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RACCONTI ITALIANI #2 Intervista a Elvis Malaj, un cantastorie che diventa scrittore

RACCONTI ITALIANI – rubrica dedicata al racconto italiano contemporaneo

*L’immagine di copertina è un’illustrazione di Alessandro Ripane

di Emanuela D’Alessio

Elvis Malaj, albanese di nascita, vive in Italia (attualmente a Padova) da quando aveva quindici anni. La sua “voce” è come l’acciottolìo di pietre che scivolano giù da un pendio, è una voce che non prende mai fiato, che rimbalza da una parola all’altra. E nonostante l’intercalare da “carrettiere” (chissà se lo fa apposta per scandalizzare o gli viene naturale), noi non smettiamo di ascoltare.
Elvis Malaj ha ventisette anni, ha imparato l’italiano guardando la tv, è diventato lettore leggendo in italiano, ma il suo è un italiano «sporco, spurio, meticcio», perché pur avendo tradito la lingua di origine «un immigrato in fin dei conti è uno che pensa a sé stesso», non è riuscito ad assorbire fino in fondo quella nuova.
A Bajze, dove è nato, non esiste nemmeno una libreria, non ha mai letto un libro o parlato di libri con gli amici, perché era «roba da froci».
Non sente di avere qualcosa di importante da dire, ma semplicemente di avere delle storie. «Sono un cantastorie, scrittore mi hanno fatto diventare quelli di Oblique». Quelli di Oblique sono Leonardo Luccone ed Elvira Grassi che a loro volta hanno convinto gli editori di Racconti Edizioni a pubblicare la raccolta di racconti Dal tuo terrazzo si vede casa mia.
«Penso che i ragazzi di Racconti siano dei pazzi. Poi, tenendo conto che neanche io sono uno tanto a posto, c’è il rischio che venga fuori qualcosa di buono».
Qualcosa di buono è già venuto fuori, visto che Elvis Malaj è il primo autore italiano della casa editrice romana specializzata in short stories, fino a oggi rigorosamente internazionali. Ha ultimato il suo primo romanzo Il mare è rotondo, in cerca di editore.

Elvis Malaj

Sei nato in Albania e vivi a Padova, dopo essere passato da Alessandria e Belluno. Nel racconto Il lupo della steppa (nel tuo libro Dal tuo terrazzo si vede casa mia) alla domanda «come ti trovi in Italia?» il protagonista Çoban risponde: «Trovarsi bene o meno in un posto non dipende dal posto, dipende da te. Ovunque vai ti porti sempre dietro qualcosa che alla fine rende ogni posto uguale a un altro. Potrei anche rispondere alla sua domanda, ma non significherebbe niente. Tradirei semplicemente la mia capacità di trovarmi bene o male in Italia». Che cosa ti sei portato dietro fin qui, in Italia?
Ce l’hai presente quell’idea romantica del ricominciare? Andare alla stazione, salire su treno e partire, andare lontano, non importa dove, in una nuova città, una nuova vita, lasciarsi tutto alle spalle e ricominciare. Magari addirittura in un altro paese, imparare una lingua nuova, costruirti una vita tutta da capo, come piace a te, senza ripetere gli errori fatti. Abbandonare una vita logora e stantia in direzione di qualcosa di nuovo, ributtarsi nella mischia e cercare di cogliere l’occasione, avere il coraggio di salire su quel cazzo di treno perché la vita è solo tua e puoi farne quello che vuoi (la senti, la senti l’eccitazione?). Ecco, per me questa cosa non ha mai funzionato. Non solo quando ho cambiato città, ma anche quando ho cambiato paese. Tutte le volte che ho ricominciato non ho mai veramente ricominciato. La mia vita è un copione che continua a ripetersi, magari i luoghi e le persone sono diversi ma il copione rimane sempre lo stesso. Cambiando paese non ho cambiato un bel niente. Secondo me la risposta di Çoban significa questo. E allora come si fa a ricominciare? Ricominciando da sé stessi. Ma come? Non lo so, non me l’hanno ancora insegnato. Che cosa mi sono portato dietro fin qui? Non so rispondere.

Ti sei convinto e hai convinto di essere uno scrittore e nel frattempo hai accumulato le occupazioni più disparate. Dici che stai cercando di smettere, di lavorare?
Quello che sto cercando di smettere non è di lavorare, ma di continuare a fare lavori di merda. Tutti i lavori che ho fatto finora, a parte scrivere, sono tali. Quindi, cercare di farla finita con lavori che non mi soddisfano non è mica un’idea malvagia. Solo che sappiamo bene che per arrivare al punto in cui uno scrittore possa vivere di sola scrittura ce ne vuole. Porca puttana, ho sbagliato mestiere.

«Scrivere è il modo più accessibile di raccontare storie» hai spiegato in occasione della presentazione a Roma del tuo libro. Quindi raccontare storie, per te, è una conseguenza di cosa: vocazione, necessità, casualità?
È la soddisfazione di un bisogno naturale, fisiologico, come scopare o mangiare. Non sento di avere qualcosa di importante da dire. Ho semplicemente delle storie, sono appassionato di storie. Le vedo, sono tutt’intorno a me. Magari io e te ascoltiamo e vediamo la stessa cosa, però io sono capace di vederci una storia, per quanto inutile e banale possa essere l’oggetto della nostra osservazione. E mi piace raccontarla. Sono un cantastorie. Adesso sarò un po’ melenso, ma il sorriso che riesco a strappare alle persone quando leggo un mio racconto mi fa veramente godere.

Come sei riuscito a convincere «quelli di Oblique» che sei uno scrittore?
Con il racconto Mrika, che è stato scelto in una delle serate di 8×8 di qualche anno fa. La verità è che non li ho convinti. Sono stati loro che sono riusciti a scorgere in me uno scrittore. Ma ancora non lo ero, loro mi hanno fatto diventare scrittore.

Hai pubblicato Dal tuo terrazzo si vede casa mia con Racconti edizioni, la giovanissima e agguerrita casa editrice romana che ha iniziato con te a pubblicare anche autori italiani, rigorosamente di racconti. Un esordio importante, sia per te, sia per loro. Che cosa ne pensi?
Esordire con un esordiente, in un mercato come il nostro, con una raccolta di racconti, prendendo un albanese e spacciandolo per italiano. Penso che i ragazzi di Racconti siano dei pazzi, e mi fa veramente piacere che lo siano. Poi, tenendo conto che neanche io sono uno tanto a posto, c’è il rischio che venga fuori qualcosa di buono.

Quando sei arrivato in Italia avevi quindici anni e già conoscevi l’italiano abbastanza bene. La tua scrittura nasce direttamente in italiano? E, se è così, che cosa vuol dire esprimersi in una lingua diversa dalla propria?
La mia scrittura nasce in italiano perché sono diventato un lettore leggendo in italiano. Cosa vuol dire? Niente, fai diventare la nuova lingua la tua lingua. Sa di tradimento? Sì, un po’ lo è. Un immigrato, in fin dei conti, è uno che pensa a sé stesso. Ma a parte questo, non assorbi mai la nuova lingua fino in fondo, e non riesci a separarla del tutto dalla lingua madre. Quindi il tuo non è italiano, è il tuo italiano. Un italiano sporco, spurio, meticcio.

Sei tornato in Albania solo tre volte in circa dieci anni dalla tua partenza, eppure le tue storie raccontano quasi sempre del tuo paese, attraverso i personaggi, i luoghi della tua infanzia. Di che cosa si tratta? Nostalgia, elaborazione di un distacco, riconciliazione con le proprie origini?
Non si tratta di nessuna di queste cose. Come scrittore, penso di avere un buon rapporto con l’Albania, c’è un ottimo equilibrio tra dare e avere. E forse sono lo scrittore albanese più albanese che ci sia in circolazione. Come persona, invece, come figlio di quella terra, è un altro paio di maniche, in questo caso la storia è un po’ più complicata. Il rapporto padre-figlio non è mai stato semplice. Comunque sia, che ti piacciano o meno, i tuoi genitori rimangono sempre i tuoi genitori.

