Archivi tag: libri per ragazzi

L’isola dei tesori letterari. L’esperienza di Lampedusa

SCARABOCCHI – La rubrica dedicata alla letteratura per bambini e ragazzi 

di Rossella Gaudenzi

Quante isole ci sono nelle nostre città? Intervista a Elena Zizioli

Lo scorso 3 ottobre a Roma al Palazzo delle Esposizioni, in concomitanza con la Giornata della Memoria e dell’Accoglienza, è stata inaugurata la terza edizione della mostra Libri senza parole. Destinazione Lampedusa, un progetto promosso da IBBY Italia in collaborazione con IBBY International e i Servizi educativi-Laboratorio d’arte del Palazzo delle Esposizioni di Roma.
Il progetto nasce nel 2012 e tratta l’emergenza Lampedusa attraverso due differenti anime: l’anima letteraria che porta alla selezione dei migliori silent books pubblicati in tutto il mondo e un’anima pratica, aprire una biblioteca per le ragazze e i ragazzi di Lampedusa.
La Biblioteca di Lampedusa è stata inaugurata il 16 settembre.

Sei anni di resistenza, così li definisce Elena Zizioli, autrice del libro I tesori della letteratura sull’isola. Una pratica di cittadinanza possibile (Sinnos, 2017).

Elena Zizioli (insegna Letteratura per l’infanzia, è ricercatrice di Pedagogia Generale e Sociale presso il Dipartimento di Scienze della Formazione – Università degli Studi Roma Tre) pedagogista di formazione, è venuta a conoscenza del progetto IBBY, ne è rimasta catturata, è partita per l’isola appassionandosi alla causa e decidendo di scrivere un libro, edito da Sinnos  di Della Passarelli.

I tesori della letteratura sull’isola. Una pratica di cittadinanza possibile sarà presentato a  Milano nell’ambito di BookCity domenica 19 novembre (ore 16, Castello Sforzesco).

Che cos’è il progetto IBBY?
IBBY (International Board on Book for Young people) nasce per volontà di Jella Lepman, la quale nella Germania post nazista, per alleviare i problemi di crescita di bambini e ragazzi usciti dal conflitto e per i quali un futuro di pace e di serenità non era affatto scontato, avvia una rivoluzione silenziosa scommettendo sui buoni libri, quelli per le bambine e i bambini. Libri soprattutto belli, perché la bellezza è un valore universale.
Nel 1951 si costituisce a Zurigo il comitato IBBY per “promuovere a livello internazionale il diritto dei più giovani ai buoni libri e alla lettura, creando ovunque per l’infanzia l’opportunità di accedere a libri di alto livello letterario e artistico e incoraggiando la pubblicazione e la distribuzione di libri di qualità per bambini specialmente nei Paesi in via di sviluppo”. IBBY Italia ha l’appoggio di AIE, Fiera del libro per ragazzi, Hamelin Associazione Culturale, Cooperativa Giannino Stoppani, e altri.

Quali sono le caratteristiche salienti dell’esperienza a Lampedusa?
Dell’esperienza lampedusana vorrei mettere in evidenza due aspetti. Innanzitutto la grande generosità dei volontari che in cinque anni, a proprie spese, hanno lavorato sull’isola organizzando attività affinché la biblioteca prendesse forma e vita e all’inaugurazione del 16 settembre il grande lavoro svolto è stato premiato. La buona letteratura può davvero trasformare i territori e un libro è uno strumento di azione, emancipazione e trasformazione potentissimo per le comunità, soprattutto se sono chiuse e isolate, territori di povertà educativa dove bambini e ragazzi non hanno l’opportunità di far sentire la propria voce, guardare oltre l’orizzonte. Nei bambini di Lampedusa è forte l’identità lampedusana ma altrettanto forte è la voglia di conoscere e di spaziare; la biblioteca per sua natura non è solo una teca che raccoglie libri ma un luogo di incontro, un mondo in cui navigare con la fantasia. La biblioteca è un luogo simbolico, il luogo dell’incontro, lo spazio del confronto; nella biblioteca c’è la possibilità di sentirsi protagonisti perché sono gli stessi ragazzi che la gestiscono.
Un altro elemento importante è la creazione di comunità. Nella società di oggi siamo arrivati a  paradigmi educativi e sociali che hanno un po’ sfibrato il senso di comunità e puntano molto sulla competizione, l’individualismo. Le esperienze come quella di Lampedusa riportano l’attenzione sull’uomo, sul fare e sul costruire insieme, sulla comunità come cellula viva di un territorio che si mobilita per trovare le risorse per realizzare i propri sogni e i servizi di cui si ha effettivamente bisogno. A Lampedusa si è concretizzato l’attivismo del cittadino che non rimane a guardare, ma decide in prima persona di migliorare il territorio a cui appartiene. La letteratura per stimolare la cittadinanza attiva con i suoi straordinari strumenti come i silent books, libri senza parole che abbattono le barriere linguistiche, di cui c’è una letteratura scientifica molto vasta.

Quando, come e perché hai abbracciato questo progetto?
Ho conosciuto il progetto grazie a Della Passarelli, editrice illuminata, che mi ha parlato della mostra e invitato alla seconda edizione. Ho scoperto Sinnos perché interessata ai testi che non solo raccontavano un mondo multiculturale, ma proponevano percorsi interculturali. Ho partecipato poi al terzo Camp, nel novembre 2015, e ne ho immediatamente compreso la validità dal punto di vista pedagogico.

Perché una docente di Pedagogia decide di prendere parte a un progetto come quello promosso a Lampedusa e decide di seguirlo fin nelle sue fasi operative?
Perché questa è la pedagogia attiva, attenta ai bisogni dei territori. Da qui l’esigenza di sistematizzare un modello di promozione della lettura nelle zone di confine che tiene conto delle esigenze e dei sogni di bambini e ragazzi e lo fa con i buoni libri. La buona letteratura non è solo quella che resta nello scaffale dello scrittore, dell’illustratore e del gruppo di lettori che ne usufruisce, ma anche quella che nasce dallo scrittore/illustratore, incontra i lettori adeguati che creano laboratori di lettura in grado di veicolare valori come l’inclusione, l’accoglienza dell’altro, del diverso, di superare i pregiudizi, di sovvertire i luoghi comuni, di reinterpretare il qui e l’altrove, il centro e la periferia, l’io e l’altro. In sintesi, di promuovere proprio attraverso la lettura azioni in grado di incidere significativamente su un territorio.

Nel libro torna di frequente un particolare e affascinante concetto, quello di “attivista della lettura”. Chi è un attivista della lettura?
Lattivista della lettura è sicuramente un appassionato di buoni libri con l’idea che l’essere militanti serva a promuovere libertà. L’attivista riesce ad attivare processi partecipativi e generatori di cambiamento: attraverso i libri sa stimolare la partecipazione dei cittadini, di una comunità, di un gruppo; è una sorta di agente di sviluppo locale.
Sicuramente è anche un ricercatore attento alle ultime novità editoriali; considera la lettura soprattutto un atto educativo e quindi è capace di costruire percorsi con i lettori e non per i lettori, quindi con i bambini e i ragazzi, non per i bambini e i ragazzi, rendendoli protagonisti; sa lavorare in gruppo, creare empatia, condividere i progetti anche con le istituzioni. Un attivista della lettura ha soprattutto una grandissima resilienza, una spiccata determinazione e la capacità di resistere e superare le difficoltà, inevitabili in ogni progetto nuovo e complesso. Poi non deve mai mancare l’entusiasmo, così come il desiderio di cambiare le cose cominciando proprio dall’attivare le risorse di cui ogni territorio dispone.

