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Otto anni nei boschi narrativi #3 Vanni Santoni

Continuiamo a sfogliare il nostro “quaderno”.

Oggi ci soffermiamo su Vanni Santoni, scrittore, giornalista e direttore editoriale Tunué.
Il suo ultimo romanzo, I fratelli Michelangelo, è uscito per Mondadori a marzo 2019.
La sua prima intervista a Via dei Serpenti risale a luglio 2016. La nuova è di maggio 2019.
Qui un assaggio.

Vanni Santoni direttore della narrativa Tunué
Visti i bei riscontri inanellati dalla collana (Romanzi), aprire anche alla straniera – oltre che ai “recuperi”: il primo effettuato, Ricrescite di Sergio Nelli, ci ha dato molte soddisfazioni – ci è parsa una direzione naturale di sviluppo. Naturalmente serviva qualcuno che conoscesse in modo capillare non solo l’editoria straniera, ma anche il mondo di traduttori e revisori, ricerca che si è poi concretizzata nella figura di Giuseppe Girimonti Greco, già traduttore per Adelphi e consulente di varie case editrici, che oggi cura integralmente la nostra “straniera”, di cui io mantengo la direzione, nel rispetto delle sue scelte.
Nel caso di una collana di straniera non si cercano debuttanti, dato che si acquistano libri già usciti nel loro paese, quindi il tipo di ricerca è differente. È vero però che, essendosi la collana Romanzi caratterizzata negli anni per la sua particolare attenzione agli esordienti, per la straniera sarà naturale guardare con particolare attenzione a quegli autori che, a prescindere dal numero di libri pubblicati in patria, sono ancora inediti da noi.

Vanni Santoni

Le novità di narrativa Tunué
Talib, o la curiosità di Bruno Tosatti, scovato tra i finalisti del Calvino. Per quanto riguarda la straniera, dopo Biliardo sott’acqua di Carol Bensimon, sarà la volta di Mio padre era un uomo sulla terra e in acqua una balena, esordio – tra Lewis Carroll, Tim Burton e Hieronymus Bosch – della svizzera Michelle Steinbeck.

La rivista «The FLR – The Florentine Literary Review»
«The FLR» nasce con un intento differente da quello di molte riviste, dato che pubblica autori già affermati, ma ancora inediti all’estero e in particolare nel mondo anglosassone. L’idea è quella di offrire, grazie al bilinguismo della rivista, una selezione della nostra migliore narrativa al pubblico estero, e provare a compensare quel deficit di traduzioni di qualità che l’Italia sconta. Su «The FLR» sono apparsi racconti di due autori Tunué: Luciano Funetta e Francesco D’Isa.

Vanni Santoni scrittore
Ho sempre voluto esplorare temi e modalità espressive diverse, e intendo continuare a farlo. In realtà tutti i miei romanzi, da Gli interessi in comune fino a L’impero del sogno, sono collegati fra loro – sì, anche i due fantasy – e formano un’unica macronarrazione. Faccio prima a spiegarlo con un’immagine, specificando però che, pur avendo piccoli collegamenti con alcuni libri precedenti, I fratelli Michelangelo è del tutto autonomo.

Il ritorno in libreria del primo romanzo Gli interessi in comune
Gli interessi in comune fu scritto senza sapere come e quanto avrebbe gemmato. Tra i suoi protagonisti c’è Iacopo Gori, che ritroviamo tra quelli di Muro di casse; c’è il Paride, che torna nella Stanza profonda; c’è il Mella che è addirittura protagonista unico dell’Impero del sogno. È stato il cespite fondamentale della prima fase della mia produzione letteraria e come ho raccontato a suo tempo a The Catcher (da cui ho anche ripreso l’immagine sopra) il fulcro centrale a cui si collegano tutti i miei altri libri fino all’Impero. Fuori catalogo per anni nonostante i tanti appelli dei lettori e i fenomeni di cui sopra, tornerà per Laterza e ne sono molto contento.

«La letteratura, come direbbe una cantante andalusa, è un pericolo»
Questa frase di Bolaño l’ho sempre amata. Credo che il lavoro letterario sia, appunto, un lavoro di ricerca costante, e di costante innalzamento dell’asticella. Per questo esploro a ogni mio libro temi anche molto diversi, per questo aspiro a macronarrazioni interconnesse, e per questo sono arrivato a fare, finalmente, anche un romanzo singolo di ampio respiro [I fratelli Michelangelo].
Dopo un libro che ha richiesto tanto lavoro quanto I fratelli Michelangelo, è necessario fermarsi. E leggere. Mi prenderò il mio tempo, anche perché dopo la riedizione degli Interessi in comune pubblicherò per minimum fax un pamphlet sull’insegnamento della scrittura.

Vanni Santoni è nato a Montevarchi nel 1978. Dopo l’esordio con Personaggi precari, ha pubblicato, tra gli altri, i romanzi Gli interessi in comune (Feltrinelli 2008), Se fossi fuoco arderei Firenze (Laterza 2011), Muro di casse (Laterza 2015), La stanza profonda (Laterza 2017, candidato al Premio Strega), L’impero del sogno (Mondadori 2017). Ha ideato, insieme a Gregorio Magini, il progetto SIC (Scrittura Industriale Collettiva) che è sfociato nel romanzo collettivo In territorio nemico pubblicato da minimum fax nel 2013. Scrive sul Corriere della Sera e dirige la narrativa di Tunué. Il suo ultimo romanzo è I fratelli Michelangelo, per Mondadori.

 

Otto anni nei boschi narrativi #1 Ade Zeno

In attesa di sfogliare il “quaderno” che stiamo realizzando per raccogliere le nostre interviste più belle, in otto anni di letture e passeggiate con editori e autori indipendenti, ecco qualche assaggio.

Titolo?
Otto anni di editoria indipendente. Le interviste di Via dei Serpenti
Editore?
Via dei Serpenti
Uscita?
Settembre 2019

Ade Zeno

Ade Zeno, scrittore torinese, ha esordito nel 2009 con il romanzo Argomenti per l’inferno per No Reply. Nel gennaio 2020 uscirà per Bollati Boringhieri il suo nuovo romanzo, L’incanto del pesce luna.
La sua prima intervista a Via dei Serpenti è dell’ottobre 2017.
Qui uno stralcio della nuova, aprile 2019.

Perché scrivere sotto pseudonimo
Diciamo che ho sempre avuto il sospetto di non esistere, o più esattamente di non esistere ancora. Dal dubitare di esistere all’inventare mondi possibili usando uno pseudonimo il passo è breve, se non altro per coerenza.

Il ruolo tra editor e scrittore
Il primo a seguire i miei lavori, quando ero ancora un pischello alla ricerca della propria voce, è stato Raul Montanari. Raul è stato il primo a degnarmi di attenzione dedicandomi tempo e pazienza, una ventata di ossigeno. Conservo ancora alcuni vecchi dattiloscritti pieni di sue annotazioni, punti esclamativi, parolacce. Trovare un maestro del suo calibro che ti segue all’inizio del percorso è un privilegio concesso a pochi, gli devo eterna riconoscenza, anche perché si occupò di me sapendo bene che, gratitudine a parte, non avrebbe ottenuto nulla in cambio.
La collaborazione con Leonardo Luccone è un discorso più complesso perché da un paio d’anni, oltre a essere il mio primo lettore, è anche il mio agente. Mi fido totalmente del suo sguardo e della sua professionalità.