La mia conoscenza della letteratura albanese si limita a Ismail Kadare, ormai 81enne, uno dei pochi tradotti in Italia. Puoi citarne altri, provando a spiegarci il perché della scarsa diffusione oltreconfine delle loro opere?
Ti dico la verità, pure la mia conoscenza della letteratura albanese è limitata. Ma un paio di nomi te li faccio: Gazmend Kapllani, che ha scritto un romanzo sull’immigrazione, Breve diario di frontiera (i romanzi sull’immigrazione di solito non mi piacciono ma il suo mi è piaciuto), e Ornela Vorpsi, perché sa scrivere. Sul motivo della scarsa diffusione non ti so dire, bisognerebbe fare un’analisi come si deve. Ti posso dire però che gli scrittori albanesi in Francia vanno di più.

Scrittori e libri non possono fare a meno delle librerie, l’anello più debole della filiera editoriale. Lo è in Italia senza dubbio, ma qual è la situazione delle librerie in Albania?
In Albania non ne parliamo. Manca proprio la cultura e la coltura del libro e delle librerie tra i giovani. Non leggono. Quando ero in Albania neanche io leggevo, non ho mai parlato con un amico di libri, e a Bajze non c’era nemmeno una libreria. I libri venivano visti come roba da froci. Con i miei amici parlavo di cose importanti, parlavamo di fica, anche se poi nessuno di noi scopava. Mi auguro che in questi anni qualcosa sia cambiato.

Qual è la tua libreria ideale?
La mia libreria ideale è una libreria piena di persone.

Prima di scrivere si deve (o dovrebbe) leggere. Qual è stato ed è il tuo percorso di lettore?
Il mio periodo più intenso di lettore è stato quello iniziale, quando è scattata la fiamma, e ho letto autori di fine Ottocento-inizio Novecento, tipo Kafka, Svevo, Čechov, Schnitzler, Pirandello, Tozzi, Hesse eccetera. Invece quello attuale è un po’ a caso, leggo di tutto senza un nesso logico.

Che cosa c’è da leggere in questo momento sul tuo comodino?
Paolo Nori, Bassotuba non c’è.

Leggi L’autobiografia del personaggio che poi sarei io

RACCONTI ITALIANI #1 – Intervista a Ade Zeno

RACCONTI ITALIANI – rubrica dedicata al racconto italiano contemporaneo
Racconti italiani è il titolo del libro di John Cheever, pubblicato da Fandango nel 2009 (traduzione di Leonardo G. Luccone), che raccoglie i racconti scritti in Italia dal celebre scrittore americano.  La nuova rubrica ospita racconti italiani e le interviste agli autori. Scegliamo testi già pubblicati e che ci sono piaciuti.

di Emanuela D’Alessio

L’autore del racconto La città dei bambini fantasma si chiama Ade Zeno. Torino è la sua città, «ci sono nato, ci vivo, quasi certamente sarà qui che morirò». Scrive forse per egoismo, noia, «al limite per disperazione», ma il suo lavoro è cerimoniere al Tempio Crematorio di Torino, «un lavoro molto delicato» che ti costringe ad assorbire il dolore altrui.
Ha fondato la rivista letteraria Atti Impuri e con il collettivo Sparajurij ha fatto «cose pazzesche per quindici anni».
Ha sempre amato Il piccolo principe di Antoine Saint-Exupéry (da cui trae ispirazione La città dei bambini fantasma). Tra i fondamentali ci sono Kafka e Borges, di quest’ultimo deve leggere almeno una frase ogni giorno. Però il suo prediletto è Roberto Bolaño e il libro più grande, assicura, lo ha scritto Miguel de Cervantes.

Ade Zeno

Sei nato a Torino, hai pubblicato due romanzi e numerosi racconti, hai fondato la rivista letteraria Atti impuri, lavori come cerimoniere al Tempio Crematorio di Torino. Cominciamo da qui, da questo lavoro inusuale, ma anche un lavoro come un altro. Come si diventa cerimoniere di un cimitero? Per concorso, per chiamata diretta, per caso o per rincorrere un desiderio?
È andata più o meno così: dopo anni di lavoro all’Università come borsista e assegnista di ricerca, un bel giorno sono finiti i fondi e tanti saluti a una carriera accademica peraltro mai desiderata. A due passi dal baratro salta fuori questo caro amico, da tempo impiegato alla Società per la Cremazione di Torino, che deve trasferirsi all’estero per motivi personali e ha bisogno di trovare un sostituto. Il mio curriculum è piuttosto in linea con il profilo richiesto perché durante l’iter universitario, fra le mille altre cose, mi sono occupato di tanatologia. Il colloquio con il direttore del tempio va bene (fra l’altro scopro che è un lettore accanito, quindi passiamo il tempo a parlare di libri), inizio il percorso di formazione e vengo assunto. Insomma, così su due piedi risponderei che si diventa cerimonieri per chiamata diretta.

Quali sono le mansioni di un “cerimoniere” e qual è il rapporto, nel caso ci fosse, con la tua scrittura?
Per rispondere in modo esaustivo dovrei impiegare almeno un paio d’ore. Molto schematicamente: un cerimoniere deve occuparsi di organizzare e presiedere quotidianamente una certa quantità di funerali laici. Al Tempio Crematorio di Torino succede in media fra le dieci e le venti volte al giorno. I luttuanti arrivano lì, nella Sala del Commiato, per accompagnare il defunto prima della cremazione, e chiedono di poter tributare l’ultimo saluto. Ci si raccoglie intorno al feretro e si ha la libertà di scegliere come commemorarlo. Alcuni scelgono il silenzio, altri la musica, altri ancora letture (poesie, salmi, lettere e così via). Il mio compito è quello di fare in modo che questo momento assuma un senso e soprattutto una forma, nella maggior parte dei casi scegliendo io stesso i testi più adeguati alla situazione. È un lavoro molto delicato che ti costringe a un confronto costante con l’altrui dolore. Un dolore che assorbi e amministri anche se non è il tuo. Un paio di giorni dopo il funerale presiedo la funzione di consegna dell’urna cineraria, altro momento delicatissimo in cui i parenti del morto devono confrontarsi con la trasformazione del corpo: un trauma terribile. Raccontato così sembra complesso. In realtà lo è molto di più. Per rispondere alla seconda domanda, non so dire quale rapporto ci sia tra il mio mestiere e la scrittura. Sicuramente l’ambiente in cui lavoro somiglia molto a uno scrigno pieno di storie. Basta fare una passeggiata fra loculi e cellari per rendersi conto dell’enorme quantità di narrazioni che si nascondono dietro quelle migliaia di lapidi. Ogni foto, ogni iscrizione racconta qualcosa. Nell’ultimo anno ho lavorato su un romanzo ambientato proprio lì. Non so cosa ne farò, qualcuno lo sta leggendo, magari uscirà, magari no.

La tua scrittura è una conseguenza di cosa: vocazione, necessità, casualità?
Si scrive per egoismo, per noia. Al limite per disperazione. Ma soprattutto perché a fare i bombaroli si dà molto più nell’occhio.

