Archivi autore: Emanuela D'Alessio

RACCONTI ITALIANI #2 Intervista a Elvis Malaj, un cantastorie che diventa scrittore

RACCONTI ITALIANI – rubrica dedicata al racconto italiano contemporaneo

*L’immagine di copertina è un’illustrazione di Alessandro Ripane

di Emanuela D’Alessio

Elvis Malaj, albanese di nascita, vive in Italia (attualmente a Padova) da quando aveva quindici anni. La sua “voce” è come l’acciottolìo di pietre che scivolano giù da un pendio, è una voce che non prende mai fiato, che rimbalza da una parola all’altra. E nonostante l’intercalare da “carrettiere” (chissà se lo fa apposta per scandalizzare o gli viene naturale), noi non smettiamo di ascoltare.
Elvis Malaj ha ventisette anni, ha imparato l’italiano guardando la tv, è diventato lettore leggendo in italiano, ma il suo è un italiano «sporco, spurio, meticcio», perché pur avendo tradito la lingua di origine «un immigrato in fin dei conti è uno che pensa a sé stesso», non è riuscito ad assorbire fino in fondo quella nuova.
A Bajze, dove è nato, non esiste nemmeno una libreria, non ha mai letto un libro o parlato di libri con gli amici, perché era «roba da froci».
Non sente di avere qualcosa di importante da dire, ma semplicemente di avere delle storie. «Sono un cantastorie, scrittore mi hanno fatto diventare quelli di Oblique». Quelli di Oblique sono Leonardo Luccone ed Elvira Grassi che a loro volta hanno convinto gli editori di Racconti Edizioni a pubblicare la raccolta di racconti Dal tuo terrazzo si vede casa mia.
«Penso che i ragazzi di Racconti siano dei pazzi. Poi, tenendo conto che neanche io sono uno tanto a posto, c’è il rischio che venga fuori qualcosa di buono».
Qualcosa di buono è già venuto fuori, visto che Elvis Malaj è il primo autore italiano della casa editrice romana specializzata in short stories, fino a oggi rigorosamente internazionali. Ha ultimato il suo primo romanzo Il mare è rotondo, in cerca di editore.

Elvis Malaj

Sei nato in Albania e vivi a Padova, dopo essere passato da Alessandria e Belluno. Nel racconto Il lupo della steppa (nel tuo libro Dal tuo terrazzo si vede casa mia) alla domanda «come ti trovi in Italia?» il protagonista Çoban risponde: «Trovarsi bene o meno in un posto non dipende dal posto, dipende da te. Ovunque vai ti porti sempre dietro qualcosa che alla fine rende ogni posto uguale a un altro. Potrei anche rispondere alla sua domanda, ma non significherebbe niente. Tradirei semplicemente la mia capacità di trovarmi bene o male in Italia». Che cosa ti sei portato dietro fin qui, in Italia?
Ce l’hai presente quell’idea romantica del ricominciare? Andare alla stazione, salire su treno e partire, andare lontano, non importa dove, in una nuova città, una nuova vita, lasciarsi tutto alle spalle e ricominciare. Magari addirittura in un altro paese, imparare una lingua nuova, costruirti una vita tutta da capo, come piace a te, senza ripetere gli errori fatti. Abbandonare una vita logora e stantia in direzione di qualcosa di nuovo, ributtarsi nella mischia e cercare di cogliere l’occasione, avere il coraggio di salire su quel cazzo di treno perché la vita è solo tua e puoi farne quello che vuoi (la senti, la senti l’eccitazione?). Ecco, per me questa cosa non ha mai funzionato. Non solo quando ho cambiato città, ma anche quando ho cambiato paese. Tutte le volte che ho ricominciato non ho mai veramente ricominciato. La mia vita è un copione che continua a ripetersi, magari i luoghi e le persone sono diversi ma il copione rimane sempre lo stesso. Cambiando paese non ho cambiato un bel niente. Secondo me la risposta di Çoban significa questo. E allora come si fa a ricominciare? Ricominciando da sé stessi. Ma come? Non lo so, non me l’hanno ancora insegnato. Che cosa mi sono portato dietro fin qui? Non so rispondere.

Ti sei convinto e hai convinto di essere uno scrittore e nel frattempo hai accumulato le occupazioni più disparate. Dici che stai cercando di smettere, di lavorare?
Quello che sto cercando di smettere non è di lavorare, ma di continuare a fare lavori di merda. Tutti i lavori che ho fatto finora, a parte scrivere, sono tali. Quindi, cercare di farla finita con lavori che non mi soddisfano non è mica un’idea malvagia. Solo che sappiamo bene che per arrivare al punto in cui uno scrittore possa vivere di sola scrittura ce ne vuole. Porca puttana, ho sbagliato mestiere.

«Scrivere è il modo più accessibile di raccontare storie» hai spiegato in occasione della presentazione a Roma del tuo libro. Quindi raccontare storie, per te, è una conseguenza di cosa: vocazione, necessità, casualità?
È la soddisfazione di un bisogno naturale, fisiologico, come scopare o mangiare. Non sento di avere qualcosa di importante da dire. Ho semplicemente delle storie, sono appassionato di storie. Le vedo, sono tutt’intorno a me. Magari io e te ascoltiamo e vediamo la stessa cosa, però io sono capace di vederci una storia, per quanto inutile e banale possa essere l’oggetto della nostra osservazione. E mi piace raccontarla. Sono un cantastorie. Adesso sarò un po’ melenso, ma il sorriso che riesco a strappare alle persone quando leggo un mio racconto mi fa veramente godere.

Come sei riuscito a convincere «quelli di Oblique» che sei uno scrittore?
Con il racconto Mrika, che è stato scelto in una delle serate di 8×8 di qualche anno fa. La verità è che non li ho convinti. Sono stati loro che sono riusciti a scorgere in me uno scrittore. Ma ancora non lo ero, loro mi hanno fatto diventare scrittore.

Hai pubblicato Dal tuo terrazzo si vede casa mia con Racconti edizioni, la giovanissima e agguerrita casa editrice romana che ha iniziato con te a pubblicare anche autori italiani, rigorosamente di racconti. Un esordio importante, sia per te, sia per loro. Che cosa ne pensi?
Esordire con un esordiente, in un mercato come il nostro, con una raccolta di racconti, prendendo un albanese e spacciandolo per italiano. Penso che i ragazzi di Racconti siano dei pazzi, e mi fa veramente piacere che lo siano. Poi, tenendo conto che neanche io sono uno tanto a posto, c’è il rischio che venga fuori qualcosa di buono.

Quando sei arrivato in Italia avevi quindici anni e già conoscevi l’italiano abbastanza bene. La tua scrittura nasce direttamente in italiano? E, se è così, che cosa vuol dire esprimersi in una lingua diversa dalla propria?
La mia scrittura nasce in italiano perché sono diventato un lettore leggendo in italiano. Cosa vuol dire? Niente, fai diventare la nuova lingua la tua lingua. Sa di tradimento? Sì, un po’ lo è. Un immigrato, in fin dei conti, è uno che pensa a sé stesso. Ma a parte questo, non assorbi mai la nuova lingua fino in fondo, e non riesci a separarla del tutto dalla lingua madre. Quindi il tuo non è italiano, è il tuo italiano. Un italiano sporco, spurio, meticcio.

Sei tornato in Albania solo tre volte in circa dieci anni dalla tua partenza, eppure le tue storie raccontano quasi sempre del tuo paese, attraverso i personaggi, i luoghi della tua infanzia. Di che cosa si tratta? Nostalgia, elaborazione di un distacco, riconciliazione con le proprie origini?
Non si tratta di nessuna di queste cose. Come scrittore, penso di avere un buon rapporto con l’Albania, c’è un ottimo equilibrio tra dare e avere. E forse sono lo scrittore albanese più albanese che ci sia in circolazione. Come persona, invece, come figlio di quella terra, è un altro paio di maniche, in questo caso la storia è un po’ più complicata. Il rapporto padre-figlio non è mai stato semplice. Comunque sia, che ti piacciano o meno, i tuoi genitori rimangono sempre i tuoi genitori.