I temi salienti del discorso narrativo
Ho alcune passioni e molte ossessioni. Inutile dire che ad animare il mio immaginario narrativo sono soprattutto le ultime. In genere i temi su cui mi arrovello morbosamente sono sempre gli stessi: morte, menomazione fisica, oblio, attrazione verso tutto ciò che è mostruoso. Roba allegra, insomma.

Progetti futuri
Il passato appartiene ai morti, il futuro è dei posteri. Verso questi ultimi nutro una strana forma di ansiosa nostalgia. Sul presente non ho molte cose da dire, a parte il fatto che nel complesso mi ha sempre fatto orrore. Mi sto anche dedicando alla drammaturgia, un antico amore messo da parte per troppo tempo. Scrivere dialoghi e didascalie mi fa stare bene, vai a capire perché. Il testo è pronto, un regista bravissimo ci sta già lavorando, probabilmente andrà in scena il prossimo anno. Si intitola Le ultime ore dell’umanità.

L’incanto del pesce luna
Solo Andrea Bajani lo ha voluto fin da subito per la collana che sta curando, e penso che un editore come Bollati Boringhieri sia perfetto per un libro del genere.

Ade Zeno è nato a Torino nel 1979. Ha esordito nel 2009 con il romanzo Argomenti per l’inferno per No Reply, finalista al Premio Tondelli. Ha anche scritto e diretto alcuni cortometraggi premiati in molti festival e un radiodramma, L’attimo più breve, andato in onda su Rai Radio3 nel 2012 in diretta dal Teatro Filodrammatici di Milano. Nel 2010 ha fondato, insieme al collettivo Sparajurij, la rivista letteraria internazionale Atti impuri. Il suo ultimo libro, L’angelo esposto, è uscito per Il Maestrale nel 2015. Da anni lavora come cerimoniere presso il Tempio Crematorio di Torino. Pronto per la pubblicazione il suo nuovo romanzo, L’incanto del pesce luna. È rappresentato da Oblique di Leonardo Luccone.

Cliquot, alla ricerca dell’opera perduta – Intervista a Federico Cenci

di Emanuela D’Alessio

Cliquot è una giovane e indipendente casa editrice romana, nata nel 2014 con un chiaro progetto: riscoprire le belle opere del passato dimenticate. Letteratura popolare di genere, manualistica di scacchi, e-book e libro cartaceo, cura editoriale e tipografica, attenzione alla forma e all’aspetto sensoriale, sono alcune parole chiave di Cliquot, che prende il nome da un mangiatore di spade di fine Ottocento.
Federico Cenci, fondatore e direttore editoriale della casa editrice, ci ha fornito altri interessanti dettagli.

 

Cliquot non pubblica autori emergenti o esordienti. Cliquot non pone confini culturali, geografici e temporali alla sua linea editoriale. Cliquot non pubblica (meglio dire, pubblicava) su carta. Cliquot non si affida ad alcun distributore. L’elenco di quello che non fa Cliquot si ferma qui? E puoi anche elencare ciò che fa la casa editrice?
Sì, tutto corretto. In realtà non abbiamo messo troppi paletti a priori su ciò che facciamo o non facciamo, e la casa editrice è in continua crescita, per cui non è detto che i limiti che ci siamo dati oggi ce li daremo anche domani. Sul progetto fondante, tuttavia, siamo molto chiari e decisi: quello che vogliamo fare è riscoprire belle opere del passato dimenticate.
L’idea è mostrare come esistano opere letterarie del Novecento importanti, godibilissime e attuali ma del tutto trascurate dall’editoria e dalla cultura italiana; da un punto di vista culturale, quindi, ci proponiamo di contribuire a rimettere in discussione scale di valori fossilizzate, al fine di rendere giustizia alla ricchezza del panorama letterario italiano e internazionale. Perché forse sarà difficile crederlo, ma esistono centinaia di libri che – molto più di tanta spazzatura nuova pubblicata oggi – meriterebbero di essere riscoperti e rivalutati.
Faccio soltanto un esempio che mi sta particolarmente a cuore: le scrittrici italiane importanti della seconda metà del Novecento. Quante sono? A parte le canonizzate (per esempio Morante, Ortese, De Céspedes), di tutte le altre si è praticamente persa memoria, eppure molte scrivevano meglio dei loro colleghi uomini ben più famosi! Ecco, questo è uno dei tanti campi di ricerca di Cliquot.

Chevalier Cliquot

La casa editrice ha il nome di Chevalier Cliquot, un mangiatore di spade che si esibiva nei circhi e nei teatri verso la fine dell’Ottocento, famoso per esibizioni molto audaci che lo mettevano in pericolo di vita ogni giorno. Chi sono e cosa fanno i mangiatori di spade di Cliquot edizioni che “mettono a rischio la vita” per offrire un po’ di magia al lettore?
Quando ci siamo imbattuti per caso nella figura di Chevalier Cliquot abbiamo capito subito che sarebbe stato lui a farci da mascotte. Fortunatamente non siamo noi editori a “rischiare la vita” in prima persona come Chevalier, ma è la nostra piccola casa editrice da poco sul mercato che, come un mangiatore di spade in azione, deve stare attenta a ogni minimo movimento che fa. L’editoria è un settore duro.
Alla fondazione (nel 2014, con i primi titoli usciti nel 2015) Cliquot era composta dal sottoscritto, Alessia Ciuffreda e Lorenza Starace. Poi le mie colleghe hanno deciso di intraprendere differenti percorsi e al loro posto sono entrati in pianta stabile gli altri tre membri attuali e definitivi della squadra: Cristina Barone, Roberta Rega e Paolo Guazzo.
Io mi occupo soprattutto di direzione editoriale e redazione, Roberta di redazione, ufficio commerciale e amministrazione, Cristina di grafica e impaginazione, Paolo di ufficio stampa e social. Questi sono i ruoli generali; poi, naturalmente, come in ogni piccola casa editrice tutti devono essere in grado di fare tutto, quando serve.

Non posso evitare di chiedere come e quando sia scattata la scintilla fondativa, e di ricordare che tutto abbia avuto a che fare anche con un corso per redattori editoriali di Oblique.
Tutti quanti i soci, i precedenti e gli attuali, si sono fatti la loro buona gavetta nel mondo dell’editoria prima di approdare a Cliquot. Io, per esempio, ero (e in parte sono rimasto) traduttore freelance e avevo incarichi da diverse case editrici anche importanti come Mondadori. Tuttavia la decisione è nata proprio durante il Corso principe per redattori editoriali promosso da Oblique Studio di Roma che io e le socie fondatrici abbiamo frequentato alla fine nel 2013. È stata un’esperienza molto importante che ci ha permesso, da un lato, di imparare tante cose pratiche del mondo editoriale e, dall’altro, di capire che avevamo tutte le carte in regola per metterci in gioco in questo settore. Anche i miei soci attuali sono reduci di edizioni successive del Corso principe: infatti man mano che avevo bisogno di nuovi collaboratori, sono andato sempre ad attingere alla fucina di Oblique, consapevole dell’altissima qualità della preparazione degli allievi.