A Lampedusa ci sono due diversi modi di essere bambini: bambini lampedusani e bambini di “passaggio”. Quanto sono lontani questi due mondi?
Sono mondi in apparenza molto lontani perché non si creano situazioni che li avvicinino. La biblioteca è stata creata con l’idea che debba e possa esistere a Lampedusa un luogo di incontro; occorre fare i conti sia con il fatto che l’arrivo dei bambini migranti sull’isola non è prevedibile, in quanto legato agli sbarchi, sia con il sentire dei bambini lampedusani, che non sempre hanno voglia di affrontare i problemi dei loro coetanei appena sbarcati. Sono mondi che rischiano di non parlarsi mai; è quindi fondamentale, affinché le esclusioni non si moltiplichino, che esistano iniziative come questa. La biblioteca cerca e vuole l’incontro.

Il libro parla di isola-laboratorio, intendendo i laboratori come luoghi di promozione dei valori democratici: «Si tratta di una metodologia innovativa, particolarmente adatta per creare e gestire una public library in una zona di confine. Consiste in un approccio di educazione alla lettura che richiama in un certo senso le esperienze di cittadinanza attiva promosse dalle associazioni umanitarie nei contesti di frontiera e che insiste sul potere trasformativo della letteratura attraverso il coinvolgimento di professionisti volontari» (Zizioli, 2017, pp. 75-77).
Lampedusa riassume a mio avviso una serie di condizioni che la rendono quasi un laboratorio a cielo aperto, esportabile e riadattabile quindi dalle isole alle città. L’idea del laboratorio è stata accostata all’idea che l’esperienza non muoia con Lampedusa: oggi la biblioteca c’è, il progetto è riuscito, ma l’intuizione è che questo progetto possa continuare. Se ci sono condizioni di povertà educativa, scarsità di risorse, bambini che vogliono imparare, bambini diversi in contesti culturali multietnici quali sono quelli di oggi, un progetto del genere può essere esportato. Il Camp, come è stato realizzato sull’isola, è una novità assoluta. La bellezza del luogo ti cattura, ma l’Italia è piena di luoghi nei quali alla bellezza naturale non corrisponde una ricchezza sociale ed educativa. IBBY International – che ha impegnato nel progetto tutte le sezioni nazionali di IBBY presenti nei cinque continenti – ha guardato con grande interesse a questo programma, considerato innovativo, sia per come è stato realizzato sia per la metafora che incarna: la migrazione che da sempre appartiene alla vita dell’uomo.

In che modo riescono a incidere sul territorio le mostre itineranti di Libri senza parole?
Le mostre itineranti hanno un altissimo valore educativo, innanzitutto grazie alla bellezza di questi testi e la bellezza è un valore educativo da perseguire. Valore universale e soprattutto in grado di affinare la sensibilità e riscattare da condizioni di povertà non solo materiale. Maggiore è la condizione di scarsità, maggiore aiuto potrà provenire dalla bellezza. Purtroppo ce ne siamo un po’ dimenticati, ma andrebbe ricordato e riaffermato il valore dell’arte come strumento e percorso di rigenerazione e riscatto. C’è da aggiungere che la mostra crea empatia: tutti guardano e sfogliano gli stessi libri, quindi tutti possono riconoscersi e sentire l’altro proprio attraverso la mediazione delle immagini.

Quali sono le maggiori difficoltà nel trasformare un progetto “sperimentale” in continuità educativa e civile?
Le difficoltà, come in tutti i progetti sperimentali, sono legate alle persone e al loro senso di responsabilità. Occorrono persone speciali per realizzare progetti speciali e indubbiamente IBBY è una realtà di persone speciali, che credono fortemente nel progetto, con difficoltà da affrontare inerenti le contingenze. Quindi emergono tutte le difficoltà di un progetto fortemente legato alla quotidianità e alle persone che ci devono credere e lo devono realizzare, progetto quindi che ha a che fare con il cuore e l’intelligenza delle persone.

Attraverso quale libro sei venuta a contatto con il mondo dei silent book?
Il primo silent book che ho avuto per le mani e che ho conosciuto, con il quale ho lavorato a lungo è Migrando di Mariana Chiesa Mateos (Orecchio Acerbo 2010).

Cosa c’è da leggere sul tuo comodino?
Ho un meraviglioso albo canadese non ancora tradotto in italiano che parla di rifugiati, Stormy Seas: Stories of Young Boat Refugees, di Mary Beth Leatherdale, illustrazioni di Eleanor Shakespeare; Fifa nera, fifa blu di Alessandra Ballerini-Lorenzo Terranera (Donzelli, 2017) e il romanzo Controvento di Federico Pace (Einaudi, 2017) che ho appena finito di leggere. Campeggiano poi i testi che sto studiando per il mio lavoro universitario, ma non credo sia interessante in questa sede conoscerli!

Le pagine che hanno reso I tesori della letteratura sull’isola. Una pratica di cittadinanza possibile un libro speciale sono il risultato della professionalità, dell’esperienza e della collaborazione di più persone.
Elena Zizioli, autrice, insegna Letteratura per l’infanzia preso l’Università degli Studi di Roma Tre.
Giulia Franchi, coautrice del testo, responsabile dei Servizi educativi, formazione e didattica Palazzo Esposizioni.
Silvana Sola, presidente di IBBY Italia.
Deborah Soria, responsabile del progetto per IBBY Italia.

Prestami le ali: un’avventura per uscire dalla schiavitù

SCARABOCCHI – La rubrica dedicata alla letteratura per bambini e ragazzi 

di Rossella Gaudenzi

«Che brutta cosa togliere la libertà a qualcuno. Portarlo via da casa sua. Portarlo lontano dalla sua mamma».

Igiaba Scego, scrittrice e giornalista romana di origine somala, collabora con «Internazionale» e firma una rubrica di libri per bambini e ragazzi. Il suo ultimo romanzo pubblicato in Italia è Adua (Giunti Editore, 2015). Nel 2017 ha pubblicato per Rrose Sélavy Editore (qui la nostra intervista all’editore Massimo De Nardo) il suo primo libro per bambini, Prestami le ali, impreziosito dalle incantevoli illustrazioni di Fabio Visentin.

Ho conosciuto Igiaba Scego nel tardo pomeriggio di un sabato d’ottobre al Pigneto. Non è un caso che dopo poche battute il discorso abbia virato sul mondo dei blog e delle loro potenzialità. Una settimana prima a Mogadiscio un attentato, definito l’11 settembre della Somalia (Adama Munu su «Internazionale»), ha ucciso oltre trecentocinquanta persone e ne ha ferite più di duecento: «E nessuna testata giornalistica ha voluto spendere uno spazio degno della portata della strage. Un blog in cui dare notizia e fare informazione seria credo sia una possibile soluzione, ci penso da tempo, perché le persone vogliono sapere, conoscere i fatti, questo è un dato che riscontro continuamente».