La mia conoscenza della letteratura albanese si limita a Ismail Kadare, ormai 81enne, uno dei pochi tradotti in Italia. Puoi citarne altri, provando a spiegarci il perché della scarsa diffusione oltreconfine delle loro opere?
Ti dico la verità, pure la mia conoscenza della letteratura albanese è limitata. Ma un paio di nomi te li faccio: Gazmend Kapllani, che ha scritto un romanzo sull’immigrazione, Breve diario di frontiera (i romanzi sull’immigrazione di solito non mi piacciono ma il suo mi è piaciuto), e Ornela Vorpsi, perché sa scrivere. Sul motivo della scarsa diffusione non ti so dire, bisognerebbe fare un’analisi come si deve. Ti posso dire però che gli scrittori albanesi in Francia vanno di più.

Scrittori e libri non possono fare a meno delle librerie, l’anello più debole della filiera editoriale. Lo è in Italia senza dubbio, ma qual è la situazione delle librerie in Albania?
In Albania non ne parliamo. Manca proprio la cultura e la coltura del libro e delle librerie tra i giovani. Non leggono. Quando ero in Albania neanche io leggevo, non ho mai parlato con un amico di libri, e a Bajze non c’era nemmeno una libreria. I libri venivano visti come roba da froci. Con i miei amici parlavo di cose importanti, parlavamo di fica, anche se poi nessuno di noi scopava. Mi auguro che in questi anni qualcosa sia cambiato.

Qual è la tua libreria ideale?
La mia libreria ideale è una libreria piena di persone.

Prima di scrivere si deve (o dovrebbe) leggere. Qual è stato ed è il tuo percorso di lettore?
Il mio periodo più intenso di lettore è stato quello iniziale, quando è scattata la fiamma, e ho letto autori di fine Ottocento-inizio Novecento, tipo Kafka, Svevo, Čechov, Schnitzler, Pirandello, Tozzi, Hesse eccetera. Invece quello attuale è un po’ a caso, leggo di tutto senza un nesso logico.

Che cosa c’è da leggere in questo momento sul tuo comodino?
Paolo Nori, Bassotuba non c’è.

Leggi L’autobiografia del personaggio che poi sarei io

Le parole chiave di effe – Intervista a Carlotta Colarieti

di Emanuela D’Alessio

Con Carlotta Colarieti, editor e curatrice di effe – Periodico di Altre Narratività, abbiamo fatto il punto su un progetto editoriale che in cinque anni si è inserito a pieno titolo nel mondo delle riviste letterarie. Le parole chiave sono: la ricerca di voci inedite da affiancare  a voci già note, l’abbinamento tra racconto e illustrazione, la pubblicazione cartacea senza ristampe, la distribuzione diretta, il rapporto personale con i librai.
effe è un progetto auto-sussistente che riesce a finanziare ogni nuova uscita con le vendite del numero precedente.

Tra gli autori comparsi nei sette numeri di effe ci sono: Paolo Cognetti, Luca Ricci, Enrico Macioci, Athos Zontini, Riccardo Gazzaniga, Paolo Zardi, Vins Gallico, Demetrio Paolin.
Tra quelli che invece hanno scritto su effe da esordienti e poi sono arrivati alla pubblicazione ci sono: Luciano Funetta, Elisa Casseri, Gianni Agostinelli, Elvis Malaj e Alessandra Minervini.

Il numero #effe8 è in preparazione. Il tema scelto è Disobbedienza.

Illustrazione di Alessandra De Cristofaro

Nel viaggio tra le riviste letterarie indipendenti, compiuto da Il Libraio nei mesi scorsi, una tappa è dedicata anche a effe, il semestrale di narrativa inedita illustrata di cui sei editor e curatrice. Proviamo a definire rivista letteraria? E qual è lo stato di salute di cui godono attualmente le riviste letterarie in generale?
Il compito di una rivista letteraria dovrebbe essere quello di sondare gli umori della scena narrativa contemporanea garantendo contenuti inediti – racconti di autori emergenti affiancati da nomi noti, nel caso specifico di effe – a cui i lettori, e talvolta anche gli addetti ai lavori, non sono ancora giunti.
A rendere unico il ruolo delle riviste letterarie che danno spazio agli esordienti è proprio la loro funzione di primo filtro e di raccordo tra le diverse figure che ruotano intorno alle storie: l’autore inedito, che ha la possibilità di confrontarsi con una redazione, con tutto ciò che questo comporta (sofferenza compresa); il lettore, che si ritrova tra le mani materiale narrativo impossibile da reperire altrove, perché in gran parte costituito da firme ancora non pubblicate; l’addetto ai lavori, che può interessarsi a una rosa di voci nuove e sempre diverse con la garanzia di una prima e durissima selezione.
Attualmente le riviste letterarie in Italia sembrano andare alla grande, godendo anche di una certa crescente considerazione tra gli editori. Il prezzo di questa condizione è il fatto che le riviste letterarie che hanno reali legami con il mondo editoriale sono relativamente poche, e che in passato, tra gli altri, anche progetti molto validi hanno ceduto al peso della fatica e dei costi, non sempre sostenibili.

effe, costola della storica rivista online Flanerí, è rigorosamente su carta. Perché questa scelta apparentemente in controtendenza?
Ora come ora gli aspiranti autori – e non solo loro – hanno la possibilità di accedere facilmente a un pubblico di lettori senza dover passare per la mediazione di qualcuno. Ovviamente si tratta di una condizione vantaggiosa solo in apparenza: quando tutti hanno visibilità, nessuno ce l’ha veramente.
La percezione della mancanza di un filtro che stabilisca la qualità di ciò che viene pubblicato online fa sì che anche quelle realtà che si occupano di scouting e di narrativa con uno sguardo professionale fatichino a conquistare l’attenzione dei lettori, persino di quelli più attenti, che ogni giorno si trovano di fronte a infinite possibilità di lettura, ma con lo stesso identico tempo da dedicargli.
Per noi la scelta della carta va di pari passo con i suoi limiti: pubblicare su carta significa affrontare un investimento in termini economici, dover programmare tutto con molto anticipo e occuparsi della distribuzione in libreria, tutte cose che impegnano tempo e persone a vari livelli. Ed è per questo che pubblicare autori esordienti su carta equivale a legittimarli: scommettere a ogni uscita su un numero ridotto di voci che nessuno conosce ma che devono rispondere a un livello qualitativo alto, in grado di reggere il confronto con gli autori noti che pubblicano su effe i loro racconti inediti.

A cinque anni dalla prima uscita, con sette numeri all’attivo e un altro in preparazione, possiamo trarre un bilancio e fornire qualche numero. Ad esempio, quanti racconti sono stati pubblicati, quante copie della rivista sono state vendute, quanti librai hanno recepito la rivista mettendola in vendita nella loro libreria, quanto costa tutta l’operazione?
Su effe sono passati 62 racconti e altrettanti autori, molti di più – circa un centinaio – gli autori provenienti dallo scouting della redazione che poi hanno pubblicato i loro racconti nella sezione di narrativa inedita di Flanerí. Abbiamo quasi terminato le copie degli scorsi numeri, molte sono state vendute tramite lo shop online di 42Linee, lo studio editoriale che si occupa della redazione del volume e per il quale molti di noi lavorano, moltissime altre tramite le circa quaranta librerie indipendenti nelle quali siamo distribuiti. Fare un preventivo sarebbe impossibile: i costi variano a seconda della foliazione di ogni singolo numero. Dopo cinque anni
però, possiamo affermare che effe è un progetto auto-sussistente che riesce a finanziare ogni nuova uscita con le vendite del numero precedente.

Illustrazione di Daniela Tieni, effe #3

Le caratteristiche più evidenti di questo originale progetto editoriale sono l’abbinamento racconto-illustrazione (che fa venire in mente la rivista WATT, ideata da Leonardo Luccone e Maurizio Ceccato), l’individuazione di un tema per ogni numero, l’accostamento tra esordienti sconosciuti e scrittori già affermati. Se ce ne sono altre ti prego di aggiungerle, provando anche a spiegarne il perché.
Un altro aspetto al quale teniamo moltissimo è il rapporto con i librai, ogni uscita è a tiratura limitata, non sono previste ristampe e le copie, dal quarto numero in poi, sono tutte numerate. Inutile dire che il nostro lavoro non servirebbe a nulla se non avessimo librerie di qualità alle quali appoggiarci. Ci avvaliamo di una distribuzione diretta, il che significa che siamo noi stessi a gestire i rapporti con i librai e le libraie. Non è solo una questione di praticità: parlare con chi ha un contatto diretto con i lettori, ascoltare quello che hanno da dire, scegliersi a vicenda, muoversi con gli autori in giro per l’Italia, sono iniziative fondamentali per l’identità del progetto, la cui indipendenza passa anche da queste scelte.

