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RACCONTI ITALIANI #2 Intervista a Elvis Malaj, un cantastorie che diventa scrittore

RACCONTI ITALIANI – rubrica dedicata al racconto italiano contemporaneo

*L’immagine di copertina è un’illustrazione di Alessandro Ripane

di Emanuela D’Alessio

Elvis Malaj, albanese di nascita, vive in Italia (attualmente a Padova) da quando aveva quindici anni. La sua “voce” è come l’acciottolìo di pietre che scivolano giù da un pendio, è una voce che non prende mai fiato, che rimbalza da una parola all’altra. E nonostante l’intercalare da “carrettiere” (chissà se lo fa apposta per scandalizzare o gli viene naturale), noi non smettiamo di ascoltare.
Elvis Malaj ha ventisette anni, ha imparato l’italiano guardando la tv, è diventato lettore leggendo in italiano, ma il suo è un italiano «sporco, spurio, meticcio», perché pur avendo tradito la lingua di origine «un immigrato in fin dei conti è uno che pensa a sé stesso», non è riuscito ad assorbire fino in fondo quella nuova.
A Bajze, dove è nato, non esiste nemmeno una libreria, non ha mai letto un libro o parlato di libri con gli amici, perché era «roba da froci».
Non sente di avere qualcosa di importante da dire, ma semplicemente di avere delle storie. «Sono un cantastorie, scrittore mi hanno fatto diventare quelli di Oblique». Quelli di Oblique sono Leonardo Luccone ed Elvira Grassi che a loro volta hanno convinto gli editori di Racconti Edizioni a pubblicare la raccolta di racconti Dal tuo terrazzo si vede casa mia.
«Penso che i ragazzi di Racconti siano dei pazzi. Poi, tenendo conto che neanche io sono uno tanto a posto, c’è il rischio che venga fuori qualcosa di buono».
Qualcosa di buono è già venuto fuori, visto che Elvis Malaj è il primo autore italiano della casa editrice romana specializzata in short stories, fino a oggi rigorosamente internazionali. Ha ultimato il suo primo romanzo Il mare è rotondo, in cerca di editore.

Elvis Malaj

Sei nato in Albania e vivi a Padova, dopo essere passato da Alessandria e Belluno. Nel racconto Il lupo della steppa (nel tuo libro Dal tuo terrazzo si vede casa mia) alla domanda «come ti trovi in Italia?» il protagonista Çoban risponde: «Trovarsi bene o meno in un posto non dipende dal posto, dipende da te. Ovunque vai ti porti sempre dietro qualcosa che alla fine rende ogni posto uguale a un altro. Potrei anche rispondere alla sua domanda, ma non significherebbe niente. Tradirei semplicemente la mia capacità di trovarmi bene o male in Italia». Che cosa ti sei portato dietro fin qui, in Italia?
Ce l’hai presente quell’idea romantica del ricominciare? Andare alla stazione, salire su treno e partire, andare lontano, non importa dove, in una nuova città, una nuova vita, lasciarsi tutto alle spalle e ricominciare. Magari addirittura in un altro paese, imparare una lingua nuova, costruirti una vita tutta da capo, come piace a te, senza ripetere gli errori fatti. Abbandonare una vita logora e stantia in direzione di qualcosa di nuovo, ributtarsi nella mischia e cercare di cogliere l’occasione, avere il coraggio di salire su quel cazzo di treno perché la vita è solo tua e puoi farne quello che vuoi (la senti, la senti l’eccitazione?). Ecco, per me questa cosa non ha mai funzionato. Non solo quando ho cambiato città, ma anche quando ho cambiato paese. Tutte le volte che ho ricominciato non ho mai veramente ricominciato. La mia vita è un copione che continua a ripetersi, magari i luoghi e le persone sono diversi ma il copione rimane sempre lo stesso. Cambiando paese non ho cambiato un bel niente. Secondo me la risposta di Çoban significa questo. E allora come si fa a ricominciare? Ricominciando da sé stessi. Ma come? Non lo so, non me l’hanno ancora insegnato. Che cosa mi sono portato dietro fin qui? Non so rispondere.

Ti sei convinto e hai convinto di essere uno scrittore e nel frattempo hai accumulato le occupazioni più disparate. Dici che stai cercando di smettere, di lavorare?
Quello che sto cercando di smettere non è di lavorare, ma di continuare a fare lavori di merda. Tutti i lavori che ho fatto finora, a parte scrivere, sono tali. Quindi, cercare di farla finita con lavori che non mi soddisfano non è mica un’idea malvagia. Solo che sappiamo bene che per arrivare al punto in cui uno scrittore possa vivere di sola scrittura ce ne vuole. Porca puttana, ho sbagliato mestiere.

«Scrivere è il modo più accessibile di raccontare storie» hai spiegato in occasione della presentazione a Roma del tuo libro. Quindi raccontare storie, per te, è una conseguenza di cosa: vocazione, necessità, casualità?
È la soddisfazione di un bisogno naturale, fisiologico, come scopare o mangiare. Non sento di avere qualcosa di importante da dire. Ho semplicemente delle storie, sono appassionato di storie. Le vedo, sono tutt’intorno a me. Magari io e te ascoltiamo e vediamo la stessa cosa, però io sono capace di vederci una storia, per quanto inutile e banale possa essere l’oggetto della nostra osservazione. E mi piace raccontarla. Sono un cantastorie. Adesso sarò un po’ melenso, ma il sorriso che riesco a strappare alle persone quando leggo un mio racconto mi fa veramente godere.

Come sei riuscito a convincere «quelli di Oblique» che sei uno scrittore?
Con il racconto Mrika, che è stato scelto in una delle serate di 8×8 di qualche anno fa. La verità è che non li ho convinti. Sono stati loro che sono riusciti a scorgere in me uno scrittore. Ma ancora non lo ero, loro mi hanno fatto diventare scrittore.

Hai pubblicato Dal tuo terrazzo si vede casa mia con Racconti edizioni, la giovanissima e agguerrita casa editrice romana che ha iniziato con te a pubblicare anche autori italiani, rigorosamente di racconti. Un esordio importante, sia per te, sia per loro. Che cosa ne pensi?
Esordire con un esordiente, in un mercato come il nostro, con una raccolta di racconti, prendendo un albanese e spacciandolo per italiano. Penso che i ragazzi di Racconti siano dei pazzi, e mi fa veramente piacere che lo siano. Poi, tenendo conto che neanche io sono uno tanto a posto, c’è il rischio che venga fuori qualcosa di buono.

Quando sei arrivato in Italia avevi quindici anni e già conoscevi l’italiano abbastanza bene. La tua scrittura nasce direttamente in italiano? E, se è così, che cosa vuol dire esprimersi in una lingua diversa dalla propria?
La mia scrittura nasce in italiano perché sono diventato un lettore leggendo in italiano. Cosa vuol dire? Niente, fai diventare la nuova lingua la tua lingua. Sa di tradimento? Sì, un po’ lo è. Un immigrato, in fin dei conti, è uno che pensa a sé stesso. Ma a parte questo, non assorbi mai la nuova lingua fino in fondo, e non riesci a separarla del tutto dalla lingua madre. Quindi il tuo non è italiano, è il tuo italiano. Un italiano sporco, spurio, meticcio.

Sei tornato in Albania solo tre volte in circa dieci anni dalla tua partenza, eppure le tue storie raccontano quasi sempre del tuo paese, attraverso i personaggi, i luoghi della tua infanzia. Di che cosa si tratta? Nostalgia, elaborazione di un distacco, riconciliazione con le proprie origini?
Non si tratta di nessuna di queste cose. Come scrittore, penso di avere un buon rapporto con l’Albania, c’è un ottimo equilibrio tra dare e avere. E forse sono lo scrittore albanese più albanese che ci sia in circolazione. Come persona, invece, come figlio di quella terra, è un altro paio di maniche, in questo caso la storia è un po’ più complicata. Il rapporto padre-figlio non è mai stato semplice. Comunque sia, che ti piacciano o meno, i tuoi genitori rimangono sempre i tuoi genitori.

