenti del suo corpo, materici e sensoriali. Il testo breve ma con ritmo incalzante, scandisce le ore che passano fino al risveglio. Le immagini illustrano un percorso inedito di un Pinocchio che sembra essere il protagonista della storia, fino a comprendere che quel personaggio, altro non era che un giocattolo col quale il bambino attraversa la notte, luogo simbolico in cui risiedono tutte le paure ancestrali e adolescenziali e, una volta fattasi luce, il giocattolo può essere riposto in una scatola perché il bambino è pronto per affrontare la sua giornata… o la vita.

pinocchio_juvenilia_02Ne abbiamo parlato meglio con Lina Monaco, responsabile editoriale di Juvenilia.

Riscrivere favole, e di quelle più celebri come Pinocchio, La Sirenetta o Il brutto anatroccolo, affidare a bambini il compito di illustrarle, e infine decidere di pubblicare “in casa”. Insomma, la sfida sembra un vero salto triplo mortale. Che cosa ne pensi?
Penso che sarebbe inopportuno disturbare i “monumenti” della nostra cultura fiabesca se non ne valesse davvero la pena. Il progetto è ambizioso e si fa carico di restituire al lettore una proposta inedita ma di cui, probabilmente, si sente già la necessità.

Come è nato il progetto? Dalle favole, dai bambini, da urgenze personali?
Era da un po’ che io e Maurizio Ceccato ci interrogavamo sulle favole di recente scrittura, quali fossero i contenuti che veicolavano e quali ingredienti utilizzassero per raccontare la modernità. Alcune di queste nuove favole riescono a fare breccia, nei genitori, nei bambini, ma molte restano nell’oblio. Cioè non raggiungono il lettore. E così ci siamo domandati cos’è che potesse tenere legati i genitori e i figli a una stessa lettura. E la risposta è stata immediata: un personaggio della nostra infanzia che parlasse con il cuore in mano delle proprie emozioni. Vicino alla mamma e al papà che leggono, ma con un linguaggio vicino ai figli.

Chi sono gli autori coinvolti e come si è svolta l’operazione di riscrittura?
Pinocchio è stato riletto da Alberto Fiori, musicista e paroliere. Un autore con una spiccata sensibilità e un gran senso del ritmo. Con lui c’è stata un’alchimia perfetta. Io gli ho esposto cos’è che sentivo come urgenza, e lui ha intercettato uno spiraglio narrativo inedito, ma soprattutto inaspettato. Il ritmo del cuore che inizia a battere in un corpo di legno segna l’inizio della trasformazione. Un viaggio fatto di rumori che Pinocchio non conosce e che lo riportano a vecchie paure passate. Non a caso questa trasformazione avviene di notte che è il luogo archetipico delle paure. Il luogo dove non esiste la ragione, ma solo la percezione. E il viaggio si conclude con l’arrivo della piena consapevolezza di sé stessi.

pinocchio_juvenilia_03Parliamo dei bambini “illustratori”. Quanti sono, che età hanno, come hanno lavorato, erano al corrente del fatto che le loro illustrazioni sarebbero finite in un libro?
I bambini, dai cinque ai dieci anni, sono arrivati in libreria da Scripta Manent grazie a una call fatta tra i nostri lettori affezionati, ma poi si è sparsa la voce col semplice passa parola tra genitori. Quello offerto era un laboratorio finalizzato all’insegnamento di una tecnica di illustrazione: il collage. Cecilia Campironi è una professionista. L’idea che quelle tavole potessero diventare le illustrazioni del libro ha costretto tutti i partecipanti a prendere sul serio il lavoro proposto. Sei appuntamenti e quasi quindici ore di lavoro. I bambini erano stanchi ma l’entusiasmo li ha tenuti sempre attentissimi.

Perché la decisione di pubblicare come IFIX invece di affidare un progetto così innovativo a un editore, magari specializzato in albi illustrati e letteratura per ragazzi?
IFIX è sempre stato un laboratorio, un’opportunità per le idee e per le persone di creare alchimie. Lavorare a un libro come questo richiede di guardare al pubblico bambino con le dovute precauzioni. Fare un libro per bambini è una sfida che va portata avanti con tutti i necessari supporti professionali. Non basta un disegno o una filastrocca per accontentare un pubblico così esigente e ci siamo voluti misurare in questa prospettiva. Abituati, in fondo, a offrire già la massima cura sia nei contenuti che nei dettagli estetici e grafici. E poi perché rientra nelle prerogative IFIX lavorare con le narrazioni per immagini.

Come si svilupperà la collana? Quante uscite sono previste e con quale cadenza? Insomma qual è il piano editoriale di Juvenilia?
Le prossime uscite arriveranno in maggio con La Sirenetta e Il brutto anatroccolo. I tempi non potranno essere rigidissimi perché i laboratori sono itineranti e devono produrre immagini di qualità. Il lavoro di post-produzione è davvero minimo e quindi produrre le tavole richiede molto tempo e cura. E poi ci sono le storie da riscrivere, gli appuntamenti con la dottoressa Eugenia Cassandra, psicologa dell’età evolutiva, ci aiutano, a noi della redazione e agli autori, in un mondo di argomenti che non si evincono da una lettura superficiale delle favole stesse.

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Chi vorresti come lettore ideale di questa collana?
Il pubblico a cui ci rivolgiamo è sicuramente quello dei bambini di età tra i cinque e i dieci anni. Se da una parte la semplicità del testo, infatti, sembra rivolgersi ai primi, la forza delle immagini e l’indagine dentro sé stessi e le proprie paure, avvicina alla lettura anche i più grandi. E poi ci sono i genitori ai quali destiniamo uno strumento per poter affrontare attraverso la lettura, i temi più cogenti all’età dei figli. La collana Juvenilia è stata pensata per realizzare libri fatti dai bambini per i bambini.