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Otto anni di editoria indipendente – Della Passarelli, Sinnos

«Sinnos continua a fare libri che per noi hanno impegno, passione, militanza, ma anche voglia di scoprire e di mostrare cose nuove, di giocare, divertire e far divertire. Sovvertire».

 «Un cervello che legge ha molte più possibilità di riuscita personale, affettiva, intellettiva e può contribuire alla crescita di democrazia, alla consapevolezza di regole e limiti. Un cervello che legge è in grado di affrontare complessità».

«Siamo fieri di esserci conquistati la fiducia di un autore come Bart Moeyaert che proprio quest’anno è stato il vincitore dell’Astrid Lindgren Memorial Award, che è un po’ il Nobel per la letteratura per ragazzi».

«A maggio a Torino abbiamo conosciuto una nuova autrice svizzera, Marie-Christophe Ruata-Arn con un bel romanzo d’amore e di fantasmi: Sette rose per Rachel. Sicuramente a novembre 2019 esce in italiano l’ultimo romanzo di Bart Moeyaert, Bianca. E poi ci sarà una Lee Miller, un graphic sulla bomba atomica, un nuovo romanzo di Francesca Bonafini, che con Celestiale è in finale al Premio Cento (bellissima scrittura). Felice di avere una nuova scrittura di Fabio Stassi, con un albo illustrato dalla bravissima Veronica Truttero che – insieme ad Alice Keller – ha iniziato a lavorare proprio con noi. E anche loro due, insieme, le rivedremo presto, nei primi mesi del 2020».

Della Passarelli

In attesa del terzo appuntamento con Otto anni di editoria indipendente. Le interviste di Via dei Serpenti, il nostro “quaderno” con le migliori interviste a editori e autori realizzate dal 2011 a oggi, proponiamo un assaggio dell’intervista La lingua è un segno a Della Passarelli, editrice di Sinnos.

Della Passarelli sarà protagonista, con Rosaria Punzi di Lapis, dell’incontro Editori di parole e immagini, organizzato da Via dei Serpenti.

Venerdì 8 novembre, libreria Tomo di Roma, 18:30

Ingresso gratuito!

 

Otto anni di editoria indipendente. Le interviste di Via dei Serpenti
A cura di Emanuela D’Alessio, Rossella Gaudenzi, Sabina Terziani
Editore: Via dei Serpenti, settembre 2019
Introduzione di Leonardo G. Luccone

Il volume è disponibile a offerta libera sul nostro sito e nelle librerie romane Tomo Libreria CaffèRisvoltiPagina 348. 

 

I diritti delle donne raccontati ai più piccoli

SCARABOCCHI – La rubrica dedicata alla letteratura per bambini e ragazzi 

di Rossella Gaudenzi

Ci sarebbe piaciuto essere presenti lo scorso 8 marzo alla Casa Internazionale delle donne di Roma. Ci sarebbe piaciuto ascoltare le parole scelte da Cecilia D’Elia per presentare la nuova edizione del suo libro per ragazzi Nina e i diritti delle donne, giá pubblicato da Sinnos nel 2011. Abbiamo colmato questa assenza chiedendo direttamente all‘autrice di raccontarci la storia del libro, così urgente e necessario. La storia della piccola Nina ripercorre la storia delle donne della sua famiglia e delle donne del nostro Paese.

Cecilia D‘Elia è laureata in filosofia. Assessore al comune e poi alla provincia di Roma, nel 2011 è stata tra le promotrici di “Se non ora quando”. Ha pubblicato L’aborto e la responsabilità,  Le donne, la legge, il contrattacco maschile, (Ediesse, 2008), Nina e i diritti delle donne (Sinnos, 2011 e 2018).  Il suo sito è www.ceciliadelia.it.

Da sempre ti occupi di politiche di genere, prevenzione e contrasto della violenza contro le donne. Quando e perché hai deciso di scrivere un libro per ragazzi sui diritti delle donne?
Ho sentito l’urgenza di scrivere un libro per ragazze e ragazzi nel 2011. In Italia eravamo nel pieno degli scandali legati al sistema di potere di Berlusconi, dello scambio tra denaro, sesso, potere. È l’anno in cui è esploso il movimento Se non ora quando, di cui sono stata una promotrice. Volevo raccontare la storia delle donne di questo Paese ai più giovani, a cominciare dai miei figli, far vedere come la nostra storia personale si intrecci con quella più generale. Volevo incuriosire verso la propria genealogia femminile e mostrare il suo intreccio con i cambiamenti dei desideri, dei costumi, delle leggi. È quello che Nina scopre della propria famiglia.

Nina e i diritti delle donne è stato ripubblicato a sette anni dalla prima edizione. Qual è stata  l’urgenza di questa nuova edizione? Quali sono le differenze?
In realtà non molte. Questa seconda edizione è soprattutto un aggiornamento. Nel frattempo una ragazzina, Malala, ha mostrato al mondo la forza della sua determinazione e ha avuto il Nobel per questo e ho voluta inserirla. Inoltre l’Italia ha ratificato nel 2013 la Convenzione di Istanbul, sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domesticae mi è sembrato importante parlarne e ampliare la parte dedicata alla violenza contro le donne, tema che in questi anni si è imposto nel dibattito pubblico e sempre di più è presente nelle domande delle mie giovani lettrici e dei miei giovani lettori. Ho poi scelto di aprire una finestra sul mondo, raccontando come nelle istituzioni internazionali si siano affermati i diritti delle donne. Nel 2011, evidentemente troppo preoccupata per l’Italia, stranamente non avevo pensato di farlo.

Di fronte a quali giovani uditori ti trovi quando presenti Nina e i diritti delle donne? Quali lettori e cittadini sono i bambini e i ragazzi di oggi?
È difficile generalizzare. Gli incontri sono molto diversi e molto dipende da come sono stati preparati in classe. Intanto, cosa a cui non ero per niente preparata, le ragazze e i ragazzi sono incuriositi anche dalla “scrittrice”, vogliono sapere come si scrive un libro, perché lo hai scritto, chi ha fatto i disegni, se sei contenta di quello che hai pubblicato. Il rapporto diventa spesso personale e diretto. In generale sono curiosi e collegano alla loro vita quello che dici. Restituiscono la loro esperienza dei diritti, non sempre felice. La prima domanda, al mio primo incontro in una scuola, mi è stata rivolta da un bambino la cui madre era stata appena licenziata perché incinta. Come era stato possibile? Devi saper parlare dell’ingiustizia e dello sfruttamento nel mondo.


Quale è la migliore fascia di età di lettori per Nina e i diritti delle donne?
Credo sia adatto a bambini che frequentano dalla quinta elementare alle scuole medie. Ma dipende molto dalle insegnanti e dagli insegnanti. Il libro ha più livelli di lettura. È stato letto anche da tante donne adulte.

