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Otto anni nei boschi narrativi #2 Lapis edizioni

Proseguiamo con le anteprime di Otto anni di editoria indipendente. Le interviste di Via dei Serpenti. 

Oggi pubblichiamo l’intervista integrale a Rosaria Punzi, editrice di Lapis, specializzata in libri per bambini e ragazzi, nata nel 1996 a Roma con la pubblicazione del volume I bambini alla scoperta di Roma antica. «Stare dalla parte dei bambini significa proporre sempre una qualità molto alta».

Dalla parte dei bambini, intervista a Rosaria Punzi.

di Emanuela D’Alessio

Perché la scelta del nome Lapis?
Lapis è il primo strumento che i bambini utilizzano per scrivere, la matita; in secondo luogo è la pietra per i Romani e io sono legata, per formazione, al Lapis Niger del Foro romano, il nucleo, il centro di qualcosa che parte, inizia e allo stesso tempo ha radici forti. La pietra resiste, rimane.
Quindi c’è un aspetto legato ai bambini, al loro futuro e al loro inizio che però ha spalle forti. Questa era l’idea da cui è nato il nome della casa editrice.

Quante persone lavorano in casa editrice e come è organizzato il lavoro?
Attualmente la casa editrice si compone di un redattore di narrativa classica, un redattore di narrativa e divulgazione scientifica, una grafica interna, una responsabile commerciale, un responsabile scuole, un amministrativo e una persona che si occupa della logistica e del magazzino. Infine c’è Agnese Ermacora per ufficio stampa ed eventi. Otto persone. Ovviamente a ogni progetto viene affiancato un editor specialista e un grafico, se ci sono esigenze particolari; tra questi collaboratori non rientrano autori, illustratori, grafici esterni. I diritti esteri vengono seguiti da una grande agenzia italiana e la nostra promozione e distribuzione, capillare su tutto il territorio nazionale, è affidata a Messaggerie.

Dopo quasi venticinque anni di lavoro editoriale, possiamo ripercorrere le tappe più significative di questo lungo viaggio?
Come prima tappa io e Anna Parisi, la mia socia, eravamo di fatto uno studio editoriale. Nei primi cinque anni abbiamo realizzato pubblicazioni che si appoggiavano a un altro editore: non avevamo il codice ISBN, non seguivamo la distribuzione ed eravamo quindi esterne al meccanismo editoriale. Avevamo un marchio perché agivamo come fossimo una società, ma era una fase di gestazione durante la quale svolgevamo anche altri lavori.
Ci siamo addentrate nel mondo dell’editoria per bambini per caso, senza sapere nulla dei meccanismi che lo regolano e lavoravamo un po’ da autrici o creatrici di progetto, ma ancora di dimensioni molto esigue, rimanendo legate agli ambiti che conoscevamo meglio. Abbiamo iniziato con la divulgazione storico-artistica, quindi con le guide turistiche; abbiamo proseguito con una collana di arte per bambini e poi abbiamo avviato una collana di divulgazione scientifica.
Da queste è nata una serie infinita di rivoli e quando la mia socia ha deciso di lasciare ho organizzato la casa editrice in maniera diversa: da una struttura orizzontale, in cui tutti facevano tutto, sono passata alla segmentazione del lavoro, dividendo e precisando le mansioni di ognuno. Rimango direttore editoriale ma di fatto controllo ciò che viene svolto nei diversi settori e negli anni sono molto cresciute le novità.
All’inizio pubblicavamo pochissimi libri, ci siamo poi assestati sui dieci-dodici titoli e oggi pubblichiamo settanta novità l’anno, cui aggiungere ristampe e riedizioni. Tendenzialmente mettiamo pochi libri fuori catalogo, tentiamo di mantenere il catalogo storico per dare continuità a un lavoro che riteniamo abbia ancora senso.
All’inizio non compravamo nulla dall’estero; oggi una piccola parte del catalogo, piuttosto importante dal punto di vista della visibilità e delle vendite, è acquistato dall’estero.
Rispetto agli autori stranieri tendiamo a creare rapporti di continuità, di progetto, cerchiamo di ospitarli in Italia in concomitanza di festival o fiere importanti cui vengono invitati perché credo fermamente che il lavoro con l’autore, e quindi la continuità del lavoro, passi anche attraverso un rapporto di conoscenza più profonda. Se c’è un buon rapporto umano funziona molto meglio anche il rapporto professionale: il nostro ambito di lavoro, che è quello della creatività, richiede una grandissima fiducia reciproca, l’autore deve fidarsi totalmente dell’editore cui affida non soltanto il frutto di un lavoro tecnico ma anche qualcosa di sé. E così negli anni con alcuni autori si sono creati legami molto forti, che non significa solo far parte del nostro catalogo con tanti libri quasi in esclusiva, ma anche condividere obiettivi.
La casa editrice, e questa è un’immagine molto bella, è veramente casa: degli autori, degli illustratori, dei librai. Un luogo dove si condivide molto di sé, si possono comprendere le difficoltà del momento nell’interpretare un testo rispetto a un altro. Questo approccio funziona, gli autori lavorano meglio se sono contenti di lavorare con te e per te, c’è una motivazione più forte.
Iniziare a ragionare su un progetto con qualcuno con cui si è in sintonia consente di realizzare un progetto migliore e la fiducia dell’autore fa sì che io possa dirgli se una cosa non funziona. Autori che si considerano “irremovibili” rispetto a una minima variazione del testo, in un rapporto di fiducia accettano un’osservazione perché capiscono la sua funzione di migliorare il lavoro, valorizzare lo stile per realizzare un libro che sia nel suo complesso pulito e organico.

Quali sono le collane di punta di Lapis?
Abbiamo sempre fatto poche suddivisioni nelle collane, ma oggi i nostri cataloghi sono organizzati meglio. La produzione, soprattutto degli albi, è un grandissimo contenitore, che a volte si chiama Lapislazzuli e a volte no, dove però, più che una segmentazione per collane, c’è una continuità con l’autore, di temi, o una continuità di tipologia di libro: il libro per piccolissimi ha infatti una valenza differente da un albo illustrato, si tratta di mondi diversi anche nell’approccio all’oggetto libro, perché prima di tutto il libro per un bambino è un oggetto. Nelle sue prime fasi il bambino tocca, annusa, ha un rapporto con il libro che coinvolge tutti i sensi cui si aggiunge la voce della persona che glielo legge.

Quali sono gli autori che hanno lasciato un segno più profondo di altri, non solo nei lettori ma anche in chi li ha realizzati?
Gek Tessaro è un nostro grande amico e grande autore. Ormai i suoi titoli in catalogo sono tanti e negli anni il lavoro con lui è molto cresciuto: si va dai primissimi libri, i cartonati Il fatto è, Capitombolo e un libro che sta per uscire, dal titolo Senza di me, agli albi illustrati, a illustrazioni di testi poetici. Con Gek si lavora molto bene per i motivi sopra elencati: è una persona di grande profondità e umanità. Grazie anche a un suo percorso decisamente convincente a livello editoriale, Gek Tessaro nel tempo è molto cresciuto: sono famosi i suoi spettacoli realizzati con la lavagna luminosa, davvero eccezionali, che sono dei veicoli del suo nome, della sua poetica, dei suoi temi dal risvolto sociale. Ma quello che mi è sempre piaciuto di lui è il suo sguardo verso l’infanzia così giusto, così attento, così poco adulto: mettersi al livello del bambino con grandissimo rispetto per l’infanzia, tanto che spesso nei suoi libri l’infanzia, molte volte mutuata da animali (frequente la paperella), dimostra una forte capacità di andare al senso profondo delle cose, ancor più degli adulti. In situazioni di piccola quotidianità lasciare il bambino libero di scegliere, di sbagliare, di interagire con la realtà porta a risultati migliori rispetto all’adulto imprigionato in mille sovrastrutture culturali.