Tra le parole chiave di Cliquot mi pare ci sia “pochi ma buoni”, riferendosi al numero di titoli annui. Perché pochi e quanti sono, in effetti, i libri pubblicati in un anno?
Attualmente pubblichiamo quattro-cinque titoli l’anno, ovvero uno ogni tre mesi circa. Ci vuole tanto tempo a lavorare bene un libro, dallo scouting, alla redazione, alla promozione. Contiamo di aumentare gradualmente nei prossimi anni, man mano che la casa editrice cresce e si struttura, ma siamo persuasi che non sia opportuno lavorare più di dieci-dodici titoli in un anno.
C’è un problema che affligge l’editoria da tempo ed è quello della sovrapproduzione. Escono in totale decine di titoli nuovi ogni settimana, e le librerie (che, per quanto grandi, hanno un’estensione finita) sono costrette a rimandare agli editori tutti gli invenduti usciti da poche settimane per fare spazio alle novità. Soltanto i libri che diventano istantanei best seller rimangono in esposizione più a lungo di due o tre mesi.
Senza entrare nel complesso problema della filiera, è evidente che, in un mercato del genere, un piccolo editore che adotta la stessa strategia dei colossi (far uscire tante novità nella speranza di indovinare il best seller) non può resistere a lungo, a meno di colpi di fortuna clamorosi. È necessario attuare strategie adatte alle dimensioni dell’impresa: mantenersi fuori dal meccanismo della grande distribuzione che fomenta il circolo vizioso della sovrapproduzione; mantenere rapporti diretti con i librai affinché possano conoscere bene il catalogo e promuovere con cognizione di causa i titoli; costruire un catalogo solido di classici sempreverdi (in questo senso, con il nostro progetto editoriale di riscoperta partiamo avvantaggiati) affinché la libreria mantenga in esposizione anche le vecchie uscite e non soltanto le novità; e, infine, seguire l’indubitabile principio che se un editore pubblica pochissimi titoli all’anno è perché in quei titoli ci crede e c’è la probabilità che siano in effetti di valore, mentre quando un editore “spara nel mucchio” pubblicando troppo, la qualità media dei contenuti (e della lavorazione) non può che risentirne.
Insomma, l’idea è quella di avere pochi titoli ma ben selezionati, ben lavorati, ben promossi e che le librerie siano felici di avere a disposizione per la loro clientela anche a distanza di molto tempo dall’uscita.

Di parole chiave ce ne sono però molte altre, ma lascio a te elencarle e ampliarle.
Entrando a discutere di contenuti, la prima parola chiave che mi viene in mente è “fantastico”. Cliquot ha mostrato fin da subito una predilezione per la letteratura popolare di genere, in particolare nei generi fantastico, fantascientifico e orrore. Questo è dovuto in parte, ovviamente, alle preferenze di lettura di noi soci, in parte al fatto che nel Novecento si è sempre avuta quella distinzione aprioristica e ingiusta fra letteratura “alta” e “bassa”, per cui oggi è particolarmente facile trovare opere di genere di alto valore da riscoprire perché all’epoca della loro prima uscita non avevano ricevuto la giusta attenzione.
Abbiamo due collane dedicate alla narrativa di genere:  Generi, soltanto in e-book, con i titoli più particolari e di nicchia; Fantastica,  cartacea con titoli più universali. Abbiamo poi Biblioteca, la nostra collana ammiraglia, quella dal gusto più letterario: qui non facciamo distinzione fra letteratura di genere o no (perché alla fin fine le etichette non ci piacciono), e accostiamo capolavori della letteratura americana come Riso nero di Sherwood Anderson a opere del terrore come La cosa marrone chiaro di Fritz Leiber, per finire con romanzi mainstream ma dal taglio surreale come Il re ne comanda una di Stelio Mattioni.

Un’altra parola chiave, sempre per quanto riguarda i contenuti, è “scacchi”. Abbiamo infatti una collana dedicata alla manualistica di scacchi (qui sono io il colpevole: la passione per il nobil giuoco in casa editrice è mia). Anche in questo caso, naturalmente, si tratta di riscoperte di capolavori del passato dimenticati in Italia.

Il mercato dell’e-book sembra essersi fermato in Italia al 5% dell’intero settore editoriale, la temuta rivoluzione digitale che avrebbe dovuto portare il libro cartaceo direttamente al macero non è mai scoppiata. Ma nel 2015 hai iniziato il “viaggio” prendendo un treno esclusivamente digitale. Puoi spiegare i motivi della scelta?
Sì, siamo nati come casa editrice digitale e per il primo anno abbiamo pubblicato soltanto e-book (anche se avevamo fin dall’inizio l’idea che con il cartaceo avremmo almeno sperimentato un titolo). Intanto avevamo un’idea: volevamo che i nostri libri si diffondessero e venissero letti il più possibile, e pensavamo che il digitale fosse il mezzo che ci consentisse di essere presenti subito e dappertutto (almeno dal punto di vista virtuale), e all’epoca c’era ancora chi sosteneva che l’era del digitale sarebbe finalmente decollata. Inoltre c’era una componente pratica: non eravamo ancora pronti a dedicare le nostre forze completamente alla casa editrice, e Cliquot è stato all’inizio il nostro secondo lavoro, quello che si sceglie per passione e a cui si dedica ogni singola ora del proprio tempo libero senza aspettarsi nulla in cambio.

Dopo un anno, però, è arrivata (o tornata) la carta. Come è stato risolto il rapporto tra digitale e libro cartaceo?
Dopo un anno e meno di una decina di e-book pubblicati, ci siamo resi conto in modo inequivocabile che una casa editrice non può reggersi in piedi soltanto con gli e-book. Abbiamo allora capito che era arrivato il momento dell’esperimento di cui parlavamo da tanto tempo: pubblicare in cartaceo il Pinocchio di Sandro Dossi e Alberico Motta, una simpatica versione a fumetti del personaggio collodiano. Abbiamo dunque lanciato un crowdfunding per racimolare i soldi necessari per la stampa e in appena tre mesi abbiamo raccolto cinquemila euro. Un risultato talmente eccellente che non solo ci ha permesso di stampare il libro, ma ci ha dato anche la spinta emotiva per il grande e definitivo passo verso il cartaceo.
Al di là del risultato immediato, infatti, l’esperimento ci ha fatto capire che il titolo stampato circola molto meglio e molto più facilmente dell’e-book e di conseguenza si parla di più del testo pubblicato e si parla di più della casa editrice. Certo, l’editore deve iniziare a sobbarcarsi un sacco di oneri che prima non aveva (spese di stampa, magazzino, distribuzione, resi, ecc.) ma quello che cambia è che piano piano l’editore (che può mostrare i libri fisici, può finalmente fare presentazioni, fiere ecc.) inizia a essere percepito come una presenza concreta nel panorama editoriale. È brutto dirlo ma, per una casa editrice, rimanere confinata al solo digitale è come non esistere.

E possiamo anche aggiungere che il libro cartaceo consente di soddisfare quei requisiti di elevata qualità ritenuti prioritari. La cura editoriale e tipografica, l’attenzione alla forma e all’aspetto sensoriale, caratterizzano i libri Cliquot. Con il digitale tutto questo non è possibile, o sbaglio?
Proprio perché venivamo dal digitale, dall’etereo, dall’astratto, quando siamo passati al cartaceo ci siamo sentiti gravare della responsabilità di portare su questo pianeta altri oggetti materiali, dato che il mondo è già invaso da cose brutte e inutili e da immondizia di ogni tipo, e la filosofia è stata dunque fin da subito quella di proporre volumi di altissima cura grafica, editoriale e tipografica, con materiali pregiati e una grande attenzione alla forma e all’aspetto sensoriale.
In realtà, anche con il digitale ci distinguevamo (e ci distinguiamo ancora) per la qualità tecnica dei nostri prodotti, ma è chiaro che è più difficile, per il lettore comune, percepire i pregi di un file. E comunque non c’è nulla come un buon libro di carta che sia anche bello da vedere e piacevole da sfogliare.