Il tuo libro può essere considerato una necessaria lezione di educazione civica (o di civiltà, così preferirei definirlo) che ritengo abbia bisogno di un accurato lavoro, uno scambio tra autrice, casa editrice e scuole-insegnanti.  Quale esperienza puoi raccontarci al riguardo?
La casa editrice Sinnos è molto impegnata e attenta al rapporto con le scuole. In casa editrice abbiamo svolto anche incontri di formazione con gli  insegnanti. A partire da Nina e i diritti delle donne ci sono più percorsi di lettura che si possono fare, che Della Passarelli e la Sinnos propongono guardando anche a pubblicazioni di altre case editrici, con la consapevolezza che la promozione della lettura presuppone alleanze tra insegnanti, editori, bibliotecari, librai. Ci sono scuole che svolgono un lavoro costante e sono tornata più volte a parlare a classi diverse. Credo che questa attenzione alle relazioni sia un merito della Sinnos.

A quali progetti letterari stai lavorando in questo momento? Hai in programma di scrivere ancora per bambini e ragazzi?
Mi piacerebbe scrivere ancora per ragazze e ragazzi, non so se ne sarò capace, io sono soprattutto una saggista, con una vocazione da divulgatrice, che penso di non aver mai veramente sfruttato. Anche perché la mia vita lavorativa si è concentrata su altro. Nel 2017 ho scritto con Giorgia Serughetti un libro sulla libertà delle donne oggi, dal titolo Libere tutte (minimum fax). A un anno dall’uscita stiamo ancora girando l’Italia per presentarlo. Insieme però abbiamo un altro progetto, che riguarda sempre le donne, ma è ancora da definire bene, troppo presto per parlarne.

Qual è il futuro della Casa Internazionale delle donne, sotto sfratto e sotto attacco vandalico di Forza Nuova?
L’attacco è stato uno sfregio a un luogo dell’autonomia femminile, un laboratorio culturale e politico, uno spazio che offre servizi, momenti di riflessione e socialità. È stato un fatto grave, segno del delirio ideologico che si scatena attorno alla legge 194 sulla legalizzazione delle interruzioni di gravidanza, di cui quest’anno ricorre il quarantennale dell’approvazione. Il problema vero oggi per la Casa è l’atteggiamento di Roma Capitale e la volontà politica o meno di questa istituzione di riconoscere il valore che la Casa ha per la città, e quindi di offrire un piano di rientro dal debito  verso il Comune di cui tenere conto.

Domanda di rito a chiusura delle interviste di Via dei Serpenti: cosa c’è da leggere sul tuo comodino?
Ho appena finito di leggere Simone de Beauvior. La rivoluzione del femminile di Julia Kristeva (Donzelli, 2018) e ho voglia di rileggere Memorie di una ragazza per bene, il primo volume dell’autobiografia di Simone de Beauvoir, che ho letto quando andavo al liceo. Ma penso che prima mi dedicherò a Veronica Raimo, Miden (Mondadori). A dire il vero il mio comodino è pieno di libri, alcuni aspettano di essere letti, altri di essere finiti, altri, di poesie, semplicemente mi fanno compagnia.

 

L’isola dei tesori letterari. L’esperienza di Lampedusa

SCARABOCCHI – La rubrica dedicata alla letteratura per bambini e ragazzi 

di Rossella Gaudenzi

Quante isole ci sono nelle nostre città? Intervista a Elena Zizioli

Lo scorso 3 ottobre a Roma al Palazzo delle Esposizioni, in concomitanza con la Giornata della Memoria e dell’Accoglienza, è stata inaugurata la terza edizione della mostra Libri senza parole. Destinazione Lampedusa, un progetto promosso da IBBY Italia in collaborazione con IBBY International e i Servizi educativi-Laboratorio d’arte del Palazzo delle Esposizioni di Roma.
Il progetto nasce nel 2012 e tratta l’emergenza Lampedusa attraverso due differenti anime: l’anima letteraria che porta alla selezione dei migliori silent books pubblicati in tutto il mondo e un’anima pratica, aprire una biblioteca per le ragazze e i ragazzi di Lampedusa.
La Biblioteca di Lampedusa è stata inaugurata il 16 settembre.

Sei anni di resistenza, così li definisce Elena Zizioli, autrice del libro I tesori della letteratura sull’isola. Una pratica di cittadinanza possibile (Sinnos, 2017).

Elena Zizioli (insegna Letteratura per l’infanzia, è ricercatrice di Pedagogia Generale e Sociale presso il Dipartimento di Scienze della Formazione – Università degli Studi Roma Tre) pedagogista di formazione, è venuta a conoscenza del progetto IBBY, ne è rimasta catturata, è partita per l’isola appassionandosi alla causa e decidendo di scrivere un libro, edito da Sinnos  di Della Passarelli.

I tesori della letteratura sull’isola. Una pratica di cittadinanza possibile sarà presentato a  Milano nell’ambito di BookCity domenica 19 novembre (ore 16, Castello Sforzesco).

Che cos’è il progetto IBBY?
IBBY (International Board on Book for Young people) nasce per volontà di Jella Lepman, la quale nella Germania post nazista, per alleviare i problemi di crescita di bambini e ragazzi usciti dal conflitto e per i quali un futuro di pace e di serenità non era affatto scontato, avvia una rivoluzione silenziosa scommettendo sui buoni libri, quelli per le bambine e i bambini. Libri soprattutto belli, perché la bellezza è un valore universale.
Nel 1951 si costituisce a Zurigo il comitato IBBY per “promuovere a livello internazionale il diritto dei più giovani ai buoni libri e alla lettura, creando ovunque per l’infanzia l’opportunità di accedere a libri di alto livello letterario e artistico e incoraggiando la pubblicazione e la distribuzione di libri di qualità per bambini specialmente nei Paesi in via di sviluppo”. IBBY Italia ha l’appoggio di AIE, Fiera del libro per ragazzi, Hamelin Associazione Culturale, Cooperativa Giannino Stoppani, e altri.

