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Otto anni nei boschi narrativi #2 Lapis edizioni

Proseguiamo con le anteprime di Otto anni di editoria indipendente. Le interviste di Via dei Serpenti. 

Oggi pubblichiamo l’intervista integrale a Rosaria Punzi, editrice di Lapis, specializzata in libri per bambini e ragazzi, nata nel 1996 a Roma con la pubblicazione del volume I bambini alla scoperta di Roma antica. «Stare dalla parte dei bambini significa proporre sempre una qualità molto alta».

Dalla parte dei bambini, intervista a Rosaria Punzi.

di Emanuela D’Alessio

Perché la scelta del nome Lapis?
Lapis è il primo strumento che i bambini utilizzano per scrivere, la matita; in secondo luogo è la pietra per i Romani e io sono legata, per formazione, al Lapis Niger del Foro romano, il nucleo, il centro di qualcosa che parte, inizia e allo stesso tempo ha radici forti. La pietra resiste, rimane.
Quindi c’è un aspetto legato ai bambini, al loro futuro e al loro inizio che però ha spalle forti. Questa era l’idea da cui è nato il nome della casa editrice.

Quante persone lavorano in casa editrice e come è organizzato il lavoro?
Attualmente la casa editrice si compone di un redattore di narrativa classica, un redattore di narrativa e divulgazione scientifica, una grafica interna, una responsabile commerciale, un responsabile scuole, un amministrativo e una persona che si occupa della logistica e del magazzino. Infine c’è Agnese Ermacora per ufficio stampa ed eventi. Otto persone. Ovviamente a ogni progetto viene affiancato un editor specialista e un grafico, se ci sono esigenze particolari; tra questi collaboratori non rientrano autori, illustratori, grafici esterni. I diritti esteri vengono seguiti da una grande agenzia italiana e la nostra promozione e distribuzione, capillare su tutto il territorio nazionale, è affidata a Messaggerie.

Dopo quasi venticinque anni di lavoro editoriale, possiamo ripercorrere le tappe più significative di questo lungo viaggio?
Come prima tappa io e Anna Parisi, la mia socia, eravamo di fatto uno studio editoriale. Nei primi cinque anni abbiamo realizzato pubblicazioni che si appoggiavano a un altro editore: non avevamo il codice ISBN, non seguivamo la distribuzione ed eravamo quindi esterne al meccanismo editoriale. Avevamo un marchio perché agivamo come fossimo una società, ma era una fase di gestazione durante la quale svolgevamo anche altri lavori.
Ci siamo addentrate nel mondo dell’editoria per bambini per caso, senza sapere nulla dei meccanismi che lo regolano e lavoravamo un po’ da autrici o creatrici di progetto, ma ancora di dimensioni molto esigue, rimanendo legate agli ambiti che conoscevamo meglio. Abbiamo iniziato con la divulgazione storico-artistica, quindi con le guide turistiche; abbiamo proseguito con una collana di arte per bambini e poi abbiamo avviato una collana di divulgazione scientifica.
Da queste è nata una serie infinita di rivoli e quando la mia socia ha deciso di lasciare ho organizzato la casa editrice in maniera diversa: da una struttura orizzontale, in cui tutti facevano tutto, sono passata alla segmentazione del lavoro, dividendo e precisando le mansioni di ognuno. Rimango direttore editoriale ma di fatto controllo ciò che viene svolto nei diversi settori e negli anni sono molto cresciute le novità.
All’inizio pubblicavamo pochissimi libri, ci siamo poi assestati sui dieci-dodici titoli e oggi pubblichiamo settanta novità l’anno, cui aggiungere ristampe e riedizioni. Tendenzialmente mettiamo pochi libri fuori catalogo, tentiamo di mantenere il catalogo storico per dare continuità a un lavoro che riteniamo abbia ancora senso.
All’inizio non compravamo nulla dall’estero; oggi una piccola parte del catalogo, piuttosto importante dal punto di vista della visibilità e delle vendite, è acquistato dall’estero.
Rispetto agli autori stranieri tendiamo a creare rapporti di continuità, di progetto, cerchiamo di ospitarli in Italia in concomitanza di festival o fiere importanti cui vengono invitati perché credo fermamente che il lavoro con l’autore, e quindi la continuità del lavoro, passi anche attraverso un rapporto di conoscenza più profonda. Se c’è un buon rapporto umano funziona molto meglio anche il rapporto professionale: il nostro ambito di lavoro, che è quello della creatività, richiede una grandissima fiducia reciproca, l’autore deve fidarsi totalmente dell’editore cui affida non soltanto il frutto di un lavoro tecnico ma anche qualcosa di sé. E così negli anni con alcuni autori si sono creati legami molto forti, che non significa solo far parte del nostro catalogo con tanti libri quasi in esclusiva, ma anche condividere obiettivi.
La casa editrice, e questa è un’immagine molto bella, è veramente casa: degli autori, degli illustratori, dei librai. Un luogo dove si condivide molto di sé, si possono comprendere le difficoltà del momento nell’interpretare un testo rispetto a un altro. Questo approccio funziona, gli autori lavorano meglio se sono contenti di lavorare con te e per te, c’è una motivazione più forte.
Iniziare a ragionare su un progetto con qualcuno con cui si è in sintonia consente di realizzare un progetto migliore e la fiducia dell’autore fa sì che io possa dirgli se una cosa non funziona. Autori che si considerano “irremovibili” rispetto a una minima variazione del testo, in un rapporto di fiducia accettano un’osservazione perché capiscono la sua funzione di migliorare il lavoro, valorizzare lo stile per realizzare un libro che sia nel suo complesso pulito e organico.

Quali sono le collane di punta di Lapis?
Abbiamo sempre fatto poche suddivisioni nelle collane, ma oggi i nostri cataloghi sono organizzati meglio. La produzione, soprattutto degli albi, è un grandissimo contenitore, che a volte si chiama Lapislazzuli e a volte no, dove però, più che una segmentazione per collane, c’è una continuità con l’autore, di temi, o una continuità di tipologia di libro: il libro per piccolissimi ha infatti una valenza differente da un albo illustrato, si tratta di mondi diversi anche nell’approccio all’oggetto libro, perché prima di tutto il libro per un bambino è un oggetto. Nelle sue prime fasi il bambino tocca, annusa, ha un rapporto con il libro che coinvolge tutti i sensi cui si aggiunge la voce della persona che glielo legge.

Quali sono gli autori che hanno lasciato un segno più profondo di altri, non solo nei lettori ma anche in chi li ha realizzati?
Gek Tessaro è un nostro grande amico e grande autore. Ormai i suoi titoli in catalogo sono tanti e negli anni il lavoro con lui è molto cresciuto: si va dai primissimi libri, i cartonati Il fatto è, Capitombolo e un libro che sta per uscire, dal titolo Senza di me, agli albi illustrati, a illustrazioni di testi poetici. Con Gek si lavora molto bene per i motivi sopra elencati: è una persona di grande profondità e umanità. Grazie anche a un suo percorso decisamente convincente a livello editoriale, Gek Tessaro nel tempo è molto cresciuto: sono famosi i suoi spettacoli realizzati con la lavagna luminosa, davvero eccezionali, che sono dei veicoli del suo nome, della sua poetica, dei suoi temi dal risvolto sociale. Ma quello che mi è sempre piaciuto di lui è il suo sguardo verso l’infanzia così giusto, così attento, così poco adulto: mettersi al livello del bambino con grandissimo rispetto per l’infanzia, tanto che spesso nei suoi libri l’infanzia, molte volte mutuata da animali (frequente la paperella), dimostra una forte capacità di andare al senso profondo delle cose, ancor più degli adulti. In situazioni di piccola quotidianità lasciare il bambino libero di scegliere, di sbagliare, di interagire con la realtà porta a risultati migliori rispetto all’adulto imprigionato in mille sovrastrutture culturali.

Nei libri Lapis qual è l’ordine di preferenza della scelta tra idea, illustrazione, autore?
L’idea è certamente la prima cosa che viene riportata quando si racconta un progetto: cosa ne pensi di questa idea? Al novanta per cento degli autori che esordiscono con questa frase mi viene da rispondere come Gaber: «Un’idea, un concetto, un’idea finché resta un’idea è soltanto un’astrazione». Come pensi di realizzarla? L’idea può essere buona o meno, ma è fondamentale come verrà tradotta e ciò vale sia per gli autori sia per gli illustratori. Ovviamente se l’idea viene da un autore che conosco molto bene, e non sono molti, ha carta bianca. Quando l’idea è accompagnata da un testo illustrato o da un progetto, si analizza il prodotto libro, sia dal punto del testo, se funziona o se non funziona, sia dal punto di vista della scansione del ritmo.
Il problema del libro è legato alla sua tipologia: libro per piccoli, libro di narrativa, libro di divulgazione scientifica. Per ogni categoria c’è un giudizio su alcuni aspetti che sono più importanti di altri. Ad esempio, nell’albo illustrato è fondamentale che il testo e l’illustrazione si sposino. Il ritmo del libro deve funzionare: il ritmo dell’illustrato è sulla doppia pagina e ogni doppia pagina deve presentare qualcosa di nuovo, di non ripetitivo, deve proporre una sorpresa. L’albo illustrato ha bisogno di una tecnica e di un equilibrio che non sono sempre facili da ottenere: talvolta arrivano in redazione proposte di ottimi illustratori (o autori e illustratori al tempo stesso) dove però manca l’attenzione al ritmo, il libro non lo si pensa sfogliato ma come singole visioni o singole tavole e questo per i piccoli non funziona.
Nell’ambito dell’illustrazione uno dei grandi problemi dell’editoria italiana è la scarsa capacità di rivolgersi veramente ai piccoli, perché illustratori molto bravi, e spesso anche le scuole, tendono ad alzare molto il target a cui si rivolgono: lo chiamano “illustrato per tutti”, che però raramente è davvero convincente per tutti.
L’idea funziona molto di più per la narrativa: se c’è un’idea molto forte accompagnata da una bella scrittura si guarda con molto interesse alle proposte. Lo stesso accade per la divulgazione scientifica: trovare un argomento veramente interessante e un autore esperto che venga dal mondo scientifico (cerchiamo sempre di affidare la divulgazione scientifica a esperti) è difficile. Qui ci troviamo di fronte alla semplificazione dei testi: chi è abituato a fare il divulgatore per adulti non sempre riesce a scrivere in modo comprensibile per i bambini. Queste pubblicazioni richiedono molto lavoro dell’editor, una lunga gestazione per ottenere testi inattaccabili.
La divulgazione scientifica ha un mercato che va dai 10 ai 13 anni, Parole di astronauta, di Ettore Perozzi e Simonetta Di Pippo, è l’ultima uscita della collana di Narrativa scientifica. Se si racconta qualcosa con un contenuto scientifico bisogna scrivere un testo perfetto con una revisione scientifica ineccepibile. Noi controlliamo tutto. Costa tempo e denaro, ma è l’unico modo per fare divulgazione scientifica, diversamente è meglio non farla.