Soffermiamoci sul tuo racconto La città dei bambini fantasma, una storia colma di metafore, una fiaba dalle tinte fosche, un’ambientazione dai confini remoti e indistinti. Ci vogliono tredici settimane per raggiungere la Città nera seguendo le istruzioni di un mercante di Tunisi, di contrabbandieri algerini, di una tenutaria di Aleppo, di un predone berbero. Un luogo dove si perde l’anima e si assumono «le sembianze di fanciulli gracili e biondi», dove si rabbrividisce. Il risultato è stupefacente, per un racconto da diecimila battute. Ci aiuti a decrittare un testo così essenziale e denso al tempo stesso?
L’idea di fondo è partita dalla storia di Saint-Exupéry, o meglio dalla fine della sua storia, quell’ultimo volo da cui non è mai più tornato.  Ho sempre amato Il piccolo principe: un libro lunare, terribile, profondamente inquieto, che parla di solitudine e termina con un suicidio. Quel bambino biondo apparso dal nulla continua a turbarmi, certe pagine mi commuovono ancora oggi, a distanza di oltre trent’anni dalla prima lettura. Diciamo che con la storia dei bambini fantasma ho provato a giocare con quest’atmosfera sospesa infilandoci dentro alcune fra le mie tante ossessioni. La perdita della memoria, per esempio, o il desiderio di oblio, giusto per spolverare le più evidenti. Non ho impiegato molto a tirar giù la prima stesura. Con Leonardo Luccone ho poi lavorato di fino eliminando i fronzoli linguistici, i miei tanti, insopportabili, tic letterarieggianti. Lui mi dice taglia qui, taglia lì, togli tutta questa inutile merda. È un editor severissimo, non gli sfugge mezza virgola. Se la versione definitiva del racconto mi piace abbastanza, è solo merito suo.

Hai all’attivo due romanzi e numerosi racconti. Hai pubblicato con due piccoli editori e dopo svariati rifiuti. Che cosa dovrebbe cambiare, se c’è qualcosa da cambiare, nel viaggio di un manoscritto verso la libreria passando per un editore? E mi riferisco volutamente soltanto alla categoria “libro cartaceo”.
Devo essere onesto, non so proprio rispondere a questa domanda. Io scrivo, leggo, ogni tanto mi imbatto nelle infinite discussioni sui destini del libro e sulle difficoltà dell’editoria, ma lo faccio da turista, vale a dire in modo vergognosamente superficiale. In rete spopolano analisti molto più bravi di me a individuare criticità e possibili soluzioni. È vero, i miei manoscritti hanno collezionato – e quasi certamente continueranno a collezionare – quantità esorbitanti di rifiuti. All’inizio ci restavo male, ora mi limito a sorridere con malinconia. Però gli editori fanno il loro mestiere, io mi occupo di altro. Certo, a libro uscito ti piacerebbe che lo leggessero in tanti, e non è assolutamente il mio caso. Ho il sospetto di aver venduto pochissimo. Ma No Reply e Il Maestrale non avevano uffici di stampa potenti, e poi si sa che nel giro di pochi mesi un libro sparisce dagli scaffali, ammesso che riesca ad arrivarci. La quantità di novità è enorme, emergere dal ginepraio un terno all’otto. Senza contare il fatto che magari hai scritto un libro poco interessante, e allora è soltanto colpa tua.

Hai fondato insieme al collettivo Sparajurij la rivista letteraria Atti impuri, dal 2010 anche in versione cartacea. Qual è il suo stato di salute attualmente e delle riviste letterarie in generale?
Quella di Atti impuri è stata un’esperienza bella, addirittura esaltante. Ai tempi la situazione delle riviste cartacee era un po’ in stallo, c’erano molti blog, molti siti, ma mi sembrava importante tornare a proporre qualcosa di più libresco. Quando ero ragazzetto ne esistevano a bizzeffe, ricordo con particolare affetto Addictions, faceva cose bellissime. La dirigeva Leonardo Pelo, un pazzo entusiasta, che fra l’altro è stato il mio primo editore, praticamente l’unico a credere in quello che scrivevo. Tornando a noi, alla base c’era l’idea di creare un luogo fisico in cui convergessero le voci più impure della narrativa e della poesia contemporanea, esordienti e non. Una sorta di mappatura dello stato di salute della forma racconto e della ricerca linguistica in generale. Abbiamo pubblicato inediti di autori diversissimi fra loro, anche da un punto di vista generazionale, ma tutti di massimo livello. Fra gli stranieri William Cliff, Herberto Helder, Durs Grünbein, John Giorno. Il mio grande orgoglio è stato quello di pubblicare la prima traduzione assoluta di alcune poesie dell’Estridentismo messicano. Mi sembra che negli ultimi anni siano spuntate fuori molte altre riviste degne di nota, anche se tra mille difficoltà. Per quanto riguarda la nostra, però, credo che il suo ciclo sia ormai concluso. Non abbiamo più tempo né energie da dedicare a un progetto tanto ambizioso. Ma è fisiologico, niente di male. Nel nostro piccolo abbiamo fatto un buon lavoro, ne sono convinto.

Qual è o dovrebbe essere il ruolo delle riviste letterarie: palestre di scrittura, trampolini di lancio per esordienti, luoghi culturali alternativi, rifugio per disillusi?
Direi le prime tre. I disillusi possono rifugiarsi un po’ ovunque, non mi preoccuperei troppo per loro.

La forma racconto in Italia non sembra godere di particolare successo.  Eppure nemmeno un anno fa è nata a Roma una casa editrice (Racconti edizioni) che ha puntato tutto sui racconti e sta andando molto bene. I due giovani editori sono un’eccezione inspiegabile o hanno semplicemente smascherato un pregiudizio infondato?
Sono felicissimo del fatto che un progetto del genere sia in circolazione e stia avendo fortuna. Credo si tratti comunque di un successo circoscritto, non molto competitivo rispetto ai cosiddetti grandi numeri. Quindi no, non penso che abbiano smascherato un pregiudizio infondato, almeno non ancora; però stanno lavorando nella giusta direzione, spero con tutto il cuore che riescano ad andare avanti. Da lettore sono particolarmente grato alla forma breve o brevissima. Comprimere mondi nel minor spazio possibile, giocarsi il tutto per tutto in un solo gesto potenzialmente perfetto: è un azzardo che mi affascina anche come scrittore. Pensa a Charms, al Manganelli di Centuria, a Örkény, a Wilcock, oppure a quel libriccino di Thomas Bernhard, perfido e delizioso, EreignisseLa lotteria di Shirley Jackson è un vero gioiello, bisognerebbe impararlo a memoria. Potrei continuare a lungo. Lʼanno scorso ho letto una raccolta incredibile, Il paradiso degli animali, opera prima di David James Poissant. Lo hanno pubblicato i ragazzi di NN, bravissimi anche loro a scovare diamanti.

Torino appare sempre di più fucina letteraria, con l’indiscusso Salone del Libro che ha retto alla sfida milanese, con il Premio Calvino e la scuola Holden da dove escono di tanto in tanto voci interessanti, con scrittori (torinesi di nascita o adozione) che arrivano all’esordio in libreria senza sfigurare. Qua è la tua visione, particolare e globale, della città?
Torino è la mia città, ci sono nato, ci vivo, quasi certamente sarà qui che morirò. Mi piace parlarne male, ma non riesco a immaginare un luogo geografico in cui preferirei risiedere. Forse quando sarò abbastanza vecchio e arreso mi trasferirò in una località di mare molto appartata, possibilmente abitata da indigeni che non parlino la mia lingua. Ma ci penserò più avanti. La mia formazione umana e letteraria si è consolidata qui, i legami più sinceri sono tutti torinesi. Non sono un tipo mondano, né frequento salotti, che in genere mi mettono molto a disagio. Insomma tendo a starmene per i fatti miei. Il Salone del Libro è un evento importante, sono felice che esista, ma ci passo sempre solo di sfuggita, giusto per ritrovare qualche vecchio amico. Nel complesso tutta quella confusione mi agita terribilmente. Stesso discorso per quanto riguarda il Premio Calvino e la Holden: è un bene che esistano, ma a me non cambiano nulla. Però è vero che negli ultimi anni questa città si è configurata sempre più come luogo in fermento: incontri, serate, laboratori, slam, ce n’è per tutti i gusti. Se fossi meno orso me ne starei sempre in giro. Però posso dirti che, per quanto riguarda il mio percorso da scribacchino, l’esperienza più importante è stata collettiva. Parlo dell’incontro con il gruppo Sparajurij: un manipolo di ragazzetti boriosi e disincantati con cui ho condiviso oltre quindici anni di cose pazzesche germinate negli angusti corridoi dell’Università per poi dilagare ovunque. Auguro a chiunque la fortuna di poter sguazzare in un contesto del genere.