Quali sono le caratteristiche salienti dell’esperienza a Lampedusa?
Dell’esperienza lampedusana vorrei mettere in evidenza due aspetti. Innanzitutto la grande generosità dei volontari che in cinque anni, a proprie spese, hanno lavorato sull’isola organizzando attività affinché la biblioteca prendesse forma e vita e all’inaugurazione del 16 settembre il grande lavoro svolto è stato premiato. La buona letteratura può davvero trasformare i territori e un libro è uno strumento di azione, emancipazione e trasformazione potentissimo per le comunità, soprattutto se sono chiuse e isolate, territori di povertà educativa dove bambini e ragazzi non hanno l’opportunità di far sentire la propria voce, guardare oltre l’orizzonte. Nei bambini di Lampedusa è forte l’identità lampedusana ma altrettanto forte è la voglia di conoscere e di spaziare; la biblioteca per sua natura non è solo una teca che raccoglie libri ma un luogo di incontro, un mondo in cui navigare con la fantasia. La biblioteca è un luogo simbolico, il luogo dell’incontro, lo spazio del confronto; nella biblioteca c’è la possibilità di sentirsi protagonisti perché sono gli stessi ragazzi che la gestiscono.
Un altro elemento importante è la creazione di comunità. Nella società di oggi siamo arrivati a  paradigmi educativi e sociali che hanno un po’ sfibrato il senso di comunità e puntano molto sulla competizione, l’individualismo. Le esperienze come quella di Lampedusa riportano l’attenzione sull’uomo, sul fare e sul costruire insieme, sulla comunità come cellula viva di un territorio che si mobilita per trovare le risorse per realizzare i propri sogni e i servizi di cui si ha effettivamente bisogno. A Lampedusa si è concretizzato l’attivismo del cittadino che non rimane a guardare, ma decide in prima persona di migliorare il territorio a cui appartiene. La letteratura per stimolare la cittadinanza attiva con i suoi straordinari strumenti come i silent books, libri senza parole che abbattono le barriere linguistiche, di cui c’è una letteratura scientifica molto vasta.

Quando, come e perché hai abbracciato questo progetto?
Ho conosciuto il progetto grazie a Della Passarelli, editrice illuminata, che mi ha parlato della mostra e invitato alla seconda edizione. Ho scoperto Sinnos perché interessata ai testi che non solo raccontavano un mondo multiculturale, ma proponevano percorsi interculturali. Ho partecipato poi al terzo Camp, nel novembre 2015, e ne ho immediatamente compreso la validità dal punto di vista pedagogico.

Perché una docente di Pedagogia decide di prendere parte a un progetto come quello promosso a Lampedusa e decide di seguirlo fin nelle sue fasi operative?
Perché questa è la pedagogia attiva, attenta ai bisogni dei territori. Da qui l’esigenza di sistematizzare un modello di promozione della lettura nelle zone di confine che tiene conto delle esigenze e dei sogni di bambini e ragazzi e lo fa con i buoni libri. La buona letteratura non è solo quella che resta nello scaffale dello scrittore, dell’illustratore e del gruppo di lettori che ne usufruisce, ma anche quella che nasce dallo scrittore/illustratore, incontra i lettori adeguati che creano laboratori di lettura in grado di veicolare valori come l’inclusione, l’accoglienza dell’altro, del diverso, di superare i pregiudizi, di sovvertire i luoghi comuni, di reinterpretare il qui e l’altrove, il centro e la periferia, l’io e l’altro. In sintesi, di promuovere proprio attraverso la lettura azioni in grado di incidere significativamente su un territorio.

Nel libro torna di frequente un particolare e affascinante concetto, quello di “attivista della lettura”. Chi è un attivista della lettura?
Lattivista della lettura è sicuramente un appassionato di buoni libri con l’idea che l’essere militanti serva a promuovere libertà. L’attivista riesce ad attivare processi partecipativi e generatori di cambiamento: attraverso i libri sa stimolare la partecipazione dei cittadini, di una comunità, di un gruppo; è una sorta di agente di sviluppo locale.
Sicuramente è anche un ricercatore attento alle ultime novità editoriali; considera la lettura soprattutto un atto educativo e quindi è capace di costruire percorsi con i lettori e non per i lettori, quindi con i bambini e i ragazzi, non per i bambini e i ragazzi, rendendoli protagonisti; sa lavorare in gruppo, creare empatia, condividere i progetti anche con le istituzioni. Un attivista della lettura ha soprattutto una grandissima resilienza, una spiccata determinazione e la capacità di resistere e superare le difficoltà, inevitabili in ogni progetto nuovo e complesso. Poi non deve mai mancare l’entusiasmo, così come il desiderio di cambiare le cose cominciando proprio dall’attivare le risorse di cui ogni territorio dispone.

A Lampedusa ci sono due diversi modi di essere bambini: bambini lampedusani e bambini di “passaggio”. Quanto sono lontani questi due mondi?
Sono mondi in apparenza molto lontani perché non si creano situazioni che li avvicinino. La biblioteca è stata creata con l’idea che debba e possa esistere a Lampedusa un luogo di incontro; occorre fare i conti sia con il fatto che l’arrivo dei bambini migranti sull’isola non è prevedibile, in quanto legato agli sbarchi, sia con il sentire dei bambini lampedusani, che non sempre hanno voglia di affrontare i problemi dei loro coetanei appena sbarcati. Sono mondi che rischiano di non parlarsi mai; è quindi fondamentale, affinché le esclusioni non si moltiplichino, che esistano iniziative come questa. La biblioteca cerca e vuole l’incontro.

Il libro parla di isola-laboratorio, intendendo i laboratori come luoghi di promozione dei valori democratici: «Si tratta di una metodologia innovativa, particolarmente adatta per creare e gestire una public library in una zona di confine. Consiste in un approccio di educazione alla lettura che richiama in un certo senso le esperienze di cittadinanza attiva promosse dalle associazioni umanitarie nei contesti di frontiera e che insiste sul potere trasformativo della letteratura attraverso il coinvolgimento di professionisti volontari» (Zizioli, 2017, pp. 75-77).
Lampedusa riassume a mio avviso una serie di condizioni che la rendono quasi un laboratorio a cielo aperto, esportabile e riadattabile quindi dalle isole alle città. L’idea del laboratorio è stata accostata all’idea che l’esperienza non muoia con Lampedusa: oggi la biblioteca c’è, il progetto è riuscito, ma l’intuizione è che questo progetto possa continuare. Se ci sono condizioni di povertà educativa, scarsità di risorse, bambini che vogliono imparare, bambini diversi in contesti culturali multietnici quali sono quelli di oggi, un progetto del genere può essere esportato. Il Camp, come è stato realizzato sull’isola, è una novità assoluta. La bellezza del luogo ti cattura, ma l’Italia è piena di luoghi nei quali alla bellezza naturale non corrisponde una ricchezza sociale ed educativa. IBBY International – che ha impegnato nel progetto tutte le sezioni nazionali di IBBY presenti nei cinque continenti – ha guardato con grande interesse a questo programma, considerato innovativo, sia per come è stato realizzato sia per la metafora che incarna: la migrazione che da sempre appartiene alla vita dell’uomo.

In che modo riescono a incidere sul territorio le mostre itineranti di Libri senza parole?
Le mostre itineranti hanno un altissimo valore educativo, innanzitutto grazie alla bellezza di questi testi e la bellezza è un valore educativo da perseguire. Valore universale e soprattutto in grado di affinare la sensibilità e riscattare da condizioni di povertà non solo materiale. Maggiore è la condizione di scarsità, maggiore aiuto potrà provenire dalla bellezza. Purtroppo ce ne siamo un po’ dimenticati, ma andrebbe ricordato e riaffermato il valore dell’arte come strumento e percorso di rigenerazione e riscatto. C’è da aggiungere che la mostra crea empatia: tutti guardano e sfogliano gli stessi libri, quindi tutti possono riconoscersi e sentire l’altro proprio attraverso la mediazione delle immagini.