La mia conoscenza della letteratura albanese si limita a Ismail Kadare, ormai 81enne, uno dei pochi tradotti in Italia. Puoi citarne altri, provando a spiegarci il perché della scarsa diffusione oltreconfine delle loro opere?
Ti dico la verità, pure la mia conoscenza della letteratura albanese è limitata. Ma un paio di nomi te li faccio: Gazmend Kapllani, che ha scritto un romanzo sull’immigrazione, Breve diario di frontiera (i romanzi sull’immigrazione di solito non mi piacciono ma il suo mi è piaciuto), e Ornela Vorpsi, perché sa scrivere. Sul motivo della scarsa diffusione non ti so dire, bisognerebbe fare un’analisi come si deve. Ti posso dire però che gli scrittori albanesi in Francia vanno di più.

Scrittori e libri non possono fare a meno delle librerie, l’anello più debole della filiera editoriale. Lo è in Italia senza dubbio, ma qual è la situazione delle librerie in Albania?
In Albania non ne parliamo. Manca proprio la cultura e la coltura del libro e delle librerie tra i giovani. Non leggono. Quando ero in Albania neanche io leggevo, non ho mai parlato con un amico di libri, e a Bajze non c’era nemmeno una libreria. I libri venivano visti come roba da froci. Con i miei amici parlavo di cose importanti, parlavamo di fica, anche se poi nessuno di noi scopava. Mi auguro che in questi anni qualcosa sia cambiato.

Qual è la tua libreria ideale?
La mia libreria ideale è una libreria piena di persone.

Prima di scrivere si deve (o dovrebbe) leggere. Qual è stato ed è il tuo percorso di lettore?
Il mio periodo più intenso di lettore è stato quello iniziale, quando è scattata la fiamma, e ho letto autori di fine Ottocento-inizio Novecento, tipo Kafka, Svevo, Čechov, Schnitzler, Pirandello, Tozzi, Hesse eccetera. Invece quello attuale è un po’ a caso, leggo di tutto senza un nesso logico.

Che cosa c’è da leggere in questo momento sul tuo comodino?
Paolo Nori, Bassotuba non c’è.

Leggi L’autobiografia del personaggio che poi sarei io

RACCONTI ITALIANI #2 – L’autobiografia del personaggio che poi sarei io

RACCONTI ITALIANI – rubrica dedicata al racconto italiano contemporaneo

L’autobiografia del personaggio che poi sarei io di Elvis Malaj è uscito su Il Libraio (19 ottobre 2017). Ringraziamo Leonardo G. Luccone per la gentile concessione.

di Elvis Malaj*

Sono nato nel marzo del Novanta, un anno di grandi cambiamenti per l’Albania. Alle famiglie delle zone rurali vennero concessi una mucca e qualche pecora, il che significava che non avrei patito la fame toccata a mio fratello più grande. Mentre trascorrevo un’infanzia spensierata scarrozzando per la campagna in uno stato brado, l’Albania attraversava una fase confusa dove non era chiaro il confine tra legale e illegale. Bajze, dove sono nato, si trova in una posizione strategica, e così in poco tempo è diventata una cittadina fiorente grazie al contrabbando con il Montenegro. Gli albanesi stavano assaporando la democrazia, ma poi si è rivelata non essere la democrazia che credevano e sono rimasti delusi.

Bajze, stazione

Quando siamo arrivati in Italia avevo quindici anni. La lingua la sapevo abbastanza e degli italiani sapevo che erano molto amichevoli. Tutto questo grazie alla tv. Già il primo giorno, mentre eravamo in treno verso Alessandria, un signore siciliano seduto di fianco si è mostrato molto gentile quando gli ho detto che ero albanese. Mi ha messo una mano sul ginocchio e poi l’ha fatta scivolare verso l’interno della coscia. Io l’ho lasciato fare, non sapevo ancora dell’esistenza dei gay. Un’altra cosa che sapevo degli italiani, cioè che sapevamo tutti, è che erano ricchi e che buttavano la roba ancora buona. Lì nel condominio mi vedevano spesso insieme a mio fratello fare su e giù per le scale con divani scassati e tv rotte.

Mia madre l’italiano non lo sapeva per niente. Le prime parole che ha imparato sono state «katro figli scola, no lavore». Era riuscita a scovare tutte le sedi della Caritas e associazioni simili di Alessandria. Una volta ho dovuto accompagnarla per fare da traduttore. Mentre mia madre mi dettava le parole da dire alla tipa, io mi guardavo intorno attonito; c’erano barboni, gente malmessa sul serio, una donna che parlava da sola, un uomo che fissava il vuoto in uno stato catatonico mentre un altro sembrava in crisi d’astinenza.
«Ushqim» mi diceva mia madre, ma ero talmente imbarazzato che non sapevo più l’italiano. Alla fine è riuscita a farsi capire da sola e la tipa ha detto che non distribuivano cibo da portare via, ma potevamo mangiare lì se volevamo.
Mia madre stava per chiederci: «Ragazzi, volete sedervi e mangiare?», ma si è girata verso i barboni e ha capito che non era il caso. Non sono mai stato così incazzato con mia madre come in quel momento.

In quel periodo stavo attraversando una fase critica, cominciata l’ultimo anno che ho passato in Albania, e con il trasferimento in Italia si è acuita. Mi sono isolato ancora di più, e ho preso a parlare sempre meno. La cosa è diventata preoccupante quando, ormai già al secondo semestre inoltrato, m’è scappato un commento nei confronti dell’insegnante d’inglese e lei c’è rimasta secca: «Ma allora tu parli?!». Ci ero rimasto male.

Io comunque facevo di tutto per sembrare un ragazzo normale, e ci tenevo ad esserlo. L’estate seguente l’ho passata chiuso in casa, le mie nevrosi, le mie fobie, i miei complessi, le mie paranoie eccetera hanno avuto un’impennata. La cosa mi ha procurato un bel po’ di seccature con i miei. Non sapevo come spiegargli quell’isolamento, né la mia paura del mondo. Poi è ricominciata la scuola e ho dovuto riprendere a uscire.

Il primo ritorno in Albania è stato tre anni dopo averla lasciata. Ero diventato quello che ritorna, e in Albania le persone che ritornano assurgono a una categoria speciale che gode di grande stima. Quello che ritorna tornava a raccontare la sua vita bellissima nel paese in cui era emigrato e infondeva agli altri la speranza di toccare con mano un giorno quelle meraviglie. La parte più importante di quei racconti, ovviamente, riguardava il sesso. Sono riuscito a eludere la questione per un po’ finché, davanti alla stazione, davanti ai binari, Nard Shala mi ha chiesto senza mezzi termini: «A ke qi gja?». A quel punto tutti si sono zittiti per ascoltare. Mi ha preso un leggero panico ma poi, dissimulando il peso della verginità, ho fatto il mio dovere: ho raccontato di quante me ne ero scopate, come me l’ero scopate, dove le avevo scopate, quante in una volta; ho raccontato di come le ragazze italiane facevano bene i pompini, e gli ho detto che andavano pazze per il cazzo albanese.
Serio in faccia, Nard Shala si è avvicinato ed è rimasto a guardarmi fisso. Io ero lì pronto a confessare, a chiedere perdono, solo che lui continuava a non dire niente. A un certo punto mi ha dato una bella pacca sulla spalla, orgoglioso di me. Dopo quella volta in Albania ci sono ritornato solo in un paio di occasioni, e solo perché la mia presenza era obbligatoria.