Nei libri Lapis qual è l’ordine di preferenza della scelta tra idea, illustrazione, autore?
L’idea è certamente la prima cosa che viene riportata quando si racconta un progetto: cosa ne pensi di questa idea? Al novanta per cento degli autori che esordiscono con questa frase mi viene da rispondere come Gaber: «Un’idea, un concetto, un’idea finché resta un’idea è soltanto un’astrazione». Come pensi di realizzarla? L’idea può essere buona o meno, ma è fondamentale come verrà tradotta e ciò vale sia per gli autori sia per gli illustratori. Ovviamente se l’idea viene da un autore che conosco molto bene, e non sono molti, ha carta bianca. Quando l’idea è accompagnata da un testo illustrato o da un progetto, si analizza il prodotto libro, sia dal punto del testo, se funziona o se non funziona, sia dal punto di vista della scansione del ritmo.
Il problema del libro è legato alla sua tipologia: libro per piccoli, libro di narrativa, libro di divulgazione scientifica. Per ogni categoria c’è un giudizio su alcuni aspetti che sono più importanti di altri. Ad esempio, nell’albo illustrato è fondamentale che il testo e l’illustrazione si sposino. Il ritmo del libro deve funzionare: il ritmo dell’illustrato è sulla doppia pagina e ogni doppia pagina deve presentare qualcosa di nuovo, di non ripetitivo, deve proporre una sorpresa. L’albo illustrato ha bisogno di una tecnica e di un equilibrio che non sono sempre facili da ottenere: talvolta arrivano in redazione proposte di ottimi illustratori (o autori e illustratori al tempo stesso) dove però manca l’attenzione al ritmo, il libro non lo si pensa sfogliato ma come singole visioni o singole tavole e questo per i piccoli non funziona.
Nell’ambito dell’illustrazione uno dei grandi problemi dell’editoria italiana è la scarsa capacità di rivolgersi veramente ai piccoli, perché illustratori molto bravi, e spesso anche le scuole, tendono ad alzare molto il target a cui si rivolgono: lo chiamano “illustrato per tutti”, che però raramente è davvero convincente per tutti.
L’idea funziona molto di più per la narrativa: se c’è un’idea molto forte accompagnata da una bella scrittura si guarda con molto interesse alle proposte. Lo stesso accade per la divulgazione scientifica: trovare un argomento veramente interessante e un autore esperto che venga dal mondo scientifico (cerchiamo sempre di affidare la divulgazione scientifica a esperti) è difficile. Qui ci troviamo di fronte alla semplificazione dei testi: chi è abituato a fare il divulgatore per adulti non sempre riesce a scrivere in modo comprensibile per i bambini. Queste pubblicazioni richiedono molto lavoro dell’editor, una lunga gestazione per ottenere testi inattaccabili.
La divulgazione scientifica ha un mercato che va dai 10 ai 13 anni, Parole di astronauta, di Ettore Perozzi e Simonetta Di Pippo, è l’ultima uscita della collana di Narrativa scientifica. Se si racconta qualcosa con un contenuto scientifico bisogna scrivere un testo perfetto con una revisione scientifica ineccepibile. Noi controlliamo tutto. Costa tempo e denaro, ma è l’unico modo per fare divulgazione scientifica, diversamente è meglio non farla.

Tra i numerosi autori e illustratori del catalogo Lapis se ne può citare qualcuno in particolare, per il successo conseguito, o anche solo per il legame costruito?
Oltre a Gek Tessaro cito per i piccoli Attilio Cassinelli, attualmente uno degli autori più premiati: ha vinto il Premio Nati per Leggere, il Premio Andersen e quest’anno ha ricevuto una menzione speciale alla carriera alla Fiera di Bologna, riconoscimento internazionale importantissimo. I diritti dei libri di Attilio sono venduti in quasi tutto il mondo e attualmente pubblicati in nove Paesi diversi.  Ha avuto un successo immediato ma si tratta in realtà di un ritorno. Attilio Cassinelli è stato molto famoso negli anni Settanta all’interno di una grandissima casa editrice da cui è uscito, non per sua volontà, e poi dimenticato. Il suo ritorno è stato accolto con grandissimo favore dal pubblico di tutto il mondo e con lui Lapis ha instaurato un rapporto speciale.
Lavoriamo con assidua continuità, sempre per i piccoli, anche con l’irlandese Chris Haughton: è un autore tradotto in tutto il mondo, ha vinto molti premi e ha preso parte a vari festival italiani; ad esempio, nel 2017, al festival Scrittori in città di Cuneo è diventato per puro caso l’illustratore della Biblioteca 0-18, biblioteca per bambini e ragazzi nel centro storico, in fase di ristrutturazione. Oggi chiunque visiti la biblioteca può ammirare le sue illustrazioni sui muri.
Un altro illustratore cui siamo molto legati, perché siamo nati con lui, è il romano Lorenzo Terranera, con il quale abbiamo iniziato con le guide. I suoi libri illustrati Leo, Michelangelo e di prossima uscita Caravaggio, sono scritti da Luisa Mattia, un’altra nostra importante autrice e amica con cui c’è quel rapporto in cui si può parlare dei progetti con scambi di idee e consigli.
Uno dei nostri maggiori successi di questi ultimi anni è Cosa saremo poi, sul bullismo, scritto da Luisa Mattia insieme a Luigi Ballerini, psicanalista dell’età adolescenziale. Questo è un libro nato da una mia idea: erano anni che ogni volta in cui uscivano articoli strazianti sui suicidi degli adolescenti, messi alla berlina sui social, mi dicevo che sarebbe stato bello se qualcuno ne avesse scritto un bel romanzo. Non perché non ci siano storie su questo tema, ma perché bisognerebbe dare uno strumento agli insegnanti, e anche ai genitori, per creare un ponte e poterne parlare. Da due anni ne parlavo con Luisa Mattia fino a quando mi ha detto di aver conosciuto Luigi Ballerini: «Ho pensato che lo potremmo scrivere insieme, questo libro», e così è stato.
Cosa saremo poi è un romanzo che ha avuto grande successo e la cosa molto interessante è stato ciò che ha scatenato durante gli incontri: i ragazzi mostrano un grande interesse per queste tematiche, partecipano attivamente, non vogliono più andare via perché è come se finalmente riuscissero a tirare fuori qualcosa di cui vorrebbero parlare. Sono argomenti che li mettono in crisi, non vivono con serenità il rapporto con questo mondo dove bisogna essere qualcun altro da sé. Da questi incontri sono nate belle esperienze, sono state inviate lettere agli autori, alcune strazianti, che raccontano realtà dure, alcune molto belle. Ti rendi conto che stai lasciando un piccolo segno: gli insegnanti sono entusiasti, sono riusciti a rompere un muro di silenzio e tirar fuori argomenti di cui si vorrebbe parlare ma non sempre si trova lo strumento giusto per farlo.
Il libro è nato in questo modo, dal rapporto quasi fraterno con Luisa Mattia, autrice con cui lavoriamo su tante serie diverse; è un’autrice capace di modulare la voce narrante nel modo giusto, senza sbavature; è inoltre un’autrice televisiva, scrive per quella che era la Melevisione, Albero Azzurro. Chi scrive sceneggiature ha il ritmo cinematografico, riesce sempre a essere molto efficace e a intercettare il target giusto.

Lapis ha chiuso il suo rapporto con Amazon: l’annuncio è stato dato alla vigilia dell’ultima edizione del Bologna Children’s Book Fair accrescendo il numero di quanti stanno facendo un passo indietro di fronte al colosso della distribuzione. Quali sono state le motivazioni della decisione e le reazioni provocate?
La storia è questa: nell’autunno 2017 sono arrivate telefonate dai commerciali Amazon per dirci che, essendo cresciuti sui loro canali, avremmo dovuto riconoscere uno sconto esagerato, per noi insostenibile. Se non avessimo aderito non avrebbero più preso le nostre novità. La stessa richiesta è stata fatta anche a molti altri editori.
Ci abbiamo pensato un po’, poco a dire il vero perché non avevamo molto tempo a disposizione per rispondere. E riflettendo bene, anche per un motivo strategico, abbiamo ritenuto di essere ancora in tempo per dire di no. All’epoca il nostro fatturato su Amazon era in crescita. Abbiamo risposto no e a quel punto siamo stati inondati di rese, è crollato il fatturato di fine anno e il danno all’inizio è stato grosso. Poi la loro fetta di mercato si è spostata sia sugli altri rivenditori online sia sulle librerie indipendenti.
Amazon può acquistare e vendere da intermediari, non necessariamente direttamente dalla casa editrice, quindi pian piano Amazon ha dovuto ricominciare a comprare i libri di Lapis attraverso questo sistema, per loro molto costoso, che non fa guadagnare quasi nulla. Noi non abbiamo ceduto alcun punto percentuale, lentamente Amazon ha ricominciato a vendere i nostri libri e credo che tra non molto tempo ricominceranno a chiederci lo sconto. Questi canali vivono del fatto che vendono tutto: nel momento in cui non hanno tutto a disposizione da vendere perdono senso, perché l’utente passa automaticamente a un altro canale, ad esempio da Amazon a IBS.

Rosaria Punzi

Sarebbe bene, ma questo purtroppo non avverrà, che si diffondesse una maggiore consapevolezza: sia da parte dei blogger che hanno le loro piattaforme su Amazon e, pur sostenendo contenuti “etici”, rimandano la vendita dei loro prodotti su Amazon, sia perché ti rendi conto che l’utente tipo di Amazon è proprio quello che su Amazon non dovrebbe andarci, il trentenne-quarantenne con poco tempo a disposizione ma che si ritiene una persona aperta, democratica, colta, che legge, a parole contraria a tutto ciò che Amazon rappresenta, ma che continua a usarlo e quindi ad arricchirlo.
Il solo fatto che le tasse non vengano pagate nel Paese in cui operano è un’evasione totale. Normalmente se so che quell’attività commerciale evade le tasse in Italia cerco di evitare di arricchirla.
Insomma, è andata così, ma siamo solo un sassolino: in Italia si sono sottratti al meccanismo, oltre a Lapis, solo Babalibri, e/o e Vita e pensiero.