Quali sono le maggiori difficoltà nel trasformare un progetto “sperimentale” in continuità educativa e civile?
Le difficoltà, come in tutti i progetti sperimentali, sono legate alle persone e al loro senso di responsabilità. Occorrono persone speciali per realizzare progetti speciali e indubbiamente IBBY è una realtà di persone speciali, che credono fortemente nel progetto, con difficoltà da affrontare inerenti le contingenze. Quindi emergono tutte le difficoltà di un progetto fortemente legato alla quotidianità e alle persone che ci devono credere e lo devono realizzare, progetto quindi che ha a che fare con il cuore e l’intelligenza delle persone.

Attraverso quale libro sei venuta a contatto con il mondo dei silent book?
Il primo silent book che ho avuto per le mani e che ho conosciuto, con il quale ho lavorato a lungo è Migrando di Mariana Chiesa Mateos (Orecchio Acerbo 2010).

Cosa c’è da leggere sul tuo comodino?
Ho un meraviglioso albo canadese non ancora tradotto in italiano che parla di rifugiati, Stormy Seas: Stories of Young Boat Refugees, di Mary Beth Leatherdale, illustrazioni di Eleanor Shakespeare; Fifa nera, fifa blu di Alessandra Ballerini-Lorenzo Terranera (Donzelli, 2017) e il romanzo Controvento di Federico Pace (Einaudi, 2017) che ho appena finito di leggere. Campeggiano poi i testi che sto studiando per il mio lavoro universitario, ma non credo sia interessante in questa sede conoscerli!

Le pagine che hanno reso I tesori della letteratura sull’isola. Una pratica di cittadinanza possibile un libro speciale sono il risultato della professionalità, dell’esperienza e della collaborazione di più persone.
Elena Zizioli, autrice, insegna Letteratura per l’infanzia preso l’Università degli Studi di Roma Tre.
Giulia Franchi, coautrice del testo, responsabile dei Servizi educativi, formazione e didattica Palazzo Esposizioni.
Silvana Sola, presidente di IBBY Italia.
Deborah Soria, responsabile del progetto per IBBY Italia.

Patrizia Rinaldi e la responsabilità della speranza

SCARABOCCHI – La rubrica dedicata alla letteratura per bambini e ragazzi 

di Rossella Gaudenzi

L’occasione per conoscere personalmente Patrizia Rinaldi, la scrittrice partenopea che ha vinto il Premio Andersen 2016 come migliore scrittore, è imminente: la festa della lettura Pezzettini, che si terrà a Torpignattara (a Roma) il 28 e 29 gennaio.
Nel frattempo, però, ho goduto di una piacevolissima conversazione telefonica con l’autrice che si è raccontata in maniera gioiosa e accurata.

Patrizia Rinaldi, laureata in filosofia, ha scritto una ventina di libri, dal noir alla letteratura per ragazzi. Dal 2010 partecipa a porgetti letterari presso l’Istituto Penale Minorile di Nisida.
Nel giugno 2016 ha ricevuto il Premio Andersen, il premio per gli autori e i protagonisti dell’editoria per l’infanzia: «Per una scrittura raffinata e intensa, suadente e precisa. Per una strada che, con fervida e operosa oculatezza, intreccia la scrittura per l’infanzia con la produzione narrativa per adulti. Per la delicatezza e la sensibilità con cui affronta temi non facili, regalandoci altresì una costante linea di sorriso e una vivida rappresentazione del mondo dei ragazzi».

patrizia_rinaldi

Questo premio era atteso o inaspettato? Che cosa significa a livello letterario e quale l’impatto a livello pratico?
Non mi aspettavo questo premio. Ho iniziato a pubblicare tardi con continuità, sono quindi un’autrice relativamente recente. Quando ho ricevuto la telefonata ho sentito il cuore uscire dalla schiena, per questioni di onore e di esultanza. Sono stata investita da una  sorpresa molto intensa, una forte impressione; forse anche perché  mi sento periferica e quasi mai al centro delle situazioni.
Cosa è cambiato? Credo sia aumentato il sentimento di responsabilità. In genere scrivo con serenità. Lavoro con editor consolidati, come Luisa Mattia e Federico Appel. Con l’assegnazione di questo premio è cresciuta la voglia di far bene, di non deludere.
Ricevere Il Premio Andersen, premio serio e prestigioso, è stato professionalmente uno dei giorni più belli della mia vita. La giuria aveva letto tutti i miei romanzi, anche i libri per adulti, dimostrando grande cura. Insomma, ho provato onore, gioia, la sensazione di dover far bene, di migliorare.

«Un dato insolito nel panorama nazionale: la capacità di transitare senza sforzi e sempre con esiti quanto mai convincenti dalla scrittura per ragazzi a quella per adulti» si legge nelle motivazioni del Premio. Che cosa significa per Patrizia Rinaldi scrivere per ragazzi e scrivere per adulti?
Rispetto all’impegno non c’è alcuna differenza, c’è una differenza che mi propongo da sola: quando scrivo per ragazzi avverto responsabilità di speranza. La maggior parte dei miei libri per ragazzi è scritta per la fascia d’età 11-14 anni, quindi per un pubblico che affronta i cambiamenti adolescenziali, corporei, di percezione della realtà, le prime consapevolezze di frattura rispetto al mondo infantile. Quando scrivo per ragazzi mi viene di identificarmi con questa fascia d’età, cerco di dire cose non melense. Tratto anche argomenti scabrosi di dipendenze, solitudini, di disagio sociale. Se mi riferisco ai giovani lettori cerco una poetica del nonostante, di soluzione, di via d’uscita; problema che non mi pongo quando scrivo per adulti. Mi piace mantenere una traccia di risorsa, di superamento del limite, ma non è così prioritaria. Nella riflessione sul romanzo cerco di delineare prima i personaggi, poi articolo la storia, man mano, mentre mi rendo conto se è adatta a ragazzi o ad adulti. Le classificazioni sono sempre successive. Il contesto narrativo, il linguaggio, la dinamica della storia ubbidiscono al desiderio sincero di parlare proprio di quei protagonisti, di quella situazione. Alcuni autori hanno un’identità precisa, una vocazione. Mi piace che ognuno possa scegliere in armonia con il genere o il non genere che sente più vicino. Quanto a me, non mi sento rappresentata da alcuna definizione, tra autrice per ragazzi o per adulti; cerco di far bene quello che sto facendo in quel momento.