Nel frattempo ci eravamo trasferiti a Belluno, rinnovando la mia condizione di nuovo, estraneo, diverso. Nel 2009 mi sono diplomato come perito meccanico e mi sono iscritto alla facoltà di fisica a Milano; dopo due mesi mi sono trasferito a filosofia, e dopo altri due mesi ho lasciato definitivamente gli studi. Ho girovagato per i centri sociali insieme a un mio amico d’infanzia che avevo ritrovato a Milano, facendo grandiosi progetti mentre eravamo strafatti e continuando a sperperare i soldi dei miei, che non sapevano che avevo mollato gli studi.

Un giorno mi sono svegliato alle tre del mattino su una panchina di un parco mai visto prima, e così ho deciso di ritornare a Belluno. Il mio rientro è coinciso con un momento di difficoltà economiche dei miei, e il mio ritorno è stato interpretato come un gesto per non gravare sulla famiglia, con conseguenti sensi di colpa dei miei. Quando mi chiedevano se il motivo era proprio quello io rispondevo di no, ma ciò non faceva altro che aumentare la nobiltà del mio gesto. E così ho cominciato a lavorare, collezionando le più disparate occupazioni: muratore, addetto alle pulizie industriali, operaio manutentore, lavapiatti, magazziniere, lavacessi, archivista, guardia notturna eccetera. Ma sto cercando di smettere. Nel frattempo mi sono trasferito a Padova e sono riuscito a convincere quelli di Oblique Studio che sono uno scrittore, e loro mi hanno aiutato a convincere quelli di Racconti Edizioni che ho scritto un libro.

*Elvis Malaj è nato a Malësi e Madhe (Albania) nel 1990. A quindici anni si è trasferito ad Alessandria con la famiglia. Oggi vive e lavora a Padova. Ha partecipato al concorso 8X8 nel 2013 con il racconto Mrika; il racconto L’incidente è stato selezionato per la Rassegna stampa di Oblique (giugno 2015); il racconto Il televisore è stato pubblicato sul numero #4 di effePeriodico di altre narratività. Ha appena terminato il suo primo romanzo Il mare è rotondo, come si legge sul sito di Oblique Studio che lo rappresenta. Nel frattempo è uscita la raccolta di racconti Dal tuo terrazzo si vede casa mia per Racconti edizioni.

Leggi l’intervista all’autore

Prestami le ali: un’avventura per uscire dalla schiavitù

SCARABOCCHI – La rubrica dedicata alla letteratura per bambini e ragazzi 

di Rossella Gaudenzi

«Che brutta cosa togliere la libertà a qualcuno. Portarlo via da casa sua. Portarlo lontano dalla sua mamma».

Igiaba Scego, scrittrice e giornalista romana di origine somala, collabora con «Internazionale» e firma una rubrica di libri per bambini e ragazzi. Il suo ultimo romanzo pubblicato in Italia è Adua (Giunti Editore, 2015). Nel 2017 ha pubblicato per Rrose Sélavy Editore (qui la nostra intervista all’editore Massimo De Nardo) il suo primo libro per bambini, Prestami le ali, impreziosito dalle incantevoli illustrazioni di Fabio Visentin.

Ho conosciuto Igiaba Scego nel tardo pomeriggio di un sabato d’ottobre al Pigneto. Non è un caso che dopo poche battute il discorso abbia virato sul mondo dei blog e delle loro potenzialità. Una settimana prima a Mogadiscio un attentato, definito l’11 settembre della Somalia (Adama Munu su «Internazionale»), ha ucciso oltre trecentocinquanta persone e ne ha ferite più di duecento: «E nessuna testata giornalistica ha voluto spendere uno spazio degno della portata della strage. Un blog in cui dare notizia e fare informazione seria credo sia una possibile soluzione, ci penso da tempo, perché le persone vogliono sapere, conoscere i fatti, questo è un dato che riscontro continuamente».

Prestami le ali nasce da un tuo viaggio di ricerca a Venezia durante il quale hai scoperto, attraverso il dipinto di Pietro Longhi Clara al Carnevale di Venezia, l’esistenza della rinoceronte Clara, ridotta a fenomeno da baraccone nel XVIII secolo. Come è nata costruita la storia di Clara?
Mi trovavo a Venezia per “Remapping the Ghetto” dell’Università Ca’ Foscari, progetto per il quale sono rimasta un mese in città. L’idea era quella di raccontare il ghetto, partendo da quello veneziano, nelle sue varie accezioni: ghetto fisico, ghetto della contemporaneità e via dicendo.
È nel Museo Ca’ Rezzonico, davanti il quadro Clara al Carnevale di Venezia di Pietro Longhi, che ho trovato il mio punto di partenza: il corpo della rinoceronte Clara come ghetto, come mancanza di libertà. Sono molto attenta agli animali – nel mio libro precedente, Adua, uno dei protagonisti è l’elefante – e sono sempre rimasta colpita e turbata dall’usanza di offrire rinoceronti come doni coloniali a re e sovrani. La riduzione in schiavitù degli uomini trova un corrispettivo nella prigionia degli animali ed è sostanzialmente la condizione dei subalterni, degli uomini del Sud del mondo. Osservando il rinoceronte del quadro ho subito colto la sofferenza: un animale che sta male circondato da maschere, una serie di elementi che cozzano gli uni con gli altri. Che cosa ci fa un rinoceronte a Venezia in mezzo alle maschere? Ho iniziato a indagare ed è stato interessante scoprire che la protagonista del quadro fosse la rinoceronte; ho scritto un racconto per adulti – ancora custodito nel mio pc – e mentre scrivevo pensavo costantemente a quanto sarebbe stato bello ricavarne un racconto per bambini.

Ho tenuto un laboratorio per bambini alla Scuola Elementare Carlo Pisacane di Torpignattara in concomitanza con la festa annuale della scuola, Taste de World – Festa Internazionale per musica, cibo, persone. Sono stata invitata e anziché parlare di me, rischiando di annoiare i bambini, ho deciso di parlare della rinoceronte. Si è subito creato uno scambio vivace, attraverso giochi e indovinelli e contemporaneamente un profondo lavoro di lettura del quadro, i bambini si sono entusiasmati. Che cos’è Venezia? Che cosa ci fa un rinoceronte a Venezia? Che cosa vedete nel quadro? «La cacca!», è la prima risposta, quindi la prima cosa che mettono a fuoco. Dopo questa esperienza ho deciso di fare un tentativo: non ho mai scritto una favola e ho voluto provarci. Oltre alla rinoceronte Clara, al gatto Gigi e alla rondinella ho inserito i protagonisti, due bambini: Ester l’ebrea, relegata nel ghetto, e il servetto somalo Suleiman. Sono arrivati da una doppia esperienza. La prima è quella vissuta nel ghetto: per un mese ho attraversato la città, ho parlato con le persone, ho visitato sinagoghe e il Museo Ebraico, sono andata a teatro a vedere Il mercante di Venezia di Shakespeare, ho gustato i dolci tipici. La seconda è stata la presenza dominante dei “moretti” veneziani nell’iconografa del luogo. Persino in albergo c’è il moro incatenato che regge la candela, così come nei gioielli, all’interno dei musei; da afro-discendente sono colpita da questi molteplici simboli di schiavitù. I due bambini, insieme alla rinoceronte Clara, hanno in comune un problema di schiavitù. Come possono i tre personaggi uscire da questo stato di oppressione? Volevo spiegare la schiavitù e la libertà ai bambini, che comprendono immediatamente e alla perfezione.
Prestami le ali è un’avventura per uscire dalla schiavitù. Man mano inserivo spunti, animali, vicoli, tutto ciò che ricordavo della città nella sua quotidianità, schivando i simboli turistici e stereotipati (come le gondole e i canali). Parallelamente ho studiato la storia della rinoceronte indiana Clara, piuttosto straziante: sedata continuamente per essere trasportata in Europa e morta molto giovane.