Questa scelta implica una profonda fiducia nei tradizionali canali di distribuzione e promozione. Le librerie, soprattutto quelle indipendenti, diventano il luogo privilegiato dell’incontro tra libro e lettore. Come arrivano i libri Lapis in libreria?
I nostri libri arrivano in libreria attraverso la promozione, che presenta le novità, quindi le prenotazioni e la distribuzione. Per le librerie indipendenti utilizziamo una newsletter che presenta le novità. Non tutte le librerie indipendenti, spesso sono molto piccole e con difficoltà di gestione, riescono ad avere l’informazione, a capire di che cosa tratti il libro e le sue potenzialità.
Chiaramente la libreria indipendente in questo momento in Italia è in grandissima crisi: sarebbe il nostro interlocutore privilegiato, io ho tra l’altro delle partecipazioni anche molto alte in tre librerie in Italia (Giannino Stoppani di Bologna, La libreria dei ragazzi di Torino, Il delfino di Pavia) quindi ne conosco bene le dinamiche e le aiuto molto per quello che posso e ho potuto fare.
Dai dati che abbiamo si evidenzia una continua flessione, sia del nostro mercato in generale, quest’anno per la prima volta in contrazione rispetto a un andamento sempre positivo, sia perché le librerie indipendenti che lavorano anche sulla proposta fanno più fatica: un po’ per l’online, per il costo degli affitti, per tanti meccanismi diventati estremamente faticosi, cui aggiungere tagli ai fondi delle scuole e ai fondi delle biblioteche. O sono molto solide, strutturate, con una vita lunga e clientela affezionata, oppure si trovano sempre più in difficoltà.
Da un lato sì, la libreria indipendente è il nostro riferimento principale ideale, dall’altro a volte si instaura un rapporto veramente complicato anche perché, soprattutto nelle librerie nuove, c’è magari una grande preparazione editoriale ma non sempre supportata da una preparazione gestionale. Magari le librerie indipendenti potessero essere il nostro esclusivo riferimento, ne sarei molto contenta perché per me il rapporto con i librai è fondamentale ed è stato fondamentale in questi anni. Dai librai ho imparato moltissimo, è un mondo complesso ma molto ricco e interessante.

Cosa significa oggi per te l’espressione: stare dalla parte dei bambini?
Stare dalla parte dei bambini vuol dire dimenticarsi le sovrastrutture adulte e arrivare a una sintesi essenziale e a un cuore dei messaggi. Non è sempre facile, ma stare dalla parte dei bambini significa proporre sempre una qualità molto alta. Non si può dare all’infanzia qualcosa di scadente: come al bambino non si propina un omogeneizzato di dubbia qualità lo stesso vale per il cibo dell’anima, del cuore: dobbiamo dare ai bambini qualcosa che vale la pena che stia tra le loro mani.

Come è cambiato e in che modo il modo di raccontare storie in questi anni, di fronte alla rivoluzione digitale incalzante e al sopravvento di una comunicazione sempre più social e sempre meno approfondita?
Per quanto riguarda il libro per bambini questo discorso è vero per alcuni aspetti. Avviene una strana cosa: da un lato la competenza di lettura è scesa, i bambini di sette-otto anni, rispetto a dieci anni fa, per non dire venti o trenta, hanno poca capacità di concentrarsi sulla lettura, reggono poco un romanzo seppur breve. Ora un bambino su cento ha la capacità, a otto anni, di leggere Piccole donne come avveniva anni fa.
Sulla lettura si è tornati indietro anche rispetto ad altri Paesi: quando pubblichiamo libri stranieri, i testi di Germania e Francia, ad esempio, sono molto più lunghi, ricchi e complessi per un’età di riferimento bassa. Il bambino di sette anni ha delle competenze linguistiche diverse, sia perché entra prima a scuola sia perché questi Paesi hanno politiche pubbliche di lettura differenti.
Il problema dei tablet ha delle conseguenze. Tutti i media ce l’hanno dal punto di vista della narrativa. Un classico di trenta-cinquant’anni fa è lento rispetto a oggi: il fatto che prima avveniva ogni quindici pagine oggi deve avvenire dopo due, questo è il ritmo. Ma non è solo un problema di social, vale anche per la televisione e vale anche per il cinema. Il ritmo è cambiato, tendenzialmente il cinema popolare ha stimoli molti veloci: dialoghi, azioni ed è un po’ così nei libri per ragazzi, un esempio su tutti è Harry Potter.

Lapis ha conquistato una posizione di rilievo nel mondo dei libri per ragazzi. Sono poche le case editrici italiane che possono vantare analogo prestigio, frutto di anni di passione e dedizione. Quali sono gli ingredienti di questa felice esperienza?
Credo che sia il binomio accessibilità e qualità, da tutti i punti di vista: confezione, attenzione alla grafica, qualità dell’immagine. Contenuti validi, comunicare bei temi, aprire degli squarci, provocare emozioni, empatia, commozione, sano umorismo, comunque smuovere qualcosa.

Com’è lo sguardo al futuro di Lapis e possiamo avere qualche anticipazione sulle prossime novità editoriali, fino al 2020?
Alcuni illustrati di autori importanti: un nuovo titolo di Chris Haughton che dovrebbe uscire in autunno, uno di Philip Giordano, anch’egli Premio Andersen; un titolo di Gek Tessaro e uno di Attilio.

Per quanto riguarda la narrativa, il seguito di Cosa saremo poi, degli stessi autori: questa volta dal punto di vista del bullo, del cattivo, esigenza emersa dagli incontri con ragazzi che si chiedono come finisca la storia e che fine faccia il bullo, alla fine del primo libro, vittima dei social.
A novembre diventerà albo illustrato la canzone Abbi cura di me di Simone Cristicchi, un testo molto amato dalle scuole su cui in molti hanno lavorato.

Che cosa c’è da leggere in questo momento sul tuo comodino
Il classico Marygold della canadese Lucy Maud Montgomery, chiedendomi se ancora regge a distanza di decenni, e un libro per adulti di Patrizia Rinaldi.

 

L’isola dei tesori letterari. L’esperienza di Lampedusa

SCARABOCCHI – La rubrica dedicata alla letteratura per bambini e ragazzi 

di Rossella Gaudenzi

Quante isole ci sono nelle nostre città? Intervista a Elena Zizioli

Lo scorso 3 ottobre a Roma al Palazzo delle Esposizioni, in concomitanza con la Giornata della Memoria e dell’Accoglienza, è stata inaugurata la terza edizione della mostra Libri senza parole. Destinazione Lampedusa, un progetto promosso da IBBY Italia in collaborazione con IBBY International e i Servizi educativi-Laboratorio d’arte del Palazzo delle Esposizioni di Roma.
Il progetto nasce nel 2012 e tratta l’emergenza Lampedusa attraverso due differenti anime: l’anima letteraria che porta alla selezione dei migliori silent books pubblicati in tutto il mondo e un’anima pratica, aprire una biblioteca per le ragazze e i ragazzi di Lampedusa.
La Biblioteca di Lampedusa è stata inaugurata il 16 settembre.

Sei anni di resistenza, così li definisce Elena Zizioli, autrice del libro I tesori della letteratura sull’isola. Una pratica di cittadinanza possibile (Sinnos, 2017).

Elena Zizioli (insegna Letteratura per l’infanzia, è ricercatrice di Pedagogia Generale e Sociale presso il Dipartimento di Scienze della Formazione – Università degli Studi Roma Tre) pedagogista di formazione, è venuta a conoscenza del progetto IBBY, ne è rimasta catturata, è partita per l’isola appassionandosi alla causa e decidendo di scrivere un libro, edito da Sinnos  di Della Passarelli.

I tesori della letteratura sull’isola. Una pratica di cittadinanza possibile sarà presentato a  Milano nell’ambito di BookCity domenica 19 novembre (ore 16, Castello Sforzesco).