Se la crisi del libro e della lettura sembra ormai cronica, l’editoria per bambini e ragazzi va controcorrente. I lettori tra i 6 e i 16 anni sono in crescita. Quali sono secondo te le ragioni di questo fenomeno e perché i giovani lettori, una volta adulti, smetterebbero di leggere?
Se si conoscesse la risposta si correrebbe meglio ai ripari. Forse l’editoria per bambini e ragazzi ha mantenuto indipendenza e specificità. Nel nostro panorama letterario coesistono edizioni di alto prestigio. La qualità ha spazio. La casa editrice Sinnos, ad esempio, ha un abito editoriale preciso. Inoltre il libro non viene soltanto pubblicato ma viene difeso, si crede nel lavoro svolto anche grazie all’opera di ottimi uffici stampa; mi fa piacere ricordare Emanuela Casavecchi di Sinnos e Chiara Stancati di Lapis.  Gli editori si fanno carico di accompagnare i più giovani verso il gusto della lettura. Il lavoro di preferenze editoriali e di promozione non può essere solo in funzione di un marketing spregiudicato, i libri pubblicati dopo scelte precise vanno difesi. I lettori se ne accorgono.
Un altro aiuto alla resistenza del libro viene da docenti validi che credono nell’importanza della lettura, anche quando non è ufficializzata da indicazioni curricolari; avvicinano i ragazzi alla fruizione del testo, al di là dei programmi ministeriali, e questo prende fortemente i giovani come modello comportamentale assunto all’interno di un’istituzione. Ho conosciuto insegnanti di frontiera che fanno un lavoro eroico in difesa della lettura. Quando il ragazzo viene lasciato solo, prevale l’immagine, prevale la fruizione passiva, semplificata, e in accordo con il gruppo che crea senso di appartenenza. Servono risorse, investimenti, biblioteche, gruppi di lettura. Naturalmente il mio è uno sguardo meno preciso degli editori e di chi lavora stabilmente nel settore.

la-compagnia-dei-soli-Patrizia Rinaldi e la casa editrice Sinnos costituiscono un connubio felice e consolidato. Quali sono i punti di forza?
C’è un accordo di intenti, un modo di lavorare della Sinnos che mi piace molto, ossia l’idea che il libro sia una collaborazione, perchè il libro non è soltanto dell’autore. Grazie a questa linea si lavora con uno scambio proficuo; all’interno di un progetto ricevo proposte interessanti, senza contare il rapporto di amicizia e di fiducia che si è instaurato. Lavoriamo con le parole e c’è bisogno di fidarsi della progettualità comune. Come casa editrice la Sinnos ha fatto un percorso convincente: si sono formati, battuti, hanno modificato direzione quando hanno capito che c’era bisogno di esplorare altre risorse letterarie. La Sinnos pubblica davvero dei bei libri. Della Passarelli, direttore editoriale, manifesta sempre grande partecipazione al progetto; quanto alla mia ultima pubblicazione, La compagnia dei soli, durante la lavorazione del libro con l’editor Federico Appel sono state messe in campo questioni, soluzioni: un procedere affascinante. Con l’illustratore Marco Paci mi sono trovata in perfetta armonia di segni. Emanuela Casavecchi fa un lavoro di ufficio stampa impeccabile. La sensazione è di lavorare a bottega. Insieme.

Da tempo prendi parte ai progetti didattici presso l’Istituto Penale Minorile di Nisida. Ci racconti questa iniziativa?
Nisida è una piccola isola di origine vulcanica dell’arcipelago delle Isole Flegree. Da decenni è collegata alla terraferma da un pontile. Ha una lunga tradizione carceraria: i Borbone destinarono Nisida come sede di carcere politico. Maria Franco è un’insegnante che si occupa anche di progetti letterari con i ragazzi detenuti. Tutti gli scrittori da lei invitati, su un tema che cambia di anno in anno, incontrano i ragazzi e scrivono con loro. In primavera si pubblica un’antologia i cui proventi ricadranno sul progetto successivo.  Quest’anno sono in compagnia degli scrittori Viola Ardone, Riccardo Brun, Daniela De Crescenzo, Maurizio de Giovanni, Antonio Menna, Valeria Parrella, Carmen Pellegrino, Gianni Solla, Massimiliano Virgilio. Gli scrittori partecipano con consapevolezza e impegno: c’è da imparare.
Nisida è diventata per Napoli un riferimento culturale. Maria Franco e i suoi collaboratori hanno dato vita anche a un parco letterario. Su quest’isola sono passati autori fondanti, tra cui Dumas e Cervantes. Per i ragazzi detenuti si è dimostrato utile avere uno sguardo sull’altro da sé, sul bello, su differenti complessità emotive; qui soggiornano ragazzi dai trascorsi terribili. Hanno avuto a che fare duramente con la giustizia. Noi tutti usciamo migliorati da questa esperienza così forte, addolorati, ma arricchiti. Va detto che i veri protagonisti dell’impegno sono le persone che tutti i giorni lavorano a Nisida: gli insegnanti, gli agenti, il direttore, che è persona eccezionale.
Che il dentro sia fuori e il fuori sia dentro, questo il motto imperante a Nisida. Tornare alla vita, si spera, cambiando prospettiva. È un progetto importante, accolto da noi scrittori con passione.

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Qual è il rapporto con la tua città e quale il riflesso nei tuoi libri?
La mia città è Napoli. La serie noir di tre romanzi pubblicata da e/o è ambientata a Napoli, soprattutto nella zona dei Campi Flegrei. Spero di raggiungere una narrazione non omologata, priva di intenzioni solo distruttive o celebrative. Mi fa piacere raccontare tante città in una, dire dei contrasti di Napoli. Amo la mia città, non sono mai andata via, nonostante ne abbia avuto l’opportunità. Vivo sopra i crateri ed è qui che ho bisogno di tornare, sebbene mi renda conto di quanto lavoro ci sia da fare in questo luogo dalla socialità complessa. Napoli ha una tradizione culturale ingovernabile, quasi ingombrante. Sugli artisti contemporanei gravano tradizioni di bellezza immensa e relativo peso di suggestioni teatrali, pittoriche, filosofiche, architettoniche, musicali, letterarie. Sento l’esigenza anche di tradire Napoli, per non ricadere nella stessa narrazione. Così alcuni miei romanzi, tra cui il prossimo, sono ambientati altrove. Ma poi torno. Mi allontano ma poi torno a questa mia città, al suono della frase, alla formazione letteraria, alla terra campana che sento profondamente mia.

ma_già_primaQual è il rapporto con il femminile e quale il riflesso nei tuoi libri?
C’è una caratteristica femminile che mi appassiona: il limite che diventa risorsa anche grazie alla forza della fragilità. Mi incanta questa prospettiva, questa rivoluzione di piani cognitivi e sentimentali. Per esempio Blanca, la protagonista della serie noir pubblicata dalla casa editrice e/o, è una donna ipovedente dal carattere terribile, che riesce a convertire il limite visivo in risorsa. Passa attraverso il desiderio di farcela nonostante tutto: io non ce la posso fare e invece ce la faccio. La presenza di personaggi femminili è presente in maniera spesso prepotente nei miei libri; amo le donne nella vita e nel romanzo, possiedono complessità belle da raccontare. E amo raccontare le donne vecchie, ferocemente vive nonostante la vicinanza della morte (come Ena, personaggio di Ma già prima di giugno, e/o, 2015). Anche in questo caso siamo di fronte al limite che si supera, per esempio attraverso lo sberleffo. È un dettame che mi concede vitalità.