Cliquot va in cerca di opere perdute, fuori dai cataloghi e dimenticate, di autori scomparsi dalla memoria o mai emersi dall’anonimato. Come avviene una ricerca di questo tipo, per la quale Internet (almeno per una volta) si rivela inefficace?
Questa è la parte più divertente ma anche la più faticosa. Ci si deve sporcare le mani. Noi soci passiamo quasi più tempo in biblioteca che in redazione (e per fortuna siamo vicini alla Nazionale di Roma). Sfogliamo le schede dei vecchi libri, consultiamo saggi o vecchie recensioni, e da una ricerca spesso ne parte un’altra, e poi un’altra e così via. Analizziamo nel dettaglio i cataloghi storici di tutti gli editori del passato, chiediamo un sacco di libri in lettura in biblioteca e ne compriamo altrettanti alle bancarelle, dai librai antiquari o online da ogni parte del mondo (spesso per scoprire dopo poche righe che il libro non fa per noi!) e leggiamo, leggiamo, leggiamo. Il bello è che oramai ci siamo fatti così tanti amici e clienti fra studiosi e collezionisti di libri che di continuo ci arrivano segnalazioni. E spesso sono suggerimenti molto interessanti.

Cliquot utilizza anche il crowfunding per realizzare i propri libri. Una forma di trasferimento dei costi su base volontaria. Insomma – ma la mia ovviamente è una provocazione – perché si dovrebbero scaricare i costi del rischio di impresa (anche se stiamo parlando di libri e cultura) su chi in fondo non ha scelto di fare l’editore?
Per Pinocchio si era trattato in effetti di un vero crowdfunding: ancora non avevamo investito al cento percento il nostro tempo e le nostre risorse economiche sul progetto Cliquot e ci eravamo affidati al successo della campagna; se non avessimo raggiunto il budget prestabilito, il libro non si sarebbe fatto, e probabilmente non staremmo qui a parlare di Cliquot oggi.
Dal 2016 in poi abbiamo invece programmato una raccolta fondi all’anno per il titolo della collana Fantastica (e non, dunque, per ogni libro di Cliquot pubblicato, ma solo per un titolo all’anno). Inoltre, quello che facciamo per la collana Fantastica non è un vero crowdfunding, perché il libro viene mandato in stampa in ogni caso, anche se la raccolta arriva a pochi spiccioli e non copre neanche lontanamente i costi da sostenere. Si tratta, in sostanza, di un preordine in grande stile più che di un crowdfunding.
Perché dunque lo facciamo? Certamente una ragione è ammortizzare i costi iniziali. La collana Fantastica viene pubblicata in doppia versione: Classica brossurata e Deluxe cartonata a tiratura limitata e numerata, con preziosissimi accorgimenti tipografici. Il progetto è ambizioso e per mantenere i nostri standard di qualità la spesa è di diverse migliaia di euro, che ovviamente pesano non poco sul bilancio della nostra piccola azienda.
Ma un’altra ragione riguarda una precisa strategia aziendale, un modello di business diverso da quello dell’editoria tradizionale che punta soltanto alla vendita del prodotto. Il crowdfunding è infatti uno dei vari mezzi che impieghiamo per instaurare un rapporto più diretto fra editore e lettore (e anche collezionista, in questo caso). Quello che ci proponiamo è rendere partecipe il lettore di un’esperienza che va oltre la semplice fruizione del libro, ma sia un coinvolgimento più pieno e totalizzante. Questo lo otteniamo, per esempio, chiedendo pareri su alcune scelte redazionali, ringraziando il contributore con il suo nome stampato nel libro, creando una comunità di fedelissimi che possono godere di ricompense esclusive (come gadget prodotti artigianalmente in tiratura limitatissima) e così via.
Detto questo, non ci trovo nulla di male nel crowdfunding come strumento aziendale, anche se viene fatto nella sua forma più autentica con l’obbligo di raggiungere il budget. E questo perché un’azienda seria (un’azienda, cioè, che non basa la sua campagna di raccolta fondi sugli acquisti degli amici e dei parenti, ma imposta un lavoro coscienzioso di marketing e promozione) non ha il potere magico di costringere le persone all’acquisto: deve aver lavorato bene già da tempo, nella costruzione di un’identità, di una credibilità e di un’affidabilità al di là di ogni dubbio affinché il crowdfunding funzioni. E, per di più, i rischi nel mettere in piedi un crowdfunding sono molto più alti dei potenziali benefici di “scaricare il rischio d’impresa”, intanto perché se il budget non viene raggiunto il libro non si fa, e se il libro non si fa l’editore non va avanti con il suo catalogo, e poi perché la non riuscita di una campagna porta con sé dei rischi di caduta d’immagine che potrebbero avere risvolti molto pericolosi.

Puoi provare a ripercorrere i primi quattro anni di Cliquot attraverso i titoli più significativi, e non solo in termini di vendite?
Per il 2015 scelgo inevitabilmente La cosa marrone chiaro e altre storie dell’orrore (collana Biblioteca), il nostro primissimo titolo inizialmente uscito soltanto in e-book e poi stampato nel 2017. Si tratta di una raccolta di racconti, finora inediti in Italia, di un grande maestro americano del fantastico allievo di Lovecraft. Questo libro è l’esempio di quello che possono e devono fare di diverso i piccoli editori rispetto ai grandi marchi: non esiste una versione americana preconfezionata di questa raccolta, ma l’abbiamo messa insieme noi, selezionando a uno a uno i racconti più importanti e significativi di Leiber usciti nelle riviste che non erano mai stati raccolti in volume, neppure in America (e per questo erano sfuggiti ai radar dei grandi editori).
Per il 2016 scelgo Il buon senso negli scacchi (collana Ajeeb), la trascrizione di dodici lezioni di scacchi che l’allora campione del mondo Emanuel Lasker tenne di fronte a un pubblico di scacchisti londinesi nel 1896. Anche a questo libro siamo particolarmente affezionati, anzitutto perché abbiamo creato una grafica di copertina di cui andiamo molto fieri (tutto frutto di lunghi brainstorming e notti insonni in redazione), e poi perché questo libro era un po’ un pericoloso salto nel vuoto, visto che non sapevamo come sarebbero stati recepiti i libri di scacchi nelle librerie di varia. Per fortuna l’accoglienza è stata molto buona.
Ancora più preoccupati eravamo nel 2017 quando ci siamo imbarcati nel progetto Gli esploratori dell’infinito (collana Fantastica), una favola fantasy del 1906 firmata da Yambo, nome d’arte del pisano Enrico Novelli. Anche questo libro era un pericoloso esperimento (in effetti tutti noi consideriamo Cliquot una sorta di laboratorio di sperimentazione), perché le settanta bellissime illustrazioni a colori che il libro contiene non soltanto facevano lievitare enormemente i costi di stampa, ma ci costringevano pure a stabilire un prezzo di copertina che avrebbe potuto tagliare fuori una fetta di clientela. Anche in questo caso, però, ne siamo usciti vincitori, e Gli esploratori è a oggi il nostro best seller.
Per il 2018 la scelta non può non cadere che su Gomòria (collana Fantastica), romanzo tardo decadente che ricorda Huysmans e Wilde, scritto – e magnificamente illustrato – da uno scrittore che si firma Carlo H. De’ Medici, su cui aleggia un fitto mistero fatto di magia ed esoterismo.
Il 2019, infine, è l’anno di Il re ne comanda una (collana Biblioteca), romanzo d’esordio del triestino Stelio Mattioni, pubblicato per la prima volta da Adelphi nel 1968. Questo è senz’altro il titolo più importante, da un punto di vista squisitamente letterario, che abbiamo pubblicato finora. Non è un libro fantastico in senso stretto, ma Mattioni ha uno stile di scrittura talmente bizzarro da trasformare eventi ordinari in episodi grotteschi e surreali, trascinando il lettore in un mondo tutto particolare che sembra quello delle favole. Un libro unico davvero!