Che cos’è il progetto IBBY?
IBBY (International Board on Book for Young people) nasce per volontà di Jella Lepman, la quale nella Germania post nazista, per alleviare i problemi di crescita di bambini e ragazzi usciti dal conflitto e per i quali un futuro di pace e di serenità non era affatto scontato, avvia una rivoluzione silenziosa scommettendo sui buoni libri, quelli per le bambine e i bambini. Libri soprattutto belli, perché la bellezza è un valore universale.
Nel 1951 si costituisce a Zurigo il comitato IBBY per “promuovere a livello internazionale il diritto dei più giovani ai buoni libri e alla lettura, creando ovunque per l’infanzia l’opportunità di accedere a libri di alto livello letterario e artistico e incoraggiando la pubblicazione e la distribuzione di libri di qualità per bambini specialmente nei Paesi in via di sviluppo”. IBBY Italia ha l’appoggio di AIE, Fiera del libro per ragazzi, Hamelin Associazione Culturale, Cooperativa Giannino Stoppani, e altri.

Quali sono le caratteristiche salienti dell’esperienza a Lampedusa?
Dell’esperienza lampedusana vorrei mettere in evidenza due aspetti. Innanzitutto la grande generosità dei volontari che in cinque anni, a proprie spese, hanno lavorato sull’isola organizzando attività affinché la biblioteca prendesse forma e vita e all’inaugurazione del 16 settembre il grande lavoro svolto è stato premiato. La buona letteratura può davvero trasformare i territori e un libro è uno strumento di azione, emancipazione e trasformazione potentissimo per le comunità, soprattutto se sono chiuse e isolate, territori di povertà educativa dove bambini e ragazzi non hanno l’opportunità di far sentire la propria voce, guardare oltre l’orizzonte. Nei bambini di Lampedusa è forte l’identità lampedusana ma altrettanto forte è la voglia di conoscere e di spaziare; la biblioteca per sua natura non è solo una teca che raccoglie libri ma un luogo di incontro, un mondo in cui navigare con la fantasia. La biblioteca è un luogo simbolico, il luogo dell’incontro, lo spazio del confronto; nella biblioteca c’è la possibilità di sentirsi protagonisti perché sono gli stessi ragazzi che la gestiscono.
Un altro elemento importante è la creazione di comunità. Nella società di oggi siamo arrivati a  paradigmi educativi e sociali che hanno un po’ sfibrato il senso di comunità e puntano molto sulla competizione, l’individualismo. Le esperienze come quella di Lampedusa riportano l’attenzione sull’uomo, sul fare e sul costruire insieme, sulla comunità come cellula viva di un territorio che si mobilita per trovare le risorse per realizzare i propri sogni e i servizi di cui si ha effettivamente bisogno. A Lampedusa si è concretizzato l’attivismo del cittadino che non rimane a guardare, ma decide in prima persona di migliorare il territorio a cui appartiene. La letteratura per stimolare la cittadinanza attiva con i suoi straordinari strumenti come i silent books, libri senza parole che abbattono le barriere linguistiche, di cui c’è una letteratura scientifica molto vasta.

Quando, come e perché hai abbracciato questo progetto?
Ho conosciuto il progetto grazie a Della Passarelli, editrice illuminata, che mi ha parlato della mostra e invitato alla seconda edizione. Ho scoperto Sinnos perché interessata ai testi che non solo raccontavano un mondo multiculturale, ma proponevano percorsi interculturali. Ho partecipato poi al terzo Camp, nel novembre 2015, e ne ho immediatamente compreso la validità dal punto di vista pedagogico.

Perché una docente di Pedagogia decide di prendere parte a un progetto come quello promosso a Lampedusa e decide di seguirlo fin nelle sue fasi operative?
Perché questa è la pedagogia attiva, attenta ai bisogni dei territori. Da qui l’esigenza di sistematizzare un modello di promozione della lettura nelle zone di confine che tiene conto delle esigenze e dei sogni di bambini e ragazzi e lo fa con i buoni libri. La buona letteratura non è solo quella che resta nello scaffale dello scrittore, dell’illustratore e del gruppo di lettori che ne usufruisce, ma anche quella che nasce dallo scrittore/illustratore, incontra i lettori adeguati che creano laboratori di lettura in grado di veicolare valori come l’inclusione, l’accoglienza dell’altro, del diverso, di superare i pregiudizi, di sovvertire i luoghi comuni, di reinterpretare il qui e l’altrove, il centro e la periferia, l’io e l’altro. In sintesi, di promuovere proprio attraverso la lettura azioni in grado di incidere significativamente su un territorio.

Nel libro torna di frequente un particolare e affascinante concetto, quello di “attivista della lettura”. Chi è un attivista della lettura?
Lattivista della lettura è sicuramente un appassionato di buoni libri con l’idea che l’essere militanti serva a promuovere libertà. L’attivista riesce ad attivare processi partecipativi e generatori di cambiamento: attraverso i libri sa stimolare la partecipazione dei cittadini, di una comunità, di un gruppo; è una sorta di agente di sviluppo locale.
Sicuramente è anche un ricercatore attento alle ultime novità editoriali; considera la lettura soprattutto un atto educativo e quindi è capace di costruire percorsi con i lettori e non per i lettori, quindi con i bambini e i ragazzi, non per i bambini e i ragazzi, rendendoli protagonisti; sa lavorare in gruppo, creare empatia, condividere i progetti anche con le istituzioni. Un attivista della lettura ha soprattutto una grandissima resilienza, una spiccata determinazione e la capacità di resistere e superare le difficoltà, inevitabili in ogni progetto nuovo e complesso. Poi non deve mai mancare l’entusiasmo, così come il desiderio di cambiare le cose cominciando proprio dall’attivare le risorse di cui ogni territorio dispone.

A Lampedusa ci sono due diversi modi di essere bambini: bambini lampedusani e bambini di “passaggio”. Quanto sono lontani questi due mondi?
Sono mondi in apparenza molto lontani perché non si creano situazioni che li avvicinino. La biblioteca è stata creata con l’idea che debba e possa esistere a Lampedusa un luogo di incontro; occorre fare i conti sia con il fatto che l’arrivo dei bambini migranti sull’isola non è prevedibile, in quanto legato agli sbarchi, sia con il sentire dei bambini lampedusani, che non sempre hanno voglia di affrontare i problemi dei loro coetanei appena sbarcati. Sono mondi che rischiano di non parlarsi mai; è quindi fondamentale, affinché le esclusioni non si moltiplichino, che esistano iniziative come questa. La biblioteca cerca e vuole l’incontro.

Il libro parla di isola-laboratorio, intendendo i laboratori come luoghi di promozione dei valori democratici: «Si tratta di una metodologia innovativa, particolarmente adatta per creare e gestire una public library in una zona di confine. Consiste in un approccio di educazione alla lettura che richiama in un certo senso le esperienze di cittadinanza attiva promosse dalle associazioni umanitarie nei contesti di frontiera e che insiste sul potere trasformativo della letteratura attraverso il coinvolgimento di professionisti volontari» (Zizioli, 2017, pp. 75-77).
Lampedusa riassume a mio avviso una serie di condizioni che la rendono quasi un laboratorio a cielo aperto, esportabile e riadattabile quindi dalle isole alle città. L’idea del laboratorio è stata accostata all’idea che l’esperienza non muoia con Lampedusa: oggi la biblioteca c’è, il progetto è riuscito, ma l’intuizione è che questo progetto possa continuare. Se ci sono condizioni di povertà educativa, scarsità di risorse, bambini che vogliono imparare, bambini diversi in contesti culturali multietnici quali sono quelli di oggi, un progetto del genere può essere esportato. Il Camp, come è stato realizzato sull’isola, è una novità assoluta. La bellezza del luogo ti cattura, ma l’Italia è piena di luoghi nei quali alla bellezza naturale non corrisponde una ricchezza sociale ed educativa. IBBY International – che ha impegnato nel progetto tutte le sezioni nazionali di IBBY presenti nei cinque continenti – ha guardato con grande interesse a questo programma, considerato innovativo, sia per come è stato realizzato sia per la metafora che incarna: la migrazione che da sempre appartiene alla vita dell’uomo.

In che modo riescono a incidere sul territorio le mostre itineranti di Libri senza parole?
Le mostre itineranti hanno un altissimo valore educativo, innanzitutto grazie alla bellezza di questi testi e la bellezza è un valore educativo da perseguire. Valore universale e soprattutto in grado di affinare la sensibilità e riscattare da condizioni di povertà non solo materiale. Maggiore è la condizione di scarsità, maggiore aiuto potrà provenire dalla bellezza. Purtroppo ce ne siamo un po’ dimenticati, ma andrebbe ricordato e riaffermato il valore dell’arte come strumento e percorso di rigenerazione e riscatto. C’è da aggiungere che la mostra crea empatia: tutti guardano e sfogliano gli stessi libri, quindi tutti possono riconoscersi e sentire l’altro proprio attraverso la mediazione delle immagini.

