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L’isola dei tesori letterari. L’esperienza di Lampedusa

SCARABOCCHI – La rubrica dedicata alla letteratura per bambini e ragazzi 

di Rossella Gaudenzi

Quante isole ci sono nelle nostre città? Intervista a Elena Zizioli

Lo scorso 3 ottobre a Roma al Palazzo delle Esposizioni, in concomitanza con la Giornata della Memoria e dell’Accoglienza, è stata inaugurata la terza edizione della mostra Libri senza parole. Destinazione Lampedusa, un progetto promosso da IBBY Italia in collaborazione con IBBY International e i Servizi educativi-Laboratorio d’arte del Palazzo delle Esposizioni di Roma.
Il progetto nasce nel 2012 e tratta l’emergenza Lampedusa attraverso due differenti anime: l’anima letteraria che porta alla selezione dei migliori silent books pubblicati in tutto il mondo e un’anima pratica, aprire una biblioteca per le ragazze e i ragazzi di Lampedusa.
La Biblioteca di Lampedusa è stata inaugurata il 16 settembre.

Sei anni di resistenza, così li definisce Elena Zizioli, autrice del libro I tesori della letteratura sull’isola. Una pratica di cittadinanza possibile (Sinnos, 2017).

Elena Zizioli (insegna Letteratura per l’infanzia, è ricercatrice di Pedagogia Generale e Sociale presso il Dipartimento di Scienze della Formazione – Università degli Studi Roma Tre) pedagogista di formazione, è venuta a conoscenza del progetto IBBY, ne è rimasta catturata, è partita per l’isola appassionandosi alla causa e decidendo di scrivere un libro, edito da Sinnos  di Della Passarelli.

I tesori della letteratura sull’isola. Una pratica di cittadinanza possibile sarà presentato a  Milano nell’ambito di BookCity domenica 19 novembre (ore 16, Castello Sforzesco).

Che cos’è il progetto IBBY?
IBBY (International Board on Book for Young people) nasce per volontà di Jella Lepman, la quale nella Germania post nazista, per alleviare i problemi di crescita di bambini e ragazzi usciti dal conflitto e per i quali un futuro di pace e di serenità non era affatto scontato, avvia una rivoluzione silenziosa scommettendo sui buoni libri, quelli per le bambine e i bambini. Libri soprattutto belli, perché la bellezza è un valore universale.
Nel 1951 si costituisce a Zurigo il comitato IBBY per “promuovere a livello internazionale il diritto dei più giovani ai buoni libri e alla lettura, creando ovunque per l’infanzia l’opportunità di accedere a libri di alto livello letterario e artistico e incoraggiando la pubblicazione e la distribuzione di libri di qualità per bambini specialmente nei Paesi in via di sviluppo”. IBBY Italia ha l’appoggio di AIE, Fiera del libro per ragazzi, Hamelin Associazione Culturale, Cooperativa Giannino Stoppani, e altri.

Quali sono le caratteristiche salienti dell’esperienza a Lampedusa?
Dell’esperienza lampedusana vorrei mettere in evidenza due aspetti. Innanzitutto la grande generosità dei volontari che in cinque anni, a proprie spese, hanno lavorato sull’isola organizzando attività affinché la biblioteca prendesse forma e vita e all’inaugurazione del 16 settembre il grande lavoro svolto è stato premiato. La buona letteratura può davvero trasformare i territori e un libro è uno strumento di azione, emancipazione e trasformazione potentissimo per le comunità, soprattutto se sono chiuse e isolate, territori di povertà educativa dove bambini e ragazzi non hanno l’opportunità di far sentire la propria voce, guardare oltre l’orizzonte. Nei bambini di Lampedusa è forte l’identità lampedusana ma altrettanto forte è la voglia di conoscere e di spaziare; la biblioteca per sua natura non è solo una teca che raccoglie libri ma un luogo di incontro, un mondo in cui navigare con la fantasia. La biblioteca è un luogo simbolico, il luogo dell’incontro, lo spazio del confronto; nella biblioteca c’è la possibilità di sentirsi protagonisti perché sono gli stessi ragazzi che la gestiscono.
Un altro elemento importante è la creazione di comunità. Nella società di oggi siamo arrivati a  paradigmi educativi e sociali che hanno un po’ sfibrato il senso di comunità e puntano molto sulla competizione, l’individualismo. Le esperienze come quella di Lampedusa riportano l’attenzione sull’uomo, sul fare e sul costruire insieme, sulla comunità come cellula viva di un territorio che si mobilita per trovare le risorse per realizzare i propri sogni e i servizi di cui si ha effettivamente bisogno. A Lampedusa si è concretizzato l’attivismo del cittadino che non rimane a guardare, ma decide in prima persona di migliorare il territorio a cui appartiene. La letteratura per stimolare la cittadinanza attiva con i suoi straordinari strumenti come i silent books, libri senza parole che abbattono le barriere linguistiche, di cui c’è una letteratura scientifica molto vasta.