Scrittori e libri non possono fare a meno delle librerie, l’anello più debole della filiera editoriale. La Torino libraria è altrettanto vitale come quella letteraria? E qual è la tua libreria ideale?
Direi di sì. Torino è popolata di piccole, spesso meravigliose, librerie indipendenti. Luoghi abitati da esseri eroici e paradossali con cui puoi passare ore a parlare di libri senza annoiarti mai. La mia libreria ideale è esattamente così: un posto tranquillo, illuminato bene, portato avanti da pazzi furiosi e appassionati. Arrivi lì con un titolo da ordinare e ne esci con tre di cui ignoravi l’esistenza.

Prima di scrivere si deve (o dovrebbe) leggere. Quali sono stati e sono i tuoi percorsi di lettore?
Non sono un grafomane, sono piuttosto pigro, quindi scrivere è per me motivo di grande frustrazione. Insomma, preferisco aver scritto. In compenso credo di essere un buon lettore. Credo che un elenco ragionato del mio percorso personale risulterebbe noioso, ma posso mettere sul piatto alcune presenze per me fondamentali.  Kafka, senza dubbio, ogni sua parola è un piccolo miracolo. E poi Borges, di cui devo leggere almeno una frase al giorno. Non importa quale, basta aprire un volume a caso, trovo sempre qualcosa che mi fa stare bene. L’altra sera mi sono imbattuto in quella prosa fantasmagorica, Una oración, che termina così: “Voglio morire del tutto; voglio morire con questo compagno, il mio corpo”. Da sette o otto anni sono molto amico anche di Roberto Bolaño. Il libro più grande, però, lo ha scritto Cervantes. Invidio chiunque si trovi nella felice condizione di non averlo ancora letto e di avere la possibilità di farlo.

Che cosa c’è da leggere in questo momento sul tuo comodino?
Qualche settimana fa mi sono imbattuto in un autore neozelandese che non avevo mai sentito nominare, Maurice Shadbolt. Il libro si intitola Le acque della luna, edito da Feltrinelli nel 1962 e fuori catalogo da tempo. Con una rispolverata alla traduzione andrebbe assolutamente ristampato, sono quasi tutti racconti notevoli. Adesso invece sto leggendo Antoine Volodine, Terminus Radioso, dopo aver amato moltissimo Angeli minori e Scrittori. Anche a lui voglio abbastanza bene. Ma meno che a Bolaño. Ragionando in termini affettivi, Roberto è in assoluto il mio prediletto.

Leggi il racconto La città dei bambini fantasma

I consigli dei Serpenti per l’estate 2017: Rossella Gaudenzi

Rossella Gaudenzi consiglia:

In un’estate in cui desidererei, ancor più degli anni passati, essere lambita dal freddo delle latitudini scandinave, ho scelto di ripercorrere il catalogo Iperborea alla ricerca di un titolo tra i più amati di sempre, L’imperatore di Portugallia del premio Nobel Selma Lagerlöf (1858-1940), la scrittrice svedese più nota al mondo. Custode delle memorie, delle tradizioni e delle saghe delle sue genti, Selma Lagerlöf costruisce la storia amara del bracciante di fine Ottocento Jan Andersson, che fa della paternità e della figura della figlioletta la sua ragione di vita.
«Per quanto vecchio diventasse, Jan Andersson di Skrolycka non poté mai stancarsi di raccontare di quel giorno in cui la sua bimbetta era venuta al mondo». Jan costruisce però una realtà parallela e sull’orlo della follia trasfigura l’esistenza meschina della sua famiglia raccontandosi belle favole irreali, in un gioco di equilibrismi tra sogno e verità.

Conquistata definitivamente dalle raccolte di racconti e dalla casa editrice Racconti Edizioni scelgo per l’estate una delle due ultime uscite, Eudora Welthy e le diciassette storie che danno vita a Una coltre di verde. Opto quindi, citando il titolo della recensione che al libro dedica la scrittrice (di racconti) Rossella Milone, per “l’umanità sgangherata alla periferia del Mississippi”.

Per i piccoli lettori ma non troppo, un classico e una nuova uscita da mettere nella valigia delle vacanze.
La coerenza mi porta a cercare una storia di divertimenti, di bambini tra fredde acque e si ferma su un capolavoro di un’autrice che ha tenuto generazioni di ragazzi con gli occhi incollati alle pagine delle sue storie avventurose: Astrid Lindgren, Vacanze all’isola dei gabbiani (Salani Editore).

Come è accaduto a Pinocchio e Lucignolo, a Hansel e Gretel o a Clara e Hans all’inseguimento del principe Schiaccianoci, Quanti pasticci, Ricottina! opera prima di Roberta Mastruzzi (Einaudi Ragazzi, Storie e Rime) trascinerà lettori bambini e adulti nell’irresistibile universo dei dolci, fatto di personaggi bizzarri a metà tra l’umano e il fantastico. Nel mondo di Ricottina i sentimenti più nobili albergano in personaggi fatti di dolciumi e i sentimenti più biechi in quelli in carne ed ossa. Ricottina, quasi interamente umana ma con mani e piedi di ricotta, è una piccola eroina del nostro tempo: sfida e vince i più temibili e irriducibili nemici, che sono le sue paure. Una storia fiabesca scritta con grazia, stile e intelligenza.

Racconti edizioni, una casa editrice da tenere d’occhio

di Emanuela D’Alessio

Uno scrittore che presenta due editori è già una notizia, ma se lo scrittore è Luciano Funetta, candidato allo Strega con il suo romanzo di esordio Dalle rovine (Tunué, 2015), la notizia è anche interessante. Se gli editori, infine, sono quelli che hanno fondato la prima casa editrice italiana dedicata esclusivamente ai racconti, la notizia diventa irresistibile.
Stiamo parlando di Stefano Friani ed Emanuele Giammarco che il 24 novembre alla libreria Assaggi di Roma (a San Lorenzo) hanno conversato con Luciano Funetta della loro casa editrice Racconti Edizioni e di molto altro.

Stefano Friani

Stefano Friani

Oggi riprendiamo il discorso con Stefano Friani.

Il racconto non va considerato come genere letterario” ma come forma”. Esattamente che cosa significa?
Il racconto, come il romanzo, la poesia o il saggio, è una forma letteraria. Esistono racconti di genere horror, fantascientifico, erotico e così via. Sono due cose diverse, forma e genere. La forma è la cornice strutturale, l’impalcatura del testo, il genere una sua particolare declinazione. Ma se vogliamo possiamo estendere questo ragionamento, chessò, anche ai film o altrove: il lungometraggio è la forma; Re-Animator 2 è un lungometraggio di genere splatter.