Quali sono le maggiori difficoltà nel trasformare un progetto “sperimentale” in continuità educativa e civile?
Le difficoltà, come in tutti i progetti sperimentali, sono legate alle persone e al loro senso di responsabilità. Occorrono persone speciali per realizzare progetti speciali e indubbiamente IBBY è una realtà di persone speciali, che credono fortemente nel progetto, con difficoltà da affrontare inerenti le contingenze. Quindi emergono tutte le difficoltà di un progetto fortemente legato alla quotidianità e alle persone che ci devono credere e lo devono realizzare, progetto quindi che ha a che fare con il cuore e l’intelligenza delle persone.

Attraverso quale libro sei venuta a contatto con il mondo dei silent book?
Il primo silent book che ho avuto per le mani e che ho conosciuto, con il quale ho lavorato a lungo è Migrando di Mariana Chiesa Mateos (Orecchio Acerbo 2010).

Cosa c’è da leggere sul tuo comodino?
Ho un meraviglioso albo canadese non ancora tradotto in italiano che parla di rifugiati, Stormy Seas: Stories of Young Boat Refugees, di Mary Beth Leatherdale, illustrazioni di Eleanor Shakespeare; Fifa nera, fifa blu di Alessandra Ballerini-Lorenzo Terranera (Donzelli, 2017) e il romanzo Controvento di Federico Pace (Einaudi, 2017) che ho appena finito di leggere. Campeggiano poi i testi che sto studiando per il mio lavoro universitario, ma non credo sia interessante in questa sede conoscerli!

Le pagine che hanno reso I tesori della letteratura sull’isola. Una pratica di cittadinanza possibile un libro speciale sono il risultato della professionalità, dell’esperienza e della collaborazione di più persone.
Elena Zizioli, autrice, insegna Letteratura per l’infanzia preso l’Università degli Studi di Roma Tre.
Giulia Franchi, coautrice del testo, responsabile dei Servizi educativi, formazione e didattica Palazzo Esposizioni.
Silvana Sola, presidente di IBBY Italia.
Deborah Soria, responsabile del progetto per IBBY Italia.

La lezione di Bernard Friot: ascoltare i bambini

SCARABOCCHI – La rubrica dedicata alla letteratura per bambini e ragazzi 

di Rossella Gaudenzi

«Paolo, Jan, Kurt, Juri, Jimmy, Ciù e Pablo erano sette, ma erano sempre lo stesso bambino che aveva otto anni, sapeva già leggere e scrivere e andava in bicicletta senza appoggiare le mani sul manubrio.
Paolo era bruno, Jan biondo, e Kurt castano, ma erano lo stesso bambino. Juri aveva la pelle bianca, Ciù la pelle gialla, ma erano lo stesso bambino.
Pablo andava al cinema in spagnolo e Jimmy in inglese, ma erano lo stesso bambino, e ridevano nella stessa lingua».
Gianni Rodari, Uno e sette, in Favole al telefono

Quasi un incontro tra pari quello avvenuto alla Biblioteca Centrale Ragazzi, a Roma lo scorso 5 ottobre, tra Bernard Friot, il celebre scrittore e insegnante francese, e gli alunni di una terza primaria della Scuola elementare Grottarossa.
Bernard Friot, per l’appunto noto come il Gianni Rodari francese, è uno degli autori di Sette e uno. Sette bambini, otto storie, la recente pubblicazione di Einaudi Ragazzi illustrata da Mariachiara Di Giorgio e curata da David Tolin, che nel 2010 ha fondato la libreria specializzata per ragazzi Pel di Carota a Padova.

«Per questo libro  – si legge nella sua introduzione – quello che avete in mano in questo momento, è stata scelta la favola più intensa e civica della raccolta, Sette e uno, per parlare d’infanzia oggi, per provare a raccontare il nostro contemporaneo, a cinquantacinque anni dall’originale, per costruire una nuova geografia umana o solamente per continuare a “giocare” con le parole di Rodari, le sue idee, la sua forza».

David Tolin ha raccontato ai giovanissimi ascoltatori che l’idea è nata «dalla voglia di giocare con le parole alla maniera di Gianni Rodari. Dal libro Favole al telefono ho scelto Uno e sette che inizia così: “Ho conosciuto un bambino che era sette bambini”. Idea semplice, perché mi sono chiesto se ci fosse qualcuno che volesse raccontare la storia di tutti i bambini contenuti nella favola: Paolo, Jean, Kurt, Juri, Jimmy, Ciù, Pablo. Sono andato a un’importante fiera del libro per ragazzi, il Bologna Book Children’s Fair, ho bussato alla porta della casa editrice Einaudi, ho proposto il progetto e dopo poco mi è stato risposto che sì, si poteva fare. E così ho chiesto a sette famosi scrittori per ragazzi di scrivere una storia. Loro sono Beatrice Masini, Bernard Friot, Ulrich Hub, Daria Willemstad, Dana Alison Levy, Yu Liqiong e Jorge Lujàn».

Bernard Friot, dopo aver letto Un et sept nella sua lingua, il francese, fa da calamita per tutti i presenti, piccoli e grandi lettori e in un italiano dolce e musicale si racconta, incalzato delle domande vivaci dei bambini.
Racconta degli inizi, del suo mestiere di insegnante di liceo in un plesso che comprendeva una Scuola Primaria e proprio lì, tra i banchi degli alunni più piccoli, è iniziato uno scambio proficuo. «Mi mettevo in fondo alla classe ed era lì che i bambini venivano a raccontarmi le loro storie che io trascrivevo puntualmente, facendo loro quasi da segretario. Poi, poco a poco, ho iniziato a rispondere con le mie storie alle loro storie; ogni tanto regalavo un racconto a un bambino. Non ero ancora uno scrittore; mi è stato suggerito di inviare i miei racconti a una casa editrice. È così che sono diventato scrittore, senza volerlo. Perché la vita è davvero sempre piena di sorprese e di possibilità».

Il suo primo libro è Histories pressées, pubblicato nel 1988 e tradotto in italiano con Il mio mondo a testa in giù (Il Castoro, 2008) cui è seguito Altre storie a testa in giù (Il Castoro, 2014).
Impossibile per lui citare un libro preferito. «Quanti libri non ho ancora letto? Sono tanti i libri che ho amato, legati a momenti diversi della mia vita. Ho molto amato i libri di Rodari Favole al telefono e Le avventure di Cipollino. Come si fa a non amare la storia di una cipolla? La lettura è esattamente il momento della vita in cui leggi un determinato libro, con tutte le sensazioni che comporta».
Si rammarica di non aver conosciuto Gianni Rodari. Quando morì nel 1980 Friot non aveva ancora letto le sue opere, che ha scoperto solo due anni dopo. «Cinque anni fa – ricorda lo scrittore – sono andato a visitare la casa di Rodari a Roma, ho ammirato la sua scrivania, il luogo della creazione dei suoi libri, e ho vissuto un momento molto emozionante».

Una bambina, che secondo la maestra è fissata con l’età, gli chiede quanti anni ha. «Sette volte sette più dieci più nove», risponde Friot. Ma il calcolo è sbagliato, perché un tentativo dopo l’altro, arriviamo a capire che Bernard Friot ha sessantasei anni.

«Dove vivi? In Francia. Dov’è la Francia? A Parigi» suggerisce qualcuno. «Ma no, è Parigi che si trova in Francia» corregge prontamente qualcun altro.

«Quanti libri hai scritto?», incalzano i bambini. «In Francia si è soliti dire: quand on aime on ne compte pas, ossia quando si ama non si conta – risponde Friot – Non lo so, perché ogni libro è il riassunto di tanti incontri: il libro l’ho incontrato prima, durante e dopo la scrittura del libro stesso».

«Qual è il tuo ultimo libro?»
«Il mio ultimo libro non è ancora uscito in Italia, sarà edito da Lapis e, sulla scia di Dieci lezioni sulla poesia, l’amore e la vita (Lapis 2016) avrà il titolo Dieci lezioni sulla cucina, l’amore e le vita. Il tema culinario sarà quindi dominante. Il testo è scritto, ora sono all’opera traduttrice, grafico e tutte le altre figure che realizzano quei bellissimi oggetti che sono i libri».

«Scrivi libri con altri scrittori?».
«Non direttamente. Posso affermare che quando scrivo ho in testa tutte le storie che ho letto; di sicuro l’ispirazione mi arriva da Rodari così come nei miei libri sono presenti altri scrittori e storie, ma finora non ho mai scritto un libro a quattro mani, insieme a un altro autore. Non ho un metodo di scrittura strutturato, potrei dire che buona parte della mia scrittura è affidata all’improvvisazione: oggi scrivo tre pagine, domani nulla, la storia deve arrivare a me, quindi, ad esempio, esco a passeggiare. Non posso certo considerarmi uno scrittore disciplinato».