Tra i numerosi autori e illustratori del catalogo Lapis se ne può citare qualcuno in particolare, per il successo conseguito, o anche solo per il legame costruito?
Oltre a Gek Tessaro cito per i piccoli Attilio Cassinelli, attualmente uno degli autori più premiati: ha vinto il Premio Nati per Leggere, il Premio Andersen e quest’anno ha ricevuto una menzione speciale alla carriera alla Fiera di Bologna, riconoscimento internazionale importantissimo. I diritti dei libri di Attilio sono venduti in quasi tutto il mondo e attualmente pubblicati in nove Paesi diversi.  Ha avuto un successo immediato ma si tratta in realtà di un ritorno. Attilio Cassinelli è stato molto famoso negli anni Settanta all’interno di una grandissima casa editrice da cui è uscito, non per sua volontà, e poi dimenticato. Il suo ritorno è stato accolto con grandissimo favore dal pubblico di tutto il mondo e con lui Lapis ha instaurato un rapporto speciale.
Lavoriamo con assidua continuità, sempre per i piccoli, anche con l’irlandese Chris Haughton: è un autore tradotto in tutto il mondo, ha vinto molti premi e ha preso parte a vari festival italiani; ad esempio, nel 2017, al festival Scrittori in città di Cuneo è diventato per puro caso l’illustratore della Biblioteca 0-18, biblioteca per bambini e ragazzi nel centro storico, in fase di ristrutturazione. Oggi chiunque visiti la biblioteca può ammirare le sue illustrazioni sui muri.
Un altro illustratore cui siamo molto legati, perché siamo nati con lui, è il romano Lorenzo Terranera, con il quale abbiamo iniziato con le guide. I suoi libri illustrati Leo, Michelangelo e di prossima uscita Caravaggio, sono scritti da Luisa Mattia, un’altra nostra importante autrice e amica con cui c’è quel rapporto in cui si può parlare dei progetti con scambi di idee e consigli.
Uno dei nostri maggiori successi di questi ultimi anni è Cosa saremo poi, sul bullismo, scritto da Luisa Mattia insieme a Luigi Ballerini, psicanalista dell’età adolescenziale. Questo è un libro nato da una mia idea: erano anni che ogni volta in cui uscivano articoli strazianti sui suicidi degli adolescenti, messi alla berlina sui social, mi dicevo che sarebbe stato bello se qualcuno ne avesse scritto un bel romanzo. Non perché non ci siano storie su questo tema, ma perché bisognerebbe dare uno strumento agli insegnanti, e anche ai genitori, per creare un ponte e poterne parlare. Da due anni ne parlavo con Luisa Mattia fino a quando mi ha detto di aver conosciuto Luigi Ballerini: «Ho pensato che lo potremmo scrivere insieme, questo libro», e così è stato.
Cosa saremo poi è un romanzo che ha avuto grande successo e la cosa molto interessante è stato ciò che ha scatenato durante gli incontri: i ragazzi mostrano un grande interesse per queste tematiche, partecipano attivamente, non vogliono più andare via perché è come se finalmente riuscissero a tirare fuori qualcosa di cui vorrebbero parlare. Sono argomenti che li mettono in crisi, non vivono con serenità il rapporto con questo mondo dove bisogna essere qualcun altro da sé. Da questi incontri sono nate belle esperienze, sono state inviate lettere agli autori, alcune strazianti, che raccontano realtà dure, alcune molto belle. Ti rendi conto che stai lasciando un piccolo segno: gli insegnanti sono entusiasti, sono riusciti a rompere un muro di silenzio e tirar fuori argomenti di cui si vorrebbe parlare ma non sempre si trova lo strumento giusto per farlo.
Il libro è nato in questo modo, dal rapporto quasi fraterno con Luisa Mattia, autrice con cui lavoriamo su tante serie diverse; è un’autrice capace di modulare la voce narrante nel modo giusto, senza sbavature; è inoltre un’autrice televisiva, scrive per quella che era la Melevisione, Albero Azzurro. Chi scrive sceneggiature ha il ritmo cinematografico, riesce sempre a essere molto efficace e a intercettare il target giusto.

Lapis ha chiuso il suo rapporto con Amazon: l’annuncio è stato dato alla vigilia dell’ultima edizione del Bologna Children’s Book Fair accrescendo il numero di quanti stanno facendo un passo indietro di fronte al colosso della distribuzione. Quali sono state le motivazioni della decisione e le reazioni provocate?
La storia è questa: nell’autunno 2017 sono arrivate telefonate dai commerciali Amazon per dirci che, essendo cresciuti sui loro canali, avremmo dovuto riconoscere uno sconto esagerato, per noi insostenibile. Se non avessimo aderito non avrebbero più preso le nostre novità. La stessa richiesta è stata fatta anche a molti altri editori.
Ci abbiamo pensato un po’, poco a dire il vero perché non avevamo molto tempo a disposizione per rispondere. E riflettendo bene, anche per un motivo strategico, abbiamo ritenuto di essere ancora in tempo per dire di no. All’epoca il nostro fatturato su Amazon era in crescita. Abbiamo risposto no e a quel punto siamo stati inondati di rese, è crollato il fatturato di fine anno e il danno all’inizio è stato grosso. Poi la loro fetta di mercato si è spostata sia sugli altri rivenditori online sia sulle librerie indipendenti.
Amazon può acquistare e vendere da intermediari, non necessariamente direttamente dalla casa editrice, quindi pian piano Amazon ha dovuto ricominciare a comprare i libri di Lapis attraverso questo sistema, per loro molto costoso, che non fa guadagnare quasi nulla. Noi non abbiamo ceduto alcun punto percentuale, lentamente Amazon ha ricominciato a vendere i nostri libri e credo che tra non molto tempo ricominceranno a chiederci lo sconto. Questi canali vivono del fatto che vendono tutto: nel momento in cui non hanno tutto a disposizione da vendere perdono senso, perché l’utente passa automaticamente a un altro canale, ad esempio da Amazon a IBS.

Rosaria Punzi

Sarebbe bene, ma questo purtroppo non avverrà, che si diffondesse una maggiore consapevolezza: sia da parte dei blogger che hanno le loro piattaforme su Amazon e, pur sostenendo contenuti “etici”, rimandano la vendita dei loro prodotti su Amazon, sia perché ti rendi conto che l’utente tipo di Amazon è proprio quello che su Amazon non dovrebbe andarci, il trentenne-quarantenne con poco tempo a disposizione ma che si ritiene una persona aperta, democratica, colta, che legge, a parole contraria a tutto ciò che Amazon rappresenta, ma che continua a usarlo e quindi ad arricchirlo.
Il solo fatto che le tasse non vengano pagate nel Paese in cui operano è un’evasione totale. Normalmente se so che quell’attività commerciale evade le tasse in Italia cerco di evitare di arricchirla.
Insomma, è andata così, ma siamo solo un sassolino: in Italia si sono sottratti al meccanismo, oltre a Lapis, solo Babalibri, e/o e Vita e pensiero.

Questa scelta implica una profonda fiducia nei tradizionali canali di distribuzione e promozione. Le librerie, soprattutto quelle indipendenti, diventano il luogo privilegiato dell’incontro tra libro e lettore. Come arrivano i libri Lapis in libreria?
I nostri libri arrivano in libreria attraverso la promozione, che presenta le novità, quindi le prenotazioni e la distribuzione. Per le librerie indipendenti utilizziamo una newsletter che presenta le novità. Non tutte le librerie indipendenti, spesso sono molto piccole e con difficoltà di gestione, riescono ad avere l’informazione, a capire di che cosa tratti il libro e le sue potenzialità.
Chiaramente la libreria indipendente in questo momento in Italia è in grandissima crisi: sarebbe il nostro interlocutore privilegiato, io ho tra l’altro delle partecipazioni anche molto alte in tre librerie in Italia (Giannino Stoppani di Bologna, La libreria dei ragazzi di Torino, Il delfino di Pavia) quindi ne conosco bene le dinamiche e le aiuto molto per quello che posso e ho potuto fare.
Dai dati che abbiamo si evidenzia una continua flessione, sia del nostro mercato in generale, quest’anno per la prima volta in contrazione rispetto a un andamento sempre positivo, sia perché le librerie indipendenti che lavorano anche sulla proposta fanno più fatica: un po’ per l’online, per il costo degli affitti, per tanti meccanismi diventati estremamente faticosi, cui aggiungere tagli ai fondi delle scuole e ai fondi delle biblioteche. O sono molto solide, strutturate, con una vita lunga e clientela affezionata, oppure si trovano sempre più in difficoltà.
Da un lato sì, la libreria indipendente è il nostro riferimento principale ideale, dall’altro a volte si instaura un rapporto veramente complicato anche perché, soprattutto nelle librerie nuove, c’è magari una grande preparazione editoriale ma non sempre supportata da una preparazione gestionale. Magari le librerie indipendenti potessero essere il nostro esclusivo riferimento, ne sarei molto contenta perché per me il rapporto con i librai è fondamentale ed è stato fondamentale in questi anni. Dai librai ho imparato moltissimo, è un mondo complesso ma molto ricco e interessante.

Cosa significa oggi per te l’espressione: stare dalla parte dei bambini?
Stare dalla parte dei bambini vuol dire dimenticarsi le sovrastrutture adulte e arrivare a una sintesi essenziale e a un cuore dei messaggi. Non è sempre facile, ma stare dalla parte dei bambini significa proporre sempre una qualità molto alta. Non si può dare all’infanzia qualcosa di scadente: come al bambino non si propina un omogeneizzato di dubbia qualità lo stesso vale per il cibo dell’anima, del cuore: dobbiamo dare ai bambini qualcosa che vale la pena che stia tra le loro mani.

Come è cambiato e in che modo il modo di raccontare storie in questi anni, di fronte alla rivoluzione digitale incalzante e al sopravvento di una comunicazione sempre più social e sempre meno approfondita?
Per quanto riguarda il libro per bambini questo discorso è vero per alcuni aspetti. Avviene una strana cosa: da un lato la competenza di lettura è scesa, i bambini di sette-otto anni, rispetto a dieci anni fa, per non dire venti o trenta, hanno poca capacità di concentrarsi sulla lettura, reggono poco un romanzo seppur breve. Ora un bambino su cento ha la capacità, a otto anni, di leggere Piccole donne come avveniva anni fa.
Sulla lettura si è tornati indietro anche rispetto ad altri Paesi: quando pubblichiamo libri stranieri, i testi di Germania e Francia, ad esempio, sono molto più lunghi, ricchi e complessi per un’età di riferimento bassa. Il bambino di sette anni ha delle competenze linguistiche diverse, sia perché entra prima a scuola sia perché questi Paesi hanno politiche pubbliche di lettura differenti.
Il problema dei tablet ha delle conseguenze. Tutti i media ce l’hanno dal punto di vista della narrativa. Un classico di trenta-cinquant’anni fa è lento rispetto a oggi: il fatto che prima avveniva ogni quindici pagine oggi deve avvenire dopo due, questo è il ritmo. Ma non è solo un problema di social, vale anche per la televisione e vale anche per il cinema. Il ritmo è cambiato, tendenzialmente il cinema popolare ha stimoli molti veloci: dialoghi, azioni ed è un po’ così nei libri per ragazzi, un esempio su tutti è Harry Potter.