Quando, come e perché hai abbracciato questo progetto?
Ho conosciuto il progetto grazie a Della Passarelli, editrice illuminata, che mi ha parlato della mostra e invitato alla seconda edizione. Ho scoperto Sinnos perché interessata ai testi che non solo raccontavano un mondo multiculturale, ma proponevano percorsi interculturali. Ho partecipato poi al terzo Camp, nel novembre 2015, e ne ho immediatamente compreso la validità dal punto di vista pedagogico.

Perché una docente di Pedagogia decide di prendere parte a un progetto come quello promosso a Lampedusa e decide di seguirlo fin nelle sue fasi operative?
Perché questa è la pedagogia attiva, attenta ai bisogni dei territori. Da qui l’esigenza di sistematizzare un modello di promozione della lettura nelle zone di confine che tiene conto delle esigenze e dei sogni di bambini e ragazzi e lo fa con i buoni libri. La buona letteratura non è solo quella che resta nello scaffale dello scrittore, dell’illustratore e del gruppo di lettori che ne usufruisce, ma anche quella che nasce dallo scrittore/illustratore, incontra i lettori adeguati che creano laboratori di lettura in grado di veicolare valori come l’inclusione, l’accoglienza dell’altro, del diverso, di superare i pregiudizi, di sovvertire i luoghi comuni, di reinterpretare il qui e l’altrove, il centro e la periferia, l’io e l’altro. In sintesi, di promuovere proprio attraverso la lettura azioni in grado di incidere significativamente su un territorio.

Nel libro torna di frequente un particolare e affascinante concetto, quello di “attivista della lettura”. Chi è un attivista della lettura?
Lattivista della lettura è sicuramente un appassionato di buoni libri con l’idea che l’essere militanti serva a promuovere libertà. L’attivista riesce ad attivare processi partecipativi e generatori di cambiamento: attraverso i libri sa stimolare la partecipazione dei cittadini, di una comunità, di un gruppo; è una sorta di agente di sviluppo locale.
Sicuramente è anche un ricercatore attento alle ultime novità editoriali; considera la lettura soprattutto un atto educativo e quindi è capace di costruire percorsi con i lettori e non per i lettori, quindi con i bambini e i ragazzi, non per i bambini e i ragazzi, rendendoli protagonisti; sa lavorare in gruppo, creare empatia, condividere i progetti anche con le istituzioni. Un attivista della lettura ha soprattutto una grandissima resilienza, una spiccata determinazione e la capacità di resistere e superare le difficoltà, inevitabili in ogni progetto nuovo e complesso. Poi non deve mai mancare l’entusiasmo, così come il desiderio di cambiare le cose cominciando proprio dall’attivare le risorse di cui ogni territorio dispone.

A Lampedusa ci sono due diversi modi di essere bambini: bambini lampedusani e bambini di “passaggio”. Quanto sono lontani questi due mondi?
Sono mondi in apparenza molto lontani perché non si creano situazioni che li avvicinino. La biblioteca è stata creata con l’idea che debba e possa esistere a Lampedusa un luogo di incontro; occorre fare i conti sia con il fatto che l’arrivo dei bambini migranti sull’isola non è prevedibile, in quanto legato agli sbarchi, sia con il sentire dei bambini lampedusani, che non sempre hanno voglia di affrontare i problemi dei loro coetanei appena sbarcati. Sono mondi che rischiano di non parlarsi mai; è quindi fondamentale, affinché le esclusioni non si moltiplichino, che esistano iniziative come questa. La biblioteca cerca e vuole l’incontro.