Come vedi il futuro di Cliquot e puoi anticipare alcune delle prossime uscite fino al 2020?
A ottobre pubblicheremo, per la collana Biblioteca, il semisconosciuto romanzo Le gaffeur – titolo originale – del francese Jean Malaquais. È un romanzo distopico molto suggestivo, che ricorda da vicino le atmosfere di 1984 (ed è stato scritto pochi anni dopo il capolavoro di Orwell), nonché certa narrativa fantastica francese come L’occhio del purgatorio di Spitz. In Francia è stato scoperto e ripubblicato da pochissimo e sta già avendo ottime recensioni.
A dicembre, per Più Libri Più Liberi, uscirà per la collana Fantastica I topi del cimitero, una raccolta di racconti illustrata di Carlo H. De’ Medici: visto il gradimento di Gomòria, abbiamo pensato di proseguire con la riscoperta di questo oscuro autore gotico. Ovviamente, per questo libro faremo, da settembre a ottobre, un crowdfunding dove proporremo anche gadget a tiratura limitata.

Che cosa c’è da leggere in questo momento sui comodini di Cliquot?
Gran parte delle letture, come accennavo prima, sono scouting di lavoro, e su queste vige l’assoluto segreto. Per mio piacere, al momento ho sul comodino Magia nera di Loredana Lipperini (Bompiani), che mi affascina per il connubio fra temi tenebrosi e la solare sensibilità della scrittrice, e Appuntamento a Trieste di Giorgio Scerbanenco (La nave di Teseo), perché qualunque cosa esce di Scerbanenco la compro e la leggo subito. Per l’appunto sono due libri di grandi editori, ma giuro che leggo anche gli editori piccoli e indipendenti. Mi piacciono molto, fra gli altri, Atlantide, Racconti edizioni, Wojtek e D Editore.

RACCONTI ITALIANI #4#5 – Intervista a Luca Romiti, una voce alla ricerca di sé

RACCONTI ITALIANI – rubrica dedicata al racconto italiano contemporaneo

di Emanuela D’Alessio

Luca Romiti, romano di ventinove anni, quando ne aveva quattordici ha subìto un trauma leggendo  Samuel Beckett, dal quale non si è ancora ripreso. Ha iniziato a scrivere per necessità, poi per passione. Con la sua “voce”  fuori dal coro ha vinto le ultime due edizioni di 8×8, il concorso letterario dove si sente la voce (appunto). La sua scrittura arriva da poche ma insistenti letture, come Beckett o Berto.  Ora sta provando a adattare la forma racconto a un romanzo. Aspettiamo di leggere come è andata.

I suoi racconti Bologna è un enorme posacenere e Quasi si potesse

Sei nato a Roma e vivi a Roma, hai fatto il liceo scientifico e ti sei laureato in Lettere moderne  Puoi aggiungere qualche altro dettaglio a questa stringata presentazione?
Ho fatto la triennale e La Sapienza e subito dopo la laurea ho frequentato il corso principe per redattori editoriali di Oblique studio; poi mi sono trasferito qualche mese a Milano per uno stage nella casa editrice Indiana editore. Da Milano sono andato a Bologna per la magistrale e da Bologna a Torino per il biennio della Scuola Holden. Da un anno sono tornato a Roma.

Sei forse l’unico (a mia memoria) che ha vinto per due volte di seguito (quest’anno e nel 2018) il concorso letterario 8×8 ideato da Oblique. Complimenti, mi viene da dire, ma anche, perché tornare sul “luogo del delitto”?
Quest’anno ho scritto un racconto con uno stile particolare, molto diverso da quello scorso, e volevo metterlo alla prova. Avevo appena finito di leggere La cosa buffa di Giuseppe Berto e la sua voce mi aveva colpito molto. Allora ho scritto quel racconto, che per lo stile e in effetti anche per quel poco di storia che c’è è molto ispirato da quella lettura. Qualche giorno dopo è uscito il bando del concorso e l’ho inviato senza pensarci troppo. 8×8 è un bel concorso: ti permette di essere letto dagli addetti ai lavori e di entrarci in contatto, anche tramite l’editing; ricevi critiche e apprezzamenti che possono essere utili a dare una direzione a quello che scrivi. Insomma, è un modo per crescere, per farsi leggere e conoscere. E poi, ovviamente, per essere l’unico a vincerlo due volte.

La tua scrittura è una conseguenza di cosa: vocazione, necessità, casualità?
Ho cominciato a scrivere quando ho iniziato il liceo, ero abbastanza sfigato e quindi ho aperto un blog. Se me l’avessi chiesto allora avrei detto necessità: quella cosa per cui scrivere è l’unico modo per esprimere qualcosa che non riesci a tirare fuori in un altro modo. Scrivevo molto male. Questa fase è durata forse un po’ troppo, più o meno fino a ventitré anni. Poi, per fortuna, ho cambiato approccio. Direi che è conseguenza di una passione; per che cosa, di preciso, non lo so. Per la lingua, forse. Per un modo specifico di vedere le cose.

Samuel Beckett

Beckett diceva che «forse solo l’artista può finire per vedere (e, se si vuole, far vedere ad alcuni per i quali egli esiste) la monotona centralità di ciò che ciascuno vuole, pensa, fa e soffre; di ciò che ciascuno è». E questo focolaio lo chiama bisogno. Subito dopo dice che è il bisogno di avere questo bisogno a fare l’arte. Beckett era fissato con ciò che ciascuno è; ma penso che scrivere possa darti delle buone coordinate per capirlo (e, se si vuole, farlo capire ad alcuni). È quello che diceva Rezzori, che scriveva «per conoscere i segreti dell’io che non può mai andare perduto nonostante tutti i cambiamenti che attraversa nel corso della vita». Quello che scrivevo al liceo è davvero brutto e mi vergognerei a leggerlo al mio gatto; ma posso riconoscerci dei tratti di quella persona che diceva “io” a quattordici, quindici, ventitré anni.

Mentre leggevo Bologna è un grande posacenere mi è venuto in mente Thomas Bernhard. Senza alcuna velleità di trovare i tuoi modelli letterari, vorrei solo evidenziare come la tua “voce” sia risultata immediatamente fuori dal coro, distante dai canoni stilistici più tradizionali. Puoi provare a spiegare come si è formata?
Nel caso di questo racconto la voce è derivata, come ti dicevo, dalla lettura di Berto – da La cosa buffa più che da Il male oscuro. Lo stile dei due romanzi è molto simile ma forse nel Male oscuro è ancora più estremo; ne La cosa buffa, anche per l’uso della terza persona, è più controllato e dà un po’ più di respiro al lettore.  È un tipo di voce che mi interessa, ansiosa di parlare ma allo stesso tempo molto preoccupata di essere compresa. Scrivere con quella voce è anche un ottimo esercizio: mette in evidenza tutti i tic linguistici, le scelte “facili”; la quasi totale assenza di punteggiatura impone un controllo su tutta la struttura della frase. In generale direi che si è formata con le letture, poche ma piuttosto insistenti.