Racconti edizioni nasce circa sette mesi fa. Avete pubblicato fino a oggi sette libri e ce ne sono altrettanti in lavorazione per il 2017. Si può fare un primo bilancio?
Si può fare, ma non so quanto sia la persona più adatta a farlo. Utilizzando un anglismo da pronunciare con smaccato accento meneghino, siamo stati letteralmente overwhelmed dalla risposta dei lettori, dei librai, degli operatori del settore, dai semplici amici che magari leggono un paio di libri l’anno e improvvisamente si sono trovati coinvolti, loro malgrado, nell’assistere alla nascita di una casa editrice. Travolti come siamo da questo fiume di passione, siamo difficilmente in grado di essere obiettivi.
Sicuramente c’è un movimento positivo attorno alla casa editrice e mi piacerebbe dire anche attorno al racconto in sé, con tante realtà (scusate la parola, la aborro anche io per solito) che hanno scelto questa forma come loro centro gravitazionale: penso a Cattedrale, Effe, 8×8, Colla, The Flr e tante che mi sto dimenticando.
Siamo convinti che leggere più racconti, siano quelli di Poissant o di Antrim o quelli di Faye e Tyrewala, giovi alla causa del racconto e indirettamente anche a noi, e faccia bene, in assoluto, proprio ai lettori e alle loro esperienze di lettura.

Fondare una casa editrice è considerata di per sé una scelta azzardata, se poi quella casa editrice è dedicata esclusivamente ai racconti, dall’azzardo si passa facilmente alla follia nell’opinione generale. Voi invece come la vedete?
Siamo abbastanza d’accordo con questa visione, ciò che aggiungerei è che si tratta di una follia ben ponderata e molto, molto studiata. Quando abbiamo deciso di fondare la casa editrice non ci era ancora chiaro che sarebbe stata Racconti, cercavamo un progetto e fino a quel momento ne avevamo uno piuttosto vagheggiato. Quando ci si è palesata l’intuizione di farla essere una casa editrice di soli racconti, allora ci siamo buttati a capofitto in un tentativo di onniscienza sulla forma racconto impossibile e dannoso per la salute. Poi sono venuti gli studi economici, il business plan visto e rivisto, per mesi.
Un nuovo editore deve idealmente fare una cosa sola: rendere disponibile qualcosa che prima non c’era. Creare un pubblico di lettori e fornirgli qualcosa a cui prima non avevano accesso. I racconti facevano esattamente al caso nostro. E come ci è stato confermato dai nostri primi mesi di attività, una casa editrice del genere semplicemente mancava. Non oserei dire che serviva, ma sicuramente non c’era. 

logo-racconti-edizioni

Tutti parlano di crisi del racconto, di forma letteraria minore, di editori che si rifiutano di pubblicare racconti perché tanto nessuno li legge. Sono solo luoghi comuni o esiste effettivamente un problema racconto”? Riprendendo il titolo dell’articolo di Vanni Santoni su VICE Magazine: perché in Italia abbiamo paura dei racconti?
Ho provato a dirlo altrove, non so con quanto successo: in Italia abbiamo una augusta tradizione di racconti, senza andare a scomodare Boccaccio, ma la forma breve privilegiata da sempre a scuola e all’università è la poesia. Nelle antologie scolastiche si leggono sempre stralci di romanzo e quasi mai racconti. Quando andava di moda la pubblicazione delle short stories sui giornali in Gran Bretagna e Stati Uniti, noi seguivamo i francesi con i romanzi d’appendice. Inoltre, ci si è messo il malcostume editoriale di snobbare le raccolte di short stories e tramutarle, quando possibile, in pseudoromanzi abborracciati, facendo il male dell’autore e dell’opera in questione. Eppure se pensiamo a Tondelli, Landolfi, Manganelli, Malerba, D’Arzo, Parise, Calvino, Benni, Ammaniti, Ortese, Banti c’è una tradizione fortissima, che andrebbe valorizzata. Sì, d’accordo, nel mondo angloamericano i racconti funzionano meglio che da noi, anche per via del successo negli anni ’80 di Carver e dei suoi epigoni, ma la nostra letteratura non è certo da meno.
Esiste un problema di «immersione» che i lettori meno avvezzi alla forma hanno nei confronti del racconto. Ma appunto si tratta di lettori che non hanno una frequentazione assidua con i racconti e non ne vedono i molti lati positivi rispetto all’impegno di tempo e risorse che pone invece un romanzo. È un tipo di lettura evidentemente più concentrata rispetto a quella più dilatata del romanzo, ma specie di questi tempi frenetici, in cui tutti si litigano il nostro tempo, se si vuole leggere buona letteratura senza sobbarcarsi imprese epiche forse il racconto fa al caso nostro.
Poi, come mi è capitato di dire recentemente a una blogger tra il serio e il faceto, in questo io sono leninista: il popolo non sa quello che vuole. C’è bisogno – un bisogno disperato di questi tempi – di intermediazione. Se non si sa che esistono i racconti, se non si pubblicano i racconti, di certo non li leggerà nessuno. Se invece i racconti si pubblicano e si spezza questo tabù – e mi è parso che questo sia stato un anno estremamente fecondo quanto alle pubblicazioni di racconti – allora ci sono più possibilità che qualcuno li legga questi benedetti racconti.

La vostra è la prima casa editrice italiana dedicata ai racconti. Tempo fa abbiamo conosciuto Rossella Milone, autrice di racconti e ideatrice dell’osservatorio Cattedrale che intende monitorare, promuovere e sostenere il racconto. Sembrerebbe un punto di riferimento prezioso per il vostro lavoro. Che cosa ne pensate?
Di Cattedrale? Tutto il bene possibile. Avere il loro riconoscimento per noi è stata una delle soddisfazioni più grandi. Mentre sondavamo i vari amici nell’ambiente editoriale e leggevamo racconti di ogni sorta, il fatto che ci fosse quel faro acceso sull’universo dei racconti per noi era un’indicazione di un pubblico di lettori che andavano solo snidati. Non che avessimo dubbi, ma Cattedrale come pure altre community online dimostravano plasticamente l’interesse dei lettori – e il bolso disinteresse delle case editrici – per i racconti. Poi dentro ci si trovano delle cose davvero meravigliose e fanno un lavoro pazzesco.

Scorrendo le copertine dei vostri libri pubblicati, ci si imbatte in autori dai nomi spesso impronunciabili e sconosciuti, differenti per nazionalità, genere, formazione. Come è avvenuta e avviene la scelta. In altre parole, qual è il progetto editoriale di Racconti edizioni?
Mah chissà, magari l’oggettiva difficoltà a pronunciare Ó Ceallaigh (che poi in realtà si dice comodamente come la parola italiana occhiali) e il fatto che scriva solo racconti o quasi gli hanno precluso la pubblicazione con un editore più grande qui in Italia. È tradotto in molte lingue, ha vinto il Rooney Prize che è il premio principale per la narrativa irlandese e in Uk pubblica con Granta e Penguin.
Sul fatto che i nostri autori siano perlopiù sconosciuti non sono del tutto d’accordo. Mistry ha sfiorato per tre volte il Man Booker Prize e da noi era pubblicato da Mondadori e Fazi. Faye ha pubblicato una novella e un romanzo con Barbès e Clichy prima della raccolta Sono il guardiano del faro con Racconti e in Francia è pluripremiato. Il romanzo precedente di Tyrewala l’ha pubblicato Feltrinelli ed è osannato da Salman Rushdie e Manil Suri. Baldwin è un gigante della letteratura americana, da noi lo pubblicava Rizzoli, se uno si facesse un giro online lo vedrebbe fotografato assieme a Bob Dylan, citato da Obama e Ta-Nehisi Coates a spron battuto. Per capirci, a febbraio esce anche I Am Not Your Negro, un film su di lui. Difficile dire sia uno sconosciuto (per quanto gli americanisti nostrani raramente se ne ricordano, tutti presi come sono a osannare il prototipo classico dello scrittore vista Manhattan borghese, di buone letture, maschio, bianco ed eterosessuale). Stephen Graham Jones negli Stati Uniti finisce regolarmente nelle liste dei migliori libri di genere horror. Virginia Woolf non c’è nemmeno bisogno di menzionarla. Poi per carità se riusciamo a portare o a riportare in auge nomi un po’ meno bazzicati dai lettori nostrani non possiamo che esserne felici. Se non li si è letti i libri sono sempre nuovi, anche a distanza di decenni.