Come è stato scelto il titolo Prestami le ali?
Lo abbiamo scelto io e Massimo De Nardo, l’editore di Rrose Sélavy. Volevamo giocare con l’idea delle ali ma allontanarci da un titolo che suonasse come Storia di una gabbianella e del gatto che le prestò le ali di Luis Sepúlveda. Il concetto del prestare le ali da parte del leone di San Marco era centrale: il leone rappresenta un potere illuminato. Non nascondo di essere andata con la mente ai bambini della Scuola Carlo Pisacane e al tema dello Ius Soli. Il “potere” dovrebbe permettere di emanare leggi che consentano di vivere tutti con gli stessi diritti. Il leone rappresenta dunque un potere illuminato.

Il libro presenta personaggi molto diversi tra loro: Clara, Suleiman, Ester, il gatto Gigi e la rondinella. Quale ti somiglia di più?
Mi immedesimo in entrambi i bambini. Sono un’afro-discendente nata in Italia e il razzismo è stato una costante della mia infanzia; oggi sono corazzata e come strategia, quando sono arrabbiata, scrivo. Da bambina non avevo gli strumenti per difendermi. In Italia imperversa secondo me un razzismo istituzionale: mancano le leggi, c’è una paura crescente, l’incapacità di raccontare il cambiamento che sta vivendo il nostro Paese; è mancata la classe dirigente che non ha gestito la conoscenza reciproca, l’accoglienza, l’inclusione sociale e il fenomeno molto esteso della migrazione. Non si possono mischiare il figlio di migrante, il migrante che si trova in Italia per motivi di lavoro, lo studente, il rifugiato politico. C’è migrante e migrante e si deve iniziare a spiegare questa parte di popolazione agli altri, dovremmo conoscerci, anche perché paradossalmente gli stereotipi vengono assorbiti dai migranti stessi: conosco molte donne arabe razziste.
Il razzismo lo vedo con i miei occhi ma riesco a combatterlo, da piccola non ne ero capace e ciò che mi ha aiutata maggiormente è stata la lettura; nei libri della biblioteca scolastica o assegnati dalla maestra io ritrovavo me stessa: Marco, il protagonista del racconto Dagli Appennini alle Ande di Edmondo De Amicis, mi somigliava. I libri mi hanno dato degli strumenti per spiegarmi al mondo. A Ester e Suleiman ho voluto fornire strumenti di forza da dare al rinoceronte, che è completamente arreso.

Ci racconti il rapporto con le illustrazioni del veneziano Fabio Visentin?
Le illustrazioni di Prestami le ali rappresentano una svolta, perché il libro non sarebbe quel che è senza l’incontro felice con Fabio Visentin. L’illustratore ha letto la storia, ne ha colto la dimensione favolistica oltre a quella settecentesca e ha voluto rendere questa dimensione attraverso illustrazioni meravigliose. Fabio Visentin ha grande esperienza, è veneziano e della sua città ha scelto di rappresentare aspetti particolari e non scontati. Ci tenevo tantissimo alla rappresentazione del Carnevale: la storia si svolge durante questa festa che fa parte della tradizione del nostro Paese ma che stiamo perdendo. Oggi si festeggia Halloween ma sempre di meno il Carnevale, festa che amo molto: è il momento della trasgressione, del travestimento, del cambiamento di identità.

Portando il tuo libro in giro per l’Italia, a contatto con bambini e adulti di luoghi ed età differenti, hai avuto qualche sorpresa?
I bambini capiscono tutto e subito, questa è la sorpresa per me più bella: è un pubblico coinvolto che si diverte, interagisce, pone domande. Mi arricchisco e mi rimetto in gioco ogni volta. Mi piacerebbe trasformare il libro in opera teatrale da portare nelle scuole: i bambini seguono, si appassionano (sogno addirittura di farne un cartone animato, ma questo progetto è pressoché irrealizzabile).
Prestami le ali e spiega il razzismo e la schiavitù in modo non didattico ed è un libro in cui tutti i bambini possono rispecchiarsi, qualunque sia la loro origine. Purtroppo tra i libri per bambini pochissimi hanno titoli sulle minoranze, con personaggi principali latinos, afroamericani, americani asiatici, ecc. Quando ciò accade si rischia di cadere in storie pietistiche. In Italia ci sono poche eccezioni, mi viene in mente, ad esempio, il bel lavoro di Patrizia Rinaldi capace di inserire le diversità nelle sue storie.

Quando hai pensato per la prima volta di scrivere per i bambini?
Ho già scritto per ragazzi. Nel 2003, incontrando Della Passarelli, editrice di Sinnos, al Salone del Libro, le ho chiesto sfacciatamente di scrivere della Somalia attraverso la storia di mia madre, per la collana I Mappamondi. Ne è uscito il libro La nomade che amava Alfred Hitchcock, testo molto adatto ai ragazzi. Stavolta però ho voluto scrivere per bambini perché, nel frattempo, ho imparato. Curo per «Internazionale» la rubrica sui libri per bambini e ragazzi: l’ho fortemente voluta perché mi apriva un mondo, essendo da anni, forse da sempre, relegata a scrivere di guerre e di violenza. Ho iniziato con le recensioni per ragazzi e inoltrandomi in questo mondo ho imparato. Sicuramente continuerò a scrivere per bambini e ragazzi, ho varie idee, tra cui quella di scrivere un fumetto; un buon ritmo sarebbe alternare un libro per adulti con un libro per bambini e ragazzi. Ciò che so per certo è che le mie storie, come è avvenuto finora, nasceranno o dalla meraviglia o dalla rabbia.


Cosa leggevi da piccola?
L’intera opera di Agata Christie fatta eccezione per Sipario, perché non volevo che Hercule Poirot morisse, e tantissimi fumetti: Topolino, Diabilok, Alan Ford. Senza dimenticare che la mia formazione è cinematografica. Da bambina ho visto una quantità  stratosferica di film.

Cosa c’è da leggere sul tuo comodino?
In questo momento sto leggendo due libri di donne: L’età dell’innocenza di Edith Wharton (Corbaccio, 1993) e La ragazza con la Leica di Helena Janeczek (Guanda, 2017). Sono solita leggere due libri contemporaneamente, purché molto distanti tra loro.

Igiaba Scego è una scrittrice italosomala nata a Roma nel 1974. Collabora con «Internazionale», «Lo straniero», «la Repubblica», «il manifesto». Tra i suoi libri: Pecore nere, scritto insieme a Gabriella Kuruvilla, Laila Wadia e Ingy Mubiayi (Laterza, 2005); Oltre Babilonia (Donzelli, 2008); La mia casa è dove sono (Rizzoli, 2010, Premio Mondello 2011); Roma negata. Percorsi postcoloniali nella città (con Rino Bianchi, Ediesse, 2014); Adua (Giunti Editore, 2015); Prestami le ali (Rrose Sélavy Editore, 2017).

RACCONTI ITALIANI #1 – La città dei bambini fantasma

RACCONTI ITALIANI – rubrica dedicata al racconto italiano contemporaneo
Racconti italiani è il titolo del libro di John Cheever, pubblicato da Fandango nel 2009 (traduzione di Leonardo G. Luccone), che raccoglie i racconti scritti in Italia dal celebre scrittore americano.  La nuova rubrica ospita racconti italiani e le interviste agli autori. Scegliamo testi già pubblicati e che ci sono piaciuti.

La città dei bambini fantasma di Ade Zeno, è comparso su Retabloid (luglio 2017), la rassegna stampa realizzata da Oblique studio.  Ringraziamo Leonardo G. Luccone per la gentile concessione.

di Ade Zeno *

Poi, a una certa ora, nella Città nera fa buio e cielo e terra tornano a fondersi in uno. All’alba, invece, il labirinto cambia aspetto, la luce si riprende tutto e bagna gli angoli, il viottolo, le mura di terra bianca. Allora anche il nome muta forma: poche sillabe sussurrate dagli autisti delle corriere dirette a nord o dalle guardie di frontiera mentre spulciano i passaporti scuotendo la testa. Al viandante testardo verrà esposto con garbo un dettagliato elenco di svantaggi: tragitto troppo lungo, vie tortuose, predoni appostati ovunque. Per non parlare della destinazione in sé: un garbuglio di rovine abitato da malaria e bestie affamate. Niente alberghi, non un ospedale, acqua potabile a singhiozzi, batteri ignoti pronti a farsi beffe di anticorpi impreparati.
Nessuno sarà disposto a indicarvi la strada per la Città nera. A meno che non abbiate con voi parecchio denaro. Oppure un amico pazzo.
Delle due, per quanto mi riguarda, la seconda.