Stai entrando in una libreria e devi acquistare due libri da portare in dono, uno per grandi e uno per piccini. Con quali libri uscirai?
Regalerei Americana, saggio di Luca Briasco che ho appena letto e che ho trovato strepitoso. È  un libro che porta ai libri come in un effetto domino. A un ragazzo regalerei il meraviglioso libro di Luisa Mattia La scelta (Sinnos, 2005), ma ancora, ai ragazzi farei leggere Il piccione Gedeone (Alberto Graziani, Orecchio Acerbo 2016), complice di smisurata allegria. Ai miei figli ho fatto leggere, e consiglio per l’età adolescenziale, Nick Hornby, Tutto per una ragazza (Guanda, 2008) e l’opera omnia di David Almond tra cui spicca il mio preferito, Skelling (Salani, 2009)A un insegnante regalerei Per una letteratura senza aggettivi (M. Teresa Andruetto, Equilibri Editrice, 2014).

Cosa leggevi, tra i dieci e i quattordici anni?
Libri di avventura, quelli che venivano detti libri per maschi. Mi piacevano i paesaggi delle peripezie e dell’azione, quindi Salgari, Stevenson.

Esiste un personaggio di libri per ragazzi con il quale ti identificheresti?
Mi identificavo con la tigre di Salgari. Nel mio immaginario di bambina la tigre non moriva realmente, uccisa da Sandokan, ma fingeva di morire per dovere di copione. Giocavo poco con le bambole e molto con oggetti o pupazzi che fingevo fossero tigri. Avevo anche un amico immaginario che chiamavo Giovannino, chissà perché.

Cosa c’è da leggere sul tuo comodino?
Il turista (Massimo Carlotto, Rizzoli 2016), Il mostro ama il suo labirinto (Charles Sinnic, Adelphi 2012), Beate e suo figlio (Arthur Schnitzler, Adelphi 1986), Peanuts, Charlie Brown; Appunti di meccanica celeste (Domenico Dara, Nutrimenti 2016).

Un’occasione per immergersi nel mondo letterario partenopeo è Un’Altra Galassia, la festa del libro a Napoli giunta alla VII edizione, «Una festa della città per restituire la letteratura ai lettori», che si svolgerà quest’anno il 9-10-11 giugno. Patrizia Rinaldi in quest’occasione terrà un corso di scrittura. Tra gli ideatori del progetto, Valeria Parrella e Rossella Milone.

Abbiamo inaugurato la rubrica Scarabocchi con l’intervista a Della Passarelli, direttore editoriale di Sinnos Editrice.

Intervista a Della Passarelli, Sinnos Editrice

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SCARABOCCHI – La rubrica dedicata alla letteratura per bambini e ragazzi.

a cura di Rossella Gaudenzi

«… anche inventare storie è una cosa seria.» Gianni Rodari, Grammatica della fantasia

Nel 1954 Gianni Rodari pubblica Le avventure di Scarabocchio. Evocativo quanto basta, lo scarabocchio, per dar corpo al titolo di una rubrica di letteratura per bambini e ragazzi. Il passo dalle giocose storie di Rodari all’universo di Munari è breve, e qui troviamo scarabocchi d’autore a non finire.

Siamo quello che leggiamo. E da bambini cosa leggevamo? Se tornassimo bambini cosa leggeremmo? Se oggi abbiamo dei figli cosa leggiamo loro e perché?

Per me Pinocchio ha la voce di Paolo Poli, ma la sua prima voce, in realtà, è stata quella da mia madre. Quando i miei genitori hanno iniziato a regalarmi storie narrate da attori teatrali degli anni ’80 (Lella Costa, Mariangela Melato, Gastone Moschin, Valeria Valeri, Aroldo Tieri, financo Giorgio Gaber) sono caduta vittima della fascinazione delle fiabe e dell’arte di narrare, senza via di scampo. Quale adulto diventerà, un bambino che legge?

Della Passarelli

Per inaugurare la rubrica Scarabocchi abbiamo deciso di intervistare Della Passarelli, direttore editoriale e fondatrice nel 1990, insieme ad Antonio Spinelli, di Sinnos Editrice, una cooperativa sociale ONLUS nata nel carcere di Rebibbia dall’incontro di volontari del CIDSI (Centro Informazioni Detenuti Stranieri in Italia) e di alcuni detenuti. Negli anni la produzione di Sinnos si è costantemente arricchita, coronando un progetto editoriale coraggioso costruito sulla convinzione che i libri siano indispensabili per un mondo libero e che l’attenzione vada rivolta prevalentemente ai bambini. La Passarelli ne è l’anima appassionata e instancabile.

La Sinnos Editrice nasce come cooperativa sociale nel 1990: ha una storia affascinante, commistione di cultura e solidarietà. Come, quando, perché e grazie a chi nasce questa avventura editoriale, stra-ordinaria (fuori dall’ordinario) sin dagli esordi?

La Sinnos Editrice nasce quasi grazie a una casualità. A fine anni ’80 la realtà del carcere Rebibbia, dove lavoravo come volontaria, era quella di un carcere modello: “celle aperte” e molti corsi di formazione in concomitanza con l’arrivo dei primi pochi detenuti stranieri, 8.000 in tutta Italia ma a Rebibbia in numero considerevole. Alcuni detenuti italiani, insieme ad Antonio Spinelli, avevano fondato l’associazione CIDSI, il Centro Informazioni Detenuti Stranieri in Italia, che ho iniziato a seguire. In questo contesto è nato un corso di impaginazione promosso dalla Regione Lazio e Antonio Spinelli mi comunicò di voler costituire una cooperativa di servizi editoriali, tutt’ora offerti da Sinnos, e diventare una casa editrice per bambini e ragazzi. A me l’idea sembrò folle; venne comunque fondata la Sinnos Editrice come Cooperativa sociale ONLUS e invitammo l’allora maestro elementare Vinicio Ongini – oggi esperto interculturale del MIUR alla Direzione Generale per lo studente, l’integrazione, la partecipazione e la comunicazione – per chiedere di quale progetto editoriale avrebbero avuto bisogno i bambini. Vinicio ci raccontò che stavano arrivando numerosi bambini stranieri. Insieme a Vinicio studiammo la collana bilingue I Mappamondi per la quale viene chiesto agli immigrati di narrarci la loro infanzia, la loro storia di vita prima dell’Italia, la scelta del viaggio e cosa hanno trovato qui. Questo per raccontare ai nostri ragazzi, che avrebbero interagito dentro e fuori dalle scuole con bambini di origine non italiana, il motivo di quelle scelte e soprattutto mostrare loro che queste persone hanno un nome e un cognome, non sono “i marocchini” o “i rumeni”, ma sono Ribka Sibhatu, Irma Tobias, ecc…, hanno nomi e cose comuni a tutti: l’infanzia, la scuola, le feste, i nonni, le prime scoperte; hanno poi fatto una scelta legittima e nel nostro paese hanno trovato l’opportunità di condurre un’esistenza migliore. Abbiamo chiesto a Tullio De Mauro di scrivere l’introduzione alla collana, ancora attuale, citando le 6000 lingue del mondo: la lingua madre fa parte dell’individuo e solo accogliendo e valorizzando le lingue madri possiamo costruire una comunità aperta, concetto in sintonia con le linee europee odierne. L’Europa sta infatti lavorando all’accoglimento delle lingue madri, alla non dispersione, all’arricchimento che le culture diverse, anche a partire dalla loro lingua, possono portare nei paese europei.