Lapis ha conquistato una posizione di rilievo nel mondo dei libri per ragazzi. Sono poche le case editrici italiane che possono vantare analogo prestigio, frutto di anni di passione e dedizione. Quali sono gli ingredienti di questa felice esperienza?
Credo che sia il binomio accessibilità e qualità, da tutti i punti di vista: confezione, attenzione alla grafica, qualità dell’immagine. Contenuti validi, comunicare bei temi, aprire degli squarci, provocare emozioni, empatia, commozione, sano umorismo, comunque smuovere qualcosa.

Com’è lo sguardo al futuro di Lapis e possiamo avere qualche anticipazione sulle prossime novità editoriali, fino al 2020?
Alcuni illustrati di autori importanti: un nuovo titolo di Chris Haughton che dovrebbe uscire in autunno, uno di Philip Giordano, anch’egli Premio Andersen; un titolo di Gek Tessaro e uno di Attilio.

Per quanto riguarda la narrativa, il seguito di Cosa saremo poi, degli stessi autori: questa volta dal punto di vista del bullo, del cattivo, esigenza emersa dagli incontri con ragazzi che si chiedono come finisca la storia e che fine faccia il bullo, alla fine del primo libro, vittima dei social.
A novembre diventerà albo illustrato la canzone Abbi cura di me di Simone Cristicchi, un testo molto amato dalle scuole su cui in molti hanno lavorato.

Che cosa c’è da leggere in questo momento sul tuo comodino
Il classico Marygold della canadese Lucy Maud Montgomery, chiedendomi se ancora regge a distanza di decenni, e un libro per adulti di Patrizia Rinaldi.

 

Cliquot, alla ricerca dell’opera perduta – Intervista a Federico Cenci

di Emanuela D’Alessio

Cliquot è una giovane e indipendente casa editrice romana, nata nel 2014 con un chiaro progetto: riscoprire le belle opere del passato dimenticate. Letteratura popolare di genere, manualistica di scacchi, e-book e libro cartaceo, cura editoriale e tipografica, attenzione alla forma e all’aspetto sensoriale, sono alcune parole chiave di Cliquot, che prende il nome da un mangiatore di spade di fine Ottocento.
Federico Cenci, fondatore e direttore editoriale della casa editrice, ci ha fornito altri interessanti dettagli.

 

Cliquot non pubblica autori emergenti o esordienti. Cliquot non pone confini culturali, geografici e temporali alla sua linea editoriale. Cliquot non pubblica (meglio dire, pubblicava) su carta. Cliquot non si affida ad alcun distributore. L’elenco di quello che non fa Cliquot si ferma qui? E puoi anche elencare ciò che fa la casa editrice?
Sì, tutto corretto. In realtà non abbiamo messo troppi paletti a priori su ciò che facciamo o non facciamo, e la casa editrice è in continua crescita, per cui non è detto che i limiti che ci siamo dati oggi ce li daremo anche domani. Sul progetto fondante, tuttavia, siamo molto chiari e decisi: quello che vogliamo fare è riscoprire belle opere del passato dimenticate.
L’idea è mostrare come esistano opere letterarie del Novecento importanti, godibilissime e attuali ma del tutto trascurate dall’editoria e dalla cultura italiana; da un punto di vista culturale, quindi, ci proponiamo di contribuire a rimettere in discussione scale di valori fossilizzate, al fine di rendere giustizia alla ricchezza del panorama letterario italiano e internazionale. Perché forse sarà difficile crederlo, ma esistono centinaia di libri che – molto più di tanta spazzatura nuova pubblicata oggi – meriterebbero di essere riscoperti e rivalutati.
Faccio soltanto un esempio che mi sta particolarmente a cuore: le scrittrici italiane importanti della seconda metà del Novecento. Quante sono? A parte le canonizzate (per esempio Morante, Ortese, De Céspedes), di tutte le altre si è praticamente persa memoria, eppure molte scrivevano meglio dei loro colleghi uomini ben più famosi! Ecco, questo è uno dei tanti campi di ricerca di Cliquot.

Chevalier Cliquot

La casa editrice ha il nome di Chevalier Cliquot, un mangiatore di spade che si esibiva nei circhi e nei teatri verso la fine dell’Ottocento, famoso per esibizioni molto audaci che lo mettevano in pericolo di vita ogni giorno. Chi sono e cosa fanno i mangiatori di spade di Cliquot edizioni che “mettono a rischio la vita” per offrire un po’ di magia al lettore?
Quando ci siamo imbattuti per caso nella figura di Chevalier Cliquot abbiamo capito subito che sarebbe stato lui a farci da mascotte. Fortunatamente non siamo noi editori a “rischiare la vita” in prima persona come Chevalier, ma è la nostra piccola casa editrice da poco sul mercato che, come un mangiatore di spade in azione, deve stare attenta a ogni minimo movimento che fa. L’editoria è un settore duro.
Alla fondazione (nel 2014, con i primi titoli usciti nel 2015) Cliquot era composta dal sottoscritto, Alessia Ciuffreda e Lorenza Starace. Poi le mie colleghe hanno deciso di intraprendere differenti percorsi e al loro posto sono entrati in pianta stabile gli altri tre membri attuali e definitivi della squadra: Cristina Barone, Roberta Rega e Paolo Guazzo.
Io mi occupo soprattutto di direzione editoriale e redazione, Roberta di redazione, ufficio commerciale e amministrazione, Cristina di grafica e impaginazione, Paolo di ufficio stampa e social. Questi sono i ruoli generali; poi, naturalmente, come in ogni piccola casa editrice tutti devono essere in grado di fare tutto, quando serve.

Non posso evitare di chiedere come e quando sia scattata la scintilla fondativa, e di ricordare che tutto abbia avuto a che fare anche con un corso per redattori editoriali di Oblique.
Tutti quanti i soci, i precedenti e gli attuali, si sono fatti la loro buona gavetta nel mondo dell’editoria prima di approdare a Cliquot. Io, per esempio, ero (e in parte sono rimasto) traduttore freelance e avevo incarichi da diverse case editrici anche importanti come Mondadori. Tuttavia la decisione è nata proprio durante il Corso principe per redattori editoriali promosso da Oblique Studio di Roma che io e le socie fondatrici abbiamo frequentato alla fine nel 2013. È stata un’esperienza molto importante che ci ha permesso, da un lato, di imparare tante cose pratiche del mondo editoriale e, dall’altro, di capire che avevamo tutte le carte in regola per metterci in gioco in questo settore. Anche i miei soci attuali sono reduci di edizioni successive del Corso principe: infatti man mano che avevo bisogno di nuovi collaboratori, sono andato sempre ad attingere alla fucina di Oblique, consapevole dell’altissima qualità della preparazione degli allievi.

Tra le parole chiave di Cliquot mi pare ci sia “pochi ma buoni”, riferendosi al numero di titoli annui. Perché pochi e quanti sono, in effetti, i libri pubblicati in un anno?
Attualmente pubblichiamo quattro-cinque titoli l’anno, ovvero uno ogni tre mesi circa. Ci vuole tanto tempo a lavorare bene un libro, dallo scouting, alla redazione, alla promozione. Contiamo di aumentare gradualmente nei prossimi anni, man mano che la casa editrice cresce e si struttura, ma siamo persuasi che non sia opportuno lavorare più di dieci-dodici titoli in un anno.
C’è un problema che affligge l’editoria da tempo ed è quello della sovrapproduzione. Escono in totale decine di titoli nuovi ogni settimana, e le librerie (che, per quanto grandi, hanno un’estensione finita) sono costrette a rimandare agli editori tutti gli invenduti usciti da poche settimane per fare spazio alle novità. Soltanto i libri che diventano istantanei best seller rimangono in esposizione più a lungo di due o tre mesi.
Senza entrare nel complesso problema della filiera, è evidente che, in un mercato del genere, un piccolo editore che adotta la stessa strategia dei colossi (far uscire tante novità nella speranza di indovinare il best seller) non può resistere a lungo, a meno di colpi di fortuna clamorosi. È necessario attuare strategie adatte alle dimensioni dell’impresa: mantenersi fuori dal meccanismo della grande distribuzione che fomenta il circolo vizioso della sovrapproduzione; mantenere rapporti diretti con i librai affinché possano conoscere bene il catalogo e promuovere con cognizione di causa i titoli; costruire un catalogo solido di classici sempreverdi (in questo senso, con il nostro progetto editoriale di riscoperta partiamo avvantaggiati) affinché la libreria mantenga in esposizione anche le vecchie uscite e non soltanto le novità; e, infine, seguire l’indubitabile principio che se un editore pubblica pochissimi titoli all’anno è perché in quei titoli ci crede e c’è la probabilità che siano in effetti di valore, mentre quando un editore “spara nel mucchio” pubblicando troppo, la qualità media dei contenuti (e della lavorazione) non può che risentirne.
Insomma, l’idea è quella di avere pochi titoli ma ben selezionati, ben lavorati, ben promossi e che le librerie siano felici di avere a disposizione per la loro clientela anche a distanza di molto tempo dall’uscita.

Di parole chiave ce ne sono però molte altre, ma lascio a te elencarle e ampliarle.
Entrando a discutere di contenuti, la prima parola chiave che mi viene in mente è “fantastico”. Cliquot ha mostrato fin da subito una predilezione per la letteratura popolare di genere, in particolare nei generi fantastico, fantascientifico e orrore. Questo è dovuto in parte, ovviamente, alle preferenze di lettura di noi soci, in parte al fatto che nel Novecento si è sempre avuta quella distinzione aprioristica e ingiusta fra letteratura “alta” e “bassa”, per cui oggi è particolarmente facile trovare opere di genere di alto valore da riscoprire perché all’epoca della loro prima uscita non avevano ricevuto la giusta attenzione.
Abbiamo due collane dedicate alla narrativa di genere:  Generi, soltanto in e-book, con i titoli più particolari e di nicchia; Fantastica,  cartacea con titoli più universali. Abbiamo poi Biblioteca, la nostra collana ammiraglia, quella dal gusto più letterario: qui non facciamo distinzione fra letteratura di genere o no (perché alla fin fine le etichette non ci piacciono), e accostiamo capolavori della letteratura americana come Riso nero di Sherwood Anderson a opere del terrore come La cosa marrone chiaro di Fritz Leiber, per finire con romanzi mainstream ma dal taglio surreale come Il re ne comanda una di Stelio Mattioni.

Un’altra parola chiave, sempre per quanto riguarda i contenuti, è “scacchi”. Abbiamo infatti una collana dedicata alla manualistica di scacchi (qui sono io il colpevole: la passione per il nobil giuoco in casa editrice è mia). Anche in questo caso, naturalmente, si tratta di riscoperte di capolavori del passato dimenticati in Italia.

Il mercato dell’e-book sembra essersi fermato in Italia al 5% dell’intero settore editoriale, la temuta rivoluzione digitale che avrebbe dovuto portare il libro cartaceo direttamente al macero non è mai scoppiata. Ma nel 2015 hai iniziato il “viaggio” prendendo un treno esclusivamente digitale. Puoi spiegare i motivi della scelta?
Sì, siamo nati come casa editrice digitale e per il primo anno abbiamo pubblicato soltanto e-book (anche se avevamo fin dall’inizio l’idea che con il cartaceo avremmo almeno sperimentato un titolo). Intanto avevamo un’idea: volevamo che i nostri libri si diffondessero e venissero letti il più possibile, e pensavamo che il digitale fosse il mezzo che ci consentisse di essere presenti subito e dappertutto (almeno dal punto di vista virtuale), e all’epoca c’era ancora chi sosteneva che l’era del digitale sarebbe finalmente decollata. Inoltre c’era una componente pratica: non eravamo ancora pronti a dedicare le nostre forze completamente alla casa editrice, e Cliquot è stato all’inizio il nostro secondo lavoro, quello che si sceglie per passione e a cui si dedica ogni singola ora del proprio tempo libero senza aspettarsi nulla in cambio.