Soffermiamoci sugli aspetti organizzativi e operativi. Quante persone sono coinvolte nel progetto e quali sono i ruoli identificati.
Oltre a me, la redazione è composta da Dario De Cristofaro, direttore editoriale e editor, Francesco Scarcella, editor, Alessandra De Cristofaro, art editor, Giulia Zavagna, redattrice e traduttrice per effe #7 e la nostra new entry Silvia Bellucci, ufficio stampa.

Quali sono i criteri di selezione dei racconti che decidete di pubblicare?
Di un autore ci interessa prima di tutto la cifra, non deve rispondere a caratteristiche prestabilite ma deve possedere un tono deciso e personale. Ovviamente in una rivista che si occupa di short stories anche la costruzione del racconto è fondamentale ma tutti gli autori sono seguiti da un editor prima della pubblicazione e tutti i racconti vengono editati. In generale posso dire che discutiamo molto prima di arrivare alla formazione definitiva di ogni singolo numero.

Illustrazione di Irene Rinaldi del racconto di Gianni Agostinelli, effe #2

La rivista pubblica racconti italiani ma anche di scrittori esteri. Come funziona lo scouting a livello internazionale?
effe si occupa narrativa italiana e così continuerà a fare in futuro. In occasione dello scorso numero, effe #7, abbiamo deciso di sperimentare guardando all’estero, per farlo ci siamo rivolti a otto traduttori, grazie all’aiuto di Giulia Zavagna – editor e traduttrice per Edizioni Sur e membro della redazione – li abbiamo interrogati riguardo alla loro personale visione di ciò che manca, eppure meriterebbe di essere letto anche qui. Il risultato sono otto racconti di autori assolutamente inediti in Italia da Brasile, Francia, Islanda, Repubblica Ceca, Stati Uniti, Sudafrica, Turchia e Uruguay. Tutti illustrati da artisti dei rispettivi paesi.

La considerazione che la forma racconto in Italia goda di pessima salute sembra esser sempre più contraddetta dai fatti. Registriamo un vivace fermento di progetti editoriali incentrati esclusivamente sul racconto. Penso al caso più eclatante della casa editrice Racconti edizioni che, tra l’altro, ha appena pubblicato il suo primo autore italiano Elvis Malaj (un suo racconto è uscito proprio su effe). Che cosa ne pensi e che cosa puoi dirci di Elvis Malaj?
I ragazzi di Racconti edizioni hanno capito che la forma racconto può incontrare il favore del pubblico, soprattutto se svincolata dall’eterna competizione con il romanzo, e noi non possiamo che essere d’accordo con loro. Siamo orgogliosi ogni volta che un autore arriva alla pubblicazione dopo essere stato letto per la prima volta su effe, è capitato in passato e speriamo che continui a capitare in futuro.

Che cosa c’è da leggere sui comodini di effe in questo momento, cominciando dal tuo e da quelli degli altri redattori che vorranno rispondere?
Sul mio comodino c’è Teoria della classe disagiata di Raffaele Alberto Ventura (minimumfax), su quello di Dario De Cristofaro c’è Walter Siti con Bruciare Tutto (Rizzoli). Giulia Zavagna sta leggendo Lincoln nel Bardo di George Saunders (Feltrinelli), Francesco Scarcella L’ombra dell’ombra di Paco Ignacio Taibo II (la Nuova frontiera) e Silvia Bellucci Mio padre la rivoluzione di Davide Orecchio (minimum fax). Sul comodino di Alessandra De Cristofaro c’è Il mestiere di scrivere di Raymond Carver (Einaudi).

Carlotta Colarieti è nata a Roma, dove vive e lavora. È redattrice editoriale e editor dello studio editoriale 42Linee e curatrice dell’antologia periodica effe – Periodico di Altre Narratività.

 

RACCONTI ITALIANI #1 – Intervista a Ade Zeno

RACCONTI ITALIANI – rubrica dedicata al racconto italiano contemporaneo
Racconti italiani è il titolo del libro di John Cheever, pubblicato da Fandango nel 2009 (traduzione di Leonardo G. Luccone), che raccoglie i racconti scritti in Italia dal celebre scrittore americano.  La nuova rubrica ospita racconti italiani e le interviste agli autori. Scegliamo testi già pubblicati e che ci sono piaciuti.

di Emanuela D’Alessio

L’autore del racconto La città dei bambini fantasma si chiama Ade Zeno. Torino è la sua città, «ci sono nato, ci vivo, quasi certamente sarà qui che morirò». Scrive forse per egoismo, noia, «al limite per disperazione», ma il suo lavoro è cerimoniere al Tempio Crematorio di Torino, «un lavoro molto delicato» che ti costringe ad assorbire il dolore altrui.
Ha fondato la rivista letteraria Atti Impuri e con il collettivo Sparajurij ha fatto «cose pazzesche per quindici anni».
Ha sempre amato Il piccolo principe di Antoine Saint-Exupéry (da cui trae ispirazione La città dei bambini fantasma). Tra i fondamentali ci sono Kafka e Borges, di quest’ultimo deve leggere almeno una frase ogni giorno. Però il suo prediletto è Roberto Bolaño e il libro più grande, assicura, lo ha scritto Miguel de Cervantes.

Ade Zeno

Sei nato a Torino, hai pubblicato due romanzi e numerosi racconti, hai fondato la rivista letteraria Atti impuri, lavori come cerimoniere al Tempio Crematorio di Torino. Cominciamo da qui, da questo lavoro inusuale, ma anche un lavoro come un altro. Come si diventa cerimoniere di un cimitero? Per concorso, per chiamata diretta, per caso o per rincorrere un desiderio?
È andata più o meno così: dopo anni di lavoro all’Università come borsista e assegnista di ricerca, un bel giorno sono finiti i fondi e tanti saluti a una carriera accademica peraltro mai desiderata. A due passi dal baratro salta fuori questo caro amico, da tempo impiegato alla Società per la Cremazione di Torino, che deve trasferirsi all’estero per motivi personali e ha bisogno di trovare un sostituto. Il mio curriculum è piuttosto in linea con il profilo richiesto perché durante l’iter universitario, fra le mille altre cose, mi sono occupato di tanatologia. Il colloquio con il direttore del tempio va bene (fra l’altro scopro che è un lettore accanito, quindi passiamo il tempo a parlare di libri), inizio il percorso di formazione e vengo assunto. Insomma, così su due piedi risponderei che si diventa cerimonieri per chiamata diretta.

Quali sono le mansioni di un “cerimoniere” e qual è il rapporto, nel caso ci fosse, con la tua scrittura?
Per rispondere in modo esaustivo dovrei impiegare almeno un paio d’ore. Molto schematicamente: un cerimoniere deve occuparsi di organizzare e presiedere quotidianamente una certa quantità di funerali laici. Al Tempio Crematorio di Torino succede in media fra le dieci e le venti volte al giorno. I luttuanti arrivano lì, nella Sala del Commiato, per accompagnare il defunto prima della cremazione, e chiedono di poter tributare l’ultimo saluto. Ci si raccoglie intorno al feretro e si ha la libertà di scegliere come commemorarlo. Alcuni scelgono il silenzio, altri la musica, altri ancora letture (poesie, salmi, lettere e così via). Il mio compito è quello di fare in modo che questo momento assuma un senso e soprattutto una forma, nella maggior parte dei casi scegliendo io stesso i testi più adeguati alla situazione. È un lavoro molto delicato che ti costringe a un confronto costante con l’altrui dolore. Un dolore che assorbi e amministri anche se non è il tuo. Un paio di giorni dopo il funerale presiedo la funzione di consegna dell’urna cineraria, altro momento delicatissimo in cui i parenti del morto devono confrontarsi con la trasformazione del corpo: un trauma terribile. Raccontato così sembra complesso. In realtà lo è molto di più. Per rispondere alla seconda domanda, non so dire quale rapporto ci sia tra il mio mestiere e la scrittura. Sicuramente l’ambiente in cui lavoro somiglia molto a uno scrigno pieno di storie. Basta fare una passeggiata fra loculi e cellari per rendersi conto dell’enorme quantità di narrazioni che si nascondono dietro quelle migliaia di lapidi. Ogni foto, ogni iscrizione racconta qualcosa. Nell’ultimo anno ho lavorato su un romanzo ambientato proprio lì. Non so cosa ne farò, qualcuno lo sta leggendo, magari uscirà, magari no.