Prestami le ali nasce da un tuo viaggio di ricerca a Venezia durante il quale hai scoperto, attraverso il dipinto di Pietro Longhi Clara al Carnevale di Venezia, l’esistenza della rinoceronte Clara, ridotta a fenomeno da baraccone nel XVIII secolo. Come è nata costruita la storia di Clara?
Mi trovavo a Venezia per “Remapping the Ghetto” dell’Università Ca’ Foscari, progetto per il quale sono rimasta un mese in città. L’idea era quella di raccontare il ghetto, partendo da quello veneziano, nelle sue varie accezioni: ghetto fisico, ghetto della contemporaneità e via dicendo.
È nel Museo Ca’ Rezzonico, davanti il quadro Clara al Carnevale di Venezia di Pietro Longhi, che ho trovato il mio punto di partenza: il corpo della rinoceronte Clara come ghetto, come mancanza di libertà. Sono molto attenta agli animali – nel mio libro precedente, Adua, uno dei protagonisti è l’elefante – e sono sempre rimasta colpita e turbata dall’usanza di offrire rinoceronti come doni coloniali a re e sovrani. La riduzione in schiavitù degli uomini trova un corrispettivo nella prigionia degli animali ed è sostanzialmente la condizione dei subalterni, degli uomini del Sud del mondo. Osservando il rinoceronte del quadro ho subito colto la sofferenza: un animale che sta male circondato da maschere, una serie di elementi che cozzano gli uni con gli altri. Che cosa ci fa un rinoceronte a Venezia in mezzo alle maschere? Ho iniziato a indagare ed è stato interessante scoprire che la protagonista del quadro fosse la rinoceronte; ho scritto un racconto per adulti – ancora custodito nel mio pc – e mentre scrivevo pensavo costantemente a quanto sarebbe stato bello ricavarne un racconto per bambini.

Ho tenuto un laboratorio per bambini alla Scuola Elementare Carlo Pisacane di Torpignattara in concomitanza con la festa annuale della scuola, Taste de World – Festa Internazionale per musica, cibo, persone. Sono stata invitata e anziché parlare di me, rischiando di annoiare i bambini, ho deciso di parlare della rinoceronte. Si è subito creato uno scambio vivace, attraverso giochi e indovinelli e contemporaneamente un profondo lavoro di lettura del quadro, i bambini si sono entusiasmati. Che cos’è Venezia? Che cosa ci fa un rinoceronte a Venezia? Che cosa vedete nel quadro? «La cacca!», è la prima risposta, quindi la prima cosa che mettono a fuoco. Dopo questa esperienza ho deciso di fare un tentativo: non ho mai scritto una favola e ho voluto provarci. Oltre alla rinoceronte Clara, al gatto Gigi e alla rondinella ho inserito i protagonisti, due bambini: Ester l’ebrea, relegata nel ghetto, e il servetto somalo Suleiman. Sono arrivati da una doppia esperienza. La prima è quella vissuta nel ghetto: per un mese ho attraversato la città, ho parlato con le persone, ho visitato sinagoghe e il Museo Ebraico, sono andata a teatro a vedere Il mercante di Venezia di Shakespeare, ho gustato i dolci tipici. La seconda è stata la presenza dominante dei “moretti” veneziani nell’iconografa del luogo. Persino in albergo c’è il moro incatenato che regge la candela, così come nei gioielli, all’interno dei musei; da afro-discendente sono colpita da questi molteplici simboli di schiavitù. I due bambini, insieme alla rinoceronte Clara, hanno in comune un problema di schiavitù. Come possono i tre personaggi uscire da questo stato di oppressione? Volevo spiegare la schiavitù e la libertà ai bambini, che comprendono immediatamente e alla perfezione.
Prestami le ali è un’avventura per uscire dalla schiavitù. Man mano inserivo spunti, animali, vicoli, tutto ciò che ricordavo della città nella sua quotidianità, schivando i simboli turistici e stereotipati (come le gondole e i canali). Parallelamente ho studiato la storia della rinoceronte indiana Clara, piuttosto straziante: sedata continuamente per essere trasportata in Europa e morta molto giovane.

Come è stato scelto il titolo Prestami le ali?
Lo abbiamo scelto io e Massimo De Nardo, l’editore di Rrose Sélavy. Volevamo giocare con l’idea delle ali ma allontanarci da un titolo che suonasse come Storia di una gabbianella e del gatto che le prestò le ali di Luis Sepúlveda. Il concetto del prestare le ali da parte del leone di San Marco era centrale: il leone rappresenta un potere illuminato. Non nascondo di essere andata con la mente ai bambini della Scuola Carlo Pisacane e al tema dello Ius Soli. Il “potere” dovrebbe permettere di emanare leggi che consentano di vivere tutti con gli stessi diritti. Il leone rappresenta dunque un potere illuminato.

Il libro presenta personaggi molto diversi tra loro: Clara, Suleiman, Ester, il gatto Gigi e la rondinella. Quale ti somiglia di più?
Mi immedesimo in entrambi i bambini. Sono un’afro-discendente nata in Italia e il razzismo è stato una costante della mia infanzia; oggi sono corazzata e come strategia, quando sono arrabbiata, scrivo. Da bambina non avevo gli strumenti per difendermi. In Italia imperversa secondo me un razzismo istituzionale: mancano le leggi, c’è una paura crescente, l’incapacità di raccontare il cambiamento che sta vivendo il nostro Paese; è mancata la classe dirigente che non ha gestito la conoscenza reciproca, l’accoglienza, l’inclusione sociale e il fenomeno molto esteso della migrazione. Non si possono mischiare il figlio di migrante, il migrante che si trova in Italia per motivi di lavoro, lo studente, il rifugiato politico. C’è migrante e migrante e si deve iniziare a spiegare questa parte di popolazione agli altri, dovremmo conoscerci, anche perché paradossalmente gli stereotipi vengono assorbiti dai migranti stessi: conosco molte donne arabe razziste.
Il razzismo lo vedo con i miei occhi ma riesco a combatterlo, da piccola non ne ero capace e ciò che mi ha aiutata maggiormente è stata la lettura; nei libri della biblioteca scolastica o assegnati dalla maestra io ritrovavo me stessa: Marco, il protagonista del racconto Dagli Appennini alle Ande di Edmondo De Amicis, mi somigliava. I libri mi hanno dato degli strumenti per spiegarmi al mondo. A Ester e Suleiman ho voluto fornire strumenti di forza da dare al rinoceronte, che è completamente arreso.

Ci racconti il rapporto con le illustrazioni del veneziano Fabio Visentin?
Le illustrazioni di Prestami le ali rappresentano una svolta, perché il libro non sarebbe quel che è senza l’incontro felice con Fabio Visentin. L’illustratore ha letto la storia, ne ha colto la dimensione favolistica oltre a quella settecentesca e ha voluto rendere questa dimensione attraverso illustrazioni meravigliose. Fabio Visentin ha grande esperienza, è veneziano e della sua città ha scelto di rappresentare aspetti particolari e non scontati. Ci tenevo tantissimo alla rappresentazione del Carnevale: la storia si svolge durante questa festa che fa parte della tradizione del nostro Paese ma che stiamo perdendo. Oggi si festeggia Halloween ma sempre di meno il Carnevale, festa che amo molto: è il momento della trasgressione, del travestimento, del cambiamento di identità.