Eudora Welty diceva che nel racconto non importa la fine ma come ci si arriva. I tuoi racconti, essenziali ma ricchi di dettagli, soddisfano in pieno questa caratteristica. In 8000 battute sei riuscito a raccontare un mondo intero, lasciando comunque libero il lettore di interpretare e concludere. È un risultato straordinario di cui sei consapevole?
Non la conosco, ma sono d’accordo con Eudora. Il finale, e la storia in generale, non mi interessa molto, né in quello che leggo né in quello che scrivo (e questo, soprattutto nell’ottica di un romanzo, è un problema abbastanza grosso). Qualcun’altro diceva che il racconto è un pezzo di storia a cui manca il prima e il dopo. In genere ho in mente un’immagine, piccola, precisa e banale (un pranzo dalla nonna; due fratelli che cercano insetti; un ragazzo che lascia una ragazza dicendole “ti amo”) e comincio a scriverci intorno. Poi, se è un buon racconto, non parlerà solo di quello. Non sono consapevole di come ci arrivo e spesso mi capita di arrivarci senza rendermene conto. Però credo di essere bravo a capire se, alla fine, ci sono riuscito oppure no.

La forma racconto è in genere quella prescelta per mettersi alla prova e farsi conoscere. C’è chi, a torto, considera il racconto una forma di scrittura meno impegnativa del romanzo, più semplice da gestire. Nel tuo caso il racconto sembra essere la naturale conseguenza di una vocazione. Pensi di poterla “adattare” a un futuro romanzo?
Ci sto provando. Il progetto a cui sto lavorando adesso potrebbe essere una specie di adattamento di quella forma al romanzo, come già ce ne sono state tante (penso a Felici i felici o a Tutto quello che non ricordo). Il mio problema però rimane la storia: quel prima e dopo che nei racconti non compare ma che in un romanzo è necessario.

Prima di scrivere si deve (o dovrebbe) leggere. Hai citato tre libri che hanno aggiunto qualcosa di importante nella tua vita. Puoi spiegarci che cosa? Quali sono stati e sono i tuoi percorsi di lettore?
Nella mia famiglia leggeva solo mio padre, e leggeva solo classici. Io ho cominciato alle medie, prendendo libri a caso dalla libreria. Quasi sempre mi imbattevo in libri non proprio adatti. A dodici anni, per esempio, ho pescato Frammenti di un discorso amoroso. Trauma. Pensavo che i libri fossero una cosa esclusivamente da grandi e quindi volevo leggerli; ma non li capivo. Poi, finalmente, sono incappato nella saga dei Malaussène. Ma è stato un caso. Ho ricominciato a pescare a caso e all’inizio del liceo ho letto Watt di Beckett. Altro trauma, ancora non superato. Penso sia da lui che derivi l’ossessione per la lingua. Leggo poco, comunque. Ritorno spesso ai libri che conosco, mi piace rileggere piuttosto che leggere. Ho conservato un approccio infantile: prendo un libro, lo comincio, mi stanca subito, lo abbandono, ne comincio un altro e così via. Poi torno a quello che conosco.
Riguardo ai libri che ho citato: Casa d’altri è un racconto lungo, la  cui storia sta dentro una parentesi (un prete viene mandato in un paesino sperduto sull’Appennino e forse si innamora di una vecchia); ma la lingua è ipnotica, sembra una cantilena. Ci puoi leggere frasi come «Me ne venivo giù dalle torbe di monte. Né contento né triste: così.», oppure «Era vero, e così respirai». Il Tristram è forse il libro più divertente che ho letto; uno dei primi che ha giocato con la struttura del romanzo. Le storie mi interessano poco: mi piacciono i libri che si distinguono per la voce, che continuano a parlarti e a suggerirti un modo di vedere le cose.

Qual è la tua libreria ideale e ti è capitato di entrarci almeno una volta?
Non saprei dirti com’è fatta. A dire il vero, in libreria, non ci vado quasi mai. Continuo a rubare i libri da quella di mio padre, quando mi capita di andare a casa sua. Oppure li compro usati (in via Silla, a Roma, c’è una libraia sommersa dai libri: è incredibile, ma sa dove trovare ogni libro che le chiedi). C’è una libreria in cui passo sempre quando capito a Bologna, ma solo perché è a fianco al bar.

Che cosa c’è da leggere in questo momento sul tuo comodino?
I libri sul comodino sono la conseguenza di quell’approccio infantile (e del mio disordine). Alcuni sono lì da chissà quanto e non li ho neanche aperti; alcuni li tengo come amuleti, altri non so come ci siano arrivati. Ora sono questi: Nemico, amico, amante… di Alice Munro; Gli scrittori inutili di Ermanno Cavazzoni; Vizio di forma di Thomas Pynchon; Renuntio vobis di Sergio Claudio Perroni; La cosa buffa di Giuseppe Berto; Sillabari di Goffredo Parise; Watt di Samuel Beckett; Il pataffio di Luigi Malerba.

*Luca Romiti è nato a Roma nel 1990. Si è laureato in Lettere moderne a Roma e dopo una breve incursione nella piccola editoria a Milano ha concluso gli studi a Bologna. I suoi racconti  Quasi si potesse e Bologna è un enorme posacenere hanno vinto le ultime due edizioni di 8×8 e sono stati pubblicati sulla rassegna Retabloid di Oblique. Il racconto Insettile è uscito sul numero #12 di L′Inquieto.
I tre libri che hanno aggiunto qualcosa di importante alla sua vita: Casa d’altri di Silvio D’Arzo; Il male oscuro di Giuseppe Berto; Vita e opinioni di Tristram Shandy, gentiluomo di Laurence Sterne.

RACCONTI ITALIANI #5 – Quasi si potesse

RACCONTI ITALIANI – rubrica dedicata al racconto italiano contemporaneo

Quasi si potesse di Luca Romiti ha vinto la decima edizione di 8×8 (maggio 2018) ed è uscito sulla rassegna Retabloid (maggio 2018) di Oblique. Qui l’intervista.

di Luca Romiti*

When you love a woman
you tell her that she’s the one
’cause she needs somebody to tell her
that it’s gonna last forever.
Sigla di Il segreto

 