Il libro parla di isola-laboratorio, intendendo i laboratori come luoghi di promozione dei valori democratici: «Si tratta di una metodologia innovativa, particolarmente adatta per creare e gestire una public library in una zona di confine. Consiste in un approccio di educazione alla lettura che richiama in un certo senso le esperienze di cittadinanza attiva promosse dalle associazioni umanitarie nei contesti di frontiera e che insiste sul potere trasformativo della letteratura attraverso il coinvolgimento di professionisti volontari» (Zizioli, 2017, pp. 75-77).
Lampedusa riassume a mio avviso una serie di condizioni che la rendono quasi un laboratorio a cielo aperto, esportabile e riadattabile quindi dalle isole alle città. L’idea del laboratorio è stata accostata all’idea che l’esperienza non muoia con Lampedusa: oggi la biblioteca c’è, il progetto è riuscito, ma l’intuizione è che questo progetto possa continuare. Se ci sono condizioni di povertà educativa, scarsità di risorse, bambini che vogliono imparare, bambini diversi in contesti culturali multietnici quali sono quelli di oggi, un progetto del genere può essere esportato. Il Camp, come è stato realizzato sull’isola, è una novità assoluta. La bellezza del luogo ti cattura, ma l’Italia è piena di luoghi nei quali alla bellezza naturale non corrisponde una ricchezza sociale ed educativa. IBBY International – che ha impegnato nel progetto tutte le sezioni nazionali di IBBY presenti nei cinque continenti – ha guardato con grande interesse a questo programma, considerato innovativo, sia per come è stato realizzato sia per la metafora che incarna: la migrazione che da sempre appartiene alla vita dell’uomo.

In che modo riescono a incidere sul territorio le mostre itineranti di Libri senza parole?
Le mostre itineranti hanno un altissimo valore educativo, innanzitutto grazie alla bellezza di questi testi e la bellezza è un valore educativo da perseguire. Valore universale e soprattutto in grado di affinare la sensibilità e riscattare da condizioni di povertà non solo materiale. Maggiore è la condizione di scarsità, maggiore aiuto potrà provenire dalla bellezza. Purtroppo ce ne siamo un po’ dimenticati, ma andrebbe ricordato e riaffermato il valore dell’arte come strumento e percorso di rigenerazione e riscatto. C’è da aggiungere che la mostra crea empatia: tutti guardano e sfogliano gli stessi libri, quindi tutti possono riconoscersi e sentire l’altro proprio attraverso la mediazione delle immagini.

Quali sono le maggiori difficoltà nel trasformare un progetto “sperimentale” in continuità educativa e civile?
Le difficoltà, come in tutti i progetti sperimentali, sono legate alle persone e al loro senso di responsabilità. Occorrono persone speciali per realizzare progetti speciali e indubbiamente IBBY è una realtà di persone speciali, che credono fortemente nel progetto, con difficoltà da affrontare inerenti le contingenze. Quindi emergono tutte le difficoltà di un progetto fortemente legato alla quotidianità e alle persone che ci devono credere e lo devono realizzare, progetto quindi che ha a che fare con il cuore e l’intelligenza delle persone.

Attraverso quale libro sei venuta a contatto con il mondo dei silent book?
Il primo silent book che ho avuto per le mani e che ho conosciuto, con il quale ho lavorato a lungo è Migrando di Mariana Chiesa Mateos (Orecchio Acerbo 2010).

Cosa c’è da leggere sul tuo comodino?
Ho un meraviglioso albo canadese non ancora tradotto in italiano che parla di rifugiati, Stormy Seas: Stories of Young Boat Refugees, di Mary Beth Leatherdale, illustrazioni di Eleanor Shakespeare; Fifa nera, fifa blu di Alessandra Ballerini-Lorenzo Terranera (Donzelli, 2017) e il romanzo Controvento di Federico Pace (Einaudi, 2017) che ho appena finito di leggere. Campeggiano poi i testi che sto studiando per il mio lavoro universitario, ma non credo sia interessante in questa sede conoscerli!

Le pagine che hanno reso I tesori della letteratura sull’isola. Una pratica di cittadinanza possibile un libro speciale sono il risultato della professionalità, dell’esperienza e della collaborazione di più persone.
Elena Zizioli, autrice, insegna Letteratura per l’infanzia preso l’Università degli Studi di Roma Tre.
Giulia Franchi, coautrice del testo, responsabile dei Servizi educativi, formazione e didattica Palazzo Esposizioni.
Silvana Sola, presidente di IBBY Italia.
Deborah Soria, responsabile del progetto per IBBY Italia.