La tua scrittura è una conseguenza di cosa: vocazione, necessità, casualità?
Si scrive per egoismo, per noia. Al limite per disperazione. Ma soprattutto perché a fare i bombaroli si dà molto più nell’occhio.

Soffermiamoci sul tuo racconto La città dei bambini fantasma, una storia colma di metafore, una fiaba dalle tinte fosche, un’ambientazione dai confini remoti e indistinti. Ci vogliono tredici settimane per raggiungere la Città nera seguendo le istruzioni di un mercante di Tunisi, di contrabbandieri algerini, di una tenutaria di Aleppo, di un predone berbero. Un luogo dove si perde l’anima e si assumono «le sembianze di fanciulli gracili e biondi», dove si rabbrividisce. Il risultato è stupefacente, per un racconto da diecimila battute. Ci aiuti a decrittare un testo così essenziale e denso al tempo stesso?
L’idea di fondo è partita dalla storia di Saint-Exupéry, o meglio dalla fine della sua storia, quell’ultimo volo da cui non è mai più tornato.  Ho sempre amato Il piccolo principe: un libro lunare, terribile, profondamente inquieto, che parla di solitudine e termina con un suicidio. Quel bambino biondo apparso dal nulla continua a turbarmi, certe pagine mi commuovono ancora oggi, a distanza di oltre trent’anni dalla prima lettura. Diciamo che con la storia dei bambini fantasma ho provato a giocare con quest’atmosfera sospesa infilandoci dentro alcune fra le mie tante ossessioni. La perdita della memoria, per esempio, o il desiderio di oblio, giusto per spolverare le più evidenti. Non ho impiegato molto a tirar giù la prima stesura. Con Leonardo Luccone ho poi lavorato di fino eliminando i fronzoli linguistici, i miei tanti, insopportabili, tic letterarieggianti. Lui mi dice taglia qui, taglia lì, togli tutta questa inutile merda. È un editor severissimo, non gli sfugge mezza virgola. Se la versione definitiva del racconto mi piace abbastanza, è solo merito suo.

Hai all’attivo due romanzi e numerosi racconti. Hai pubblicato con due piccoli editori e dopo svariati rifiuti. Che cosa dovrebbe cambiare, se c’è qualcosa da cambiare, nel viaggio di un manoscritto verso la libreria passando per un editore? E mi riferisco volutamente soltanto alla categoria “libro cartaceo”.
Devo essere onesto, non so proprio rispondere a questa domanda. Io scrivo, leggo, ogni tanto mi imbatto nelle infinite discussioni sui destini del libro e sulle difficoltà dell’editoria, ma lo faccio da turista, vale a dire in modo vergognosamente superficiale. In rete spopolano analisti molto più bravi di me a individuare criticità e possibili soluzioni. È vero, i miei manoscritti hanno collezionato – e quasi certamente continueranno a collezionare – quantità esorbitanti di rifiuti. All’inizio ci restavo male, ora mi limito a sorridere con malinconia. Però gli editori fanno il loro mestiere, io mi occupo di altro. Certo, a libro uscito ti piacerebbe che lo leggessero in tanti, e non è assolutamente il mio caso. Ho il sospetto di aver venduto pochissimo. Ma No Reply e Il Maestrale non avevano uffici di stampa potenti, e poi si sa che nel giro di pochi mesi un libro sparisce dagli scaffali, ammesso che riesca ad arrivarci. La quantità di novità è enorme, emergere dal ginepraio un terno all’otto. Senza contare il fatto che magari hai scritto un libro poco interessante, e allora è soltanto colpa tua.

Hai fondato insieme al collettivo Sparajurij la rivista letteraria Atti impuri, dal 2010 anche in versione cartacea. Qual è il suo stato di salute attualmente e delle riviste letterarie in generale?
Quella di Atti impuri è stata un’esperienza bella, addirittura esaltante. Ai tempi la situazione delle riviste cartacee era un po’ in stallo, c’erano molti blog, molti siti, ma mi sembrava importante tornare a proporre qualcosa di più libresco. Quando ero ragazzetto ne esistevano a bizzeffe, ricordo con particolare affetto Addictions, faceva cose bellissime. La dirigeva Leonardo Pelo, un pazzo entusiasta, che fra l’altro è stato il mio primo editore, praticamente l’unico a credere in quello che scrivevo. Tornando a noi, alla base c’era l’idea di creare un luogo fisico in cui convergessero le voci più impure della narrativa e della poesia contemporanea, esordienti e non. Una sorta di mappatura dello stato di salute della forma racconto e della ricerca linguistica in generale. Abbiamo pubblicato inediti di autori diversissimi fra loro, anche da un punto di vista generazionale, ma tutti di massimo livello. Fra gli stranieri William Cliff, Herberto Helder, Durs Grünbein, John Giorno. Il mio grande orgoglio è stato quello di pubblicare la prima traduzione assoluta di alcune poesie dell’Estridentismo messicano. Mi sembra che negli ultimi anni siano spuntate fuori molte altre riviste degne di nota, anche se tra mille difficoltà. Per quanto riguarda la nostra, però, credo che il suo ciclo sia ormai concluso. Non abbiamo più tempo né energie da dedicare a un progetto tanto ambizioso. Ma è fisiologico, niente di male. Nel nostro piccolo abbiamo fatto un buon lavoro, ne sono convinto.

Qual è o dovrebbe essere il ruolo delle riviste letterarie: palestre di scrittura, trampolini di lancio per esordienti, luoghi culturali alternativi, rifugio per disillusi?
Direi le prime tre. I disillusi possono rifugiarsi un po’ ovunque, non mi preoccuperei troppo per loro.

La forma racconto in Italia non sembra godere di particolare successo.  Eppure nemmeno un anno fa è nata a Roma una casa editrice (Racconti edizioni) che ha puntato tutto sui racconti e sta andando molto bene. I due giovani editori sono un’eccezione inspiegabile o hanno semplicemente smascherato un pregiudizio infondato?
Sono felicissimo del fatto che un progetto del genere sia in circolazione e stia avendo fortuna. Credo si tratti comunque di un successo circoscritto, non molto competitivo rispetto ai cosiddetti grandi numeri. Quindi no, non penso che abbiano smascherato un pregiudizio infondato, almeno non ancora; però stanno lavorando nella giusta direzione, spero con tutto il cuore che riescano ad andare avanti. Da lettore sono particolarmente grato alla forma breve o brevissima. Comprimere mondi nel minor spazio possibile, giocarsi il tutto per tutto in un solo gesto potenzialmente perfetto: è un azzardo che mi affascina anche come scrittore. Pensa a Charms, al Manganelli di Centuria, a Örkény, a Wilcock, oppure a quel libriccino di Thomas Bernhard, perfido e delizioso, EreignisseLa lotteria di Shirley Jackson è un vero gioiello, bisognerebbe impararlo a memoria. Potrei continuare a lungo. Lʼanno scorso ho letto una raccolta incredibile, Il paradiso degli animali, opera prima di David James Poissant. Lo hanno pubblicato i ragazzi di NN, bravissimi anche loro a scovare diamanti.