Luca Romiti

Nonna dice Ho incontrato la signora dell’interno 8. Le finestre sono appannate e le padelle fumano più del normale. Dico Nonna, fa un freddo della Madonna qua dentro. Eppure, nonna ha acceso i termosifoni stamattina. Dice Ho acceso stamattina, chettedevodi’?, e non si volta. La raggiungo piano, la abbraccio da dietro e lei fa un piccolo sobbalzo. Fino a qualche tempo fa, dopo averla abbracciata la pizzicavo sui fianchi e poi le facevo il solletico: appena la toccavo faceva un piccolo sobbalzo, poi diceva Fermo, fermo: me vola i capelli nel mangia’. Dice Fermo, fermo: me vola i capelli nel mangia’. Nonna è grassa, eppure è dimagrita. Con le mani stringo la pancia sotto al grembiule. Dice So’ dimagrita, eh.
Dietro i fornelli c’è nonna, dietro nonna ci sono io, dietro di me c’è il tavolo apparecchiato per due senza l’acqua il vino la gassosa, e dietro il tavolo c’è la televisione che manda in onda la sigla della puntata (Oddio me inizia la puntata; Ieri me so’ persa la puntata; Zitto, zitto: c’è la puntata). La telenovela è Il segreto; la stagione è la quinta: El chico de los tres lunares; la puntata è la numero millediciotto. Dietro la televisione c’è una portafinestra in vetro smerigliato, dietro la portafinestra c’è il terrazzo; se dopo qualche passo si gira a destra, costeggiando il muro della camera da letto e poi del salone, si arriva a una porta di metallo che si apre male, si chiude male e è dipinta di marrone scuro, male; dietro quella porta c’è uno stanzino.
Nonna apre il forno e libera una nuvola di vapore che le attraversa tutto il corpo tranne le lenti degli occhiali. Dice Damme le presine, svelto su che non ce vedo niente. Ci arriva prima di me e dice Finisci d’apparecchia’, prendi l’acqua il vino la gassosa.
Metto le tre bottiglie sul tavolo e nonna mette la lasagna al ragù nei piatti: Ancora se lo ricorda, di quando t’ha trovato sul pianerottolo. Anche la lasagna al ragù fuma più del normale e il vapore mi scalda il viso. Porto le mani sul piatto per scaldarle, ma appena le tolgo l’umidità le raffredda ancora di più. Le strofino sui pantaloni per asciugarle e dico Ecco qua, un bel piatto di magma. Nonna infila la mano destra nella manica sinistra del golfino e ne estrae un tovagliolo ciancicato: si soffia il naso piccolo e rosso e poi ce lo rinfila. Sai che facevi?, quando venivi da me venivi col cuscino, e te riposavi a ogni piano. Io mica lo so chi è la signora dell’interno 8, che ancora se lo ricorda e ancora lo racconta a mia nonna, e ancora ride. Ancora ride, di quando t’ha trovato che ti riposavi davanti alla porta sua. Nonna, immagina che tu sei il tempo, in generale, tu sei il tempo, mentre prepari le lasagne, stiri, fai l’uncinetto, mentre guardi la televisione, tu sei il tempo, te ne stai qua, eterna, e poi arriva qualcuno e ti spiega cosa sono le lancette. Delinguente, dice nonna, mangia invece de di’ stupidaggini, ché se fredda. «Berta, perché fai tutto questo per me?», «oh, Bosco, beh, lo faccio perché mi fa piacere. Sono contenta che tu sia tornato sano e salvo». Dico Nonna, come fai a guarda’ ’sta roba? Me fa passa’ il tempo, dice nonna, E poi me piace gli abiti, i vestiti, questi so’ quelli di una volta. «Grazie, Berta, andrò a dividere il formaggio con gli altri», «no! No, Bosco! Questo formaggio è solo per te!». Dice Ecco, vedi?, vedi com’era un tempo?, erano tempi difficili.

Nonna si volta, mi guarda: dice Allora? Che vogliamo fa’? Le metto le mani sulle guance, la guardo negli occhi piccoli umidi e azzurri e dico Nonna, ti prego, il caffè: fallo tu. Dice Sì vabbe’ vabbe’ vai a prende la droga, vàivài, nello stanzino. Lo stanzino di nonna è la sezione dedicata alle scorte alimentari nel bunker di un americano ossessionato dalla fine del mondo. Però c’è l’Anice Secco Speciale Varnelli che nonna compra al Vaticano. Torno in cucina con la droga e dico Nonna, fa più freddo dentro che— attenta che sbatti! Nonna si gira verso di  me: sta finendo di stringere la caffettiera con uno strofinaccio, sotto l’anta dello scolapiatti aperta sulla testa. Dice Nònnò, non ce sbatto più sa’, guarda. L’anta le sfiora i capelli. Me so’ accorciata, vedi? Mo’ ce passo, fino a qualche giorno fa ce sbattevo, adesso mica ce sbatto: me so’ proprio accorciata.
Il tavolo è attaccato a una parete la cui metà superiore è sostituita da tre grandi finestre: si vede il muretto del terrazzo e più in là l’urbanistica sconclusionata di via della Pisana. Nell’angolo destro, in fondo, c’è un palazzo grigio che è un grosso cilindro; ha tre finestre, lunghe, nere e sottili. Nonna guarda attraverso i vetri, con il mento appoggiato sulla mano. Chissà che è quello, dice a bassa voce, so’ proprio curiosa. Fino a quando non ha smesso di dirmelo, nonna mi ha detto che lì ci abita l’orco, e che sarebbe venuto se non avessi finito di mangiare. Dico Lì ci abita l’orco, a meno che nel frattempo non si sia trasferito. Nonna non si muove, continua a guardare fuori, e quello che c’è fuori sembra una cosa lontana, una cosa che forse neanche esiste: Eh, dice, una volta ci dobbiamo andare, così, per vedere.
Mi alzo e metto le tazzine nel lavandino, dico Vuoi che t’accompagno a letto? Sì, lascia tutto così, dice, lo faccio dopo, adesso so’ proprio stanca. Chissà come mai so’ così stanca.
Nonna si sdraia sul letto, si toglie gli occhiali e li appoggia sul materasso, accanto al telefono di casa: Me deve chiama’ il dottore, dice, sta’ attento agli occhiali, eh, ché c’ho solo quelli. Nonna sbadiglia e si porta il dorso della mano davanti alla bocca. Allora senti, dice, stamattina so’ andata al fioraio, e ho fatto le scale, no?: beh prima me stancavo al terzo piano, dove sta la signora dell’interno 8, adesso no, già al secondo me devo riposa’.
Eh sì, dice mentre s’addormenta: ormai so’ stanca prima.

Editing di Giulia Caminito 

Luca Romiti è nato a Roma nel 1990. Si è laureato in Lettere moderne a Roma e dopo una breve incursione nella piccola editoria a Milano ha concluso gli studi a Bologna. I suoi racconti  Quasi si potesse e Bologna è un enorme posacenere hanno vinto le ultime due edizioni di 8×8 e sono stati pubblicati sulla rassegna Retabloid di Oblique. Il racconto Insettile è uscito sul numero #12 di L′Inquieto.
I tre libri che hanno aggiunto qualcosa di importante alla sua vita: Casa d’altri di Silvio D’Arzo; Il male oscurodi Giuseppe Berto; Vita e opinioni di Tristram Shandy, gentiluomo di Laurence Sterne.

RACCONTI ITALIANI#4 – Bologna è un enorme posacenere

RACCONTI ITALIANI – rubrica dedicata al racconto italiano contemporaneo

Bologna è un enorme posacenere di Luca Romiti ha vinto l’edizione 8×8, 2019, just one night, è uscito sulla rassegna Retabloid di Oblique (maggio 2019). Qui l’intervista.

di Luca Romiti*

Luca Romiti

Non riesce a prendere sonno perché vorrebbe essere nel letto d’Elisa e magari farci l’amore, per il godimento che ne deriverebbe ma anche e forse più come dimostrazione del fatto che in fondo l’amore c’è ma no, si corregge, non dimostrerebbe un bel niente, è questo uno dei tanti insegnamenti che Elisa in un anno ha avuto modo di dispensargli e che lui si sforza di condividere, e cioè che scopare non dimostra un bel niente, è un’attività come un’altra che dunque capita raramente di fare con chi si vorrebbe anzi sarebbe strano il contrario ma nella vita bisogna pure accontentarsi, e mentre comincia a verificare i progressi che ha fatto in ognuno di questi ostici insegnamenti i vicini di casa iniziano a scopare, e pensa che loro si curino ben poco delle consuetudini teoriche e perfino se ce ne sono di quelle pratiche relative all’accoppiamento, a giudicare dalle curiose urla che gli arrivano in camera tra le quali riconosce quelle d’eccitazione di godimento e d’orgasmo imprevedibilmente combinate con quelle di sorpresa di paura e di divertimento, in un’orgia acustica che lo spinge a infilarsi una mano nelle mutande, e nell’istante in cui cerca di sopperire alla curiosità con l’immaginazione l’inquilino del piano di sotto urla di smetterla, ché non siamo mica in un film porno, e lui allora sfila la mano dalle mutande e ricomincia a pensare che questa storia d’Elisa che non lo ama è davvero un peccato ma non ci si può svegliare ogni giorno nella speranza d’essere amati, e dunque s’addormenta con la convinzione che stanotte sarà l’ultima passata in attesa dell’amore d’Elisa perché domani porrà a malincuore ma per il benessere mentale fine a questa storia d’amore che non era per nulla infinita come s’era convinto che fosse.