La lezione di Bernard Friot: ascoltare i bambini

SCARABOCCHI – La rubrica dedicata alla letteratura per bambini e ragazzi 

di Rossella Gaudenzi

«Paolo, Jan, Kurt, Juri, Jimmy, Ciù e Pablo erano sette, ma erano sempre lo stesso bambino che aveva otto anni, sapeva già leggere e scrivere e andava in bicicletta senza appoggiare le mani sul manubrio.
Paolo era bruno, Jan biondo, e Kurt castano, ma erano lo stesso bambino. Juri aveva la pelle bianca, Ciù la pelle gialla, ma erano lo stesso bambino.
Pablo andava al cinema in spagnolo e Jimmy in inglese, ma erano lo stesso bambino, e ridevano nella stessa lingua».
Gianni Rodari, Uno e sette, in Favole al telefono

Quasi un incontro tra pari quello avvenuto alla Biblioteca Centrale Ragazzi, a Roma lo scorso 5 ottobre, tra Bernard Friot, il celebre scrittore e insegnante francese, e gli alunni di una terza primaria della Scuola elementare Grottarossa.
Bernard Friot, per l’appunto noto come il Gianni Rodari francese, è uno degli autori di Sette e uno. Sette bambini, otto storie, la recente pubblicazione di Einaudi Ragazzi illustrata da Mariachiara Di Giorgio e curata da David Tolin, che nel 2010 ha fondato la libreria specializzata per ragazzi Pel di Carota a Padova.

«Per questo libro  – si legge nella sua introduzione – quello che avete in mano in questo momento, è stata scelta la favola più intensa e civica della raccolta, Sette e uno, per parlare d’infanzia oggi, per provare a raccontare il nostro contemporaneo, a cinquantacinque anni dall’originale, per costruire una nuova geografia umana o solamente per continuare a “giocare” con le parole di Rodari, le sue idee, la sua forza».

David Tolin ha raccontato ai giovanissimi ascoltatori che l’idea è nata «dalla voglia di giocare con le parole alla maniera di Gianni Rodari. Dal libro Favole al telefono ho scelto Uno e sette che inizia così: “Ho conosciuto un bambino che era sette bambini”. Idea semplice, perché mi sono chiesto se ci fosse qualcuno che volesse raccontare la storia di tutti i bambini contenuti nella favola: Paolo, Jean, Kurt, Juri, Jimmy, Ciù, Pablo. Sono andato a un’importante fiera del libro per ragazzi, il Bologna Book Children’s Fair, ho bussato alla porta della casa editrice Einaudi, ho proposto il progetto e dopo poco mi è stato risposto che sì, si poteva fare. E così ho chiesto a sette famosi scrittori per ragazzi di scrivere una storia. Loro sono Beatrice Masini, Bernard Friot, Ulrich Hub, Daria Willemstad, Dana Alison Levy, Yu Liqiong e Jorge Lujàn».

Bernard Friot, dopo aver letto Un et sept nella sua lingua, il francese, fa da calamita per tutti i presenti, piccoli e grandi lettori e in un italiano dolce e musicale si racconta, incalzato delle domande vivaci dei bambini.
Racconta degli inizi, del suo mestiere di insegnante di liceo in un plesso che comprendeva una Scuola Primaria e proprio lì, tra i banchi degli alunni più piccoli, è iniziato uno scambio proficuo. «Mi mettevo in fondo alla classe ed era lì che i bambini venivano a raccontarmi le loro storie che io trascrivevo puntualmente, facendo loro quasi da segretario. Poi, poco a poco, ho iniziato a rispondere con le mie storie alle loro storie; ogni tanto regalavo un racconto a un bambino. Non ero ancora uno scrittore; mi è stato suggerito di inviare i miei racconti a una casa editrice. È così che sono diventato scrittore, senza volerlo. Perché la vita è davvero sempre piena di sorprese e di possibilità».

Il suo primo libro è Histories pressées, pubblicato nel 1988 e tradotto in italiano con Il mio mondo a testa in giù (Il Castoro, 2008) cui è seguito Altre storie a testa in giù (Il Castoro, 2014).
Impossibile per lui citare un libro preferito. «Quanti libri non ho ancora letto? Sono tanti i libri che ho amato, legati a momenti diversi della mia vita. Ho molto amato i libri di Rodari Favole al telefono e Le avventure di Cipollino. Come si fa a non amare la storia di una cipolla? La lettura è esattamente il momento della vita in cui leggi un determinato libro, con tutte le sensazioni che comporta».
Si rammarica di non aver conosciuto Gianni Rodari. Quando morì nel 1980 Friot non aveva ancora letto le sue opere, che ha scoperto solo due anni dopo. «Cinque anni fa – ricorda lo scrittore – sono andato a visitare la casa di Rodari a Roma, ho ammirato la sua scrivania, il luogo della creazione dei suoi libri, e ho vissuto un momento molto emozionante».