Torino appare sempre di più fucina letteraria, con l’indiscusso Salone del Libro che ha retto alla sfida milanese, con il Premio Calvino e la scuola Holden da dove escono di tanto in tanto voci interessanti, con scrittori (torinesi di nascita o adozione) che arrivano all’esordio in libreria senza sfigurare. Qua è la tua visione, particolare e globale, della città?
Torino è la mia città, ci sono nato, ci vivo, quasi certamente sarà qui che morirò. Mi piace parlarne male, ma non riesco a immaginare un luogo geografico in cui preferirei risiedere. Forse quando sarò abbastanza vecchio e arreso mi trasferirò in una località di mare molto appartata, possibilmente abitata da indigeni che non parlino la mia lingua. Ma ci penserò più avanti. La mia formazione umana e letteraria si è consolidata qui, i legami più sinceri sono tutti torinesi. Non sono un tipo mondano, né frequento salotti, che in genere mi mettono molto a disagio. Insomma tendo a starmene per i fatti miei. Il Salone del Libro è un evento importante, sono felice che esista, ma ci passo sempre solo di sfuggita, giusto per ritrovare qualche vecchio amico. Nel complesso tutta quella confusione mi agita terribilmente. Stesso discorso per quanto riguarda il Premio Calvino e la Holden: è un bene che esistano, ma a me non cambiano nulla. Però è vero che negli ultimi anni questa città si è configurata sempre più come luogo in fermento: incontri, serate, laboratori, slam, ce n’è per tutti i gusti. Se fossi meno orso me ne starei sempre in giro. Però posso dirti che, per quanto riguarda il mio percorso da scribacchino, l’esperienza più importante è stata collettiva. Parlo dell’incontro con il gruppo Sparajurij: un manipolo di ragazzetti boriosi e disincantati con cui ho condiviso oltre quindici anni di cose pazzesche germinate negli angusti corridoi dell’Università per poi dilagare ovunque. Auguro a chiunque la fortuna di poter sguazzare in un contesto del genere.

Scrittori e libri non possono fare a meno delle librerie, l’anello più debole della filiera editoriale. La Torino libraria è altrettanto vitale come quella letteraria? E qual è la tua libreria ideale?
Direi di sì. Torino è popolata di piccole, spesso meravigliose, librerie indipendenti. Luoghi abitati da esseri eroici e paradossali con cui puoi passare ore a parlare di libri senza annoiarti mai. La mia libreria ideale è esattamente così: un posto tranquillo, illuminato bene, portato avanti da pazzi furiosi e appassionati. Arrivi lì con un titolo da ordinare e ne esci con tre di cui ignoravi l’esistenza.

Prima di scrivere si deve (o dovrebbe) leggere. Quali sono stati e sono i tuoi percorsi di lettore?
Non sono un grafomane, sono piuttosto pigro, quindi scrivere è per me motivo di grande frustrazione. Insomma, preferisco aver scritto. In compenso credo di essere un buon lettore. Credo che un elenco ragionato del mio percorso personale risulterebbe noioso, ma posso mettere sul piatto alcune presenze per me fondamentali.  Kafka, senza dubbio, ogni sua parola è un piccolo miracolo. E poi Borges, di cui devo leggere almeno una frase al giorno. Non importa quale, basta aprire un volume a caso, trovo sempre qualcosa che mi fa stare bene. L’altra sera mi sono imbattuto in quella prosa fantasmagorica, Una oración, che termina così: “Voglio morire del tutto; voglio morire con questo compagno, il mio corpo”. Da sette o otto anni sono molto amico anche di Roberto Bolaño. Il libro più grande, però, lo ha scritto Cervantes. Invidio chiunque si trovi nella felice condizione di non averlo ancora letto e di avere la possibilità di farlo.

Che cosa c’è da leggere in questo momento sul tuo comodino?
Qualche settimana fa mi sono imbattuto in un autore neozelandese che non avevo mai sentito nominare, Maurice Shadbolt. Il libro si intitola Le acque della luna, edito da Feltrinelli nel 1962 e fuori catalogo da tempo. Con una rispolverata alla traduzione andrebbe assolutamente ristampato, sono quasi tutti racconti notevoli. Adesso invece sto leggendo Antoine Volodine, Terminus Radioso, dopo aver amato moltissimo Angeli minori e Scrittori. Anche a lui voglio abbastanza bene. Ma meno che a Bolaño. Ragionando in termini affettivi, Roberto è in assoluto il mio prediletto.

Leggi il racconto La città dei bambini fantasma

Strega OFF, la vera novità di quest’anno!

di Emanuela D’Alessio

Domani 6 luglio conosceremo il vincitore dello Strega 2017, edizione numero 71 del più prestigioso premio letterario italiano, sempre al centro di vivaci (ma nemmeno poi tanto!) dibattiti.
L’edizione 2017 presenta alcune novità rispetto alle precedenti, come ha ricordato recentemente Stefano Petrocchi, direttore della Fondazione Bellonci, che si traducono in una giuria con ben 660 aventi diritto di voto.  Ai tradizionali 400 Amici della Domenica e ai 40 lettori forti selezionati dalle librerie indipendenti italiane associate all’ALI, sono stati aggiunti, infatti, 20 voti collettivi espressi da scuole, università e biblioteche e, soprattutto, 200 voti espressi da studiosi, traduttori e intellettuali italiani e stranieri selezionati da 20 Istituti italiani di cultura all’estero. Insomma, una giuria ampliata e differenziata che dovrebbe garantire esiti sorprendenti, che tradotto vuol dire: scompaginare il risultato. Vedremo.

C’è però un’altra novità da segnalare che ci incuriosisce parecchio. Si chiama Strega OFF, prevede lo svolgimento di una serata “alternativa” a quella ufficiale, organizzata da Bacteria, Alinea e Citofonare interno 7, con il patrocinio della Fondazione Bellonci, nel giardino di MONK, il noto locale a Portonaccio.

All’atmosfera selezionata e un po’ ingessata del Ninfeo di Valle Giulia si potrà scegliere quella più rilassata e informale del locale di Portonaccio, dove saranno liberi ingresso, dress code e voto sulla cinquina. Sì, la vera novità di Strega OFF è proprio questa: offrire l’occasione a tutti coloro che lo vorranno di esprimere il proprio vincitore, magari diverso da quello che domani uscirà dal Ninfeo.

Come sarà articolata la serata, in particolare il momento della votazione, e anche altro, lo abbiamo chiesto direttamente ai promotori. Ha risposto per tutti Chiara Rea.

Prima di parlare di Strega OFF parliamo dei suoi ideatori dai nomi bizzarri: Bacteria, Citofonare Interno 7 e Alinea? Vogliamo dare un volto e un perché a queste etichette? E quantificare le persone convolte?
Bacteria
è un’agenzia di servizi editoriali che da anni si occupa di traduzione, editing, organizzazione di eventi culturali e altro, fondata da Marzia Grillo e Veronica La Peccerella. Ne fanno parte anche Giulia Caminito, Laura Fidaleo, Marianna Garofalo, Alessandra Pierro e la sottoscritta, che sono tra gli organizzatori di Strega OFF. Citofonare Interno 7 è un reading-mob che porta la cultura a domicilio: Rossano Astremo (tra i nostri organizzatori) e Girolamo Grammatico portano reading di testi inediti di scrittori in abitazioni messe a disposizione dalla collettività; quest’anno sono stati anche nel programma del Salone Off.  Infine Alinea, un collettivo femminile che si occupa di eventi artistici, culturali e sociali come festival di arte pubblica, mostre e progetti site-specific; di Alinea sono dei nostri Antonella Sciarra e la grafica Mara Becchetti. Ed eccoci qua!

Il perché dell’iniziativa è stato sufficientemente spiegato. Mi incuriosisce invece conoscere il come e il quando.
Il quando è semplice: 6 luglio nel giardino di Monk (via Giuseppe Mirri 35, Roma) dalle 18:30 fino a notte inoltrata! Per quanto riguarda il come, la serata prevede diversi momenti: un aperitivo con talk letterario a cura di Rossano Astremo, “L’Italia vista attraverso i libri dello Strega”, a cui parteciperanno Leonardo Luccone, Stefano Gallerani, Giulia Caminito, Paolo Nicoletti Altimari e Gianluigi Simonetti.
Verso le 20 ogni libro sarà presentato da uno “sponsor” che avrà il compito di convincere gli indecisi a votare:  Angela Rastelli per Le otto montagne di Paolo Cognetti, Giulia Villoresi per È giusto obbedire alla notte di Matteo Nucci, Daniele Di Gennaro per Un’educazione milanese di Alberto Rollo, Federica De Paolis per La più amata di Teresa Ciabatti e Fabrizio Patriarca per La compagnia delle anime finte di Wanda Marasco.
Verso le 21:30 ci sarà il concerto di Giulia Ananìa, cantautrice romana, poetessa e paroliera per grandi artisti italiani.
Dalle 23 seguiremo la diretta Rai della finale dal Ninfeo con il commento di Christian Raimo,  e Simonetta Sciandivasci e le previsioni astrali sulla cinquina di Melissa Panarello. Contemporaneamente avverrà lo spoglio dei voti per il nostro Premio Strega OFF e poi brinderemo a entrambi i vincitori con le sonorizzazioni della dj Fouturista.