La scuola italiana ha fatto quel che è stato possibile. Purtroppo intorno al 1995 le politiche razziste e di creazione della paura verso il diverso e lo straniero hanno impedito quello che potuto saremmo potuti diventare. L’Italia ha 85 Paesi seduti nei banchi di scuola, molte lingue e tradizioni culturali diverse; potremmo scambiarci le grammatiche, i segni, i modi di pensare, perché anche i nostri ragazzi siano plurilingue, come lo sono i ragazzi immigrati di seconda e terza generazione che stanno nascendo in Italia. I Mappamondi è una collana ormai esaurita perché appunto siamo in presenza di immigrati di seconda e terza generazione. Sinnos Editrice ha proseguito con la collana Zefiro: ci siamo fatti raccontare le storie degli altri, le fiabe di tradizione. Perché le fiabe – e noi che abbiamo avuto Boccaccio lo sappiamo bene – sono portatrici di segni diversi, ma esprimono anche quanto siano universali alcuni sentimenti.

Il termine segni torna spesso. Segni-Sinnos: qual è la storia di questo nome?
Ci trovavamo a Rebibbia durante una pausa caffè e discutevamo sul nome da dare alla casa editrice. Antonio Spinelli desiderava un nome che contenesse la parola “segni” perché la lingua è un segno ma anche ciò che vogliamo lasciare; un ragazzo sardo che passava di lì suggerì: «Sinnos, si dice in sardo». Piacque molto, perché il suono evocava una lingua antica, e il logo ha preso vita da una S e una E di un alfabeto morto che ci ha regalato un giovane grafico.

Sinnos rappresenta un eccellente esempio di attenzione ai temi sociali, all’arricchimento che le diversità portano nella nostra vita. Come si è evoluta l’identità della casa editrice?
Oggi l’intercultura va declinata in altri modi. Non vogliamo essere considerati esclusivamente “la casa editrice interculturale”, anche perché oggi intercultura è tra generi diversi, classi sociali e dobbiamo cercare di raccontare e chiedere scritture che raccontino non solo il mondo come è ma come potrebbe diventare, dovere imprescindibile della letteratura e in special modo della letteratura per l’infanzia.
A metà anni ’90 siamo approdati alla Fiera del Libro per Ragazzi di Bologna scoprendo l’illustrazione e quindi una parte della nostra intercultura si è riversata negli albi illustrati con le storie ponte. Ne cito due: Giufà e Le altre Cenerentole. Abbiamo iniziato ad accogliere autori e parallelamente, nel ’96, è nata Nomos, la collana sul diritto ai bambini che ci caratterizza fortemente. Innanzitutto è necessario trasmettere ai bambini che esiste la legge madre, la Costituzione. Il primo libro della collana e long-seller è Lorenzo e la Costituzione, pensato dalla grafica illustratrice Rachele Lo Piano e dalla dottoressa in Giurisprudenza Daniela Longo. Recentemente sono arrivati Salvo e le mafie, Nina e i diritti delle donne, passando per la finanza etica, la partecipazione, i diritti dell’uomo e i diritti dei bambini. Nomos prosegue aprendo al tema dell’ambiente e ad altri, poiché vorremmo che i ragazzi fin dalle elementari fossero consapevoli che ci sono diritti e doveri e che la legalità va condivisa. I bambini e i ragazzi non dovrebbero dimenticare tutto questo né i diritti conquistati da uomini e donne. È necessario, oggi più che mai, essere consapevoli che la cultura della corruzione va cambiata. Tutti dobbiamo pagare le tasse, pretendere scuole migliori, librerie, biblioteche, ospedali, strade più pulite, giardini. Questa è la nostra battaglia.

1455131_776249782400594_1589788782_nQuante persone sono coinvolte nel progetto Sinnos, chi sono e che cosa fanno?
Nel settore editoria e service editoriale siamo complessivamente in nove, assunti anche se non tutti full-time. Antonella De Simone e Aneta Kobylanska si occupano della promozione e dell’ufficio commerciale; Emanuela Casavecchi si occupa soprattutto di comunicazione e ufficio stampa; Federico Appel e Valeria Di Giuseppe sono addetti alla produzione, grafica e redazione; Rossella Donato ed Elisa Battaglia sono in amministrazione; un prezioso magazziniere, Giancarlo, e un’impaginatrice, Paola Di Giovanni. Queste sono le nostre forze.