Si chiamava Antoine, e la sua prima vita ebbe termine lì. Aveva soldi, follia, e una voce ostinata che gli ronzava nella testa. Parti, vai, ripeteva di continuo. Vola fino alla città in cui ogni cosa di perde. Non tornare più.
Era un pilota provetto, nessuno conosceva quei cieli meglio di lui.
Già dal giorno dopo, alcuni cronisti avrebbero parlato di incidente, altri di un abbattimento nemico che lo aveva fatto sparire nell’oceano. Il suo corpo, invece, stava affondando altrove, qui: nella città in cui per incanto si torna a essere ciò che siamo stati e ancora saremo. Girandole, spettri. Disorientati bambini fantasma.
Non eravamo amici, io e Antoine. A unirci, semmai, un legame più simile a una corrispondenza formale, uno scambio fra estranei talmente affini da riconoscersi al primo sguardo. Nobile lui, senza radici io, ci eravamo incrociati nel cuore di un’Europa martoriata dalla stessa guerra di cui non avrebbe visto la fine. Era brutto, pingue, elegante. Aveva una moglie e decine di amanti. Poi, di notte, mentre il resto del mondo sognava o moriva in trincea, riempiva i suoi quaderni di mappe e appunti. Fino al giorno in cui si decide a parlarne con qualcuno, prima che tutto svanisse nel nulla.
Non è esatto dire che me ne parlò: la confidenza – chiamiamola così – fu in realtà affidata a tre cartoline postali, scritte a distanza di alcune settimane l’una dall’altra. Mi raggiunsero per miracolo solo due anni dopo la fine della guerra.
Non sarò così irresponsabile da rivelarne il contenuto: altro, dopo di me, potrebbero commettere l’errore di spingersi fino alla Città nera, e questo non deve accadere. Basti riferire che i tre messaggi contenevano, nell’ordine: una confessione; una dichiarazione di intenti; una disperata richiesta d’aiuto. La prima mi disorientò. La seconda mi fece sorridere. La terza, invece, mi impose di preparare i bagagli e partire.

***

Nella Città fantasma l’aria ha il sapore della polvere e al calare del sole niente sembra avere suono e nulla pare vero, neanche il vento caldo che smalta gli occhi, nemmeno le gole dei gatti randagi che spostano le tegole lassù, fra le migliaia di tetti appoggiati su case senza padrone. Le notti sono un lungo intervallo in cui i respiri tremano e si fa largo il silenzio. Percorrere i marciapiedi che costeggiano le strade centrali – un budello di vie strette e fetide – è l’unico modo per non essere visti. Al vostro fianco, nascoste fra le ombre, si sposteranno anche le sagome esitanti dei superstiti, quell’esercito disarmato di bambini allo sbando.

La confessione di Antoine riguardava un delitto (tanto grave quanto non verificabile) di cui si riteneva responsabile a tal punto da meritare una condanna esemplare. Nella seconda cartolina, più articolata della precedente ma meno lucida, riportava notizie di un luogo in cui sarebbe stato possibile espiare peccati ignominiosi, una città governata da poteri segreti in grado di purificare gli uomini. Il terzo messaggio, infine, proveniva da lì, e lo sa solo il diavolo come sia riuscito a spedirlo. A quanto scriveva, era arrivato pochi giorni prima, ma già si trovava a due passi dal baratro. Insieme alla cartolina, nella busta senza affrancatura che mi tremava fra le mai, trovai la mappa con le indicazioni, oltre alla supplica di correre a prenderlo. Avrebbe potuto rivolgersi a un padre, a un fratello, alla più invaghita fra le amanti. Invece aveva scelto me, un intimo sconosciuto con il cuore spento.
Tornato dal fronte avevo trovato il vuoto: padre e madre sepolti sotto i bombardamenti, due fratelli dispersi nelle Ardenne, e una promessa sposa scappata con un ricco mercante russo. Questo Antoine non poteva saperlo, eppure qualcosa doveva averlo convinto che tristezza e oblio fossero scritti da sempre nel mio destino. Solo a te posso chiederlo, intimava un corsivo sbavato. Soltanto tu puoi riuscirci.

Il viaggio durò tredici settimane. Da un mercante di Tunisi venni a sapere che la Città si trovava duecento chilometri più a ovest rispetto alle mie carte. Alcuni contrabbandieri algerini giurarono sui propri figli che la direzione giusta era quella opposta. La tenutaria del più raffinato bordello di Aleppo pretese una cifra pari a nove notti d’amore per convincermi che avevo sbagliato strada un’altra volta. Eppure anche setacciando fra tante invenzioni qualche verità trova sempre il modo di affiorare. Seppi abbastanza presto che nella Città nera sarei morto subito se non mi fossi tatuato una stella a sette punte sul lato destro del collo. E che quello stesso marchio mi avrebbe fatto uccidere se mai lo avessi mostrato una volta uscito. La voce lenta e melodiosa di un predone berbero mi assicurò che in tutto il mondo non esistono guardie più feroci di quelle assoldate per vegliare sui bambini fantasma. Quando domandai a quell’uomo meno reticente di altri chi mai fossero i generali che comandavano le sentinelle della Città, la sua bocca si storpiò in un ghigno felino.
I maghi, confessò poi dopo lunghe trattative. Esseri immondi che si nutrono di disperazione succhiando da poveri folli disposti a barattare l’anima in cambio di illusioni. Solo se sei disperato verrai accolto nella Città, aveva continuato il berbero. Solitario e triste come un cane mangiato dalla sete.
Si chiamava Quabli, aveva ottant’anni. Mi fece giurare che se mai fossi tornato vivo dal viaggio non lo avrei cercato, né avrei detto a nessuno del nostro incontro. È a lui che devo le ultime, più importanti, indicazioni.
Prima di arrivare – mi disse – avrei fatto meglio a procurarmi un niquab di lino grezzo, l’unico modo per tentare di confondermi agli altri. Nessuno nella Città indossa abiti diversi da questo, se si escludono le guardie, coperte da tonache rosso rubino che si gonfiano sottovento come enormi gonne. Un taglio nel tessuto all’altezza del collo avrebbe esibito la stella a sette punte, il mio unico lasciapassare. Fu sempre il vecchio a indicarmi il nome di un tatuatore esperto: il risultato della visita in quella bottega di blatte e aghi roventi brilla ancora oggi sulla mia pelle scottata. Il consiglio più prezioso fu quello di varcare le mura al tramonto, quando le guardie si rilassano e i bambini fantasma cominciano a riversarsi nelle strade. Non tollerano la luce, il minimo abbaglio li porta a fuggire, a rintanarsi nei loro giacigli. Soltanto la magia delle ombre sembra ammorbidirli in una parvenza di conforto. Mentre gli aguzzini sorvegliano dall’alto coi fucili pronti a tirare, i bambini fantasma si aggirano ovunque senza meta. I più giovani – quelli arrivati da poco, anime in pena in cui ancora sopravvivono gli ultimi istinti – si nutrono di falene e scolopendre, cacciando lesti come pipistrelli. Un tempo erano stati uomini forti, forse belli, sicuramente ricchi. Esseri abituati a scrutare il mondo da prospettive superiori e a esercitare le più ambigue forme di potere. Fino al giorno in cui, chi per una ragione chi per l’altra, avevano scelto di liberarsi per sempre dai fardelli dello spirito. Ai maghi consegnavano tutto: oro, titoli, denaro. Quelli prosciugavano l’ultima stilla della loro miserevole anima. Nessuno – concluse il berbero – sapeva di preciso cosa venisse proposto in cambio. Indifferenti e spietati, padroneggiavano sortilegi in grado di cancellare nella mente ogni traccia di passato.
Per trovare Antoine impiegai ventisette giorni.