Il momento clou della serata sembrerebbe quello della votazione, ma forse non è così. Intanto però vorrei chiedere chi e come potrà votare domani sera?
Diciamo che il Premio Strega OFF è un gioco ma non troppo: abbiamo voluto dare diritto di voto ai lettori e agli interessati (tutti quelli che parteciperanno alla serata avranno diritto a un voto) ma anche a soggetti del mondo dell’editoria che non sempre ricevono l’attenzione che meritano, ovvero riviste e blog letterari. Oltre a Via dei Serpenti, voteranno per noi Colla, Finzioni, The FLR, Flanerì, Le parole e le cose, Achab, Critica Letteraria, Pastrengo, Radio Libri e Il Mucchio Selvaggio. Il voto sarà calcolato al 50% proporzionale tra pubblico e redazioni.

Se il vincitore di Strega OFF sarà diverso da quello ufficiale, ma anche se sarà lo stesso, che cosa succede?
Sarebbe molto interessante se il vincitore fosse lo stesso perché forse, per una volta, tutte le polemiche sul meccanismo di voto dello Strega avrebbero meno senso: avrebbe veramente vinto il libro preferito di tutti. Se invece avremo due vincitori sarà divertente capire le due diverse logiche di elezione. In ogni caso speriamo che entrambi i vincitori, dopo il Ninfeo, vogliano venire a festeggiare con noi al Monk!

Qual è, nel caso ci fosse, il filo invisibile che lega Strega OFF con Giulia Anania e Fouturista, ospiti musicali della serata?
Giulia Ananìa è una delle cantautrici più brave che ci sono in circolazione. È anche una poetessa e quindi il suo legame con la letteratura è molto forte.
Stessa cosa per Fouturista (Francesca Pignataro): è una dj bravissima e lavora da anni come grafica nell’editoria, quindi ci è sembrata perfetta per il nostro evento!

Lo so che non me lo direte mai, ma io ci provo lo stesso. Chi è il vincitore di Strega OFF per i promotori di Strega OFF?
Non lo diremo mai! Anzi no, lo diremo ma durante la serata, quando voteremo come tutti. Oltretutto abbiamo preferenze diverse tra di noi.

Alla fine sarà comunque una bellissima e inedita festa.  Possiamo già considerarlo il numero zero di una nuova serie di eventi?
Noi lo speriamo! Lavoriamo bene insieme, siamo un gruppo affiatato e ci piacerebbe combinare altre cose in futuro, che sia la seconda edizione di Strega OFF o anche altri progetti. Quindi teneteci d’occhio anche dopo l’evento!

Non posso concludere senza la consueta domanda di Via dei Serpenti. Ditemi almeno un libro che si trova sui comodini di Strega OFF.
Chiara  Rea
: pochissimo tempo per leggere ma in questo momento sul mio comodino si trova Memoria di ragazza di Annie Ernaux (traduzione di Lorenzo Flabbi, L’Orma Editore).
Alessandra Pierro: L’amante di Wittgenstein di David Markson (traduzione di Sara Reggiani, Edizioni Clichy).
Marzia Grillo: Voci fuori campo di Ali Smith (traduzione di Federica Aceto, Edizioni Sur). Ali Smith tra l’altro è candidata al Premio Strega Europeo con L’una e l’altra.
Veronica La Peccerella: Voci fuori campo di Ali Smith.
Antonella Sciarra: Icaro deve cadere di Elisa Muliere (GRRRZ Comic Art Books).
Rossano Astremo: Tabù di Giordano Tedoldi (Tunué).

Strega OFF è su Facebook
Strega OFF è su Twitter

TerraRossa, un nuovo progetto editoriale all’esordio

FUORI STRADA – Rubrica di approfondimento della piccola e media editoria “extra-capitolina”

di Emanuela D’Alessio

Dal Sud Italia, in particolare dalla Puglia, arriva la nuova casa editrice TerraRossa.
«In uno scenario dominato da grandi gruppi editoriali che riuniscono diversi marchi e possiedono anche distributori librari e catene di vendita, abbiamo intravisto uno spazio ancora possibile di indipendenza e di espressione: valorizzare le voci del nostro territorio che rinunciano al folclore per dialogare con tutti». Una sfida impegnativa che ha già superato brillantemente l’importante appuntamento con il Salone di Torino.
Ne parliamo con Giovanni Turi, direttore editoriale della casa editrice.

Appena nata e già nella mischia. Partiamo da qui, dalla 30esima edizione del Salone di Torino che ha chiuso i battenti con un bilancio straordinario di critica e di pubblico. Una prova del fuoco per TerraRossa, la giovanissima casa editrice pugliese che ha esordito proprio a Torino nei giorni scorsi. Quali sono i primi commenti e riflessioni?
Siamo partiti per Torino con il desiderio di far conoscere il nostro progetto e con un po’ d’ansia, siamo tornati carichi di entusiasmo e con la convinzione di esserci mossi nella direzione giusta. Le attestazioni di interesse e di stima di colleghi, giornalisti e semplici lettori riguardo alla nostra idea di editoria, alla linea grafica, agli autori e ai titoli proposti sono state davvero tante e inaspettate. Ora faremo di tutto per essere all’altezza delle aspettative che abbiamo suscitato.

Descrivendo TerraRossa hai parlato di “canone della letteratura meridionale” perché Fondanti, una delle due collane della casa editrice, è dedicata esclusivamente a scrittori contemporanei del Sud, già pubblicati ma usciti fuori commercio. Una scelta netta, forse provocatoria. Di autori “dimenticati” ce ne sono molti altri. È corretto applicare alla letteratura confini territoriali o addirittura regionali?
La letteratura certo non ha confini di alcun tipo, ma quando si cerca di analizzare nello specifico un contesto geografico o temporale possono emergere delle specificità che altrimenti resterebbero ignorate: di qui la voglia di capire cosa gli scrittori della nostra terra abbiano voluto esprimere nei loro testi, in che direzione sia andata la loro ricerca stilistica. Non solo: da Roma in giù i luoghi di incontro e di confronto sono davvero pochi, Fondanti vuole anche essere un cenacolo virtuale, instaurare un dialogo altrimenti assente.

Perché gli scrittori “ripescati” da Fondanti sono stati dimenticati dalle case editrici?
In verità me lo domando anche io. Forse perché alcuni di loro non sono scrittori “addomesticati”, o non frequentano i giri giusti, o forse perché nel mondo editoriale non c’è uno sguardo retrospettivo, come sarebbe auspicabile e opportuno, non so. Mi viene in mente uno scrittore che, subito dopo aver esordito con grande successo, aveva iniziato a firmare recensioni per un importante quotidiano nazionale (non faccio i nomi, altrimenti Elena mi rimprovera): ebbene, ammetteva candidamente di non essere un buon lettore e di conoscere abbastanza bene solo la letteratura contemporanea statunitense.

Con l’altra collana Sperimentali, invece, si oltrepassano i confini per entrare in campo aperto, l’unico limite sembra essere quello della ricerca di scritture sperimentali e inedite. Che cosa significa “scrittura sperimentale” per TerraRossa?
Sperimentale vuol dire non già letto, ascoltato, digerito; sempre più spesso ci troviamo a doverci confrontare con stili piani, uniformati, o viceversa la ricerca dell’originalità diventa compiaciuta, onanistica: cercheremo di proporre autori che non sacrifichino il piacere di chi legge e che allo stesso tempo rifuggano dalla banalità.