libri
Al di là dei nomi e della relativa notorietà dei nostri autori, il nostro progetto letterario-culturale ci si è chiarito con le letture e se vogliamo indagando a posteriori ciò che finiva per attirare la nostra attenzione e piacerci. In questo, l’abbiamo detto più volte, è stato fondamentale un libro, ossia Kafka. Per una letteratura minore di Deleuze e Guattari. Ci sembra che le cose migliori che leggiamo vengano da chi ha una prospettiva alternativa e obliqua rispetto alla lingua e alla cultura in cui si muove, da chi, per dirla altrimenti non è a suo agio con gli altri e con sé, chi ha un’identità scissa e vive da straniero, in patria o altrove. Ci piacerebbe, come ha detto Emanuele, che anche i nostri autori di lingua italiana, in questo senso, fossero stranieri in patria e abitassero una lingua che non dànno per scontata e che devono giocoforza reinventare.
Questa cosa si è tradotta e ha avuto una ripercussione ovvia sui nostri libri. Philip Ó Ceallaigh è il prototipo dello sradicato, uno che ha abbandonato la terra natia a diciannove anni per viaggiare ovunque nel mondo, fare i mestieri più disparati e peggio pagati, per poi finire senza un soldo, come un migrante economico all’incontrario, a Bucarest in Romania. E questa cosa, come pure il suo retaggio working class, si sente nelle sue pagine; penso anche solo ai suoi liberatori ritratti del lavoro di fatica, della routine annichilente, di giorni uno uguale appresso all’altro in attesa dello sfogo del fine settimana.
Ma anche in un libro più filosofico-metafisico come Sono il guardiano del faro, il viaggio, l’elogio di una fuga da fermo, immaginifica o reale, e la scoperta del limite, dei confini e dell’altro diventano i punti nodali di racconti surreali e profondamente kafkiani. Faye ha viaggiato in estremo Oriente, in Siberia e in Kamčatka (no, non esiste solo a Risiko, sono rimasto basito anche io), ha vissuto dieci anni in Giappone e questi suoi viaggi e aneliti, la sua irrequietezza, traspaiono nei suoi racconti.
Poi Racconti ha l’ambizione di essere la casa delle short stories ed essendoci avocati un nome simile è giusto che questa nostra visione letteraria non diventi onnicomprensiva e che fatalmente si pubblichi anche il famoso scrittore vista Manhattan borghese, di buone letture, maschio, bianco ed eterosessuale di cui sopra. A patto che sia bravo.

Quali sono le principali fonti di ricerca per le vostre pubblicazioni: riviste letterarie, blog, cataloghi, il web in generale, il passaparola?
Gran parte del catalogo di quest’anno e del prossimo erano in nuce nel progetto editoriale che avevamo stilato, sono davvero pochi i titoli che sono arrivati in un secondo momento su suggestioni altrui. Come abbiamo trovato i libri? Banalmente leggendoli. Scovandoli su internet o in qualche recensione del Guardian, alcuni su Goodreads, altri su liste strampalate dei migliori racconti a tema stregonesco o con un cane parlante per protagonista. Fatico a ricordare come sono avvenuti certi incontri, ma lo scouting è forse la cosa più divertente di questo mestiere. Poi, certo, bisogna anche ragionare sulla costruzione di un catalogo fatto di libri che si rimandino tra di loro e che messi assieme siano come una casa con moltissimi ingressi e tante finestre.
Di sicuro avevo letto Albero di carne in inglese prima che la casa editrice fosse anche solo reconditamente un’eventualità, l’avevo finito e mi ero meravigliato di come nessuno in Italia lo avesse pubblicato. Stephen Graham Jones vende carrettate di copie negli Stati Uniti ed è uno dei nuovi maestri della narrativa horror e weird. Voglio dire, io ero venuto a sapere della sua esistenza tramite un’intervista credo sul Venerdì a Lansdale che lo citava tra i suoi autori preferiti… Pazzesco che non se ne sia accorto nessuno, prima. Una volta deciso il progetto lui è stato uno dei primi nomi a spuntare fuori e l’abbiamo contattato al suo indirizzo mail che è una cosa esilarante tipo banditboy@qualcosa ed è praticamente subito stato della partita.
Tra gli altri entusiasti dell’intera operazione possiamo annoverare anche Philip Ó Ceallaigh, che ho stalkerato direttamente su facebook e ormai è un habitué del Bel Paese. L’abbiamo portato a Torino, a Treviso e a Roma e siamo entusiasti del successo che sta riscuotendo tra i lettori. Non appena abbiamo letto Appunti da un bordello turco è stato amore a prima vista e abbiamo saputo immediatamente che doveva essere il nostro numero 1.
Di loro due, siamo davvero orgogliosi di averli pubblicati e portati per la prima volta in Italia.

Philip Ó Ceallaigh

Philip Ó Ceallaigh

Avete più volte annunciato che nel 2017 pubblicherete il primo libro di racconti di uno scrittore esordiente italiano.  I lettori sono pronti a leggere racconti italiani?
Sì. Se ne pubblicano diversi peraltro e i lettori forti, siano essi lettori abituali o meno di racconti, fanno poco caso alla forma. Ci sono moltissimi scrittori di racconti italiani che amiamo e leggiamo e non siamo mosche bianche in questo, come noi li leggono in tanti. Scrivono racconti belli Paolo Cognetti, Michele Mari, Valeria Parrella, Rossella Milone, Luca Ricci, Elena Varvello, Vitaliano Trevisan dico i primi nomi che mi càpitano in testa un po’ alla rinfusa, ma non li leggiamo mica solo noi.
A partire da gennaio, su Altri animali (www.altrianimali.it) chiederemo proprio agli autori che ci piacciono di parlarci dei loro libri di racconti preferiti, sarà una rubrica fissa o quasi e si chiamerà «Racconti dalla cripta», con una citazione che gli aficionados dello Zio Tibia apprezzeranno.