Dopo un anno, però, è arrivata (o tornata) la carta. Come è stato risolto il rapporto tra digitale e libro cartaceo?
Dopo un anno e meno di una decina di e-book pubblicati, ci siamo resi conto in modo inequivocabile che una casa editrice non può reggersi in piedi soltanto con gli e-book. Abbiamo allora capito che era arrivato il momento dell’esperimento di cui parlavamo da tanto tempo: pubblicare in cartaceo il Pinocchio di Sandro Dossi e Alberico Motta, una simpatica versione a fumetti del personaggio collodiano. Abbiamo dunque lanciato un crowdfunding per racimolare i soldi necessari per la stampa e in appena tre mesi abbiamo raccolto cinquemila euro. Un risultato talmente eccellente che non solo ci ha permesso di stampare il libro, ma ci ha dato anche la spinta emotiva per il grande e definitivo passo verso il cartaceo.
Al di là del risultato immediato, infatti, l’esperimento ci ha fatto capire che il titolo stampato circola molto meglio e molto più facilmente dell’e-book e di conseguenza si parla di più del testo pubblicato e si parla di più della casa editrice. Certo, l’editore deve iniziare a sobbarcarsi un sacco di oneri che prima non aveva (spese di stampa, magazzino, distribuzione, resi, ecc.) ma quello che cambia è che piano piano l’editore (che può mostrare i libri fisici, può finalmente fare presentazioni, fiere ecc.) inizia a essere percepito come una presenza concreta nel panorama editoriale. È brutto dirlo ma, per una casa editrice, rimanere confinata al solo digitale è come non esistere.

E possiamo anche aggiungere che il libro cartaceo consente di soddisfare quei requisiti di elevata qualità ritenuti prioritari. La cura editoriale e tipografica, l’attenzione alla forma e all’aspetto sensoriale, caratterizzano i libri Cliquot. Con il digitale tutto questo non è possibile, o sbaglio?
Proprio perché venivamo dal digitale, dall’etereo, dall’astratto, quando siamo passati al cartaceo ci siamo sentiti gravare della responsabilità di portare su questo pianeta altri oggetti materiali, dato che il mondo è già invaso da cose brutte e inutili e da immondizia di ogni tipo, e la filosofia è stata dunque fin da subito quella di proporre volumi di altissima cura grafica, editoriale e tipografica, con materiali pregiati e una grande attenzione alla forma e all’aspetto sensoriale.
In realtà, anche con il digitale ci distinguevamo (e ci distinguiamo ancora) per la qualità tecnica dei nostri prodotti, ma è chiaro che è più difficile, per il lettore comune, percepire i pregi di un file. E comunque non c’è nulla come un buon libro di carta che sia anche bello da vedere e piacevole da sfogliare.

Cliquot va in cerca di opere perdute, fuori dai cataloghi e dimenticate, di autori scomparsi dalla memoria o mai emersi dall’anonimato. Come avviene una ricerca di questo tipo, per la quale Internet (almeno per una volta) si rivela inefficace?
Questa è la parte più divertente ma anche la più faticosa. Ci si deve sporcare le mani. Noi soci passiamo quasi più tempo in biblioteca che in redazione (e per fortuna siamo vicini alla Nazionale di Roma). Sfogliamo le schede dei vecchi libri, consultiamo saggi o vecchie recensioni, e da una ricerca spesso ne parte un’altra, e poi un’altra e così via. Analizziamo nel dettaglio i cataloghi storici di tutti gli editori del passato, chiediamo un sacco di libri in lettura in biblioteca e ne compriamo altrettanti alle bancarelle, dai librai antiquari o online da ogni parte del mondo (spesso per scoprire dopo poche righe che il libro non fa per noi!) e leggiamo, leggiamo, leggiamo. Il bello è che oramai ci siamo fatti così tanti amici e clienti fra studiosi e collezionisti di libri che di continuo ci arrivano segnalazioni. E spesso sono suggerimenti molto interessanti.

Cliquot utilizza anche il crowfunding per realizzare i propri libri. Una forma di trasferimento dei costi su base volontaria. Insomma – ma la mia ovviamente è una provocazione – perché si dovrebbero scaricare i costi del rischio di impresa (anche se stiamo parlando di libri e cultura) su chi in fondo non ha scelto di fare l’editore?
Per Pinocchio si era trattato in effetti di un vero crowdfunding: ancora non avevamo investito al cento percento il nostro tempo e le nostre risorse economiche sul progetto Cliquot e ci eravamo affidati al successo della campagna; se non avessimo raggiunto il budget prestabilito, il libro non si sarebbe fatto, e probabilmente non staremmo qui a parlare di Cliquot oggi.
Dal 2016 in poi abbiamo invece programmato una raccolta fondi all’anno per il titolo della collana Fantastica (e non, dunque, per ogni libro di Cliquot pubblicato, ma solo per un titolo all’anno). Inoltre, quello che facciamo per la collana Fantastica non è un vero crowdfunding, perché il libro viene mandato in stampa in ogni caso, anche se la raccolta arriva a pochi spiccioli e non copre neanche lontanamente i costi da sostenere. Si tratta, in sostanza, di un preordine in grande stile più che di un crowdfunding.
Perché dunque lo facciamo? Certamente una ragione è ammortizzare i costi iniziali. La collana Fantastica viene pubblicata in doppia versione: Classica brossurata e Deluxe cartonata a tiratura limitata e numerata, con preziosissimi accorgimenti tipografici. Il progetto è ambizioso e per mantenere i nostri standard di qualità la spesa è di diverse migliaia di euro, che ovviamente pesano non poco sul bilancio della nostra piccola azienda.
Ma un’altra ragione riguarda una precisa strategia aziendale, un modello di business diverso da quello dell’editoria tradizionale che punta soltanto alla vendita del prodotto. Il crowdfunding è infatti uno dei vari mezzi che impieghiamo per instaurare un rapporto più diretto fra editore e lettore (e anche collezionista, in questo caso). Quello che ci proponiamo è rendere partecipe il lettore di un’esperienza che va oltre la semplice fruizione del libro, ma sia un coinvolgimento più pieno e totalizzante. Questo lo otteniamo, per esempio, chiedendo pareri su alcune scelte redazionali, ringraziando il contributore con il suo nome stampato nel libro, creando una comunità di fedelissimi che possono godere di ricompense esclusive (come gadget prodotti artigianalmente in tiratura limitatissima) e così via.
Detto questo, non ci trovo nulla di male nel crowdfunding come strumento aziendale, anche se viene fatto nella sua forma più autentica con l’obbligo di raggiungere il budget. E questo perché un’azienda seria (un’azienda, cioè, che non basa la sua campagna di raccolta fondi sugli acquisti degli amici e dei parenti, ma imposta un lavoro coscienzioso di marketing e promozione) non ha il potere magico di costringere le persone all’acquisto: deve aver lavorato bene già da tempo, nella costruzione di un’identità, di una credibilità e di un’affidabilità al di là di ogni dubbio affinché il crowdfunding funzioni. E, per di più, i rischi nel mettere in piedi un crowdfunding sono molto più alti dei potenziali benefici di “scaricare il rischio d’impresa”, intanto perché se il budget non viene raggiunto il libro non si fa, e se il libro non si fa l’editore non va avanti con il suo catalogo, e poi perché la non riuscita di una campagna porta con sé dei rischi di caduta d’immagine che potrebbero avere risvolti molto pericolosi.

Puoi provare a ripercorrere i primi quattro anni di Cliquot attraverso i titoli più significativi, e non solo in termini di vendite?
Per il 2015 scelgo inevitabilmente La cosa marrone chiaro e altre storie dell’orrore (collana Biblioteca), il nostro primissimo titolo inizialmente uscito soltanto in e-book e poi stampato nel 2017. Si tratta di una raccolta di racconti, finora inediti in Italia, di un grande maestro americano del fantastico allievo di Lovecraft. Questo libro è l’esempio di quello che possono e devono fare di diverso i piccoli editori rispetto ai grandi marchi: non esiste una versione americana preconfezionata di questa raccolta, ma l’abbiamo messa insieme noi, selezionando a uno a uno i racconti più importanti e significativi di Leiber usciti nelle riviste che non erano mai stati raccolti in volume, neppure in America (e per questo erano sfuggiti ai radar dei grandi editori).
Per il 2016 scelgo Il buon senso negli scacchi (collana Ajeeb), la trascrizione di dodici lezioni di scacchi che l’allora campione del mondo Emanuel Lasker tenne di fronte a un pubblico di scacchisti londinesi nel 1896. Anche a questo libro siamo particolarmente affezionati, anzitutto perché abbiamo creato una grafica di copertina di cui andiamo molto fieri (tutto frutto di lunghi brainstorming e notti insonni in redazione), e poi perché questo libro era un po’ un pericoloso salto nel vuoto, visto che non sapevamo come sarebbero stati recepiti i libri di scacchi nelle librerie di varia. Per fortuna l’accoglienza è stata molto buona.
Ancora più preoccupati eravamo nel 2017 quando ci siamo imbarcati nel progetto Gli esploratori dell’infinito (collana Fantastica), una favola fantasy del 1906 firmata da Yambo, nome d’arte del pisano Enrico Novelli. Anche questo libro era un pericoloso esperimento (in effetti tutti noi consideriamo Cliquot una sorta di laboratorio di sperimentazione), perché le settanta bellissime illustrazioni a colori che il libro contiene non soltanto facevano lievitare enormemente i costi di stampa, ma ci costringevano pure a stabilire un prezzo di copertina che avrebbe potuto tagliare fuori una fetta di clientela. Anche in questo caso, però, ne siamo usciti vincitori, e Gli esploratori è a oggi il nostro best seller.
Per il 2018 la scelta non può non cadere che su Gomòria (collana Fantastica), romanzo tardo decadente che ricorda Huysmans e Wilde, scritto – e magnificamente illustrato – da uno scrittore che si firma Carlo H. De’ Medici, su cui aleggia un fitto mistero fatto di magia ed esoterismo.
Il 2019, infine, è l’anno di Il re ne comanda una (collana Biblioteca), romanzo d’esordio del triestino Stelio Mattioni, pubblicato per la prima volta da Adelphi nel 1968. Questo è senz’altro il titolo più importante, da un punto di vista squisitamente letterario, che abbiamo pubblicato finora. Non è un libro fantastico in senso stretto, ma Mattioni ha uno stile di scrittura talmente bizzarro da trasformare eventi ordinari in episodi grotteschi e surreali, trascinando il lettore in un mondo tutto particolare che sembra quello delle favole. Un libro unico davvero!