Poi, con i bambini, accade quel che Bernard Friot ha anticipato all’inizio dell’incontro: si dà loro modo di giocare con le parole e iniziano a dare sfogo alla fantasia, creare e inventare l’incipit di storie. Partendo da una struttura in cui sono gli oggetti a raccontarsi, i bambini iniziano con: Un giorno un… mi ha detto. Un giorno un martello mi ha detto… L’oggetto-soggetto cambia vorticosamente. Una panchina davanti alla scuola. Un collare per cani. Una televisione. Un’auto sportiva. Un libro di storia. E così via.

È questa la grande lezione di Bernard Friot: occorre ascoltare i bambini, quel che i bambini hanno da dire e da raccontare. E sicuramente il bambino che è dentro di noi si risveglierà.

Bernard Friot, nato a Saint-Piat nel 1951, è uno dei più originali e amati scrittori per ragazzi. Prima di approdare alla scrittura ha insegnato in una scuola di Lile e poi per quattro anni è stato responsabile del “Bureau du livre de jeunesse” a Francoforte. Da allora si dedica alla traduzione dal tedesco di fiabe e novelle ritenendo che questa attività abbia la medesima nobiltà e creatività della scrittura d’invenzione. Stando a stretto contatto con i bambini ha avuto la possibilità di studiarne la grande creatività anticonvenzionale nell’inventare storie, che è diventato il suo modello stilistico. Friot infatti si autodefinisce uno “scrittore pubblico”, in virtù della necessità che ha di fare spesso incontri con il suo pubblico di giovani lettori per ricaricarsi di emozioni. In Italia i suoi libri hanno molto favore da parte di ciritica e pubblico: il suo primo libro di racconti Il mio mondo a testa in giù ha vinto il Premio Andersen 2009 come migliore libro 9/12 anni. Vive e lavora a Besançon in Francia.

La Biblioteca Centrale Ragazzi (via San Paolo alla Regola 15) è dedicata esclusivamente alla letteratura per ragazzi. Custodisce circa 30mila testi tra favole, fiabe, fumetti e libri illustrati per bambini, testi di educazione alla lettura e alla multiculturalità, una raccolta storica dagli anni ’80 di letteratura giovanile e dei periodici di letteratura per ragazzi.

La magia dei libri tattili illustrati

SCARABOCCHI – La rubrica dedicata alla letteratura per bambini e ragazzi 

di Rossella Gaudenzi

«Quanto paesaggio si può scoprire anche in pochi centimetri quadrati! Toccare, sentire una superficie (la “pelle” delle cose) consente di avvicinarsi ad una conoscenza molto profonda del mondo perché permette di avere un contatto intimo con un luogo, una persona o anche solo una materia. È un movimento verso un sapere sensibile. È un viaggio. Anzi, può essere il viaggio». [Mauro L. Evangelista]

Il mio ingresso alla Federazione Nazionale delle Istituzioni Pro Ciechi Onlus ha il sapore di un ingresso a teatro. Dalla soglia vengo guidata, nella penombra, verso l’atrio che ospita la mostra A spasso con le dita e dove uno a uno si accendono i led a illuminare dodici tavole d’artista.

«Dodici tavole, per ogni tavola una parola che è parola di solidarietà, per ogni tavola con la sua parola di solidarietà, un artista”, esordisce Pietro Vecchiarelli, insieme a Stefano Alfano mente e braccio del Centro Produzione Libri Tattili.
Ed ecco che individuo le opere di Gek Tessaro-Scambio, Lorenzo Terranera-Dono, Chiara Carrer-Cerchio, per citarne tre fra i miei preferiti.

Ci spostiamo in una sala luminosa, un misto di ufficio e laboratorio, pieno com’è di scartoffie, materiali di vario tipo, macchinari: è appena arrivato un libro per il concorso Tocca a te! che Pietro Vecchierelli scarta sotto i miei occhi, occhi profani ai quali sembra un prodotto ben fatto.
«A spasso con le dita – prosegue Pietro – è un progetto riuscito, ben costruito e di grande successo finanziato da Enel Cuore Onlus che ha permesso, nel triennio 2010-2013, di produrre cinque libri tattili illustrati in mille copie ciascuno, pensati per essere condivisi tra lettori ciechi, ipovedenti e vedenti che, con doppio testo in nero e braille, sono stati distribuiti nelle biblioteche pubbliche, ospedali pediatrici, istituzioni culturali. Il progetto è andato talmente bene che Enel Cuore ha chiesto di produrre sia un sesto libro tattile, Settestella di Dario Moretti, sia una mostra itinerante di tavole tattili d’artista per esprimere il tema Le parole della solidarietà». Ed è presto spiegata la mostra.

Pietro Vecchiarelli e Stefano Alfano sono responsabili del Centro Produzione Libri Tattili, settore parallelo al Centro di Produzione del Materiale Didattico che realizza il materiale didattico per ragazzi ciechi in età scolare, 3-18 anni, destinato alle scuole. Sono stati assunti nel 1999 insieme ad altri tre tecnici di produzione per far sì che questo centro, all’epoca agonizzante, fosse rimesso in sesto.

Quale lavoro svolgono i responsabili del Centro Produzione Libri Tattili?
I loro compiti sono molteplici, le competenze le più disparate: produrre i libri, organizzare le mostre, portarle in giro, occuparsi del sito, trascrivere il braille, organizzare il concorso, presentare progetti per cercare i fondi per poter editare.
«A livello statale – spiega ancora Pietro Vecchiarelli – queste sono istituzioni che potrebbero fare di più: occorrerebbe coordinarsi, coinvolgere qualcuno che si appassioni. In questo momento la Fondazione Cariplo ci ha commissionato la produzione di due libri molto belli in 400 copie ciascuno, ora in stampa, Ombra e Foglie. In Francia si lavora diversamente: si edita un libro in qualche centinaio di copie e in una settimana tutte le biblioteche, in rete, chiedono il libro che viene distribuito a livello capillare. Ogni qualvolta esce un libro c’è una distribuzione garantita che consente il recupero rapido dei soldi ed è possibile andare in stampa con il titolo successivo. In Italia è tutto scollegato: alcuni progetti sono locali, alcune biblioteche fanno parte del comune, altre fanno capo alla Provincia, alcune sono biblioteche scolastiche. L’iter è complesso e farraginoso, però non ci perdiamo d’animo e pian piano procediamo. Ad oggi abbiamo prodotto cinquanta libri tattili illustrati. Realizziamo mostre che funzionano, c’è un piccolo mondo di nicchia, fatto di tante famiglie, tanti bambini».

Come funziona la stampa un libro tattile illustrato?
Il libro viene interamente creato presso il Centro: disegni, grammatura della carta, colle, adesivi, impaginazione, spessore delle pagine e così via. Gli unici tre passaggi che si svolgono altrove sono la stampa eseguita in tipografia, la stampa braille in serigrafia, la rilegatura. L’allestimento del libro, ossia l’assemblaggio delle parti, viene sempre e comunque svolto presso il Centro.


Come nasce il concorso nazionale
Tocca a te!?
Dal 2003 la Federazione si è agganciata al Concorso europeo Thyphlo & Tactus che, grazie al contributo della Commissione Europea e del Ministero Francese della Cultura, dal 2000 al 2007 ha promosso e diffuso l’editoria tattile a livello internazionale. I libri tattili illustrati vincitori delle varie edizioni del concorso sono stati editati nelle lingue dei paesi partecipanti. Dal 2008 il Gruppo Internazionale Tactus, autofinanziandosi, continua a esistere e a collaborare, tanto che il concorso è diventato mondiale.

«La novità del progetto Tactus – prosegue Pietro – è affermare l’esistenza di una modalità per illustrare una storia, quindi i libri prodotti da genitori, ragazzi e insegnanti sono stati raccolti, è stato creato questo concorso europeo la cui finalità era quella di premiare un libro vincitore e distribuirlo in tutte le lingue dei Paesi partecipanti. La si può definire la prima distribuzione seriale di un libro tattile illustrato. La finalità del progetto europeo era avere questi libri, dal costo di distribuzione elevatissimo, a un prezzo calmierato, agevolato; i fondi della Commissione Europea confluivano nel valore del libro che poteva così essere venduto a 10-15 euro».
Nonostante dal 2007 il progetto europeo Typhlo & Tactus non abbia più i finanziamenti, la forza di questa iniziativa si è sedimentata in ogni nazione partecipante. Si è deciso quindi di farlo proprio, il concorso. Il Gruppo Internazionale Tactus ha stabilito di limitare a cinque il numero di libri per ogni nazione, occasione per creare in ogni Paese il proprio concorso nazionale.

In Italia è nato Tocca a te!, concorso biennale giunto alla quarta edizione con la finalità di scegliere i cinque libri per il Tactus ma anche di mettere in gioco genitori, ragazzi, insegnanti. La premiazione è stata ospitata, per le prime tre edizioni, a Padova, Genova, Reggio Emilia, quest’anno sarà la volta dell’Istituto Serafico di Assisi, domenica 18 giugno.
Il concorso è dedicato a Mauro L. Evangelista, insegnante di educazione artistica della scuola munariana R. Bonghi di Roma che ha vinto il premio Tactus nel 2005 e 2006 con i titoli Troppo ordine, troppo disordine e Cuore di pietra.