Portando il tuo libro in giro per l’Italia, a contatto con bambini e adulti di luoghi ed età differenti, hai avuto qualche sorpresa?
I bambini capiscono tutto e subito, questa è la sorpresa per me più bella: è un pubblico coinvolto che si diverte, interagisce, pone domande. Mi arricchisco e mi rimetto in gioco ogni volta. Mi piacerebbe trasformare il libro in opera teatrale da portare nelle scuole: i bambini seguono, si appassionano (sogno addirittura di farne un cartone animato, ma questo progetto è pressoché irrealizzabile).
Prestami le ali e spiega il razzismo e la schiavitù in modo non didattico ed è un libro in cui tutti i bambini possono rispecchiarsi, qualunque sia la loro origine. Purtroppo tra i libri per bambini pochissimi hanno titoli sulle minoranze, con personaggi principali latinos, afroamericani, americani asiatici, ecc. Quando ciò accade si rischia di cadere in storie pietistiche. In Italia ci sono poche eccezioni, mi viene in mente, ad esempio, il bel lavoro di Patrizia Rinaldi capace di inserire le diversità nelle sue storie.

Quando hai pensato per la prima volta di scrivere per i bambini?
Ho già scritto per ragazzi. Nel 2003, incontrando Della Passarelli, editrice di Sinnos, al Salone del Libro, le ho chiesto sfacciatamente di scrivere della Somalia attraverso la storia di mia madre, per la collana I Mappamondi. Ne è uscito il libro La nomade che amava Alfred Hitchcock, testo molto adatto ai ragazzi. Stavolta però ho voluto scrivere per bambini perché, nel frattempo, ho imparato. Curo per «Internazionale» la rubrica sui libri per bambini e ragazzi: l’ho fortemente voluta perché mi apriva un mondo, essendo da anni, forse da sempre, relegata a scrivere di guerre e di violenza. Ho iniziato con le recensioni per ragazzi e inoltrandomi in questo mondo ho imparato. Sicuramente continuerò a scrivere per bambini e ragazzi, ho varie idee, tra cui quella di scrivere un fumetto; un buon ritmo sarebbe alternare un libro per adulti con un libro per bambini e ragazzi. Ciò che so per certo è che le mie storie, come è avvenuto finora, nasceranno o dalla meraviglia o dalla rabbia.


Cosa leggevi da piccola?
L’intera opera di Agata Christie fatta eccezione per Sipario, perché non volevo che Hercule Poirot morisse, e tantissimi fumetti: Topolino, Diabilok, Alan Ford. Senza dimenticare che la mia formazione è cinematografica. Da bambina ho visto una quantità  stratosferica di film.

Cosa c’è da leggere sul tuo comodino?
In questo momento sto leggendo due libri di donne: L’età dell’innocenza di Edith Wharton (Corbaccio, 1993) e La ragazza con la Leica di Helena Janeczek (Guanda, 2017). Sono solita leggere due libri contemporaneamente, purché molto distanti tra loro.

Igiaba Scego è una scrittrice italosomala nata a Roma nel 1974. Collabora con «Internazionale», «Lo straniero», «la Repubblica», «il manifesto». Tra i suoi libri: Pecore nere, scritto insieme a Gabriella Kuruvilla, Laila Wadia e Ingy Mubiayi (Laterza, 2005); Oltre Babilonia (Donzelli, 2008); La mia casa è dove sono (Rizzoli, 2010, Premio Mondello 2011); Roma negata. Percorsi postcoloniali nella città (con Rino Bianchi, Ediesse, 2014); Adua (Giunti Editore, 2015); Prestami le ali (Rrose Sélavy Editore, 2017).

La lezione di Bernard Friot: ascoltare i bambini

SCARABOCCHI – La rubrica dedicata alla letteratura per bambini e ragazzi 

di Rossella Gaudenzi

«Paolo, Jan, Kurt, Juri, Jimmy, Ciù e Pablo erano sette, ma erano sempre lo stesso bambino che aveva otto anni, sapeva già leggere e scrivere e andava in bicicletta senza appoggiare le mani sul manubrio.
Paolo era bruno, Jan biondo, e Kurt castano, ma erano lo stesso bambino. Juri aveva la pelle bianca, Ciù la pelle gialla, ma erano lo stesso bambino.
Pablo andava al cinema in spagnolo e Jimmy in inglese, ma erano lo stesso bambino, e ridevano nella stessa lingua».
Gianni Rodari, Uno e sette, in Favole al telefono

Quasi un incontro tra pari quello avvenuto alla Biblioteca Centrale Ragazzi, a Roma lo scorso 5 ottobre, tra Bernard Friot, il celebre scrittore e insegnante francese, e gli alunni di una terza primaria della Scuola elementare Grottarossa.
Bernard Friot, per l’appunto noto come il Gianni Rodari francese, è uno degli autori di Sette e uno. Sette bambini, otto storie, la recente pubblicazione di Einaudi Ragazzi illustrata da Mariachiara Di Giorgio e curata da David Tolin, che nel 2010 ha fondato la libreria specializzata per ragazzi Pel di Carota a Padova.

«Per questo libro  – si legge nella sua introduzione – quello che avete in mano in questo momento, è stata scelta la favola più intensa e civica della raccolta, Sette e uno, per parlare d’infanzia oggi, per provare a raccontare il nostro contemporaneo, a cinquantacinque anni dall’originale, per costruire una nuova geografia umana o solamente per continuare a “giocare” con le parole di Rodari, le sue idee, la sua forza».

David Tolin ha raccontato ai giovanissimi ascoltatori che l’idea è nata «dalla voglia di giocare con le parole alla maniera di Gianni Rodari. Dal libro Favole al telefono ho scelto Uno e sette che inizia così: “Ho conosciuto un bambino che era sette bambini”. Idea semplice, perché mi sono chiesto se ci fosse qualcuno che volesse raccontare la storia di tutti i bambini contenuti nella favola: Paolo, Jean, Kurt, Juri, Jimmy, Ciù, Pablo. Sono andato a un’importante fiera del libro per ragazzi, il Bologna Book Children’s Fair, ho bussato alla porta della casa editrice Einaudi, ho proposto il progetto e dopo poco mi è stato risposto che sì, si poteva fare. E così ho chiesto a sette famosi scrittori per ragazzi di scrivere una storia. Loro sono Beatrice Masini, Bernard Friot, Ulrich Hub, Daria Willemstad, Dana Alison Levy, Yu Liqiong e Jorge Lujàn».

Bernard Friot, dopo aver letto Un et sept nella sua lingua, il francese, fa da calamita per tutti i presenti, piccoli e grandi lettori e in un italiano dolce e musicale si racconta, incalzato delle domande vivaci dei bambini.
Racconta degli inizi, del suo mestiere di insegnante di liceo in un plesso che comprendeva una Scuola Primaria e proprio lì, tra i banchi degli alunni più piccoli, è iniziato uno scambio proficuo. «Mi mettevo in fondo alla classe ed era lì che i bambini venivano a raccontarmi le loro storie che io trascrivevo puntualmente, facendo loro quasi da segretario. Poi, poco a poco, ho iniziato a rispondere con le mie storie alle loro storie; ogni tanto regalavo un racconto a un bambino. Non ero ancora uno scrittore; mi è stato suggerito di inviare i miei racconti a una casa editrice. È così che sono diventato scrittore, senza volerlo. Perché la vita è davvero sempre piena di sorprese e di possibilità».