Puoi fare qualche esempio, partendo proprio dagli autori scelti per la collana Sperimentali?
Ci provo, ma credo che vadano letti per comprendere davvero la natura della nostra ricerca. Jenny la Secca si sviluppa su due piani temporali, quello incalzante del presente e quello del passato, che tende invece a un ritmo più lento, nostalgico; Claudia Lamma, inoltre, si avvale di uno stile composito che ingloba anche termini gergali e giovanilistici con sorprendente precisione e naturalezza, per non parlare della sua capacità di “raffigurare” i dialoghi. Restiamo così quando ve ne andate ha uno stile essenziale e paratattico estremamente sorvegliato, ma soprattutto, come tutte le opere di Cristò, riserva numerose sorprese che costringono il lettore a riconsiderare quanto credeva di aver intuito. La gente per bene di Francesco Dezio, infine, è una colata lavica di sarcasmo, rabbia, angoscia, verità.

Facciamo un passo indietro: chi sono le menti e le braccia della casa editrice?
[A questa domanda risponde Elena Manzari, responsabile dell’ufficio stampa].
Credo che la mente di tutto il progetto sia il nostro Giovanni: a chi altri sarebbe potuta venire un’idea del genere? Giovanni ha messo mente e cuore e Angelo De Leonardis, l’editore, gli ha dato credito. Da qui e da loro parte TerraRossa edizioni che vede in squadra Pierfrancesco Ditaranto nel ruolo di responsabile della grafica e Tiziana Giudice in quello di puntualissima correttrice di bozze. Poi ci sono io che cerco, e spero di riuscirci, di far conoscere i libri TR un po’ ovunque.

Il nome TerraRossa risuona abbastanza evocativo, l’orgoglio pugliese passa anche attraverso la terra e i suoi colori. La scelta di un nome è sempre (o quasi) il risultato di un’associazione di idee e di ragionamenti articolati. Come è andata in questo caso?
La terra è un elemento universale, quella rossa è tipica dei paesaggi del centro della Puglia: ci piaceva coniugare queste due dimensioni. E poi la terra accoglie e nutre i semi, ci auguriamo che i nostri libri possano fare altrettanto con i lettori.

In catalogo ci sono sette titoli, quattro pubblicati e tre in preparazione. Gli autori sono tutti italiani. Che cosa hanno in comune?
Nessuno di loro vive di scrittura e nessuno di loro saprebbe rinunciare alla scrittura o intenderla come un semplice passatempo: quindi direi l’urgenza di dare forma narrativa a pensieri, storie, immaginari. Ma com’è ovvio sono scrittori che hanno autori di riferimento differenti e percorsi artistici non assimilabili tra di loro. A noi piace la polifonia.

Si resta rigorosamente in Italia o si è disponibili a uno sguardo internazionale? Quanti titoli si prevede di pubblicare l’anno?
Proiettarci già su uno scenario internazionale è senz’altro prematuro, per ora pubblicheremo solo autori italiani. Sul numero dei titoli, dipenderà tutto da quanti di valore riusciremo a intercettarne.

Giovanni Turi

Qual è il canale privilegiato per la selezione dei testi da pubblicare?
Accettiamo l’inoltro spontaneo di inediti, ma è davvero difficile trovare opere meritorie tra le tante che pervengono nella casella mail, per cui quando a presentare un inedito è uno scrittore o un professionista che stimo è chiaro che l’opera ha una corsia preferenziale. A Torino, poi, ho avuto modo di conoscere alcuni agenti con un parco autori molto interessante e sono sicuro che potremo presto instaurare collaborazioni proficue.

Per concludere la consueta domanda di Via dei Serpenti: che cosa c’è da leggere sui comodini degli editori di TerraRossa? Ci piacerebbe che tutti i protagonisti fornissero la loro risposta.
Elena Manzari. Il domandone di Via dei serpenti, questo! Allora, sul comodino ho La più amata di Teresa Ciabatti quasi al termine (meravigliosa autobiografia o presunta tale, e poco m’importa) e pronto per esser cominciato La novità di Paul Fournel che m’incuriosisce parecchio. Sul tablet (essendo molto in movimento in questo periodo) ho Scherzetto di Domenico Starnone e mentre leggo rido un sacco pensando a Leo, mio figlio.
Giovanni Turi. Il monastero di Zachar Prilepin, Del dirsi addio di Marcello Fois, Potrebbe trattarsi di ali di Emilia Bersabea Cirillo. Li alterno in base al tempo a disposizione, allo stato d’animo e alla soglia di attenzione.
Pierfrancesco Ditaranto. Un complicato atto d’amore di Miriam Toews e Kafka sulla spiaggia di Haruki Murakami.
Tiziana Giudice. Il mio è un comodino ‘affollato’ di riviste («National Geographic» e vecchi numeri delle «Scienze»), saggi e romanzi. In corso di lettura: Povera Patria. La canzone italiana e la fine della Prima Repubblica di Stefano Savella e La donna che scriveva racconti di Lucia Berlin (consigliato da Giovanni). In attesa di essere letti: Parole che provocano di Judith Butler e Viaggio in Portogallo di José Saramago. In attesa di essere riletto: Scritto sul corpo di Jeanette Winterson.

Quel che conta è giocare. Intervista a Vanni Santoni

di Emanuela D’Alessio

Vanni Santoni ci accompagna nella sua “stanza profonda” dove si gioca a Dungeons & Dragons, ci si ritrova e ci si perde, si costruiscono mondi immaginari, si prova a resistere con la fantasia all’omologazione della realtà.
Con La stanza profonda lo scrittore toscano e direttore editoriale di Tunuè ha messo sul tavolo un poker d’assi, tanto per restare in tema di gioco.
Innanzitutto entrare nella “dozzina” del Premio Strega, ingresso ancor più eclatante se si considera che per il suo editore, Laterza, si tratta di una prima assoluta.
Poi “sdoganare” l’universo dei Giochi di Ruolo, percepiti dai profani come una “roba da sfigati”, da cui stare alla larga o addirittura difendersi.
Quindi compiere un’ibridazione vincente tra saggio e romanzo, autobiografia e finzione, attraverso una scrittura asciutta e leggera senza intoppi retorici o nostalgici.
Infine svelare a tutti gli altri la “stanza profonda”, che diventa metafora dell’inesauribile lotta tra magia e realtà, dove si entra solo per giocare e per mettersi al riparo dal mondo reale, anche se «il gioco è più reale del fuori».

Vanni Santoni

Vanni Santoni

Ci riesce brillantemente Santoni a raccontare questo mondo dove c’è spazio solo per l’immaginazione, così come ci era riuscito con il rave nel suo precedente Muro di casse (sempre per Laterza).
E lo fa attraverso «un gruppo di sciamannati» che sono scesi nel seminterrato da adolescenti e ne sono usciti da adulti. Nel frattempo fuori tutto è cambiato, anche il modo di giocare, perché il dungeon master e i dadi colorati a venti facce, le mappe e il libro delle regole, le schede personaggio e i lapis Fila gommati, non servono più.
Nel frattempo sono arrivati i videogame e i giochi online e la scatola rossa di Dungeons & Dragons diventa un pezzo da collezione.
Non si tratta però di una disfatta o peggio di un annientamento, è questa la chiave di lettura alternativa di Santoni, ma di una evoluzione. I trenta milioni di giocatori di ruolo che per vent’anni (a partire dal 1974) sono scesi nelle “stanze profonde” in tutto il mondo, hanno rappresentato un’avanguardia dell’attuale miliardo di utenti di giochi online.
I GdR, insiste Santoni, sono stati controcultura, perché hanno dimostrato che rispetto alla competizione di una società afflitta e sfranta, ci si può divertire ed esaltare senza pagare nessuno e senza sottomettersi ad alcuna autorità, se non a quella di regole scelte insieme.
Quindi evviva i GdR, ma allo stesso tempo viene da chiedersi: l’attuale forsennata proliferazione dei giochi online rappresenta la nuova avanguardia culturale?
Forse troveremo la risposta nel prossimo libro di Santoni, cui nel frattempo abbiamo rivolto altre domande.