Come vedi il futuro di Cliquot e puoi anticipare alcune delle prossime uscite fino al 2020?
A ottobre pubblicheremo, per la collana Biblioteca, il semisconosciuto romanzo Le gaffeur – titolo originale – del francese Jean Malaquais. È un romanzo distopico molto suggestivo, che ricorda da vicino le atmosfere di 1984 (ed è stato scritto pochi anni dopo il capolavoro di Orwell), nonché certa narrativa fantastica francese come L’occhio del purgatorio di Spitz. In Francia è stato scoperto e ripubblicato da pochissimo e sta già avendo ottime recensioni.
A dicembre, per Più Libri Più Liberi, uscirà per la collana Fantastica I topi del cimitero, una raccolta di racconti illustrata di Carlo H. De’ Medici: visto il gradimento di Gomòria, abbiamo pensato di proseguire con la riscoperta di questo oscuro autore gotico. Ovviamente, per questo libro faremo, da settembre a ottobre, un crowdfunding dove proporremo anche gadget a tiratura limitata.

Che cosa c’è da leggere in questo momento sui comodini di Cliquot?
Gran parte delle letture, come accennavo prima, sono scouting di lavoro, e su queste vige l’assoluto segreto. Per mio piacere, al momento ho sul comodino Magia nera di Loredana Lipperini (Bompiani), che mi affascina per il connubio fra temi tenebrosi e la solare sensibilità della scrittrice, e Appuntamento a Trieste di Giorgio Scerbanenco (La nave di Teseo), perché qualunque cosa esce di Scerbanenco la compro e la leggo subito. Per l’appunto sono due libri di grandi editori, ma giuro che leggo anche gli editori piccoli e indipendenti. Mi piacciono molto, fra gli altri, Atlantide, Racconti edizioni, Wojtek e D Editore.

RACCONTI ITALIANI #4#5 – Intervista a Luca Romiti, una voce alla ricerca di sé

RACCONTI ITALIANI – rubrica dedicata al racconto italiano contemporaneo

di Emanuela D’Alessio

Luca Romiti, romano di ventinove anni, quando ne aveva quattordici ha subìto un trauma leggendo  Samuel Beckett, dal quale non si è ancora ripreso. Ha iniziato a scrivere per necessità, poi per passione. Con la sua “voce”  fuori dal coro ha vinto le ultime due edizioni di 8×8, il concorso letterario dove si sente la voce (appunto). La sua scrittura arriva da poche ma insistenti letture, come Beckett o Berto.  Ora sta provando a adattare la forma racconto a un romanzo. Aspettiamo di leggere come è andata.

I suoi racconti Bologna è un enorme posacenere e Quasi si potesse

Sei nato a Roma e vivi a Roma, hai fatto il liceo scientifico e ti sei laureato in Lettere moderne  Puoi aggiungere qualche altro dettaglio a questa stringata presentazione?
Ho fatto la triennale e La Sapienza e subito dopo la laurea ho frequentato il corso principe per redattori editoriali di Oblique studio; poi mi sono trasferito qualche mese a Milano per uno stage nella casa editrice Indiana editore. Da Milano sono andato a Bologna per la magistrale e da Bologna a Torino per il biennio della Scuola Holden. Da un anno sono tornato a Roma.

Sei forse l’unico (a mia memoria) che ha vinto per due volte di seguito (quest’anno e nel 2018) il concorso letterario 8×8 ideato da Oblique. Complimenti, mi viene da dire, ma anche, perché tornare sul “luogo del delitto”?
Quest’anno ho scritto un racconto con uno stile particolare, molto diverso da quello scorso, e volevo metterlo alla prova. Avevo appena finito di leggere La cosa buffa di Giuseppe Berto e la sua voce mi aveva colpito molto. Allora ho scritto quel racconto, che per lo stile e in effetti anche per quel poco di storia che c’è è molto ispirato da quella lettura. Qualche giorno dopo è uscito il bando del concorso e l’ho inviato senza pensarci troppo. 8×8 è un bel concorso: ti permette di essere letto dagli addetti ai lavori e di entrarci in contatto, anche tramite l’editing; ricevi critiche e apprezzamenti che possono essere utili a dare una direzione a quello che scrivi. Insomma, è un modo per crescere, per farsi leggere e conoscere. E poi, ovviamente, per essere l’unico a vincerlo due volte.

La tua scrittura è una conseguenza di cosa: vocazione, necessità, casualità?
Ho cominciato a scrivere quando ho iniziato il liceo, ero abbastanza sfigato e quindi ho aperto un blog. Se me l’avessi chiesto allora avrei detto necessità: quella cosa per cui scrivere è l’unico modo per esprimere qualcosa che non riesci a tirare fuori in un altro modo. Scrivevo molto male. Questa fase è durata forse un po’ troppo, più o meno fino a ventitré anni. Poi, per fortuna, ho cambiato approccio. Direi che è conseguenza di una passione; per che cosa, di preciso, non lo so. Per la lingua, forse. Per un modo specifico di vedere le cose.

Samuel Beckett

Beckett diceva che «forse solo l’artista può finire per vedere (e, se si vuole, far vedere ad alcuni per i quali egli esiste) la monotona centralità di ciò che ciascuno vuole, pensa, fa e soffre; di ciò che ciascuno è». E questo focolaio lo chiama bisogno. Subito dopo dice che è il bisogno di avere questo bisogno a fare l’arte. Beckett era fissato con ciò che ciascuno è; ma penso che scrivere possa darti delle buone coordinate per capirlo (e, se si vuole, farlo capire ad alcuni). È quello che diceva Rezzori, che scriveva «per conoscere i segreti dell’io che non può mai andare perduto nonostante tutti i cambiamenti che attraversa nel corso della vita». Quello che scrivevo al liceo è davvero brutto e mi vergognerei a leggerlo al mio gatto; ma posso riconoscerci dei tratti di quella persona che diceva “io” a quattordici, quindici, ventitré anni.

Mentre leggevo Bologna è un grande posacenere mi è venuto in mente Thomas Bernhard. Senza alcuna velleità di trovare i tuoi modelli letterari, vorrei solo evidenziare come la tua “voce” sia risultata immediatamente fuori dal coro, distante dai canoni stilistici più tradizionali. Puoi provare a spiegare come si è formata?
Nel caso di questo racconto la voce è derivata, come ti dicevo, dalla lettura di Berto – da La cosa buffa più che da Il male oscuro. Lo stile dei due romanzi è molto simile ma forse nel Male oscuro è ancora più estremo; ne La cosa buffa, anche per l’uso della terza persona, è più controllato e dà un po’ più di respiro al lettore.  È un tipo di voce che mi interessa, ansiosa di parlare ma allo stesso tempo molto preoccupata di essere compresa. Scrivere con quella voce è anche un ottimo esercizio: mette in evidenza tutti i tic linguistici, le scelte “facili”; la quasi totale assenza di punteggiatura impone un controllo su tutta la struttura della frase. In generale direi che si è formata con le letture, poche ma piuttosto insistenti.

Eudora Welty diceva che nel racconto non importa la fine ma come ci si arriva. I tuoi racconti, essenziali ma ricchi di dettagli, soddisfano in pieno questa caratteristica. In 8000 battute sei riuscito a raccontare un mondo intero, lasciando comunque libero il lettore di interpretare e concludere. È un risultato straordinario di cui sei consapevole?
Non la conosco, ma sono d’accordo con Eudora. Il finale, e la storia in generale, non mi interessa molto, né in quello che leggo né in quello che scrivo (e questo, soprattutto nell’ottica di un romanzo, è un problema abbastanza grosso). Qualcun’altro diceva che il racconto è un pezzo di storia a cui manca il prima e il dopo. In genere ho in mente un’immagine, piccola, precisa e banale (un pranzo dalla nonna; due fratelli che cercano insetti; un ragazzo che lascia una ragazza dicendole “ti amo”) e comincio a scriverci intorno. Poi, se è un buon racconto, non parlerà solo di quello. Non sono consapevole di come ci arrivo e spesso mi capita di arrivarci senza rendermene conto. Però credo di essere bravo a capire se, alla fine, ci sono riuscito oppure no.

La forma racconto è in genere quella prescelta per mettersi alla prova e farsi conoscere. C’è chi, a torto, considera il racconto una forma di scrittura meno impegnativa del romanzo, più semplice da gestire. Nel tuo caso il racconto sembra essere la naturale conseguenza di una vocazione. Pensi di poterla “adattare” a un futuro romanzo?
Ci sto provando. Il progetto a cui sto lavorando adesso potrebbe essere una specie di adattamento di quella forma al romanzo, come già ce ne sono state tante (penso a Felici i felici o a Tutto quello che non ricordo). Il mio problema però rimane la storia: quel prima e dopo che nei racconti non compare ma che in un romanzo è necessario.

Prima di scrivere si deve (o dovrebbe) leggere. Hai citato tre libri che hanno aggiunto qualcosa di importante nella tua vita. Puoi spiegarci che cosa? Quali sono stati e sono i tuoi percorsi di lettore?
Nella mia famiglia leggeva solo mio padre, e leggeva solo classici. Io ho cominciato alle medie, prendendo libri a caso dalla libreria. Quasi sempre mi imbattevo in libri non proprio adatti. A dodici anni, per esempio, ho pescato Frammenti di un discorso amoroso. Trauma. Pensavo che i libri fossero una cosa esclusivamente da grandi e quindi volevo leggerli; ma non li capivo. Poi, finalmente, sono incappato nella saga dei Malaussène. Ma è stato un caso. Ho ricominciato a pescare a caso e all’inizio del liceo ho letto Watt di Beckett. Altro trauma, ancora non superato. Penso sia da lui che derivi l’ossessione per la lingua. Leggo poco, comunque. Ritorno spesso ai libri che conosco, mi piace rileggere piuttosto che leggere. Ho conservato un approccio infantile: prendo un libro, lo comincio, mi stanca subito, lo abbandono, ne comincio un altro e così via. Poi torno a quello che conosco.
Riguardo ai libri che ho citato: Casa d’altri è un racconto lungo, la  cui storia sta dentro una parentesi (un prete viene mandato in un paesino sperduto sull’Appennino e forse si innamora di una vecchia); ma la lingua è ipnotica, sembra una cantilena. Ci puoi leggere frasi come «Me ne venivo giù dalle torbe di monte. Né contento né triste: così.», oppure «Era vero, e così respirai». Il Tristram è forse il libro più divertente che ho letto; uno dei primi che ha giocato con la struttura del romanzo. Le storie mi interessano poco: mi piacciono i libri che si distinguono per la voce, che continuano a parlarti e a suggerirti un modo di vedere le cose.

Qual è la tua libreria ideale e ti è capitato di entrarci almeno una volta?
Non saprei dirti com’è fatta. A dire il vero, in libreria, non ci vado quasi mai. Continuo a rubare i libri da quella di mio padre, quando mi capita di andare a casa sua. Oppure li compro usati (in via Silla, a Roma, c’è una libraia sommersa dai libri: è incredibile, ma sa dove trovare ogni libro che le chiedi). C’è una libreria in cui passo sempre quando capito a Bologna, ma solo perché è a fianco al bar.

Che cosa c’è da leggere in questo momento sul tuo comodino?
I libri sul comodino sono la conseguenza di quell’approccio infantile (e del mio disordine). Alcuni sono lì da chissà quanto e non li ho neanche aperti; alcuni li tengo come amuleti, altri non so come ci siano arrivati. Ora sono questi: Nemico, amico, amante… di Alice Munro; Gli scrittori inutili di Ermanno Cavazzoni; Vizio di forma di Thomas Pynchon; Renuntio vobis di Sergio Claudio Perroni; La cosa buffa di Giuseppe Berto; Sillabari di Goffredo Parise; Watt di Samuel Beckett; Il pataffio di Luigi Malerba.