Il suo primo libro è Histories pressées, pubblicato nel 1988 e tradotto in italiano con Il mio mondo a testa in giù (Il Castoro, 2008) cui è seguito Altre storie a testa in giù (Il Castoro, 2014).
Impossibile per lui citare un libro preferito. «Quanti libri non ho ancora letto? Sono tanti i libri che ho amato, legati a momenti diversi della mia vita. Ho molto amato i libri di Rodari Favole al telefono e Le avventure di Cipollino. Come si fa a non amare la storia di una cipolla? La lettura è esattamente il momento della vita in cui leggi un determinato libro, con tutte le sensazioni che comporta».
Si rammarica di non aver conosciuto Gianni Rodari. Quando morì nel 1980 Friot non aveva ancora letto le sue opere, che ha scoperto solo due anni dopo. «Cinque anni fa – ricorda lo scrittore – sono andato a visitare la casa di Rodari a Roma, ho ammirato la sua scrivania, il luogo della creazione dei suoi libri, e ho vissuto un momento molto emozionante».

Una bambina, che secondo la maestra è fissata con l’età, gli chiede quanti anni ha. «Sette volte sette più dieci più nove», risponde Friot. Ma il calcolo è sbagliato, perché un tentativo dopo l’altro, arriviamo a capire che Bernard Friot ha sessantasei anni.

«Dove vivi? In Francia. Dov’è la Francia? A Parigi» suggerisce qualcuno. «Ma no, è Parigi che si trova in Francia» corregge prontamente qualcun altro.

«Quanti libri hai scritto?», incalzano i bambini. «In Francia si è soliti dire: quand on aime on ne compte pas, ossia quando si ama non si conta – risponde Friot – Non lo so, perché ogni libro è il riassunto di tanti incontri: il libro l’ho incontrato prima, durante e dopo la scrittura del libro stesso».

«Qual è il tuo ultimo libro?»
«Il mio ultimo libro non è ancora uscito in Italia, sarà edito da Lapis e, sulla scia di Dieci lezioni sulla poesia, l’amore e la vita (Lapis 2016) avrà il titolo Dieci lezioni sulla cucina, l’amore e le vita. Il tema culinario sarà quindi dominante. Il testo è scritto, ora sono all’opera traduttrice, grafico e tutte le altre figure che realizzano quei bellissimi oggetti che sono i libri».

«Scrivi libri con altri scrittori?».
«Non direttamente. Posso affermare che quando scrivo ho in testa tutte le storie che ho letto; di sicuro l’ispirazione mi arriva da Rodari così come nei miei libri sono presenti altri scrittori e storie, ma finora non ho mai scritto un libro a quattro mani, insieme a un altro autore. Non ho un metodo di scrittura strutturato, potrei dire che buona parte della mia scrittura è affidata all’improvvisazione: oggi scrivo tre pagine, domani nulla, la storia deve arrivare a me, quindi, ad esempio, esco a passeggiare. Non posso certo considerarmi uno scrittore disciplinato».

Poi, con i bambini, accade quel che Bernard Friot ha anticipato all’inizio dell’incontro: si dà loro modo di giocare con le parole e iniziano a dare sfogo alla fantasia, creare e inventare l’incipit di storie. Partendo da una struttura in cui sono gli oggetti a raccontarsi, i bambini iniziano con: Un giorno un… mi ha detto. Un giorno un martello mi ha detto… L’oggetto-soggetto cambia vorticosamente. Una panchina davanti alla scuola. Un collare per cani. Una televisione. Un’auto sportiva. Un libro di storia. E così via.

È questa la grande lezione di Bernard Friot: occorre ascoltare i bambini, quel che i bambini hanno da dire e da raccontare. E sicuramente il bambino che è dentro di noi si risveglierà.

Bernard Friot, nato a Saint-Piat nel 1951, è uno dei più originali e amati scrittori per ragazzi. Prima di approdare alla scrittura ha insegnato in una scuola di Lile e poi per quattro anni è stato responsabile del “Bureau du livre de jeunesse” a Francoforte. Da allora si dedica alla traduzione dal tedesco di fiabe e novelle ritenendo che questa attività abbia la medesima nobiltà e creatività della scrittura d’invenzione. Stando a stretto contatto con i bambini ha avuto la possibilità di studiarne la grande creatività anticonvenzionale nell’inventare storie, che è diventato il suo modello stilistico. Friot infatti si autodefinisce uno “scrittore pubblico”, in virtù della necessità che ha di fare spesso incontri con il suo pubblico di giovani lettori per ricaricarsi di emozioni. In Italia i suoi libri hanno molto favore da parte di ciritica e pubblico: il suo primo libro di racconti Il mio mondo a testa in giù ha vinto il Premio Andersen 2009 come migliore libro 9/12 anni. Vive e lavora a Besançon in Francia.

La Biblioteca Centrale Ragazzi (via San Paolo alla Regola 15) è dedicata esclusivamente alla letteratura per ragazzi. Custodisce circa 30mila testi tra favole, fiabe, fumetti e libri illustrati per bambini, testi di educazione alla lettura e alla multiculturalità, una raccolta storica dagli anni ’80 di letteratura giovanile e dei periodici di letteratura per ragazzi.

I consigli dei Serpenti per l’estate 2017: Rossella Gaudenzi

Rossella Gaudenzi consiglia:

In un’estate in cui desidererei, ancor più degli anni passati, essere lambita dal freddo delle latitudini scandinave, ho scelto di ripercorrere il catalogo Iperborea alla ricerca di un titolo tra i più amati di sempre, L’imperatore di Portugallia del premio Nobel Selma Lagerlöf (1858-1940), la scrittrice svedese più nota al mondo. Custode delle memorie, delle tradizioni e delle saghe delle sue genti, Selma Lagerlöf costruisce la storia amara del bracciante di fine Ottocento Jan Andersson, che fa della paternità e della figura della figlioletta la sua ragione di vita.
«Per quanto vecchio diventasse, Jan Andersson di Skrolycka non poté mai stancarsi di raccontare di quel giorno in cui la sua bimbetta era venuta al mondo». Jan costruisce però una realtà parallela e sull’orlo della follia trasfigura l’esistenza meschina della sua famiglia raccontandosi belle favole irreali, in un gioco di equilibrismi tra sogno e verità.

Conquistata definitivamente dalle raccolte di racconti e dalla casa editrice Racconti Edizioni scelgo per l’estate una delle due ultime uscite, Eudora Welthy e le diciassette storie che danno vita a Una coltre di verde. Opto quindi, citando il titolo della recensione che al libro dedica la scrittrice (di racconti) Rossella Milone, per “l’umanità sgangherata alla periferia del Mississippi”.

Per i piccoli lettori ma non troppo, un classico e una nuova uscita da mettere nella valigia delle vacanze.
La coerenza mi porta a cercare una storia di divertimenti, di bambini tra fredde acque e si ferma su un capolavoro di un’autrice che ha tenuto generazioni di ragazzi con gli occhi incollati alle pagine delle sue storie avventurose: Astrid Lindgren, Vacanze all’isola dei gabbiani (Salani Editore).