Marocco. Foto di Giuseppe Zanoni

***

La verità è che ero partito senza la speranza di rivederlo. Dopo due anni, i suoi messaggi appartenevano a un uomo che non esisteva più. Sapevo che Antoine era lì da qualche parte, ma riconoscerlo in quel formicaio di spettri sarebbe stato quasi impossibile. Ci misi poco a capirlo: una volta privati dell’anima, gli abitanti della Città nera mutavano lentamente forma assumendo, nel giro di pochi giorni, le sembianze di fanciulli gracili e biondi. Quando me ne resi conto, il sospetto di aver fallito divenne certezza, e fu quello il momento in cui compresi che non ero arrivato fin lì per salvare un amico, ma perché volevo perdermi anch’io, lasciarmi dimenticare. Diventare a mia volta un bambino fantasma.

Lo trovai rannicchiato in una pozza di escrementi e fango, respirava a malapena. Era solo un bambino, un cucciolo magro e ossuto, come tutti gli altri. Riconobbi il naso sottile, appena sporgente, delicatamente proteso all’insù. Inconfondibile, malgrado la mutazione: un’appendice di cartilagine e ossicini che fin dai tempi dell’asilo gli era costata quel soprannome buffo, Pique la lune.
Provai a chiamarlo, non ottenni risposta. Sussurrai il mio nome. I suoi occhi congelati non tradivano né paura né ansia, solo uno sbalordimento lontano. Avevo fame, sete, e temevo che una volta piegato su di lui non sarei più riuscito a rialzarmi. Vidi il rosso di una sentinella appostata tra i due comignoli del palazzo di fronte, il fucile in spalla, il volto invisibile puntato verso di noi. Avrebbe potuto spararci, non lo fece. Ancora adesso mi chiedo quale paura trattenne la sua mano.

Superammo le rovine della Città nera, nessuno si oppose alla nostra uscita. Non uno sparo, una parola gridata dall’alto. I bambini fantasma, spaventati, si spostavano al nostro passaggio. Abbandonato sulle mie spalle, il corpo di Antoine sussultava, mentre io sprofondavo nella sabbia aspettando a ogni passo il morso di un serpente. Di front a noi la notte accarezzava il mare di dune scure tenendo segreta la giusta direzione.
Quando spuntò l’alba mi fermai per salutare le ultime stelle. Il bambino dormiva, sentivo la sua bocca soffiare i lenti respiri del sonno. Piangendo, gli baciai un ginocchio, sapeva di sale.
Mi voltai ancora una volta. Il sole aveva già cominciato a colorare di arancione le nuvole e le rovine ormai lontane, e l’oceano di sabbia che ammutoliva custodendo i nostri ricordi, le nostre anime, tutto ciò che eravamo o che non saremmo mai stati.

* Ade Zeno è nato a Torino nel 1979. Ha pubblicato due libri Argomenti per l’inferno (NoReply, 2009) e L’angelo esposto (Il Maestrale, 2015), oltre a numerosi racconti sparsi su antologie e riviste. Fondatore, insieme al collettivo sparajurij, della rivista letteraria Atti impuri, ha lavorato anche per cinema e teatro. Da alcuni anni lavora come cerimoniere presso il Tempio Crematorio di Torino.

Leggi l’intervista all’autore.

 

Strega OFF, la vera novità di quest’anno!

di Emanuela D’Alessio

Domani 6 luglio conosceremo il vincitore dello Strega 2017, edizione numero 71 del più prestigioso premio letterario italiano, sempre al centro di vivaci (ma nemmeno poi tanto!) dibattiti.
L’edizione 2017 presenta alcune novità rispetto alle precedenti, come ha ricordato recentemente Stefano Petrocchi, direttore della Fondazione Bellonci, che si traducono in una giuria con ben 660 aventi diritto di voto.  Ai tradizionali 400 Amici della Domenica e ai 40 lettori forti selezionati dalle librerie indipendenti italiane associate all’ALI, sono stati aggiunti, infatti, 20 voti collettivi espressi da scuole, università e biblioteche e, soprattutto, 200 voti espressi da studiosi, traduttori e intellettuali italiani e stranieri selezionati da 20 Istituti italiani di cultura all’estero. Insomma, una giuria ampliata e differenziata che dovrebbe garantire esiti sorprendenti, che tradotto vuol dire: scompaginare il risultato. Vedremo.

C’è però un’altra novità da segnalare che ci incuriosisce parecchio. Si chiama Strega OFF, prevede lo svolgimento di una serata “alternativa” a quella ufficiale, organizzata da Bacteria, Alinea e Citofonare interno 7, con il patrocinio della Fondazione Bellonci, nel giardino di MONK, il noto locale a Portonaccio.

All’atmosfera selezionata e un po’ ingessata del Ninfeo di Valle Giulia si potrà scegliere quella più rilassata e informale del locale di Portonaccio, dove saranno liberi ingresso, dress code e voto sulla cinquina. Sì, la vera novità di Strega OFF è proprio questa: offrire l’occasione a tutti coloro che lo vorranno di esprimere il proprio vincitore, magari diverso da quello che domani uscirà dal Ninfeo.

Come sarà articolata la serata, in particolare il momento della votazione, e anche altro, lo abbiamo chiesto direttamente ai promotori. Ha risposto per tutti Chiara Rea.

Prima di parlare di Strega OFF parliamo dei suoi ideatori dai nomi bizzarri: Bacteria, Citofonare Interno 7 e Alinea? Vogliamo dare un volto e un perché a queste etichette? E quantificare le persone convolte?
Bacteria
è un’agenzia di servizi editoriali che da anni si occupa di traduzione, editing, organizzazione di eventi culturali e altro, fondata da Marzia Grillo e Veronica La Peccerella. Ne fanno parte anche Giulia Caminito, Laura Fidaleo, Marianna Garofalo, Alessandra Pierro e la sottoscritta, che sono tra gli organizzatori di Strega OFF. Citofonare Interno 7 è un reading-mob che porta la cultura a domicilio: Rossano Astremo (tra i nostri organizzatori) e Girolamo Grammatico portano reading di testi inediti di scrittori in abitazioni messe a disposizione dalla collettività; quest’anno sono stati anche nel programma del Salone Off.  Infine Alinea, un collettivo femminile che si occupa di eventi artistici, culturali e sociali come festival di arte pubblica, mostre e progetti site-specific; di Alinea sono dei nostri Antonella Sciarra e la grafica Mara Becchetti. Ed eccoci qua!

Il perché dell’iniziativa è stato sufficientemente spiegato. Mi incuriosisce invece conoscere il come e il quando.
Il quando è semplice: 6 luglio nel giardino di Monk (via Giuseppe Mirri 35, Roma) dalle 18:30 fino a notte inoltrata! Per quanto riguarda il come, la serata prevede diversi momenti: un aperitivo con talk letterario a cura di Rossano Astremo, “L’Italia vista attraverso i libri dello Strega”, a cui parteciperanno Leonardo Luccone, Stefano Gallerani, Giulia Caminito, Paolo Nicoletti Altimari e Gianluigi Simonetti.
Verso le 20 ogni libro sarà presentato da uno “sponsor” che avrà il compito di convincere gli indecisi a votare:  Angela Rastelli per Le otto montagne di Paolo Cognetti, Giulia Villoresi per È giusto obbedire alla notte di Matteo Nucci, Daniele Di Gennaro per Un’educazione milanese di Alberto Rollo, Federica De Paolis per La più amata di Teresa Ciabatti e Fabrizio Patriarca per La compagnia delle anime finte di Wanda Marasco.
Verso le 21:30 ci sarà il concerto di Giulia Ananìa, cantautrice romana, poetessa e paroliera per grandi artisti italiani.
Dalle 23 seguiremo la diretta Rai della finale dal Ninfeo con il commento di Christian Raimo,  e Simonetta Sciandivasci e le previsioni astrali sulla cinquina di Melissa Panarello. Contemporaneamente avverrà lo spoglio dei voti per il nostro Premio Strega OFF e poi brinderemo a entrambi i vincitori con le sonorizzazioni della dj Fouturista.