«Mauro – ricorda Vecchiarelli – scomparso prematuramente, è stato un nostro caro amico e un collaboratore prezioso. Grande appassionato di illustrazione, ha dato vita a meravigliose installazioni e laboratori con materiali poveri come carta e corda. È riuscito a far sì che il libro tattile illustrato superasse gli schemi tradizionali della didattica speciale (la coccinella che si sposta sul piano inclinato), ma diventasse qualcosa di più complesso e articolato anche per temi maggiormente educativi».

Chi sono i partecipanti al concorso?
«L’intenzione non è quella di produrre esclusivamente libri belli – prosegue Pietro – che comporterebbe un concorso aperto a illustratori e scuole di grafica. La nostra finalità è produrre libri tattili illustrati e coinvolgere operatori, insegnanti, famiglie, bambini ciechi, curiosi, quindi a Tocca a te! possono partecipare tutti e per permetterlo abbiamo creato più categorie di concorso, con ben cinque premi diversi e tre menzioni speciali. Il premio più importante, Miglior Libro Italiano riceverà un premio in denaro di un importo di 1.500 euro».

Nel frattempo attorno a noi accadono cose e transitano persone, come sottofondo un suono di fustella. La visita non può considerarsi conclusa senza esplorare la “sala macchine” e quindi macchinari di stampa a rilievo e a controllo numerico per la prototipazione, macchine per la cartotecnica. In questo luogo tutti sorridono. Arrivo a capirlo mentre varco nuovamente la soglia, stavolta in uscita.
Il sogno di Pietro e Stefano è produrre libri, arrivare a editare ogni anno cinque titoli con tiratura un migliaio di copie da distribuire tra istituzioni, biblioteche pubbliche, ospedali pediatrici. L’impressione, quel che resta, è di aver attraversato un luogo di creazione di bellezza ma soprattutto di superamento del limite in cui ognuno fa la sua parte con, quasi un paradosso, una luce speciale negli occhi.

Juvenilia, la nuova collana di albi illustrati targata IFIX

SCARABOCCHI – La rubrica dedicata alla letteratura per bambini e ragazzi 

di Emanuela D’Alessio

pinocchioTra le molte novità di quest’anno alla fiera della piccola e media editoria Più Libri, Più Liberi, conclusa l’11 dicembre, ne raccontiamo una in particolare.
Si chiama Juvenilia ed è la nuova collana di albi illustrati per bambini e realizzati dai bambini stessi, edita da IFIX di Maurizio Ceccato e Lina Monaco.

Non è l’ennesima serie di libri di favole illustrate, ma molto di più e di diverso.
Se la fiaba resta sempre il punto di partenza, è l’arrivo a stravolgere completamente la prospettiva. Juvenilia, infatti, utilizza i personaggi delle favole contemporanee già divenute classici, per poter raccontare con un linguaggio moderno, ma mai esplicito, i tempi della nostra contemporaneità.

Il primo ciclo prevede la riscrittura di tre favole, Pinocchio, La Sirenetta e Il brutto anatroccolo, tre favole che parlano di trasformazione.
Il risultato è il frutto di un lavoro di squadra e di competenze differenti: Eugenia Cassandra, psicologa e psicoterapeuta dell’età evolutiva, ha messo a disposizione i suoi strumenti per comprendere i sottotesti presenti nelle favole; tre scrittori hanno rielaborato i testi cercando spiragli narrativi inaspettati per rendere le storie più vicine ai bambini del nostro tempo; infine i bambini, che hanno realizzato le immagini durante sei incontri, presso la libreria Scripta Manent, sotto la guida dell’illustratrice Cecilia Campironi.

Il primo libro in uscita è Pinocchio, narrato dallo scrittore e musicista Alberto Fiori. Un lento viaggio, attraverso i suoni e i rumori, in cui la trasformazione avviene nella notte. Mettendo su pagina ciò che Collodi non ci ha mai raccontato. Una voce narrante in prima persona che scandaglia, con curiosità e timore, i cambiamenti del suo corpo, materici e sensoriali. Il testo breve ma con ritmo incalzante, scandisce le ore che passano fino al risveglio. Le immagini illustrano un percorso inedito di un Pinocchio che sembra essere il protagonista della storia, fino a comprendere che quel personaggio, altro non era che un giocattolo col quale il bambino attraversa la notte, luogo simbolico in cui risiedono tutte le paure ancestrali e adolescenziali e, una volta fattasi luce, il giocattolo può essere riposto in una scatola perché il bambino è pronto per affrontare la sua giornata… o la vita.

pinocchio_juvenilia_02Ne abbiamo parlato meglio con Lina Monaco, responsabile editoriale di Juvenilia.

Riscrivere favole, e di quelle più celebri come Pinocchio, La Sirenetta o Il brutto anatroccolo, affidare a bambini il compito di illustrarle, e infine decidere di pubblicare “in casa”. Insomma, la sfida sembra un vero salto triplo mortale. Che cosa ne pensi?
Penso che sarebbe inopportuno disturbare i “monumenti” della nostra cultura fiabesca se non ne valesse davvero la pena. Il progetto è ambizioso e si fa carico di restituire al lettore una proposta inedita ma di cui, probabilmente, si sente già la necessità.

Come è nato il progetto? Dalle favole, dai bambini, da urgenze personali?
Era da un po’ che io e Maurizio Ceccato ci interrogavamo sulle favole di recente scrittura, quali fossero i contenuti che veicolavano e quali ingredienti utilizzassero per raccontare la modernità. Alcune di queste nuove favole riescono a fare breccia, nei genitori, nei bambini, ma molte restano nell’oblio. Cioè non raggiungono il lettore. E così ci siamo domandati cos’è che potesse tenere legati i genitori e i figli a una stessa lettura. E la risposta è stata immediata: un personaggio della nostra infanzia che parlasse con il cuore in mano delle proprie emozioni. Vicino alla mamma e al papà che leggono, ma con un linguaggio vicino ai figli.

Chi sono gli autori coinvolti e come si è svolta l’operazione di riscrittura?
Pinocchio è stato riletto da Alberto Fiori, musicista e paroliere. Un autore con una spiccata sensibilità e un gran senso del ritmo. Con lui c’è stata un’alchimia perfetta. Io gli ho esposto cos’è che sentivo come urgenza, e lui ha intercettato uno spiraglio narrativo inedito, ma soprattutto inaspettato. Il ritmo del cuore che inizia a battere in un corpo di legno segna l’inizio della trasformazione. Un viaggio fatto di rumori che Pinocchio non conosce e che lo riportano a vecchie paure passate. Non a caso questa trasformazione avviene di notte che è il luogo archetipico delle paure. Il luogo dove non esiste la ragione, ma solo la percezione. E il viaggio si conclude con l’arrivo della piena consapevolezza di sé stessi.

pinocchio_juvenilia_03Parliamo dei bambini “illustratori”. Quanti sono, che età hanno, come hanno lavorato, erano al corrente del fatto che le loro illustrazioni sarebbero finite in un libro?
I bambini, dai cinque ai dieci anni, sono arrivati in libreria da Scripta Manent grazie a una call fatta tra i nostri lettori affezionati, ma poi si è sparsa la voce col semplice passa parola tra genitori. Quello offerto era un laboratorio finalizzato all’insegnamento di una tecnica di illustrazione: il collage. Cecilia Campironi è una professionista. L’idea che quelle tavole potessero diventare le illustrazioni del libro ha costretto tutti i partecipanti a prendere sul serio il lavoro proposto. Sei appuntamenti e quasi quindici ore di lavoro. I bambini erano stanchi ma l’entusiasmo li ha tenuti sempre attentissimi.

Perché la decisione di pubblicare come IFIX invece di affidare un progetto così innovativo a un editore, magari specializzato in albi illustrati e letteratura per ragazzi?
IFIX è sempre stato un laboratorio, un’opportunità per le idee e per le persone di creare alchimie. Lavorare a un libro come questo richiede di guardare al pubblico bambino con le dovute precauzioni. Fare un libro per bambini è una sfida che va portata avanti con tutti i necessari supporti professionali. Non basta un disegno o una filastrocca per accontentare un pubblico così esigente e ci siamo voluti misurare in questa prospettiva. Abituati, in fondo, a offrire già la massima cura sia nei contenuti che nei dettagli estetici e grafici. E poi perché rientra nelle prerogative IFIX lavorare con le narrazioni per immagini.