Come è accaduto a Pinocchio e Lucignolo, a Hansel e Gretel o a Clara e Hans all’inseguimento del principe Schiaccianoci, Quanti pasticci, Ricottina! opera prima di Roberta Mastruzzi (Einaudi Ragazzi, Storie e Rime) trascinerà lettori bambini e adulti nell’irresistibile universo dei dolci, fatto di personaggi bizzarri a metà tra l’umano e il fantastico. Nel mondo di Ricottina i sentimenti più nobili albergano in personaggi fatti di dolciumi e i sentimenti più biechi in quelli in carne ed ossa. Ricottina, quasi interamente umana ma con mani e piedi di ricotta, è una piccola eroina del nostro tempo: sfida e vince i più temibili e irriducibili nemici, che sono le sue paure. Una storia fiabesca scritta con grazia, stile e intelligenza.

Patrizia Rinaldi e la responsabilità della speranza

SCARABOCCHI – La rubrica dedicata alla letteratura per bambini e ragazzi 

di Rossella Gaudenzi

L’occasione per conoscere personalmente Patrizia Rinaldi, la scrittrice partenopea che ha vinto il Premio Andersen 2016 come migliore scrittore, è imminente: la festa della lettura Pezzettini, che si terrà a Torpignattara (a Roma) il 28 e 29 gennaio.
Nel frattempo, però, ho goduto di una piacevolissima conversazione telefonica con l’autrice che si è raccontata in maniera gioiosa e accurata.

Patrizia Rinaldi, laureata in filosofia, ha scritto una ventina di libri, dal noir alla letteratura per ragazzi. Dal 2010 partecipa a porgetti letterari presso l’Istituto Penale Minorile di Nisida.
Nel giugno 2016 ha ricevuto il Premio Andersen, il premio per gli autori e i protagonisti dell’editoria per l’infanzia: «Per una scrittura raffinata e intensa, suadente e precisa. Per una strada che, con fervida e operosa oculatezza, intreccia la scrittura per l’infanzia con la produzione narrativa per adulti. Per la delicatezza e la sensibilità con cui affronta temi non facili, regalandoci altresì una costante linea di sorriso e una vivida rappresentazione del mondo dei ragazzi».

patrizia_rinaldi

Questo premio era atteso o inaspettato? Che cosa significa a livello letterario e quale l’impatto a livello pratico?
Non mi aspettavo questo premio. Ho iniziato a pubblicare tardi con continuità, sono quindi un’autrice relativamente recente. Quando ho ricevuto la telefonata ho sentito il cuore uscire dalla schiena, per questioni di onore e di esultanza. Sono stata investita da una  sorpresa molto intensa, una forte impressione; forse anche perché  mi sento periferica e quasi mai al centro delle situazioni.
Cosa è cambiato? Credo sia aumentato il sentimento di responsabilità. In genere scrivo con serenità. Lavoro con editor consolidati, come Luisa Mattia e Federico Appel. Con l’assegnazione di questo premio è cresciuta la voglia di far bene, di non deludere.
Ricevere Il Premio Andersen, premio serio e prestigioso, è stato professionalmente uno dei giorni più belli della mia vita. La giuria aveva letto tutti i miei romanzi, anche i libri per adulti, dimostrando grande cura. Insomma, ho provato onore, gioia, la sensazione di dover far bene, di migliorare.

«Un dato insolito nel panorama nazionale: la capacità di transitare senza sforzi e sempre con esiti quanto mai convincenti dalla scrittura per ragazzi a quella per adulti» si legge nelle motivazioni del Premio. Che cosa significa per Patrizia Rinaldi scrivere per ragazzi e scrivere per adulti?
Rispetto all’impegno non c’è alcuna differenza, c’è una differenza che mi propongo da sola: quando scrivo per ragazzi avverto responsabilità di speranza. La maggior parte dei miei libri per ragazzi è scritta per la fascia d’età 11-14 anni, quindi per un pubblico che affronta i cambiamenti adolescenziali, corporei, di percezione della realtà, le prime consapevolezze di frattura rispetto al mondo infantile. Quando scrivo per ragazzi mi viene di identificarmi con questa fascia d’età, cerco di dire cose non melense. Tratto anche argomenti scabrosi di dipendenze, solitudini, di disagio sociale. Se mi riferisco ai giovani lettori cerco una poetica del nonostante, di soluzione, di via d’uscita; problema che non mi pongo quando scrivo per adulti. Mi piace mantenere una traccia di risorsa, di superamento del limite, ma non è così prioritaria. Nella riflessione sul romanzo cerco di delineare prima i personaggi, poi articolo la storia, man mano, mentre mi rendo conto se è adatta a ragazzi o ad adulti. Le classificazioni sono sempre successive. Il contesto narrativo, il linguaggio, la dinamica della storia ubbidiscono al desiderio sincero di parlare proprio di quei protagonisti, di quella situazione. Alcuni autori hanno un’identità precisa, una vocazione. Mi piace che ognuno possa scegliere in armonia con il genere o il non genere che sente più vicino. Quanto a me, non mi sento rappresentata da alcuna definizione, tra autrice per ragazzi o per adulti; cerco di far bene quello che sto facendo in quel momento.

Se la crisi del libro e della lettura sembra ormai cronica, l’editoria per bambini e ragazzi va controcorrente. I lettori tra i 6 e i 16 anni sono in crescita. Quali sono secondo te le ragioni di questo fenomeno e perché i giovani lettori, una volta adulti, smetterebbero di leggere?
Se si conoscesse la risposta si correrebbe meglio ai ripari. Forse l’editoria per bambini e ragazzi ha mantenuto indipendenza e specificità. Nel nostro panorama letterario coesistono edizioni di alto prestigio. La qualità ha spazio. La casa editrice Sinnos, ad esempio, ha un abito editoriale preciso. Inoltre il libro non viene soltanto pubblicato ma viene difeso, si crede nel lavoro svolto anche grazie all’opera di ottimi uffici stampa; mi fa piacere ricordare Emanuela Casavecchi di Sinnos e Chiara Stancati di Lapis.  Gli editori si fanno carico di accompagnare i più giovani verso il gusto della lettura. Il lavoro di preferenze editoriali e di promozione non può essere solo in funzione di un marketing spregiudicato, i libri pubblicati dopo scelte precise vanno difesi. I lettori se ne accorgono.
Un altro aiuto alla resistenza del libro viene da docenti validi che credono nell’importanza della lettura, anche quando non è ufficializzata da indicazioni curricolari; avvicinano i ragazzi alla fruizione del testo, al di là dei programmi ministeriali, e questo prende fortemente i giovani come modello comportamentale assunto all’interno di un’istituzione. Ho conosciuto insegnanti di frontiera che fanno un lavoro eroico in difesa della lettura. Quando il ragazzo viene lasciato solo, prevale l’immagine, prevale la fruizione passiva, semplificata, e in accordo con il gruppo che crea senso di appartenenza. Servono risorse, investimenti, biblioteche, gruppi di lettura. Naturalmente il mio è uno sguardo meno preciso degli editori e di chi lavora stabilmente nel settore.

la-compagnia-dei-soli-Patrizia Rinaldi e la casa editrice Sinnos costituiscono un connubio felice e consolidato. Quali sono i punti di forza?
C’è un accordo di intenti, un modo di lavorare della Sinnos che mi piace molto, ossia l’idea che il libro sia una collaborazione, perchè il libro non è soltanto dell’autore. Grazie a questa linea si lavora con uno scambio proficuo; all’interno di un progetto ricevo proposte interessanti, senza contare il rapporto di amicizia e di fiducia che si è instaurato. Lavoriamo con le parole e c’è bisogno di fidarsi della progettualità comune. Come casa editrice la Sinnos ha fatto un percorso convincente: si sono formati, battuti, hanno modificato direzione quando hanno capito che c’era bisogno di esplorare altre risorse letterarie. La Sinnos pubblica davvero dei bei libri. Della Passarelli, direttore editoriale, manifesta sempre grande partecipazione al progetto; quanto alla mia ultima pubblicazione, La compagnia dei soli, durante la lavorazione del libro con l’editor Federico Appel sono state messe in campo questioni, soluzioni: un procedere affascinante. Con l’illustratore Marco Paci mi sono trovata in perfetta armonia di segni. Emanuela Casavecchi fa un lavoro di ufficio stampa impeccabile. La sensazione è di lavorare a bottega. Insieme.