C’è da mettere al corrente di questa risoluzione il suo coinquilino, con il quale ha già condiviso l’inizio e lo svolgimento per quanto in effetti di svolgimento non ce ne sia stato molto visto che di svolte nella loro storia ce ne sono state ben poche, e dunque appena si alza imbocca il corridoio, arriva fino alla porta della camera del coinquilino e la apre con un gesto piuttosto deciso nella speranza che sia sufficiente a svegliarlo, ma quello continua a dormire come è solito fare e cioè a pancia in su abbracciato al cuscino prospettando la necessità di un gesto ancor più deciso che è quello di aprire la finestra che non dà come la sua sulla camera dei vicini che scopano ma su quella delle dirimpettaie transessuali buddhiste che stamattina sono riunite in preghiera con una mezza dozzina di correligionarie, e assieme alla luce e all’aria fresca naturalmente attendibili s’infila nella camera un mantra gutturale che finalmente sveglia il coinquilino.
Affacciato alla finestra gira due sigarette e poi comincia a esporre la sua decisiva presa di posizione al coinquilino che dopo un continuo adeguamento delle espressioni del viso ai diversi momenti della storia lo distende su una rassegnata consapevolezza, alla quale segue la considerazione che questa storia si potrebbe definire un asintotico avvicinarsi al momento della svolta e che è stato proprio questo continuo avvicinarsi a una svolta che per conto suo continuava ad allontanarsi a risultare alla lunga estenuante, e infine si dichiara d’accordo con questa risoluzione nei cui innegabili seppur graduali benefici confida, e deducono che allora è questo il momento della svolta, il punto in cui finalmente l’asintoto tocca la curva, il punto in cui l’infinito è arrivato alla fine e si dimostra in tutta la sua finitezza perché la loro storia d’amore non tende a un bel niente e anzi tende alla fine perché è solo uno dei tanti segmenti della vita che a un tratto non esiste più, e ora che non c’è più niente da dire lui e il coinquilino rimangono in silenzio ad ascoltare il mantra buddhista e transessuale e poi buttano i mozziconi di sotto e guardandoli cadere s’accorgono che Bologna è un enorme posacenere.

Adesso che sono seduti sulla panca del bar di fronte alla casa di Elisa dove sempre si danno appuntamento dire a Elisa che non è più il caso di vedersi non è affare semplice, e per convincersi a farlo confessa di avere una cosa da dire in modo da costringersi poi bene o male a dichiararle la svolta cui certamente a insaputa di lei sono arrivati, ma come s’aspettava le parole per farlo non gli vengono in mente e allora la guarda per farsi coraggio ma ottiene invece l’effetto contrario perché la trova bella come la trova ogni giorno e il suo proponimento vacilla e gli sembra anzi un proponimento affatto sciocco e forse anche arrogante quello di mettersi contro l’infinità di una storia d’amore, e allora prima di tutto decide di non guardarla più e poi trascorre qualche secondo che raggiunge forse il minuto in attesa che gli vengano le parole, finché Elisa con un tono scocciato gli chiede quale sia dunque questa cosa che ha da sentire e che tanto si fa attendere e lui in mancanza d’altro gli ripropone la collaudata metafora dell’asintoto in risposta alla quale Elisa dice tuttavia che non sa cosa dire, un paradosso che andrebbe pure d’accordo con la metafora e potrebbero allora continuare in eterno a dirsi che non sanno cosa dirsi, nell’attesa che una benedetta frase prima o poi esca dalle loro bocche, ma lui ha deciso che d’aspettare non ha più voglia e che anzi quest’attesa è inutile perché ormai ha capito, ha capito cioè che per lei potrebbe davvero continuare così e che deve perfino essere lui a prendersi la briga di essere lasciato, e in conclusione una frase gli viene e gli viene talmente spontanea che quasi non s’accorge di dirla, e cioè dice a Elisa che è proprio questo che gli fotte l’anima; e Elisa ride.
Non sa se a far ridere Elisa sia stato il fatto che lui avesse un’anima o che l’avesse dichiarato senza troppi giri di parole o che la sua anima potesse essere fottuta o che fosse proprio lei a fottergliela, ma gli è sembrata in ogni caso una dichiarazione nient’affatto risibile e dunque si alza convinto ad andarsene, ma Elisa si alza a sua volta, attraversa la strada, va verso il portone di casa e poi rimane lì ferma, e lo guarda.
Lui si gira una sigaretta mentre aspetta di capire con quale intenzione Elisa abbia compiuto questo gesto, se cioè abbia deciso di raggiungere il portone per entrarci da sola e constatare così la fine di questa storia d’amore infinita o se invece sia una specie di invito a entrare a casa con lei, ma come c’era da aspettarsi il gesto d’Elisa si dimostra carente d’intenzioni tanto che una volta che s’è fatta raggiungere non dice niente e prende le chiavi nell’attesa che sia lui a dirle cosa fare, e lui invece le dice che questa è l’unica situazione che a Elisa pare sopportabile, quella di starsene sull’uscio senza decidere se la storia continua con loro che entrano a casa insieme o continua che finisce, ma Elisa continua a non decidere un bel niente e stavolta tiene fede al fatto di non aver niente da dire ratificando in silenzio la fine di questa storia d’amore.

Ora che l’infinità s’è consumata del tutto lui comincia a temere per ciò che è rimasto, e prima che l’operoso silenzio d’Elisa s’accanisca pure sull’amore e chissà mai infine pure sulla storia facendo come si dice terra bruciata di tutto quello che c’è stato decide di mettere definitivamente le cose in chiaro e allora butta il mozzicone a terra e prima d’andarsene per sempre dice una cosa che non le ha mai detto e che non avrà più la possibilità di dirle e cioè le mette le mani sulle guance, la guarda negli occhi e le dice: ti amo.

Editing di Claudio Panzavolta

Luca Romiti è nato a Roma nel 1990. Si è laureato in Lettere moderne a Roma e dopo una breve incursione nella piccola editoria a Milano ha concluso gli studi a Bologna. I suoi racconti  Quasi si potesse e Bologna è un enorme posacenere hanno vinto le ultime due edizioni di 8×8 e sono stati pubblicati sulla rassegna Retabloid di Oblique. Il racconto Insettile è uscito sul numero #12 di L′Inquieto.
I tre libri che hanno aggiunto qualcosa di importante alla sua vita: Casa d’altri di Silvio D’Arzo; Il male oscuro di Giuseppe Berto; Vita e opinioni di Tristram Shandy, gentiluomo di Laurence Sterne.