Come si svilupperà la collana? Quante uscite sono previste e con quale cadenza? Insomma qual è il piano editoriale di Juvenilia?
Le prossime uscite arriveranno in maggio con La Sirenetta e Il brutto anatroccolo. I tempi non potranno essere rigidissimi perché i laboratori sono itineranti e devono produrre immagini di qualità. Il lavoro di post-produzione è davvero minimo e quindi produrre le tavole richiede molto tempo e cura. E poi ci sono le storie da riscrivere, gli appuntamenti con la dottoressa Eugenia Cassandra, psicologa dell’età evolutiva, ci aiutano, a noi della redazione e agli autori, in un mondo di argomenti che non si evincono da una lettura superficiale delle favole stesse.

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Chi vorresti come lettore ideale di questa collana?
Il pubblico a cui ci rivolgiamo è sicuramente quello dei bambini di età tra i cinque e i dieci anni. Se da una parte la semplicità del testo, infatti, sembra rivolgersi ai primi, la forza delle immagini e l’indagine dentro sé stessi e le proprie paure, avvicina alla lettura anche i più grandi. E poi ci sono i genitori ai quali destiniamo uno strumento per poter affrontare attraverso la lettura, i temi più cogenti all’età dei figli. La collana Juvenilia è stata pensata per realizzare libri fatti dai bambini per i bambini.

Roberta Cadorin, arte tra illustrazioni e cucina

FUORI CAMPO – Rubrica dedicata all’illustrazione e al fumetto

di Rossella Gaudenzi

Esse stanno allineate in ciascuno di noi. Vuote. Nessuno si siederà più. Di notte, al buio, si bisbigliano l’un l’altra delle strane vecchie storie. Il resto si legge.

Dino Buzzati, Le sedie (1965), in Le storie dipinte 

Avevo poco meno di un anno quando per la prima volta ho posato i piedi su boschi e rocce delle Dolomiti. Il rapporto di conoscenza con quei luoghi prodigiosi è stato costante per i miei primi venti anni. Il libro Un piccolo mondo a parte mi ha rimessa in contatto, dolcemente, con un mondo suggestivo la cui forza non cessa di incantare.

Torniamo a parlare di illustrazione con la bellunese Roberta Cadorin. «In passato una laurea in architettura allo Iuav di Venezia. Poi il mondo del fumetto con Roberto Totaro e quello d’illustrazione, alla scuola internazionale di Sàrmede, con l’insegnamento di Arcadio Lobato, Maurizio Olivotto, Anna Castagnoli e Javier Zabala. Il presente tra illustrazione, pittura e cucina».

libroinverdePartiamo dal presente e dalla pubblicazione del libro scritto da Elisabetta Tiveron e da te illustrato, Un piccolo mondo a parte. In viaggio tra Venezia, Alpago e Consiglio (Kellermann editore, 2016), secondo capitolo del progetto La strada del ciboCi racconti la genesi di questo libro?
Un piccolo mondo a parte nasce da una comune passione, di Elisabetta Tiveron e mia, per il cibo. Ci siamo conosciute grazie ai nostri blog (rispettivamente, cobrizoperla.blogspot.it e www.elisabettativeron.it; non propriamente foodblog). Poi è seguito un incontro dal vivo e, nata una concreta amicizia e stima reciproca, abbiamo pensato di collaborare.
Elisabetta aveva già avviato questo progetto, La strada del cibo per Kellermann editore. Per questo titolo si è trattato di guardarci un po’ attorno e scovare una chiave di lettura per scoprire e studiare una piccola ma preziosa porzione di territorio, a metà strada tra Elisabetta, veneziana  e me, bellunese. L’essenza di questo libro è il non essere una semplice guida né un compendio di cucina.
Le illustrazioni non sono nate a testo ultimato, come avviene usualmente, ma si sono sviluppate parallelamente, in relazione alle escursioni fatte sul posto. Poi, come per magia, i due racconti, quello narrativo e quello illustrato e fotografico (che non vogliono essere didascalici), si sono incastrati perché quello che abbiamo tracciato in questi luoghi si dipana davvero come un percorso di anima e di pancia.
La più bella soddisfazione è sentir dire dai lettori che incuriosisce ed emoziona.

Roberta Cadorin

Roberta Cadorin

Sei nata e vivi a Belluno. I “tuoi luoghi” hanno influenzato in qualche modo il tuo modo di fare illustrazione?
Credo proprio di sì, inevitabilmente e, più o meno, inconsapevolmente come anche l’uso frequente di carta, colori, colla e forbice sin da molto piccola.

Quali sono le tue fonti di ispirazione?
Le emozioni, gli incontri, e quindi anche la lettura, il cinema, la pittura o la fotografia, ma anche il semplice vissuto quotidiano o un viaggio.

Ci sono illustratori che puoi definire tue fonti di ispirazione?
Amo illustratori diversissimi tra loro. Ad esempio Saul Steinberg, Carll Cneut, Hervé Tulle o Beatrice Alemagna che non hanno molto in comune tra loro, no? E tanto meno io con loro, purtroppo. È appagante quando poi accade di conoscere un artista di cui apprezzi il lavoro e in seguito si rivela anche una persona di spessore dal vivo. Sono molto grata e affezionata a quelle generose che ho incontrato e che mi hanno rese partecipe del loro sapere.

Come è avvenuta la conversione da architetta a illustratrice?
Quando ho scelto architettura tanti anni fa ero consapevole non fosse la strada a cui più ambivo, ma non avevo alternative. Non ho mai sentito profondamente la vocazione del progettista architettonico.
Da laureata, a un certo punto, la nostalgia del disegno e del colore si è fatta talmente prepotente che ho girato pagina definitivamente, senza alcun rimpianto. C’è stata un’agenzia di grafica di cui ero titolare, con altri soci, e a seguire un paio di corsi alla scuola internazionale di illustrazione di Sàrmede. Quindi un figlio che mi ha rivoluzionato la vita e regalato una visione privilegiata su di essa. Ora credo di avere fatto un passo in più: mi sono perdonata quella scelta universitaria fatta con ingenuità.

saladCi parli del tuo presente tra pittura e cucina?
I due ambiti si intersecano spesso nelle mie giornate, tra tavolo da disegno e tavolo della cucina. In entrambi le passioni, l’esercizio può migliorare la tecnica. Ecco, l’unica pecca di questi due amori paralleli è che, se mi dedico più a uno, trascuro inevitabilmente l’altro.

Qual è il tuo rapporto con l’illustrazione di libri per ragazzi?
Ho iniziato a sfogliarne comperando libri illustrati per il mio bambino. Credo che lui abbia contribuito molto a far crescere il mio interesse, anche se ho constatato più di una volta che ciò che piace a me spesso ai piccoli non garba.

Traendo ispirazione da una tua suggestiva illustrazione con citazione di Dino Buzzati: che lettrice è Roberta Cadorin?
Ah, Buzzati, grande illustratore tra l’altro! Bellunese e amante delle montagne, come non amarlo? Era un grande consumatore e conoscitore di racconti per immagini, con interessi visivi molto variegati e un’affascinante e misteriosa capacità di infarcire la narrazione con suggestioni apparentemente lontanissime. Ora non chiedermi fra tutti qual è il libro che ho letto nella mia vita e che maggiormente mi ha influenzata. Ti risponderei i testi scolastici di latino. Che incubo! Non mi ricordo più nulla, ma li sogno ancora di notte quando sono agitata. Per usare una metafora culinaria, potrei dire che alterno bulimia a pause di digiuno, con la lettura. Ecco, una cosa che proprio non voglio fare è terminare per forza un libro che proprio non mi piace. Era un obbligo ai tempi della scuola. Perché dovrei farlo ora nel tempo libero?

Un accento sul futuro. Illustrazione di Roberta Cadorin

Un accento sul futuro. Illustrazione di Roberta Cadorin

Puoi darci qualche anticipazione sui tuoi lavori in corso-prossime pubblicazioni?
Al momento sto lavorando ancora sul cibo, ma in contesti diversi. I referenti sono francesi ma con un occhio attento al panorama italiano. Un altro progetto in corso interessante è con un editore orientale. Mi incuriosisce molto poter vedere le mie illustrazioni affiancate a segni della scrittura orientale. Ma preferisco non aggiungere altro per scaramanzia.

L’ultima, immancabile domanda: cosa c’è da leggere sul tuo comodino?
Ci sono alcuni bigliettini di mio figlio con alcune frasi emozionanti che non riusciamo a dirci a voce; un libro di poesie di Nina Cassian, C’è modo e modo di sparire; Storia di un corpo di Daniel Pennac con illustrazioni di Manu Larcenet; Les poings sur les îles, un libro con testo in francese di Elise Fontenaille e illustrazioni dell’adorabile Violeta Lopiz; un’opera di architettura France ou Alemanne: un livre inécrit de Le Corbusier di Jean Louis Cohen.