Da tempo prendi parte ai progetti didattici presso l’Istituto Penale Minorile di Nisida. Ci racconti questa iniziativa?
Nisida è una piccola isola di origine vulcanica dell’arcipelago delle Isole Flegree. Da decenni è collegata alla terraferma da un pontile. Ha una lunga tradizione carceraria: i Borbone destinarono Nisida come sede di carcere politico. Maria Franco è un’insegnante che si occupa anche di progetti letterari con i ragazzi detenuti. Tutti gli scrittori da lei invitati, su un tema che cambia di anno in anno, incontrano i ragazzi e scrivono con loro. In primavera si pubblica un’antologia i cui proventi ricadranno sul progetto successivo.  Quest’anno sono in compagnia degli scrittori Viola Ardone, Riccardo Brun, Daniela De Crescenzo, Maurizio de Giovanni, Antonio Menna, Valeria Parrella, Carmen Pellegrino, Gianni Solla, Massimiliano Virgilio. Gli scrittori partecipano con consapevolezza e impegno: c’è da imparare.
Nisida è diventata per Napoli un riferimento culturale. Maria Franco e i suoi collaboratori hanno dato vita anche a un parco letterario. Su quest’isola sono passati autori fondanti, tra cui Dumas e Cervantes. Per i ragazzi detenuti si è dimostrato utile avere uno sguardo sull’altro da sé, sul bello, su differenti complessità emotive; qui soggiornano ragazzi dai trascorsi terribili. Hanno avuto a che fare duramente con la giustizia. Noi tutti usciamo migliorati da questa esperienza così forte, addolorati, ma arricchiti. Va detto che i veri protagonisti dell’impegno sono le persone che tutti i giorni lavorano a Nisida: gli insegnanti, gli agenti, il direttore, che è persona eccezionale.
Che il dentro sia fuori e il fuori sia dentro, questo il motto imperante a Nisida. Tornare alla vita, si spera, cambiando prospettiva. È un progetto importante, accolto da noi scrittori con passione.

nisida

Qual è il rapporto con la tua città e quale il riflesso nei tuoi libri?
La mia città è Napoli. La serie noir di tre romanzi pubblicata da e/o è ambientata a Napoli, soprattutto nella zona dei Campi Flegrei. Spero di raggiungere una narrazione non omologata, priva di intenzioni solo distruttive o celebrative. Mi fa piacere raccontare tante città in una, dire dei contrasti di Napoli. Amo la mia città, non sono mai andata via, nonostante ne abbia avuto l’opportunità. Vivo sopra i crateri ed è qui che ho bisogno di tornare, sebbene mi renda conto di quanto lavoro ci sia da fare in questo luogo dalla socialità complessa. Napoli ha una tradizione culturale ingovernabile, quasi ingombrante. Sugli artisti contemporanei gravano tradizioni di bellezza immensa e relativo peso di suggestioni teatrali, pittoriche, filosofiche, architettoniche, musicali, letterarie. Sento l’esigenza anche di tradire Napoli, per non ricadere nella stessa narrazione. Così alcuni miei romanzi, tra cui il prossimo, sono ambientati altrove. Ma poi torno. Mi allontano ma poi torno a questa mia città, al suono della frase, alla formazione letteraria, alla terra campana che sento profondamente mia.

ma_già_primaQual è il rapporto con il femminile e quale il riflesso nei tuoi libri?
C’è una caratteristica femminile che mi appassiona: il limite che diventa risorsa anche grazie alla forza della fragilità. Mi incanta questa prospettiva, questa rivoluzione di piani cognitivi e sentimentali. Per esempio Blanca, la protagonista della serie noir pubblicata dalla casa editrice e/o, è una donna ipovedente dal carattere terribile, che riesce a convertire il limite visivo in risorsa. Passa attraverso il desiderio di farcela nonostante tutto: io non ce la posso fare e invece ce la faccio. La presenza di personaggi femminili è presente in maniera spesso prepotente nei miei libri; amo le donne nella vita e nel romanzo, possiedono complessità belle da raccontare. E amo raccontare le donne vecchie, ferocemente vive nonostante la vicinanza della morte (come Ena, personaggio di Ma già prima di giugno, e/o, 2015). Anche in questo caso siamo di fronte al limite che si supera, per esempio attraverso lo sberleffo. È un dettame che mi concede vitalità.

Stai entrando in una libreria e devi acquistare due libri da portare in dono, uno per grandi e uno per piccini. Con quali libri uscirai?
Regalerei Americana, saggio di Luca Briasco che ho appena letto e che ho trovato strepitoso. È  un libro che porta ai libri come in un effetto domino. A un ragazzo regalerei il meraviglioso libro di Luisa Mattia La scelta (Sinnos, 2005), ma ancora, ai ragazzi farei leggere Il piccione Gedeone (Alberto Graziani, Orecchio Acerbo 2016), complice di smisurata allegria. Ai miei figli ho fatto leggere, e consiglio per l’età adolescenziale, Nick Hornby, Tutto per una ragazza (Guanda, 2008) e l’opera omnia di David Almond tra cui spicca il mio preferito, Skelling (Salani, 2009)A un insegnante regalerei Per una letteratura senza aggettivi (M. Teresa Andruetto, Equilibri Editrice, 2014).

Cosa leggevi, tra i dieci e i quattordici anni?
Libri di avventura, quelli che venivano detti libri per maschi. Mi piacevano i paesaggi delle peripezie e dell’azione, quindi Salgari, Stevenson.

Esiste un personaggio di libri per ragazzi con il quale ti identificheresti?
Mi identificavo con la tigre di Salgari. Nel mio immaginario di bambina la tigre non moriva realmente, uccisa da Sandokan, ma fingeva di morire per dovere di copione. Giocavo poco con le bambole e molto con oggetti o pupazzi che fingevo fossero tigri. Avevo anche un amico immaginario che chiamavo Giovannino, chissà perché.

Cosa c’è da leggere sul tuo comodino?
Il turista (Massimo Carlotto, Rizzoli 2016), Il mostro ama il suo labirinto (Charles Sinnic, Adelphi 2012), Beate e suo figlio (Arthur Schnitzler, Adelphi 1986), Peanuts, Charlie Brown; Appunti di meccanica celeste (Domenico Dara, Nutrimenti 2016).

Un’occasione per immergersi nel mondo letterario partenopeo è Un’Altra Galassia, la festa del libro a Napoli giunta alla VII edizione, «Una festa della città per restituire la letteratura ai lettori», che si svolgerà quest’anno il 9-10-11 giugno. Patrizia Rinaldi in quest’occasione terrà un corso di scrittura. Tra gli ideatori del progetto, Valeria Parrella e Rossella Milone.