Vanni Santoni è di nuovo protagonista del Premio Strega, questa volta in qualità di scrittore con il suo “anomalo” La stanza profonda, pubblicato da Laterza. Per l’editore barese si tratta di una prima volta, non avendo mai partecipato allo Strega. Come mai ha deciso di iniziare proprio con il tuo libro?
Questo andrebbe chiesto a Anna Gialluca, direttrice editoriale di Laterza. Personalmente, posso solo essere onorato del fatto che una casa editrice con la storia della “Giuseppe Laterza & figli” abbia scelto me per partecipare al più importante premio letterario italiano. Da sempre in Laterza ho trovato grande fiducia nella mia scrittura, a partire da Se fossi fuoco arderei Firenze, del 2011 e continuando poi col successo di Muro di casse, uscito due anni fa – e tale fiducia è da me assolutamente ricambiata vista la qualità cristallina del loro lavoro a ogni livello, che sia di direzione, editing, bozze, grafica, segreteria, eventi, distribuzione o ufficio stampa.

Per te invece lo Strega è diventato una consuetudine: hai partecipato come editor dei fortunati Dalle rovine e Stalin+Bianca, due grandi successi di Tunuè, e ora come scrittore. Come ci si sente a svolgere molteplici ruoli contemporaneamente e in quale ti ritrovi più a tuo agio?
Non so se si possa parlare di consuetudine, per me lo Strega è qualcosa di mitologico – tra le foto-feticcio che ho affisse nella stanza in cui scrivo c’è quella di Elsa Morante (tra le tante cose l’unica scrittrice psichedelica italiana) che indica col bicchiere la leggendaria lavagna – e se è stata certamente positiva l’esperienza che ho avuto con la candidatura del libro di Barison e la “dozzina” con quello di Funetta, per me già solo esserci come autore è qualcosa di assolutamente emozionante.
Circa la mia attività di editor, è ancora qualcosa di relativamente nuovo rispetto a quella di scrittore, e la vivo molto bene, sia perché mi esalta l’attività di scouting, che si tratti di scoprire nuovi talenti o di recuperare autori magari non capiti appieno nel loro valore da un mondo editoriale a volte troppo frenetico, sia perché imparo sempre molto dai miei autori.

las_copertinaHo definito “anomalo” La stanza profonda perché sfugge a una facile catalogazione (un’ibridazione tra saggio e romanzo) e perché affronta un argomento, i giochi di ruolo, un po’ indigesto per i non addetti ai…giochi! Hai voluto rendere omaggio ai tuoi trascorsi ventennali di master e a tutti gli appassionati del genere?
La stanza profonda nasce per parlare anzitutto a chi non ha mai partecipato a un gioco di ruolo, esattamente come Muro di casse era destinato in primis a chi non aveva mai preso parte a un rave: lo spunto iniziale è proprio quello che deriva dalla volontà di storicizzare questi fenomeni e rendergli giustizia rispetto al peso culturale enorme che hanno avuto, e la scelta della forma-romanzo deriva proprio da tale volontà, visto che un dato tema può interessare a qualcuno sì e a qualcuno no, mentre a tutti piacciono le storie. Ovviamente, poi, c’è un secondo livello di lettura, legato alla mia esperienza diretta di raver e giocatore di ruolo, che si traduce nell’articolare un storia dei due fenomeni attraverso una narrazione romanzesca, con molti ammicchi a chi ne ha una conoscenza più profonda.

Un gioco di ruolo «non è una roba al computer, non è una roba di soldatini, non è una roba di carte, non è una roba in cui ti vesti da elfo». Ma allora che cos’è veramente? Resta il dubbio, fino alla fine, su chi siano i giocatori di ruolo: sfigati e autistici o un’avanguardia culturale che ha scelto di chiamarsi fuori dal sistema, facendo prevalere la fantasia sull’omologazione?
Credo sia interessante il fatto che molto spesso i GdR sono stati definiti per esclusione, come fa del resto il personaggio di Tiziano nel romanzo, nel passo che citi. Credo c’entri il fatto che sono facilissimi da sperimentare – ti siedi e giochi – mentre molto più complessi da spiegare. Tra le due definizioni che proponi, probabilmente mentre l’onda dei GdR era in corso, quella corretta è qualcosa a metà tra le due, mentre oggi che è finita prevale senz’altro la seconda: piaccia o no a chi buttava il suo tempo con gli sport, tanto i GdR come i rave erano cruciali avanguardie culturali… anche se non lo sembravano!

Perché il luogo ideale per giocare a Dungeons & Dragons è nascosto e sotterraneo, al riparo dalla luce e dalla vita di superficie, in una stanza segreta, profonda, appunto?
La spiegazione banale è che le altre stanze erano occupate dalle attività dei genitori. Ma è una spiegazione che nasconde altro. Mentre in salotto, la stanza in teoria più importante della casa, si svolgevano riti borghesi ormai vuoti, inutili, spogliati di ogni significato, nella cantina, la stanza in teoria meno importante, si progettava il futuro. Che si trattasse dei giochi di ruolo, delle prove del gruppo rock & roll o di quelle del futuro dj con la Korg o la TR-808, o ancora degli esperimenti dei giovani Jobs o Gates che realizzavano i prototipi dei loro “personal computer”, il garage è un vero e proprio topos della creatività rivoluzionaria dei nostri tempi.
Nel caso specifico dei GdR, per continuare il parallelismo con la free tekno, è interessante anche il fatto che si svolgessero in luoghi del genere, così come i rave si svolgevano in industrie abbandonate, per lo più fuori mano, esattamente come i culti perseguitati sceglievano le catacombe come luoghi del loro officiare: e infatti sia i rave che i giochi di ruolo sono, sociologicamente parlando, più manifestazioni rituali che di intrattenimento.

Appena si smette di giocare e si esce dalla “stanza profonda” incontriamo altro: una provincia depressa che ha perduto molti treni, un gruppo di adolescenti che nel passaggio all’età adulta sembra aver perduto un altro treno, quello dell’amicizia. È così?
Sicuramente è così per la provincia. Mentre scrivevo La stanza profonda, e ripercorrevo trent’anni di vita di provincia, mi rendevo conto di quanto il contesto di riferimento fosse cambiato; di quanto quella provincia, che negli anni della mia infanzia conservava ancora i tratti rurali di un tempo e quelli industriali che aveva acquisito nel frattempo, ora avesse perduto entrambi, senza sapersi reinventare, e anzi perseguitando in modo non meno che schizoide tutti i suoi giovani che provassero a inventarsi qualche alternativa – sono ben noti a tutti, perché si sono svolti ovunque, gli sgomberi e le denunce ai danni di qualunque ragazzo provasse a aiutare la propria comunità realizzando uno spazio autogestito per organizzarvi attività culturali, o anche solo una festa libera. Così ho finito per costruire il romanzo intorno a una sorta di dialettica inversa tra la creazione di mondi che avveniva nella stanza e la dissipazione del mondo che aveva luogo fuori.
Il discorso, invece, è diverso rispetto all’amicizia. Tutte le amicizie, non solo quelle cresciute intorno a una passione comune, cambiano dopo vent’anni, col sopraggiungere dell’età adulta, ed è quello che succede anche ai protagonisti della Stanza profonda, che finiscono per non riconoscersi più.

La narrazione procede con l’uso della seconda persona singolare. Chi legge si ritrova spettatore ininfluente di un dialogo tra lo scrittore e sé stesso. Perché questa scelta?
Ho cominciato a sperimentare col “tu” con Muro di casse, il cui prologo è scritto infatti alla seconda persona. L’idea nasceva dal fatto che quello rave era un movimento in cui era decisivo l’aspetto collettivo, tant’è che uno dei motti degli Spiral Tribe, capostipiti della free tekno, era “you are the party”, frase che – prima ancora di ogni discorso di rispetto del contesto e di chi lo vive – stava lì a sancire il decadimento della differenza sociale preordinata tra pubblico e performer: al rave tutti erano uguali. Così, lavorando sui giochi di ruolo, altra sottocultura caratterizzata da non competitività e eguaglianza radicale, mi è venuto spontaneo usare il “tu” fin dall’inizio; quando poi mi sono reso conto che la seconda persona, plurale o singolare, è quella che usa il dungeon master con i giocatori, ho capito che era la strada giusta e ho continuato così per tutto il romanzo.

Per concludere la consueta domanda: che cosa stai leggendo in questo momento?
Alcuni saggi di Roland Barthes sull’arte, per uno dei romanzi che sto scrivendo; La tavola del paradiso, il nuovo libro di Donald Ray Pollock appena uscito per Elliot; le poesie di Reverdy, consigliatemi da Andrea Breda Minello; tutta l’opera di Claudio Magris.