*Luca Romiti è nato a Roma nel 1990. Si è laureato in Lettere moderne a Roma e dopo una breve incursione nella piccola editoria a Milano ha concluso gli studi a Bologna. I suoi racconti  Quasi si potesse e Bologna è un enorme posacenere hanno vinto le ultime due edizioni di 8×8 e sono stati pubblicati sulla rassegna Retabloid di Oblique. Il racconto Insettile è uscito sul numero #12 di L′Inquieto.
I tre libri che hanno aggiunto qualcosa di importante alla sua vita: Casa d’altri di Silvio D’Arzo; Il male oscuro di Giuseppe Berto; Vita e opinioni di Tristram Shandy, gentiluomo di Laurence Sterne.

RACCONTI ITALIANI #5 – Quasi si potesse

RACCONTI ITALIANI – rubrica dedicata al racconto italiano contemporaneo

Quasi si potesse di Luca Romiti ha vinto la decima edizione di 8×8 (maggio 2018) ed è uscito sulla rassegna Retabloid (maggio 2018) di Oblique. Qui l’intervista.

di Luca Romiti*

When you love a woman
you tell her that she’s the one
’cause she needs somebody to tell her
that it’s gonna last forever.
Sigla di Il segreto

 

Luca Romiti

Nonna dice Ho incontrato la signora dell’interno 8. Le finestre sono appannate e le padelle fumano più del normale. Dico Nonna, fa un freddo della Madonna qua dentro. Eppure, nonna ha acceso i termosifoni stamattina. Dice Ho acceso stamattina, chettedevodi’?, e non si volta. La raggiungo piano, la abbraccio da dietro e lei fa un piccolo sobbalzo. Fino a qualche tempo fa, dopo averla abbracciata la pizzicavo sui fianchi e poi le facevo il solletico: appena la toccavo faceva un piccolo sobbalzo, poi diceva Fermo, fermo: me vola i capelli nel mangia’. Dice Fermo, fermo: me vola i capelli nel mangia’. Nonna è grassa, eppure è dimagrita. Con le mani stringo la pancia sotto al grembiule. Dice So’ dimagrita, eh.
Dietro i fornelli c’è nonna, dietro nonna ci sono io, dietro di me c’è il tavolo apparecchiato per due senza l’acqua il vino la gassosa, e dietro il tavolo c’è la televisione che manda in onda la sigla della puntata (Oddio me inizia la puntata; Ieri me so’ persa la puntata; Zitto, zitto: c’è la puntata). La telenovela è Il segreto; la stagione è la quinta: El chico de los tres lunares; la puntata è la numero millediciotto. Dietro la televisione c’è una portafinestra in vetro smerigliato, dietro la portafinestra c’è il terrazzo; se dopo qualche passo si gira a destra, costeggiando il muro della camera da letto e poi del salone, si arriva a una porta di metallo che si apre male, si chiude male e è dipinta di marrone scuro, male; dietro quella porta c’è uno stanzino.
Nonna apre il forno e libera una nuvola di vapore che le attraversa tutto il corpo tranne le lenti degli occhiali. Dice Damme le presine, svelto su che non ce vedo niente. Ci arriva prima di me e dice Finisci d’apparecchia’, prendi l’acqua il vino la gassosa.
Metto le tre bottiglie sul tavolo e nonna mette la lasagna al ragù nei piatti: Ancora se lo ricorda, di quando t’ha trovato sul pianerottolo. Anche la lasagna al ragù fuma più del normale e il vapore mi scalda il viso. Porto le mani sul piatto per scaldarle, ma appena le tolgo l’umidità le raffredda ancora di più. Le strofino sui pantaloni per asciugarle e dico Ecco qua, un bel piatto di magma. Nonna infila la mano destra nella manica sinistra del golfino e ne estrae un tovagliolo ciancicato: si soffia il naso piccolo e rosso e poi ce lo rinfila. Sai che facevi?, quando venivi da me venivi col cuscino, e te riposavi a ogni piano. Io mica lo so chi è la signora dell’interno 8, che ancora se lo ricorda e ancora lo racconta a mia nonna, e ancora ride. Ancora ride, di quando t’ha trovato che ti riposavi davanti alla porta sua. Nonna, immagina che tu sei il tempo, in generale, tu sei il tempo, mentre prepari le lasagne, stiri, fai l’uncinetto, mentre guardi la televisione, tu sei il tempo, te ne stai qua, eterna, e poi arriva qualcuno e ti spiega cosa sono le lancette. Delinguente, dice nonna, mangia invece de di’ stupidaggini, ché se fredda. «Berta, perché fai tutto questo per me?», «oh, Bosco, beh, lo faccio perché mi fa piacere. Sono contenta che tu sia tornato sano e salvo». Dico Nonna, come fai a guarda’ ’sta roba? Me fa passa’ il tempo, dice nonna, E poi me piace gli abiti, i vestiti, questi so’ quelli di una volta. «Grazie, Berta, andrò a dividere il formaggio con gli altri», «no! No, Bosco! Questo formaggio è solo per te!». Dice Ecco, vedi?, vedi com’era un tempo?, erano tempi difficili.

Nonna si volta, mi guarda: dice Allora? Che vogliamo fa’? Le metto le mani sulle guance, la guardo negli occhi piccoli umidi e azzurri e dico Nonna, ti prego, il caffè: fallo tu. Dice Sì vabbe’ vabbe’ vai a prende la droga, vàivài, nello stanzino. Lo stanzino di nonna è la sezione dedicata alle scorte alimentari nel bunker di un americano ossessionato dalla fine del mondo. Però c’è l’Anice Secco Speciale Varnelli che nonna compra al Vaticano. Torno in cucina con la droga e dico Nonna, fa più freddo dentro che— attenta che sbatti! Nonna si gira verso di  me: sta finendo di stringere la caffettiera con uno strofinaccio, sotto l’anta dello scolapiatti aperta sulla testa. Dice Nònnò, non ce sbatto più sa’, guarda. L’anta le sfiora i capelli. Me so’ accorciata, vedi? Mo’ ce passo, fino a qualche giorno fa ce sbattevo, adesso mica ce sbatto: me so’ proprio accorciata.
Il tavolo è attaccato a una parete la cui metà superiore è sostituita da tre grandi finestre: si vede il muretto del terrazzo e più in là l’urbanistica sconclusionata di via della Pisana. Nell’angolo destro, in fondo, c’è un palazzo grigio che è un grosso cilindro; ha tre finestre, lunghe, nere e sottili. Nonna guarda attraverso i vetri, con il mento appoggiato sulla mano. Chissà che è quello, dice a bassa voce, so’ proprio curiosa. Fino a quando non ha smesso di dirmelo, nonna mi ha detto che lì ci abita l’orco, e che sarebbe venuto se non avessi finito di mangiare. Dico Lì ci abita l’orco, a meno che nel frattempo non si sia trasferito. Nonna non si muove, continua a guardare fuori, e quello che c’è fuori sembra una cosa lontana, una cosa che forse neanche esiste: Eh, dice, una volta ci dobbiamo andare, così, per vedere.
Mi alzo e metto le tazzine nel lavandino, dico Vuoi che t’accompagno a letto? Sì, lascia tutto così, dice, lo faccio dopo, adesso so’ proprio stanca. Chissà come mai so’ così stanca.
Nonna si sdraia sul letto, si toglie gli occhiali e li appoggia sul materasso, accanto al telefono di casa: Me deve chiama’ il dottore, dice, sta’ attento agli occhiali, eh, ché c’ho solo quelli. Nonna sbadiglia e si porta il dorso della mano davanti alla bocca. Allora senti, dice, stamattina so’ andata al fioraio, e ho fatto le scale, no?: beh prima me stancavo al terzo piano, dove sta la signora dell’interno 8, adesso no, già al secondo me devo riposa’.
Eh sì, dice mentre s’addormenta: ormai so’ stanca prima.

Editing di Giulia Caminito 

Luca Romiti è nato a Roma nel 1990. Si è laureato in Lettere moderne a Roma e dopo una breve incursione nella piccola editoria a Milano ha concluso gli studi a Bologna. I suoi racconti  Quasi si potesse e Bologna è un enorme posacenere hanno vinto le ultime due edizioni di 8×8 e sono stati pubblicati sulla rassegna Retabloid di Oblique. Il racconto Insettile è uscito sul numero #12 di L′Inquieto.
I tre libri che hanno aggiunto qualcosa di importante alla sua vita: Casa d’altri di Silvio D’Arzo; Il male oscurodi Giuseppe Berto; Vita e opinioni di Tristram Shandy, gentiluomo di Laurence Sterne.

RACCONTI ITALIANI#4 – Bologna è un enorme posacenere

RACCONTI ITALIANI – rubrica dedicata al racconto italiano contemporaneo

Bologna è un enorme posacenere di Luca Romiti ha vinto l’edizione 8×8, 2019, just one night, è uscito sulla rassegna Retabloid di Oblique (maggio 2019). Qui l’intervista.

di Luca Romiti*

Luca Romiti

Non riesce a prendere sonno perché vorrebbe essere nel letto d’Elisa e magari farci l’amore, per il godimento che ne deriverebbe ma anche e forse più come dimostrazione del fatto che in fondo l’amore c’è ma no, si corregge, non dimostrerebbe un bel niente, è questo uno dei tanti insegnamenti che Elisa in un anno ha avuto modo di dispensargli e che lui si sforza di condividere, e cioè che scopare non dimostra un bel niente, è un’attività come un’altra che dunque capita raramente di fare con chi si vorrebbe anzi sarebbe strano il contrario ma nella vita bisogna pure accontentarsi, e mentre comincia a verificare i progressi che ha fatto in ognuno di questi ostici insegnamenti i vicini di casa iniziano a scopare, e pensa che loro si curino ben poco delle consuetudini teoriche e perfino se ce ne sono di quelle pratiche relative all’accoppiamento, a giudicare dalle curiose urla che gli arrivano in camera tra le quali riconosce quelle d’eccitazione di godimento e d’orgasmo imprevedibilmente combinate con quelle di sorpresa di paura e di divertimento, in un’orgia acustica che lo spinge a infilarsi una mano nelle mutande, e nell’istante in cui cerca di sopperire alla curiosità con l’immaginazione l’inquilino del piano di sotto urla di smetterla, ché non siamo mica in un film porno, e lui allora sfila la mano dalle mutande e ricomincia a pensare che questa storia d’Elisa che non lo ama è davvero un peccato ma non ci si può svegliare ogni giorno nella speranza d’essere amati, e dunque s’addormenta con la convinzione che stanotte sarà l’ultima passata in attesa dell’amore d’Elisa perché domani porrà a malincuore ma per il benessere mentale fine a questa storia d’amore che non era per nulla infinita come s’era convinto che fosse.