A parte Stefano Friani ed Emanuele Giammarco, da chi è composta la casa editrice e come è suddiviso il lavoro?
Il lavoro è diviso male, anzitutto. Nel senso che tutti fanno tutto. Siamo ancora in una fase di rodaggio e ci stiamo via via specializzando ognuno nei nostri compiti, ma non è male mettere le mani in pasta un po’ in tutti gli ambiti editoriali e non, crescendo assieme e acquisendo man mano competenze che mai avremmo ottenuto nel nostro ruolo da stagisti eterni che la società ci aveva assegnato.
Oltre a me ed Emanuele, c’è Leonardo Neri, che cura il blog Altri animali e la nostra comunicazione web e social. Ma in realtà fa molto di più di questo: dalle bozze ai pacchi, fino alle scelte editoriali e strategiche, è compartecipe al cento per cento con noi di questa avventura. Siamo per il diy e, per ora, in tre, ci destreggiamo artigianalmente in tutti i compiti che in una casa editrice medio-piccola fanno in dieci persone. La casa editrice è diventata giocoforza la nostra vita.

scarafaggioUno sguardo al progetto grafico e al logo. Lo scarafaggio richiama inevitabilmente Kafka e il suo racconto La metamorfosi. Perché questa citazione (ammesso che sia una citazione)?
Tutto nasce da un veto, lo ricordo bene perché l’avevo messo io. Basta animali nei loghi: niente elefantini, pavoni, struzzi, tonni ecc. Poi un bel giorno, io ed Emanuele, che all’epoca era di stanza a Londra, stiamo chattando su facebook riguardo al progetto grafico e lui se ne esce con l’idea di adottare uno scarafaggio come logo. Ritratto immediatamente il veto e aderisco con entusiasmo alla mozione scarafaggio.
Da allora, anche grazie alla consulenza della mai troppo ringraziata e lodata Monica Aldi, veniamo a sapere che Franco Matticchio aveva disegnato uno scarafaggio kafkiano che proiettava un uomo come sua ombra o viceversa, ora non ricordo. Entusiasti gli chiediamo di lavorare a un logo, lui si innamora del progetto e pur non avendone mai fatto uno, tira fuori quella bellezza che ora campeggia sulle nostre copertine.
Il nostro sfigatissimo scarafaggio sembra quasi rivolgersi al lettore, si agita non riuscendo a rimettersi in piedi, lo fissa negli occhi e gli chiede aiuto. Del resto, non potevamo avere un altro simbolo considerato come vengono visti i racconti da noi e, diciamolo, c’era anche un’identificazione di noi come persone che stavano faticosamente avviando una casa editrice. Ci piaceva scegliere un underdog simile e poi il richiamo a La metamorfosi, il miglior racconto mai scritto, e a Kafka, che con la sua letteratura di minoranza è il nostro nume tutelare, erano troppo invitanti per non essere raccolti.

Stephen Graham Jones

Stephen Graham Jones

Sul progetto grafico: l’esigenza e la volontà erano di avere l’oggetto assieme al progetto, fare libri belli dentro e fuori. La lettura è un’esperienza anche estetica che coinvolge molti sensi, olfatto tatto vista, e quindi era importante che la carta fosse di qualità, così come la rilegatura e così via. Sulle illustrazioni siamo stati subito d’accordo, volevamo che fossero il più essenziali possibile e che restituissero al contempo la compiutezza e la scarnezza del racconto, per questo abbiamo anche deciso di accludere un bozzetto dell’autore o dell’autrice in bandella. Pochi tratti che servono a tratteggiare un intero universo, questo era il principio.
Io ed Emanuele, da buoni illuministi, poi, amiamo i libri bianchi: quelli di Quodlibet e Nottetempo come quelli delle case editrici per cui abbiamo avuto la fortuna di lavorare, Einaudi e Il Saggiatore. Non solo in libreria o alle fiere saltano subito all’occhio – sebbene siano facili a sporcarsi, e croce e delizia di ogni libraio – ma sono libri che ci rappresentano e che non inseguono mode di passaggio, non sono sgargianti e fotogenici come altri che poi finiscono a svernare sulle bancarelle dei remainders. Qualcuno ha detto che erano libri tutto sommato già visti, e può ben darsi. Basta entrare in una libreria in Francia per rendersi conto di come quasi tutti i libri si assomiglino e abbiano una smaccata tendenza al bianco, anche lì. Racconti ambiva a diventare la casa delle short stories e un progetto grafico «classico», che si richiama alla tradizione nobile della nostra editoria, poteva essere accogliente sia per i racconti più tradizionali di Eudora Welty sia per quelli granguignoleschi di Stephen Graham Jones. E poi del resto, come diceva Antoni Gaudí, l’originalità sta nel tornare alle origini.

Chi ti viene in mente se dovessi fare un nome di un autore celebre per i suoi romanzi ma che ha scritto racconti meravigliosi?
Be’ qualcuno l’abbiamo anche pubblicato, penso a Rohinton Mistry o a Virginia Woolf, universalmente noti per i loro romanzi (nel caso di Mistry romanz-oni) eppure autori di racconti a dir poco sensazionali. Ma evitando l’autopromozione, una volta tanto, potrei sparare un nome nel mucchio di uno scrittore che ahinoi si legge sempre meno: Paul Bowles.
Okay, state andando in Marocco (o più improbabilmente in Algeria) e vi siete procurati Il tè nel deserto, avete perfino visto il film di Bertolucci. Ora non avete che da setacciare il web (difficile che li troviate in libreria, a meno che non li ordiniate) e rimediare anche La delicata preda e Messa di mezzanotte, e se riuscite anche le sue antologie tradotte e curate da lui di autori marocchini (tra le sua scoperte lo Choukri di Il pane nudo), non ve ne pentirete.

Con quale libro hai iniziato il viaggio nella lettura e quali sono i tre libri più importanti della tua vita?
Dei libri letti da bambino ho ricordi assai sfocati, l’unico che mi ha lasciato una memoria imperitura è La guerra dei bottoni di Louis Pergaud, con queste bande di ragazzini che si facevano imboscate e non perdevano occasione di far partire una bella sassaiola, me lo ricordo come fosse ieri. C’è da stupirsi che non sia diventato un black bloc, in effetti, anche se c’è mancato poco.
Sui tre libri più importanti della mia vita la vedo durissima rispondere. Posso dire quelli che mi hanno influenzato o segnato di più da ragazzo e che non hanno mai smesso di esercitare un certo richiamo: La notte del drive-in di Lansdale, Altri libertini di Tondelli, Pulp di Bukowski. (Dopo questa lista l’intervista perderà metà dei lettori lo so, ma poteva andarvi peggio: avrei potuto dire Il giorno dello sciacallo di Forsyth, I sei giorni del Condor di James Grady assieme a un accostamento implausibile e inconsequenziale tipo L’importanza di chiamarsi Ernest di Wilde.)

Quando eri piccolo che cosa desideravi diventare da grande?
Oddio, come tutti i bambini credo fossi vagamente mitomane e aspirassi a essere il sovrano di una monarchia universale illuminata parzialmente temperata da istituti democratici tipo il tabaccaio che vendeva le Goleador e il pizzettaro vicino la scuola. Insomma, non auspicavo la servitù della gleba, ma non ero neppure visceralmente contrario. A mia parziale discolpa posso dire di essere cambiato molto, non so se in meglio.
Mi piaceva leggere questo sì: un sacco di «Piccoli Brividi» e libri game, quelli di Lupo solitario su tutti, e poi i fumetti Bonelli, soprattutto Tex.

Che cosa c’è da leggere in questo momento sul tuo comodino?
Il mio comodino è un disastro; se un investigatore volesse tirarne fuori un profilo psicologico sarei nei guai sul serio. Al momento ci sono Auto da fé di Canetti, Viaggio in Russia di Joseph Roth, I racconti di Kolyma di Šalamov, Anatomia di un soldato di Harry Parker, il terzo volume Fanucci di Tutti i racconti di Ballard. Esco da una full immersion totale e devastante nei libri sulla guerra in Iraq, per cui perlomeno per un po’ vorrei evitare di leggere di frutteti massacrati e torture a prigionieri di guerra bendati e ammanettati.
Ora per Natale mi vorrei concentrare su qualche lettura arretrata di italiani: La gemella H di Giorgio Falco, Tutti i bambini di Giuseppe Zucco, Overlove di Alessandra Minervini, Fuori si gela di Debora Omassi, Medusa di Luca Bernardi e A pietre rovesciate di Mauro Tetti. Ho i libri di Malerba sparsi un po’ ovunque, ma quelli me li centellino per quando sono davvero giù di corda dopo l’ennesimo libro deludente.
Poi ci sono anche cose che mi sono più consone: I veri credenti di Joseph O’ Connor, un libro di racconti uscito una miriade di anni fa per Stile Libero, e la trilogia di libri irlandesi di Milieu edizioni (On the Brinks di Sam Millar, Bomber Renegade di Michael Dixie Dickson e The General di Paul Williams), che è precisamente il genere di cose che adoro leggere. Temo di avere un leggerissimo feticismo per banditi, hooligan, storia e cultura britannica e, nemmeno a dirlo, per l’epoca dei Troubles.
Comunque sì, è un comodino molto affollato.