Dall’ultimo Salone di Torino sono arrivati dati sempre più drammatici sulla crisi del libro e della lettura. Però è nuovamente in controtendenza l’editoria per ragazzi. I lettori dai 6 ai 16 anni sono in crescita. Quali sono secondo te le ragioni di questo fenomeno e perché i giovani lettori, una volta adulti, smetterebbero di leggere , sempre secondo le cifre Nielsen?
È vero che il pubblico dei piccoli legge di più perché i genitori acquistano libri per loro. Ma c’è una sorta di vizio di partenza, nel senso che esistono un’editoria di stampo più commerciale e un’editoria di progetto. L’editoria commerciale sta invadendo le librerie, un duopolio (che forse sta diventando monopolio) con proposte di libri più spendibili a livello commerciale che si reperiscono con grande facilità nei supermercati e nelle librerie. Noi editori di progetto, che non possediamo librerie né distribuzione, facciamo una gran fatica ad arrivare. Quando questo accade, raggiungiamo scuole, ragazzi e insegnanti che comprendono il nostro progetto editoriale: i nostri libri si vendono. Questi dati potrebbero crescere se fossimo un paese che investe in libri e lettura fin dalla prima infanzia, in biblioteche scolastiche, in biblioteche di pubblica lettura, in formazione agli insegnanti, in programmi scolastici accurati. Dopodiché, perché alle scuole superiori non si legge più? Il tempo per il libro non c’è più. Il giornalista Roberto Casati su «Il Sole 24Ore» aveva lanciato la proposta provocatoria di rendere obbligatoria una settimana di lettura nelle scuole, per far passare il concetto che non serve un anno per leggere un libro. I nostri ragazzi non sono abituati a vedere libri, né a utilizzarli come strumento di piacere, di arricchimento interiore, di stimolo, né per accumulare sapere e conoscenza.
Abbiamo sotto gli occhi un mondo che è cambiato, i nostri bambini passano dalla lettura di un testo all’IPad, al computer, e quindi andrebbero abituati a un tempo dilatato, il tempo della lettura, perché, cito la neuroscienziata Maryanne Wolf, (Proust e il calamaro) il più grande regalo che ci fa la lettura è il tempo. Più si va avanti e meno abbiamo tempo per leggere, quindi più si va avanti più il numero di lettori scende. In alcune zone d’Italia i libri non si vedono: zone senza biblioteche, senza librerie e scuole senza libri dove anche per l’adulto è faticoso reperire un libro e si deve ricorrere, ad esempio, ad Amazon. Ma ritengo che chi acquista un libro su internet sia un lettore che sa cosa vuole e rapidamente sceglie e lo va a comprare: non è questo l’aiuto per la crescita dei lettori. La crescita dei lettori si crea attraverso un bisogno e attraverso un “far vedere”. Penso alle biblioteche pubbliche dei paesi del nord Europa, vere e proprie “piazze di sapere”: non solo trovi il libro ma anche il giornale, il computer, incontri persone. La nostra idea di biblioteca è ancora un luogo spento e polveroso dove si chiede in prestito un libro. La biblioteca moderna non è così e dovremmo investire su politiche di promozione alla lettura molto più accurate, studiate, progettate.

CATTIVERAGAZZE_rist2014Con la graphic novel Cattive ragazze Sinnos Editrice ha vinto il Premio Andersen (il premio per gli autori e i protagonisti dell’editoria per l’infanzia) nella sezione Miglior Libro a Fumetti, riconoscimento prestigioso. Quale importanza ha questo premio per una casa editrice medio-piccola?

Innanzitutto è un riconoscimento importante al lavoro svolto. Sinnos era nella terzina finale con  La prima volta che sono nata, un libro di Gallimard, e con Cattive ragazze. Quanto a Cattive ragazze non immaginavo l’arrivo in terzina e non avrei immaginato di vincere un premio. Aver vinto con questo libro, un progetto interamente Sinnos, è stato il riconoscimento al nostro lavoro da parte di autorevoli conoscitori e promotori di letteratura per ragazzi. Per noi, inoltre, significa poterlo rilanciare, far sapere che esiste, farlo circolare. Infine è grande il piacere per gli autori Assia Petricelli e Sergio Piccardi che, come noi piccoli editori, fanno una gran fatica a emergere…

Ci sono case editrici di settore affini a Sinnos?
Sinnos fa parte sia del gruppo Aie Ragazzi, che coinvolge tutti gli editori di settore, sia di Ibby, associazione internazionale di promozione alla lettura. Siamo in sintonia un po’ con tutti. Quanto alla realtà romana cito Lapis, Orecchio Acerbo, Nuove Edizioni Romane, La Nuova Frontiera. Con loro collaboriamo assiduamente; se ad esempio a un evento non può partecipare una casa editrice c’è l’altra che presenzia e vende libri di e per entrambe. Abbiamo una comunione di intenti e cerchiamo di non sovrapporci. Abbiamo ottimi compagni di strada, lo ripeto spesso.

Nel 2006 nasce il bel progetto “Le Biblioteche di Antonio”, premiato nel 2009 dal Ministero per i Beni e le Attività culturali come Miglior progetto di diffusione del libro e della lettura da realizzare in aree geografiche con poche biblioteche e librerie.
Antonio Spinelli, nominato all’inizio di questa chiacchierata, è morto improvvisamente nell’ottobre 2005; il giorno dopo in ufficio ho ripensato a un suo desiderio, indire una borsa di studio. Ho contattato Banca Etica per aprire un fondo a suo nome e Sinnos ha deciso di donare una fornitura di libri, i libri che ci piacciono di più e che acquistiamo da tutti gli editori per ragazzi, a una scuola con un progetto di biblioteca scolastica e che dimostri di non avere accesso ai libri e alla lettura.Lo scorso anno la fornitura “Le Biblioteche di Antonio” è andata a Lampedusa, una realtà che accoglie più di mille scolari italiani. Qui esistevano solo sale giochi, non una libreria, non una biblioteca, non un cinema. Oggi c’è un’altra nuova realtà grazie a una donazione di Rai Cinema. Lampedusa quindi come esempio emblematico di un pezzo di paese senza libri e cultura.

Assaggenda e il Calendario Interculturale sono creazioni distintive di Sinnos.
Dal prossimo anno Assaggenda scomparirà, a causa dello sforzo economico necessario per produrla e del fatto che l’agenda in quanto tale si va estinguendo. Resisterà il Calendario Interculturale, un risultato necessario di quello che sono le nostre origini, l’intercultura. Siamo tanti e abbiamo molte festività da onorare. Il calendario, anche politicamente, ha sempre espresso potere: Sinnos ha voluto inserire le feste di tutte le culture, alla pari. Che tutti possano conoscere qualcosa in più dell’altro, farsi gli auguri e festeggiare insieme. Proponiamo anche ricette dal mondo perché il cibo è un festoso modo per incontrarsi.

Qual è oggi la collana più rappresentativa della Sinnos?
Non ne individuo una soltanto. Indubbiamente va citata Nomos; spero lo diventi Zona Franca di narrativa per ragazzi, per poter raccontare, torno a ripetere, un mondo che c’è e un mondo che potrebbe evolvere in maniera positiva. Anche il nostro lavoro sull’alta leggibilità, la collana Leggimi, creata per chi ha difficoltà di lettura e in particolare problemi di dislessia, è piuttosto visibile.

Sinnos organizza corsi di animazione alla lettura di qualità che stanno riscuotendo un crescente successo. Per quale motivo un numero sempre maggiore di persone vuole formarsi come animatore alla lettura?
Questa tendenza mi ha molto sorpresa. Esistono gli adulti responsabili, che vogliono essere formati per dare il meglio ai bambini: la pausa, il libro, offrire una possibilità più ampia di pensiero, punti di vista diversi attraverso i libri. Spero che un numero crescente di adulti responsabili voglia formarsi fino a che a formarli non sia qualcun altro, la scuola ad esempio.

Quali libri ci sono sul tuo comodino?
Ho appena terminato La vita sognata di Ernesto G. di Jean-Michel Guenassia; ora sono alle prese con L’uomo senza qualità di Robert Musil. Infine leggendo La vera storia del mostro Billy Dean, l’ultima uscita del britannico David Almond: leggo ovviamente molta letteratura per ragazzi!