C’è da mettere al corrente di questa risoluzione il suo coinquilino, con il quale ha già condiviso l’inizio e lo svolgimento per quanto in effetti di svolgimento non ce ne sia stato molto visto che di svolte nella loro storia ce ne sono state ben poche, e dunque appena si alza imbocca il corridoio, arriva fino alla porta della camera del coinquilino e la apre con un gesto piuttosto deciso nella speranza che sia sufficiente a svegliarlo, ma quello continua a dormire come è solito fare e cioè a pancia in su abbracciato al cuscino prospettando la necessità di un gesto ancor più deciso che è quello di aprire la finestra che non dà come la sua sulla camera dei vicini che scopano ma su quella delle dirimpettaie transessuali buddhiste che stamattina sono riunite in preghiera con una mezza dozzina di correligionarie, e assieme alla luce e all’aria fresca naturalmente attendibili s’infila nella camera un mantra gutturale che finalmente sveglia il coinquilino.
Affacciato alla finestra gira due sigarette e poi comincia a esporre la sua decisiva presa di posizione al coinquilino che dopo un continuo adeguamento delle espressioni del viso ai diversi momenti della storia lo distende su una rassegnata consapevolezza, alla quale segue la considerazione che questa storia si potrebbe definire un asintotico avvicinarsi al momento della svolta e che è stato proprio questo continuo avvicinarsi a una svolta che per conto suo continuava ad allontanarsi a risultare alla lunga estenuante, e infine si dichiara d’accordo con questa risoluzione nei cui innegabili seppur graduali benefici confida, e deducono che allora è questo il momento della svolta, il punto in cui finalmente l’asintoto tocca la curva, il punto in cui l’infinito è arrivato alla fine e si dimostra in tutta la sua finitezza perché la loro storia d’amore non tende a un bel niente e anzi tende alla fine perché è solo uno dei tanti segmenti della vita che a un tratto non esiste più, e ora che non c’è più niente da dire lui e il coinquilino rimangono in silenzio ad ascoltare il mantra buddhista e transessuale e poi buttano i mozziconi di sotto e guardandoli cadere s’accorgono che Bologna è un enorme posacenere.

Adesso che sono seduti sulla panca del bar di fronte alla casa di Elisa dove sempre si danno appuntamento dire a Elisa che non è più il caso di vedersi non è affare semplice, e per convincersi a farlo confessa di avere una cosa da dire in modo da costringersi poi bene o male a dichiararle la svolta cui certamente a insaputa di lei sono arrivati, ma come s’aspettava le parole per farlo non gli vengono in mente e allora la guarda per farsi coraggio ma ottiene invece l’effetto contrario perché la trova bella come la trova ogni giorno e il suo proponimento vacilla e gli sembra anzi un proponimento affatto sciocco e forse anche arrogante quello di mettersi contro l’infinità di una storia d’amore, e allora prima di tutto decide di non guardarla più e poi trascorre qualche secondo che raggiunge forse il minuto in attesa che gli vengano le parole, finché Elisa con un tono scocciato gli chiede quale sia dunque questa cosa che ha da sentire e che tanto si fa attendere e lui in mancanza d’altro gli ripropone la collaudata metafora dell’asintoto in risposta alla quale Elisa dice tuttavia che non sa cosa dire, un paradosso che andrebbe pure d’accordo con la metafora e potrebbero allora continuare in eterno a dirsi che non sanno cosa dirsi, nell’attesa che una benedetta frase prima o poi esca dalle loro bocche, ma lui ha deciso che d’aspettare non ha più voglia e che anzi quest’attesa è inutile perché ormai ha capito, ha capito cioè che per lei potrebbe davvero continuare così e che deve perfino essere lui a prendersi la briga di essere lasciato, e in conclusione una frase gli viene e gli viene talmente spontanea che quasi non s’accorge di dirla, e cioè dice a Elisa che è proprio questo che gli fotte l’anima; e Elisa ride.
Non sa se a far ridere Elisa sia stato il fatto che lui avesse un’anima o che l’avesse dichiarato senza troppi giri di parole o che la sua anima potesse essere fottuta o che fosse proprio lei a fottergliela, ma gli è sembrata in ogni caso una dichiarazione nient’affatto risibile e dunque si alza convinto ad andarsene, ma Elisa si alza a sua volta, attraversa la strada, va verso il portone di casa e poi rimane lì ferma, e lo guarda.
Lui si gira una sigaretta mentre aspetta di capire con quale intenzione Elisa abbia compiuto questo gesto, se cioè abbia deciso di raggiungere il portone per entrarci da sola e constatare così la fine di questa storia d’amore infinita o se invece sia una specie di invito a entrare a casa con lei, ma come c’era da aspettarsi il gesto d’Elisa si dimostra carente d’intenzioni tanto che una volta che s’è fatta raggiungere non dice niente e prende le chiavi nell’attesa che sia lui a dirle cosa fare, e lui invece le dice che questa è l’unica situazione che a Elisa pare sopportabile, quella di starsene sull’uscio senza decidere se la storia continua con loro che entrano a casa insieme o continua che finisce, ma Elisa continua a non decidere un bel niente e stavolta tiene fede al fatto di non aver niente da dire ratificando in silenzio la fine di questa storia d’amore.

Ora che l’infinità s’è consumata del tutto lui comincia a temere per ciò che è rimasto, e prima che l’operoso silenzio d’Elisa s’accanisca pure sull’amore e chissà mai infine pure sulla storia facendo come si dice terra bruciata di tutto quello che c’è stato decide di mettere definitivamente le cose in chiaro e allora butta il mozzicone a terra e prima d’andarsene per sempre dice una cosa che non le ha mai detto e che non avrà più la possibilità di dirle e cioè le mette le mani sulle guance, la guarda negli occhi e le dice: ti amo.

Editing di Claudio Panzavolta

Luca Romiti è nato a Roma nel 1990. Si è laureato in Lettere moderne a Roma e dopo una breve incursione nella piccola editoria a Milano ha concluso gli studi a Bologna. I suoi racconti  Quasi si potesse e Bologna è un enorme posacenere hanno vinto le ultime due edizioni di 8×8 e sono stati pubblicati sulla rassegna Retabloid di Oblique. Il racconto Insettile è uscito sul numero #12 di L′Inquieto.
I tre libri che hanno aggiunto qualcosa di importante alla sua vita: Casa d’altri di Silvio D’Arzo; Il male oscuro di Giuseppe Berto; Vita e opinioni di Tristram Shandy, gentiluomo di Laurence Sterne.

Il colore dell’assenza. Sonno bianco di Stefano Corbetta

di Emanuela D’Alessio

Nulla è definitivo, c’è sempre un’altra possibilità, a patto che si resti vivi.
Detta così suona come una delle clamorose banalità che leggiamo quando scartiamo un bacio Perugina. Ma la semplicità di ciò che appare scontato si trasforma in complessità quando assistiamo al suo verificarsi.
È quello che è capitato a Stefano Corbetta, oggi scrittore dopo essere stato un aspirante tennista e un affermato musicista jazz. È quello che succede nel suo libro Sonno bianco, pubblicato da Hacca, dove la condizione immobile e sospesa di Bianca, in coma da nove anni, si trasforma in uno straordinario esempio di cambiamento e trasformazione.
La storia che Stefano Corbetta racconta con delicata semplicità, con una voce lieve ma incalzante, è la dimostrazione delle infinite conseguenze che possono scaturire da un evento definitivo come l’incidente che squarcia l’infanzia spensierata (?) delle sorelle gemelle Emma e Bianca.
Le ritroviamo nove anni dopo, Emma alle prese con una adolescenza menomata dal dolore, Bianca immobilizzata in un letto di ospedale, con gli occhi aperti in un volto senza luce. Intorno a questo fermo-immagine c’è un’intensa attività, un fermento di pulsioni ed emozioni che restituisce il senso dell’incessante movimento con accelerazioni e brusche frenate, abbandoni e incontri, fughe e ritorni.
Corbetta è bravo a restituire i colori dell’assenza, le pulsioni della colpa, le contraddizioni del perdono, la straordinaria forza della speranza, e anche le dinamiche perverse che si scatenano all’interno di una famiglia. Ma non c’è mai uno sguardo definitivo, c’è sempre la possibilità di scoprire un’altra prospettiva.
Sonno bianco si legge in un fiato, ma resta impresso a lungo, come succede a certi sogni che al risveglio non svaniscono più.

Per non rimanere con curiosità irrisolte, ho comunque rivolto qualche domanda all’autore.

Da qualche parte ho letto che sei “Mobiliere per tradizione, batterista per passione, scrittore per necessità”. Ti riconosci in questa sintesi e puoi aggiungere qualche dettaglio utile a completare il tuo profilo?
Mi riconosco in parte. È piuttosto difficile distinguere tra passione e necessità. Iniziai a suonare per colmare un vuoto. A diciassette anni ero convinto che avrei fatto il tennista, mi dedicavo totalmente a quello sport, ore e ore tutti i giorni, sacrifici e rinunce con un unico obiettivo, poi arrivarono i medici e mi dissero che avrei dovuto smettere a causa di una lieve malformazione cardiaca. Fu devastante, così mi dissi, okay, si ricomincia. Quella fu necessità che si trasformò con il tempo in passione.
Vent’anni dopo (mi ero costruito una strada solida come musicista jazz, seppur non fosse il mio lavoro, e avevo raggiunto una certa stabilità, suonavo sia in Italia sia all’estero), mi alzai una mattina di ritorno da una tournée con l’orchestra filarmonica d’Abruzzo e mi dissi, okay, hai detto quello che dovevi dire, ora si ricomincia da un’altra parte. Avevo in mente una storia da tempo, suonavo e pensavo alle parole; ecco, quella sì, fu passione. La necessità arrivò dopo, spogliata del manto emotivo che imbriglia la scrittura. Oggi scrivo perché cerco di dare forma alle cose, è una necessità razionale. Stravinskij direbbe «far prevalere l’ordine sul caos».

In qualità di scrittore hai esordito nel 2017 con Le coccinelle non hanno paura per Morellini e, da pochi mesi, sei tornato in libreria con Sonno bianco per Hacca. Hai riposto le bacchette per impugnare la penna (metaforicamente), che cosa ha determinato questo cambiamento così drastico? E si può ritenerlo definitivo?
Credo di non averci pensato molto, è stata una decisione presa nello stesso modo in cui avevo mollato il tennis. Certo, in quella occasione ne fui costretto, ma quel cambio improvviso di direzione probabilmente esercitò su di me il fascino del sentirsi persi, svuotati, per cui concludo che in quel momento ne avessi bisogno. E poi in fondo io sono un esistenzialista, non c’è errore, ogni cosa si rivela nell’attimo in cui accade, e comunque anche da un errore può sempre nascere qualcosa di buono.

Pur avendo smesso di suonare la musica continua a svolgere un ruolo predominante nella tua vita e quindi nella tua scrittura. In Sonno bianco uno dei personaggi, Léon, è un musicista che dà lezioni di pianoforte al piccolo e talentuoso Mattia. La musica è utilizzata come terapia per il recupero dei pazienti in stato vegetativo come Bianca, la sorella gemella di Emma, che “dorme” da nove anni. Puoi provare a declinare il romanzo attraverso la sua colonna sonora?
Avevo in mente Sonno bianco come una sinfonia in cui il silenzio dovesse avere una parte importante e dove i movimenti fossero caratterizzati da un continuo riprendere e abbandonare il tema iniziale. Nello svolgersi della storia la musica si insinua lentamente in quei silenzi, nei vuoti dei personaggi, nel loro non dire, nel loro muoversi senza parlare, e questo mi sembrava interessante perché mi permetteva di esemplificare il cambiamento degli sguardi senza essere esplicito, che è ciò che la scrittura può fare con grande forza, proprio negando in parte la propria natura. C’è solo un momento in cui cito espressamente un brano musicale, ed è la Patetica di Beethoven, ma per il resto ho cercato di restare sul vago per evitare di ingabbiare il lettore e cadere nel rischio di diventare didascalico.