 

 

Cosa leggiamo a Natale. I consigli dei Serpenti

Come ogni anno, eccoci arrivati alle porte del Natale. Anche quest’anno, dunque, arrivano puntuali i consigli dei Serpenti.

Emanuela D’Alessio
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Leggere per viaggiare o viaggiare per leggere? In realtà la lettura è di per sé un viaggio, di cui spesso si ignorano i punti di partenza e di arrivo.
Con Le otto montagne di Paolo Cognetti (Einaudi, 2016) si parte da Milano per arrivare a Grana, ai piedi del Monte Rosa, passando per il Nepal e le valli sacre dell’Annapurna. Inizia così un andare e venire dall’estate all’inverno, un salire e scendere tra pascoli, boschi e alpeggi, una storia d’amore con la montagna che dura una vita intera, tra un padre un figlio, tra due amici che si scoprono da bambini e si ritrovano adulti. Si cammina e ci si arrampica, si suda e si soffre, si ascoltano i suoni della notte gelida e del ghiacciaio che si ritira, si scopre che «l’estate cancella i ricordi proprio come scioglie la neve, ma il ghiacciaio è la neve degli inverni lontani, è un ricordo d’inverno che non vuole essere dimenticato».
Una bellissima e potente storia, da leggere con lo stesso incedere lento e costante di chi va in montagna, per fermarsi solo quando si è arrivati in cima.

Con Karma clown di Altaf Tyrewala (traduzione di Gioia Guerzoni, Racconti edizioni, 2016) si precipita nel caos spiazzante di Mumbai, trascinati dalla voce sferzante e ironica di uno scrittore atipico e sconosciuto ai più, nato a Mumbai nel 1977, attualmente residente negli Stati Uniti. Il suo ritorno in Italia (era uscito per Feltrinelli nel 2007 il romanzo Nessun dio in vista) lo dobbiamo alla traduttrice Gioia Guerzoni: «Altaf è stato la mia guida a Bombay per tantissimi inverni. Peccato che ora abiti a Dallas, e che Modi sia al governo. Non ci vediamo da tempo ma sono riuscita a proporre i suoi racconti durissimi e molto poco Shining India, Karma clown, a un altro editore del cuore» (dall’intervista di Elvira Grassi, novembre 2016) e ai due giovani editori romani Stefano Friani ed Emanuele Gianmarco di Racconti edizioni. Quattordici racconti per narrare, tra iperrealismo e fantasia, un’umanità eterogenea, sgangherata e cialtrona, cinica e idealista. Da non perdere l’incipit di Libri nuovi e di seconda mano, con cui si apre il libro. «La lettura è sopravalutata. Non leggo un libro da anni e sto bene lo stesso, grazie tante. Solo perché vendo libri di mestiere non vuol dire che debba sapere di cosa parlano. Sono come un chimico. Se provassi i miei prodotti sarei già morto e sepolto oppure molto molto malato. E comunque è così che vedo i libri, come una cura per menti malate, stampelle di carta per intelletti vacillanti che faticano a trovare un appiglio nel mondo».

Infine, per concludere questo viaggio o per renderlo infinito, c’è Bussola di Mathias Enard (traduzione di Yasmina Melaouah, Einaudi, 2016), un libro maestoso e imponente, raffinato e inesauribile, che ha vinto il Premio Goncourt nel 2015. Una storia d’amore che si snoda per anni tra Europa, Iran, Siria e Turchia. Un romanzo senza limiti temporali e senza confini, dove perdersi e smettere di cercarsi.

Rossella Gaudenzi
Uno degli incontri sulla letteratura per ragazzi tra gli undici e i quattordici anni tenuti da Carla Ghisalberti un anno fa verteva sul tema “La banda… uno, nessuno e centomila”. In quell’occasione sono stati presentati diversi libri sull’argomento. Uno in particolare mi era venuto in mente, La guerra dei bottoni di Louis Pergaud nell’edizione integrale BUR ragazzi a cura di Antonio Faeti. La presentazione di Susanna Mattiangeli mi ha fatto pensare a un romanzo giocoso, un classico scritto oltre cento anni fa, nel 1912, dal linguaggio obsoleto e spassoso. L’ho acquistato di recente, finalmente, e lo leggerò senz’altro durante il periodo natalizio.

bordelloA completare la mia selezione natalizia ci sono due titoli destinati a un pubblico più maturo, acquistati a Più Libri Più Liberi di quest’anno. Appunti da un bordello turco di Philip Ó Ceallaigh (traduzione di Stefano Friani), il libro numero uno (maggio 2016) della nuova piccola casa editrice romana Racconti edizioni. «Se vuoi farti un’idea di come se la passa una città devi andare a vedere i suoi margini. Il centro ti dirà che va tutto bene. La periferia ti dirà il resto». L’autore, nato in Irlanda, vive a Bucarest da quindici anni, ha girato mezzo mondo ed è approdato alla scrittura dopo aver svolto una moltitudine di lavori, i più disparati. Ammetto di avere grandi aspettative da questa nuova realtà editoriale.

L’esile Pronto soccorso per scrittori esordienti di Jack London (traduzione di Andreina Lombardi Bom, minimum fax 2005), raccolta di testi narrativi, lettere e brevi saggi sul mestiere della scrittura, ha solleticato la mia curiosità. L’associazione tra autore e titolo mi è sembrata insolita e questo è bastato per desiderane la lettura.

Elena Refraschini
Se non l’aveste già letta, il mio primo consiglio per queste vacanze è di gettarvi nella Trilogia della Pianura di Kent Haruf, recentemente ripubblicata in tiratura limitata da NN Editore in un cofanetto per i lettori più affezionati. Vi troverete raccolti, naturalmente, i titoli già pubblicati nel corso degli ultimi due anni: Benedizione, Canto della pianura e Crepuscolo. Le chicche che ve ne faranno innamorare, però, sono le due mappe della città di Holt disegnate da Marco Denti e da Franco Matticchio (chiunque si senta un esploratore oltre che lettore non potrà che lasciarsi incantare da questa proposta), e un messaggio da parte di Cathy Haruf, moglie dell’autore scomparso nel 2014.

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Anche i miei due prossimi titoli hanno a che fare col viaggio, anche se in sensi e intenti molto diversi. La graphic novel Il suono del mondo a memoria del fumettista italiano Giacomo Bevilacqua (Bao publishing, 2016) è una lettera d’amore a colori per New York, e la delicata storia che narra ne impreziosisce il risultato. Vi sfido a voltare l’ultima pagina e resistere all’impulso di prenotare il primo volo verso l’Atlantico.

Il terzo titolo è l’uscita più recente del mio autore del cuore, Kader Abdolah, che è passato in Italia qualche settimana fa per promuovere Un pappagallo volò sull’Ijssel (traduzione di Elisabetta Svaluto Moreolo, Iperborea, 2016). Una storia corale che, come gli altri titoli dell’autore, vi farà riflettere sui grandi temi, dalla guerra alla povertà, dall’immigrazione all’integrazione, all’amore e alla poesia. Ma, come ogni grande libro che si rispetti, alla fine vi costringerà a riposizionare qualcosa nel vostro arredamento emotivo.