Abbiamo inaugurato la rubrica Scarabocchi con l’intervista a Della Passarelli, direttore editoriale di Sinnos Editrice.

Cosa leggiamo a Natale. I consigli dei Serpenti

Come ogni anno, eccoci arrivati alle porte del Natale. Anche quest’anno, dunque, arrivano puntuali i consigli dei Serpenti.

Emanuela D’Alessio
le_otto_montagne
Leggere per viaggiare o viaggiare per leggere? In realtà la lettura è di per sé un viaggio, di cui spesso si ignorano i punti di partenza e di arrivo.
Con Le otto montagne di Paolo Cognetti (Einaudi, 2016) si parte da Milano per arrivare a Grana, ai piedi del Monte Rosa, passando per il Nepal e le valli sacre dell’Annapurna. Inizia così un andare e venire dall’estate all’inverno, un salire e scendere tra pascoli, boschi e alpeggi, una storia d’amore con la montagna che dura una vita intera, tra un padre un figlio, tra due amici che si scoprono da bambini e si ritrovano adulti. Si cammina e ci si arrampica, si suda e si soffre, si ascoltano i suoni della notte gelida e del ghiacciaio che si ritira, si scopre che «l’estate cancella i ricordi proprio come scioglie la neve, ma il ghiacciaio è la neve degli inverni lontani, è un ricordo d’inverno che non vuole essere dimenticato».
Una bellissima e potente storia, da leggere con lo stesso incedere lento e costante di chi va in montagna, per fermarsi solo quando si è arrivati in cima.

Con Karma clown di Altaf Tyrewala (traduzione di Gioia Guerzoni, Racconti edizioni, 2016) si precipita nel caos spiazzante di Mumbai, trascinati dalla voce sferzante e ironica di uno scrittore atipico e sconosciuto ai più, nato a Mumbai nel 1977, attualmente residente negli Stati Uniti. Il suo ritorno in Italia (era uscito per Feltrinelli nel 2007 il romanzo Nessun dio in vista) lo dobbiamo alla traduttrice Gioia Guerzoni: «Altaf è stato la mia guida a Bombay per tantissimi inverni. Peccato che ora abiti a Dallas, e che Modi sia al governo. Non ci vediamo da tempo ma sono riuscita a proporre i suoi racconti durissimi e molto poco Shining India, Karma clown, a un altro editore del cuore» (dall’intervista di Elvira Grassi, novembre 2016) e ai due giovani editori romani Stefano Friani ed Emanuele Gianmarco di Racconti edizioni. Quattordici racconti per narrare, tra iperrealismo e fantasia, un’umanità eterogenea, sgangherata e cialtrona, cinica e idealista. Da non perdere l’incipit di Libri nuovi e di seconda mano, con cui si apre il libro. «La lettura è sopravalutata. Non leggo un libro da anni e sto bene lo stesso, grazie tante. Solo perché vendo libri di mestiere non vuol dire che debba sapere di cosa parlano. Sono come un chimico. Se provassi i miei prodotti sarei già morto e sepolto oppure molto molto malato. E comunque è così che vedo i libri, come una cura per menti malate, stampelle di carta per intelletti vacillanti che faticano a trovare un appiglio nel mondo».

Infine, per concludere questo viaggio o per renderlo infinito, c’è Bussola di Mathias Enard (traduzione di Yasmina Melaouah, Einaudi, 2016), un libro maestoso e imponente, raffinato e inesauribile, che ha vinto il Premio Goncourt nel 2015. Una storia d’amore che si snoda per anni tra Europa, Iran, Siria e Turchia. Un romanzo senza limiti temporali e senza confini, dove perdersi e smettere di cercarsi.

Rossella Gaudenzi
Uno degli incontri sulla letteratura per ragazzi tra gli undici e i quattordici anni tenuti da Carla Ghisalberti un anno fa verteva sul tema “La banda… uno, nessuno e centomila”. In quell’occasione sono stati presentati diversi libri sull’argomento. Uno in particolare mi era venuto in mente, La guerra dei bottoni di Louis Pergaud nell’edizione integrale BUR ragazzi a cura di Antonio Faeti. La presentazione di Susanna Mattiangeli mi ha fatto pensare a un romanzo giocoso, un classico scritto oltre cento anni fa, nel 1912, dal linguaggio obsoleto e spassoso. L’ho acquistato di recente, finalmente, e lo leggerò senz’altro durante il periodo natalizio.

bordelloA completare la mia selezione natalizia ci sono due titoli destinati a un pubblico più maturo, acquistati a Più Libri Più Liberi di quest’anno. Appunti da un bordello turco di Philip Ó Ceallaigh (traduzione di Stefano Friani), il libro numero uno (maggio 2016) della nuova piccola casa editrice romana Racconti edizioni. «Se vuoi farti un’idea di come se la passa una città devi andare a vedere i suoi margini. Il centro ti dirà che va tutto bene. La periferia ti dirà il resto». L’autore, nato in Irlanda, vive a Bucarest da quindici anni, ha girato mezzo mondo ed è approdato alla scrittura dopo aver svolto una moltitudine di lavori, i più disparati. Ammetto di avere grandi aspettative da questa nuova realtà editoriale.

L’esile Pronto soccorso per scrittori esordienti di Jack London (traduzione di Andreina Lombardi Bom, minimum fax 2005), raccolta di testi narrativi, lettere e brevi saggi sul mestiere della scrittura, ha solleticato la mia curiosità. L’associazione tra autore e titolo mi è sembrata insolita e questo è bastato per desiderane la lettura.

Elena Refraschini
Se non l’aveste già letta, il mio primo consiglio per queste vacanze è di gettarvi nella Trilogia della Pianura di Kent Haruf, recentemente ripubblicata in tiratura limitata da NN Editore in un cofanetto per i lettori più affezionati. Vi troverete raccolti, naturalmente, i titoli già pubblicati nel corso degli ultimi due anni: Benedizione, Canto della pianura e Crepuscolo. Le chicche che ve ne faranno innamorare, però, sono le due mappe della città di Holt disegnate da Marco Denti e da Franco Matticchio (chiunque si senta un esploratore oltre che lettore non potrà che lasciarsi incantare da questa proposta), e un messaggio da parte di Cathy Haruf, moglie dell’autore scomparso nel 2014.

haruf

Anche i miei due prossimi titoli hanno a che fare col viaggio, anche se in sensi e intenti molto diversi. La graphic novel Il suono del mondo a memoria del fumettista italiano Giacomo Bevilacqua (Bao publishing, 2016) è una lettera d’amore a colori per New York, e la delicata storia che narra ne impreziosisce il risultato. Vi sfido a voltare l’ultima pagina e resistere all’impulso di prenotare il primo volo verso l’Atlantico.

Il terzo titolo è l’uscita più recente del mio autore del cuore, Kader Abdolah, che è passato in Italia qualche settimana fa per promuovere Un pappagallo volò sull’Ijssel (traduzione di Elisabetta Svaluto Moreolo, Iperborea, 2016). Una storia corale che, come gli altri titoli dell’autore, vi farà riflettere sui grandi temi, dalla guerra alla povertà, dall’immigrazione all’integrazione, all’amore e alla poesia. Ma, come ogni grande libro che si rispetti, alla fine vi costringerà a riposizionare qualcosa nel vostro arredamento emotivo.