In tutto il romanzo, in realtà, incontriamo diverse forme di arte. Oltre alla musica c’è il teatro, con la controversa decisione di Emma di entrare in una compagnia teatrale. Ci sono i disegni di Emma che riempiono le bianche pareti della stanza dove giace Bianca, immobile e assente. C’è un disegno in particolare da cui sembra prendere inizio tutta la storia. C’è una scultura in creta, due mani con le dita intrecciate che nascondono un piccola pallina rossa. Che cosa ci può dire l’arte che le semplici parole non riescono ad esprimere?
C’è un celebre racconto di Carver, Cattedrale, in cui un uomo deve spiegare a un cieco come sia fatta una cattedrale. Bene, quest’uomo tenta di farlo con le parole, ma poi il cieco, non soddisfatto del risultato, gli chiede di disegnarla, appoggiando la mano sulla sua. Per me quella è una dichiarazione di poetica. Le immagini possono dire più delle parole perché raccontano meno. E detto da uno scrittore come Carver fa un certo effetto. Non ho la pretesa di dire ciò che Carver pensava davvero sull’argomento, ma è quello che a me è parso chiaro, e lo prendo per buono.
La scultura, nel romanzo, è la Cattedrale di Rodin, e quando mi sono ritrovato di fronte a quell’immagine – Sonno bianco ha preso vita da quell’immagine – ho capito che la sua forza di espansione era enorme e così ho cercato di decifrarla.
Le varie forme d’arte che compaiono nel romanzo non trasmettono emozioni o sentimenti, ma dicono di uno stato delle cose o di una possibilità di sguardo differente. Emma impara ad ascoltarsi attraverso ciò che Léon le dice sulla musica, il teatro la mette in contatto con il doppio di sé, dandogli vita e rendendolo accettabile, la Cattedrale esemplifica il dialogo muto tra Emma e Bianca.
Quindi, per rispondere alla tua domanda, ma questo è un punto di vista assolutamente personale e per questo anche non condivisibile, l’arte forse riesce a fare la cosa più difficile, e cioè a non spiegare le cose, ma a raccontarcele in un solo istante, in un linguaggio implicito che parla alla nostra mente più che al nostro cuore.

Se il tema centrale di Sonno bianco sembra essere la lunga e dolorosa esperienza del coma di Bianca, quasi subito ci si accorge che questo è un pretesto per declinare il complesso tema dell’assenza, il senso della colpa, la difficoltà del perdono, la forza della speranza, le dinamiche perverse che si agitano all’interno di una famiglia. Che cosa ne pensi?
Penso che tu abbia colto perfettamente la questione, il coma è un pretesto. Bianca, nel suo essere assente, diventa una presenza centrale con cui tutti devono fare i conti – questa era la sfida che mi interessava. Volevo sondare gli effetti del senso di colpa, quello che un sopravvissuto sviluppa come sindrome, e quello che gli altri, anche le persone più vicine a noi, possono alimentare più o meno consapevolmente. E poi, come dici tu, ci sono le dinamiche complesse, a volte perverse, che si declinano nei silenzi, soprattutto, e che soffocano le speranze e impediscono di concedere il perdono, prima che agli altri, innanzitutto a se stessi. E quando tutto questo si gioca nel rapporto tra mondo adulto e adolescenti, allora c’è la possibilità di uno sguardo multiplo che allarga il senso di ciò che accade.

Sei riuscito a restituire con semplicità e delicatezza la profondità di tutti i protagonisti della storia, ad eccezione forse di Valeria, la madre di Emma e Bianca. Una donna e una madre verso cui non si prova empatia, che si preferisce giudicare piuttosto che comprendere. È con questo modello di madre che hai voluto fare i conti?
Guarda, io la penso così: i personaggi di una storia non si giudicano, si osservano. Quando qualcuno giudica un personaggio sta rinunciando a comprenderlo, e spesso per ragioni di sovrapposizione. In questi casi mi viene sempre da chiedere se quello stesso personaggio non stia provocando il lettore a tal punto da costringerlo a prendere posizione, e non sempre si è disposti a farlo. Ed ecco che scatta la difensiva. Il discorso su Valeria è ambivalente. Da una parte avevo la necessità di creare all’interno della famiglia un contrappeso alla capacità di ascolto di Enrico, il padre; dall’altra, mi interessava un meccanismo che ho visto mettere in atto spesso, e cioè la trasformazione di un dolore in rabbia. Il dolore è sempre personale, difficilmente assume una connotazione collettiva, il dolore divide, più raramente unisce, ma se lo trasformi in rabbia puoi sfogarlo sugli altri, avendo l’illusione di liberartene. Ma appunto, è soltanto un’illusione.

Dedichiamo qualche parola all’editore Hacca. Come è avvenuta la scelta di questa piccola casa editrice marchigiana?
Be’, innanzitutto diciamo che mi hanno scelto loro (anche se in realtà avevo un’alternativa). Seguivo Hacca da tempo e mai avrei pensato di poter arrivare a pubblicare con loro. I loro libri hanno una caratteristica ben precisa, seppur eterogenei all’interno del catalogo – e questo è un grande pregio –, riescono a lavorare intorno a un’idea narrativa che scava attraverso un linguaggio sempre personale. Durante il lavoro di editing mi hanno messo di fronte alla mia storia in un modo nuovo e ne è uscito un testo che, senza essere stato minimamente snaturato, ha acquistato forza. Questo dovrebbe fare un editore, camminare insieme all’autore, rispettandolo, e questo Hacca lo fa con grande consapevolezza.
Come ci sono arrivato? Una lettrice a cui avevo mandato il testo per sottoporlo a uno sguardo esterno lo aveva trovato molto interessante e mi ha suggerito di provare a farlo leggere a Francesca Chiappa, che dopo qualche mese mi ha scritto dicendo che il romanzo era interessante e che avrebbe voluto pubblicarlo.

In questi mesi stai accompagnando Sonno bianco in giro per l’Italia, io stessa “vi” ho conosciuti a Roma alla libreria Assaggi, che nel frattempo ha completato la sua trasformazione in Tomo libreria caffè. La “tradizionale” presentazione dell’autore in una libreria, più o meno affollata, conserva ancora la sua efficacia in piena rivoluzione digitale come l’attuale, volendo riprendere il tema ampiamente esplorato da Alessandro Baricco nel suo recentissimo Game?
Dunque, qui la faccenda si fa complessa. Faccio un esempio. Recentemente ho presentato il romanzo in una libreria in cui è stata fatta una diretta integrale. A me in generale questa cosa non piace, e per molte ragioni che adesso non sto qui a spiegare, ma la serata era pessima, pioveva come se fossimo ai tempi di Noè e molti avevano disdetto. Risultato: poche persone in libreria, ma più di mille visualizzazioni con conseguenti complimenti in privato da gente di Catania. In più aggiungiamo che i lettori sono sempre meno – così dicono – e quando in libreria arrivano quindici persone sei contento, inutile raccontarci storie (certo, se sei un nome che conta o sul quale la major ha puntato è un altro discorso, ma qui sto parlando di comuni mortali come me). Quindi, che senso ha investire tempo, soldi, energie in spostamenti che non sempre ripagano in termini di copie vendute? Semplice, si incontrano le persone, riaffermando con forza l’insostituibilità degli sguardi e la necessità di avere un corpo e una voce reali.
Ti faccio un esempio. Anni fa capitai a Ravenna e per caso nell’unica sera in cui pernottai in città davano al Dante Alighieri una commedia di Jasmina Reza, Art, con Alessandro Haber, Alessio Boni e Gigio Alberti. Fu incredibile, uscii con i crampi allo stomaco per le risate. Un anno dopo iniziai a sentire nostalgia di quella serata e cercai lo spettacolo per capire se fosse ancora possibile vederlo da qualche parte. Niente, ormai il tour era terminato. Mi dissi, c’è You Tube! Sai cosa è successo? Ho visto la commedia a video e la delusione è stata profondissima, nessuna empatia con i personaggi, solo un vago senso di familiarità assolutamente asettica. La rivoluzione digitale funziona per i contenuti, per la velocità con cui vengono trasmessi e tutto quello che ci sta dietro e che Baricco spiega bene nel suo Game, cambia il mondo, e quindi le persone, ma c’è poco da fare, gli incontri interpersonali ne vengono depotenziati. Parlavo recentemente con un professore dell’università Bocconi e mi diceva che loro ancora fanno incontri e conferenze recandosi all’estero, quando potrebbero tranquillamente usare i computer. Certo, in alcuni casi vale comunque la pena collegarsi via internet, ma l’efficacia di una stretta di mano non credo sarà mai sostituibile.

Prima di essere uno scrittore si è (o dovrebbe essere) un lettore. Tu che tipo di lettore sei?
Sono un lettore lento, analitico, molto esigente con me stesso. Se devo leggere un libro per il piacere di leggerlo, devo farlo la seconda volta. Quando inizio un romanzo ho sempre accanto a me matite colorate e un quaderno. Sottolineo con colori diversi, faccio schemi, trascrivo. È l’unico modo che conosco per far sì che il testo mi rimanga, altrimenti lo dimentico. Questa è la ragione per cui leggo al massimo una ventina di romanzi all’anno, quando va bene.

Qual è la tua libreria ideale?
In questo periodo sto girando molto per tutta Italia e ho l’occasione di entrare in molte librerie. Devo dire che la combinazione più accattivante, ormai mi pare peraltro abbastanza consolidata, è quella libri-caffetteria disseminata di tavolini e poltrone sfondate. Da grande consumatore di cappuccino e dolciumi vari, sedermi a stomaco pieno e iniziare a leggere è una cosa che mi dà sempre particolare piacere. Sono stato recentemente a Firenze, alla libreria La Cité, e mi ha affascinato per l’atmosfera accogliente e il via vai. Ho visto entrare personaggi degni di nota, musica in sottofondo, un soppalco con tavolini rotondi e legno ovunque, non il massimo se uno cerca pace e tranquillità, ma estremamente stimolante.

Che cosa c’è da leggere sul tuo comodino?
Sul mio comodino c’è una pila di libri che attentano alla mia vita durante la notte perché arriva a metà parete e se un giorno dovesse franare ne rimarrei sommerso durante il sonno. Al momento sto leggendo Goodbye, Columbus di Philip Roth e Vedere voci di Oliver Sacks.

Stefano Corbetta è nato a Milano nel 1970. Interior designer, collabora con il quotidiano «Il Cittadino di Lodi», per cui scrive articoli e recensioni. Dopo una lunga esperienza come musicista jazz, si dedica per qualche anno al teatro, per poi approdare alla scrittura. Ha esordito con il romanzo Le coccinelle non hanno paura (Morellini, 2017), ed è tra gli autori dell’antologia Lettera alla madre (Morellini, 2018). Sonno bianco (Hacca, 2018) è il suo secondo romanzo.