Il momento clou della serata sembrerebbe quello della votazione, ma forse non è così. Intanto però vorrei chiedere chi e come potrà votare domani sera?
Diciamo che il Premio Strega OFF è un gioco ma non troppo: abbiamo voluto dare diritto di voto ai lettori e agli interessati (tutti quelli che parteciperanno alla serata avranno diritto a un voto) ma anche a soggetti del mondo dell’editoria che non sempre ricevono l’attenzione che meritano, ovvero riviste e blog letterari. Oltre a Via dei Serpenti, voteranno per noi Colla, Finzioni, The FLR, Flanerì, Le parole e le cose, Achab, Critica Letteraria, Pastrengo, Radio Libri e Il Mucchio Selvaggio. Il voto sarà calcolato al 50% proporzionale tra pubblico e redazioni.

Se il vincitore di Strega OFF sarà diverso da quello ufficiale, ma anche se sarà lo stesso, che cosa succede?
Sarebbe molto interessante se il vincitore fosse lo stesso perché forse, per una volta, tutte le polemiche sul meccanismo di voto dello Strega avrebbero meno senso: avrebbe veramente vinto il libro preferito di tutti. Se invece avremo due vincitori sarà divertente capire le due diverse logiche di elezione. In ogni caso speriamo che entrambi i vincitori, dopo il Ninfeo, vogliano venire a festeggiare con noi al Monk!

Qual è, nel caso ci fosse, il filo invisibile che lega Strega OFF con Giulia Anania e Fouturista, ospiti musicali della serata?
Giulia Ananìa è una delle cantautrici più brave che ci sono in circolazione. È anche una poetessa e quindi il suo legame con la letteratura è molto forte.
Stessa cosa per Fouturista (Francesca Pignataro): è una dj bravissima e lavora da anni come grafica nell’editoria, quindi ci è sembrata perfetta per il nostro evento!

Lo so che non me lo direte mai, ma io ci provo lo stesso. Chi è il vincitore di Strega OFF per i promotori di Strega OFF?
Non lo diremo mai! Anzi no, lo diremo ma durante la serata, quando voteremo come tutti. Oltretutto abbiamo preferenze diverse tra di noi.

Alla fine sarà comunque una bellissima e inedita festa.  Possiamo già considerarlo il numero zero di una nuova serie di eventi?
Noi lo speriamo! Lavoriamo bene insieme, siamo un gruppo affiatato e ci piacerebbe combinare altre cose in futuro, che sia la seconda edizione di Strega OFF o anche altri progetti. Quindi teneteci d’occhio anche dopo l’evento!

Non posso concludere senza la consueta domanda di Via dei Serpenti. Ditemi almeno un libro che si trova sui comodini di Strega OFF.
Chiara  Rea
: pochissimo tempo per leggere ma in questo momento sul mio comodino si trova Memoria di ragazza di Annie Ernaux (traduzione di Lorenzo Flabbi, L’Orma Editore).
Alessandra Pierro: L’amante di Wittgenstein di David Markson (traduzione di Sara Reggiani, Edizioni Clichy).
Marzia Grillo: Voci fuori campo di Ali Smith (traduzione di Federica Aceto, Edizioni Sur). Ali Smith tra l’altro è candidata al Premio Strega Europeo con L’una e l’altra.
Veronica La Peccerella: Voci fuori campo di Ali Smith.
Antonella Sciarra: Icaro deve cadere di Elisa Muliere (GRRRZ Comic Art Books).
Rossano Astremo: Tabù di Giordano Tedoldi (Tunué).

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Quel che conta è giocare. Intervista a Vanni Santoni

di Emanuela D’Alessio

Vanni Santoni ci accompagna nella sua “stanza profonda” dove si gioca a Dungeons & Dragons, ci si ritrova e ci si perde, si costruiscono mondi immaginari, si prova a resistere con la fantasia all’omologazione della realtà.
Con La stanza profonda lo scrittore toscano e direttore editoriale di Tunuè ha messo sul tavolo un poker d’assi, tanto per restare in tema di gioco.
Innanzitutto entrare nella “dozzina” del Premio Strega, ingresso ancor più eclatante se si considera che per il suo editore, Laterza, si tratta di una prima assoluta.
Poi “sdoganare” l’universo dei Giochi di Ruolo, percepiti dai profani come una “roba da sfigati”, da cui stare alla larga o addirittura difendersi.
Quindi compiere un’ibridazione vincente tra saggio e romanzo, autobiografia e finzione, attraverso una scrittura asciutta e leggera senza intoppi retorici o nostalgici.
Infine svelare a tutti gli altri la “stanza profonda”, che diventa metafora dell’inesauribile lotta tra magia e realtà, dove si entra solo per giocare e per mettersi al riparo dal mondo reale, anche se «il gioco è più reale del fuori».

Vanni Santoni

Vanni Santoni

Ci riesce brillantemente Santoni a raccontare questo mondo dove c’è spazio solo per l’immaginazione, così come ci era riuscito con il rave nel suo precedente Muro di casse (sempre per Laterza).
E lo fa attraverso «un gruppo di sciamannati» che sono scesi nel seminterrato da adolescenti e ne sono usciti da adulti. Nel frattempo fuori tutto è cambiato, anche il modo di giocare, perché il dungeon master e i dadi colorati a venti facce, le mappe e il libro delle regole, le schede personaggio e i lapis Fila gommati, non servono più.
Nel frattempo sono arrivati i videogame e i giochi online e la scatola rossa di Dungeons & Dragons diventa un pezzo da collezione.
Non si tratta però di una disfatta o peggio di un annientamento, è questa la chiave di lettura alternativa di Santoni, ma di una evoluzione. I trenta milioni di giocatori di ruolo che per vent’anni (a partire dal 1974) sono scesi nelle “stanze profonde” in tutto il mondo, hanno rappresentato un’avanguardia dell’attuale miliardo di utenti di giochi online.
I GdR, insiste Santoni, sono stati controcultura, perché hanno dimostrato che rispetto alla competizione di una società afflitta e sfranta, ci si può divertire ed esaltare senza pagare nessuno e senza sottomettersi ad alcuna autorità, se non a quella di regole scelte insieme.
Quindi evviva i GdR, ma allo stesso tempo viene da chiedersi: l’attuale forsennata proliferazione dei giochi online rappresenta la nuova avanguardia culturale?
Forse troveremo la risposta nel prossimo libro di Santoni, cui nel frattempo abbiamo rivolto altre domande.

Vanni Santoni è di nuovo protagonista del Premio Strega, questa volta in qualità di scrittore con il suo “anomalo” La stanza profonda, pubblicato da Laterza. Per l’editore barese si tratta di una prima volta, non avendo mai partecipato allo Strega. Come mai ha deciso di iniziare proprio con il tuo libro?
Questo andrebbe chiesto a Anna Gialluca, direttrice editoriale di Laterza. Personalmente, posso solo essere onorato del fatto che una casa editrice con la storia della “Giuseppe Laterza & figli” abbia scelto me per partecipare al più importante premio letterario italiano. Da sempre in Laterza ho trovato grande fiducia nella mia scrittura, a partire da Se fossi fuoco arderei Firenze, del 2011 e continuando poi col successo di Muro di casse, uscito due anni fa – e tale fiducia è da me assolutamente ricambiata vista la qualità cristallina del loro lavoro a ogni livello, che sia di direzione, editing, bozze, grafica, segreteria, eventi, distribuzione o ufficio stampa.

Per te invece lo Strega è diventato una consuetudine: hai partecipato come editor dei fortunati Dalle rovine e Stalin+Bianca, due grandi successi di Tunuè, e ora come scrittore. Come ci si sente a svolgere molteplici ruoli contemporaneamente e in quale ti ritrovi più a tuo agio?
Non so se si possa parlare di consuetudine, per me lo Strega è qualcosa di mitologico – tra le foto-feticcio che ho affisse nella stanza in cui scrivo c’è quella di Elsa Morante (tra le tante cose l’unica scrittrice psichedelica italiana) che indica col bicchiere la leggendaria lavagna – e se è stata certamente positiva l’esperienza che ho avuto con la candidatura del libro di Barison e la “dozzina” con quello di Funetta, per me già solo esserci come autore è qualcosa di assolutamente emozionante.
Circa la mia attività di editor, è ancora qualcosa di relativamente nuovo rispetto a quella di scrittore, e la vivo molto bene, sia perché mi esalta l’attività di scouting, che si tratti di scoprire nuovi talenti o di recuperare autori magari non capiti appieno nel loro valore da un mondo editoriale a volte troppo frenetico, sia perché imparo sempre molto dai miei autori.

las_copertinaHo definito “anomalo” La stanza profonda perché sfugge a una facile catalogazione (un’ibridazione tra saggio e romanzo) e perché affronta un argomento, i giochi di ruolo, un po’ indigesto per i non addetti ai…giochi! Hai voluto rendere omaggio ai tuoi trascorsi ventennali di master e a tutti gli appassionati del genere?
La stanza profonda nasce per parlare anzitutto a chi non ha mai partecipato a un gioco di ruolo, esattamente come Muro di casse era destinato in primis a chi non aveva mai preso parte a un rave: lo spunto iniziale è proprio quello che deriva dalla volontà di storicizzare questi fenomeni e rendergli giustizia rispetto al peso culturale enorme che hanno avuto, e la scelta della forma-romanzo deriva proprio da tale volontà, visto che un dato tema può interessare a qualcuno sì e a qualcuno no, mentre a tutti piacciono le storie. Ovviamente, poi, c’è un secondo livello di lettura, legato alla mia esperienza diretta di raver e giocatore di ruolo, che si traduce nell’articolare un storia dei due fenomeni attraverso una narrazione romanzesca, con molti ammicchi a chi ne ha una conoscenza più profonda.

Un gioco di ruolo «non è una roba al computer, non è una roba di soldatini, non è una roba di carte, non è una roba in cui ti vesti da elfo». Ma allora che cos’è veramente? Resta il dubbio, fino alla fine, su chi siano i giocatori di ruolo: sfigati e autistici o un’avanguardia culturale che ha scelto di chiamarsi fuori dal sistema, facendo prevalere la fantasia sull’omologazione?
Credo sia interessante il fatto che molto spesso i GdR sono stati definiti per esclusione, come fa del resto il personaggio di Tiziano nel romanzo, nel passo che citi. Credo c’entri il fatto che sono facilissimi da sperimentare – ti siedi e giochi – mentre molto più complessi da spiegare. Tra le due definizioni che proponi, probabilmente mentre l’onda dei GdR era in corso, quella corretta è qualcosa a metà tra le due, mentre oggi che è finita prevale senz’altro la seconda: piaccia o no a chi buttava il suo tempo con gli sport, tanto i GdR come i rave erano cruciali avanguardie culturali… anche se non lo sembravano!

Perché il luogo ideale per giocare a Dungeons & Dragons è nascosto e sotterraneo, al riparo dalla luce e dalla vita di superficie, in una stanza segreta, profonda, appunto?
La spiegazione banale è che le altre stanze erano occupate dalle attività dei genitori. Ma è una spiegazione che nasconde altro. Mentre in salotto, la stanza in teoria più importante della casa, si svolgevano riti borghesi ormai vuoti, inutili, spogliati di ogni significato, nella cantina, la stanza in teoria meno importante, si progettava il futuro. Che si trattasse dei giochi di ruolo, delle prove del gruppo rock & roll o di quelle del futuro dj con la Korg o la TR-808, o ancora degli esperimenti dei giovani Jobs o Gates che realizzavano i prototipi dei loro “personal computer”, il garage è un vero e proprio topos della creatività rivoluzionaria dei nostri tempi.
Nel caso specifico dei GdR, per continuare il parallelismo con la free tekno, è interessante anche il fatto che si svolgessero in luoghi del genere, così come i rave si svolgevano in industrie abbandonate, per lo più fuori mano, esattamente come i culti perseguitati sceglievano le catacombe come luoghi del loro officiare: e infatti sia i rave che i giochi di ruolo sono, sociologicamente parlando, più manifestazioni rituali che di intrattenimento.

Appena si smette di giocare e si esce dalla “stanza profonda” incontriamo altro: una provincia depressa che ha perduto molti treni, un gruppo di adolescenti che nel passaggio all’età adulta sembra aver perduto un altro treno, quello dell’amicizia. È così?
Sicuramente è così per la provincia. Mentre scrivevo La stanza profonda, e ripercorrevo trent’anni di vita di provincia, mi rendevo conto di quanto il contesto di riferimento fosse cambiato; di quanto quella provincia, che negli anni della mia infanzia conservava ancora i tratti rurali di un tempo e quelli industriali che aveva acquisito nel frattempo, ora avesse perduto entrambi, senza sapersi reinventare, e anzi perseguitando in modo non meno che schizoide tutti i suoi giovani che provassero a inventarsi qualche alternativa – sono ben noti a tutti, perché si sono svolti ovunque, gli sgomberi e le denunce ai danni di qualunque ragazzo provasse a aiutare la propria comunità realizzando uno spazio autogestito per organizzarvi attività culturali, o anche solo una festa libera. Così ho finito per costruire il romanzo intorno a una sorta di dialettica inversa tra la creazione di mondi che avveniva nella stanza e la dissipazione del mondo che aveva luogo fuori.
Il discorso, invece, è diverso rispetto all’amicizia. Tutte le amicizie, non solo quelle cresciute intorno a una passione comune, cambiano dopo vent’anni, col sopraggiungere dell’età adulta, ed è quello che succede anche ai protagonisti della Stanza profonda, che finiscono per non riconoscersi più.

La narrazione procede con l’uso della seconda persona singolare. Chi legge si ritrova spettatore ininfluente di un dialogo tra lo scrittore e sé stesso. Perché questa scelta?
Ho cominciato a sperimentare col “tu” con Muro di casse, il cui prologo è scritto infatti alla seconda persona. L’idea nasceva dal fatto che quello rave era un movimento in cui era decisivo l’aspetto collettivo, tant’è che uno dei motti degli Spiral Tribe, capostipiti della free tekno, era “you are the party”, frase che – prima ancora di ogni discorso di rispetto del contesto e di chi lo vive – stava lì a sancire il decadimento della differenza sociale preordinata tra pubblico e performer: al rave tutti erano uguali. Così, lavorando sui giochi di ruolo, altra sottocultura caratterizzata da non competitività e eguaglianza radicale, mi è venuto spontaneo usare il “tu” fin dall’inizio; quando poi mi sono reso conto che la seconda persona, plurale o singolare, è quella che usa il dungeon master con i giocatori, ho capito che era la strada giusta e ho continuato così per tutto il romanzo.

Per concludere la consueta domanda: che cosa stai leggendo in questo momento?
Alcuni saggi di Roland Barthes sull’arte, per uno dei romanzi che sto scrivendo; La tavola del paradiso, il nuovo libro di Donald Ray Pollock appena uscito per Elliot; le poesie di Reverdy, consigliatemi da Andrea Breda Minello; tutta l’opera di Claudio Magris.