Una bambina, che secondo la maestra è fissata con l’età, gli chiede quanti anni ha. «Sette volte sette più dieci più nove», risponde Friot. Ma il calcolo è sbagliato, perché un tentativo dopo l’altro, arriviamo a capire che Bernard Friot ha sessantasei anni.

«Dove vivi? In Francia. Dov’è la Francia? A Parigi» suggerisce qualcuno. «Ma no, è Parigi che si trova in Francia» corregge prontamente qualcun altro.

«Quanti libri hai scritto?», incalzano i bambini. «In Francia si è soliti dire: quand on aime on ne compte pas, ossia quando si ama non si conta – risponde Friot – Non lo so, perché ogni libro è il riassunto di tanti incontri: il libro l’ho incontrato prima, durante e dopo la scrittura del libro stesso».

«Qual è il tuo ultimo libro?»
«Il mio ultimo libro non è ancora uscito in Italia, sarà edito da Lapis e, sulla scia di Dieci lezioni sulla poesia, l’amore e la vita (Lapis 2016) avrà il titolo Dieci lezioni sulla cucina, l’amore e le vita. Il tema culinario sarà quindi dominante. Il testo è scritto, ora sono all’opera traduttrice, grafico e tutte le altre figure che realizzano quei bellissimi oggetti che sono i libri».

«Scrivi libri con altri scrittori?».
«Non direttamente. Posso affermare che quando scrivo ho in testa tutte le storie che ho letto; di sicuro l’ispirazione mi arriva da Rodari così come nei miei libri sono presenti altri scrittori e storie, ma finora non ho mai scritto un libro a quattro mani, insieme a un altro autore. Non ho un metodo di scrittura strutturato, potrei dire che buona parte della mia scrittura è affidata all’improvvisazione: oggi scrivo tre pagine, domani nulla, la storia deve arrivare a me, quindi, ad esempio, esco a passeggiare. Non posso certo considerarmi uno scrittore disciplinato».

Poi, con i bambini, accade quel che Bernard Friot ha anticipato all’inizio dell’incontro: si dà loro modo di giocare con le parole e iniziano a dare sfogo alla fantasia, creare e inventare l’incipit di storie. Partendo da una struttura in cui sono gli oggetti a raccontarsi, i bambini iniziano con: Un giorno un… mi ha detto. Un giorno un martello mi ha detto… L’oggetto-soggetto cambia vorticosamente. Una panchina davanti alla scuola. Un collare per cani. Una televisione. Un’auto sportiva. Un libro di storia. E così via.

È questa la grande lezione di Bernard Friot: occorre ascoltare i bambini, quel che i bambini hanno da dire e da raccontare. E sicuramente il bambino che è dentro di noi si risveglierà.

Bernard Friot, nato a Saint-Piat nel 1951, è uno dei più originali e amati scrittori per ragazzi. Prima di approdare alla scrittura ha insegnato in una scuola di Lile e poi per quattro anni è stato responsabile del “Bureau du livre de jeunesse” a Francoforte. Da allora si dedica alla traduzione dal tedesco di fiabe e novelle ritenendo che questa attività abbia la medesima nobiltà e creatività della scrittura d’invenzione. Stando a stretto contatto con i bambini ha avuto la possibilità di studiarne la grande creatività anticonvenzionale nell’inventare storie, che è diventato il suo modello stilistico. Friot infatti si autodefinisce uno “scrittore pubblico”, in virtù della necessità che ha di fare spesso incontri con il suo pubblico di giovani lettori per ricaricarsi di emozioni. In Italia i suoi libri hanno molto favore da parte di ciritica e pubblico: il suo primo libro di racconti Il mio mondo a testa in giù ha vinto il Premio Andersen 2009 come migliore libro 9/12 anni. Vive e lavora a Besançon in Francia.

La Biblioteca Centrale Ragazzi (via San Paolo alla Regola 15) è dedicata esclusivamente alla letteratura per ragazzi. Custodisce circa 30mila testi tra favole, fiabe, fumetti e libri illustrati per bambini, testi di educazione alla lettura e alla multiculturalità, una raccolta storica dagli anni ’80 di letteratura giovanile e dei periodici di letteratura per ragazzi.

La magia dei libri tattili illustrati

SCARABOCCHI – La rubrica dedicata alla letteratura per bambini e ragazzi 

di Rossella Gaudenzi

«Quanto paesaggio si può scoprire anche in pochi centimetri quadrati! Toccare, sentire una superficie (la “pelle” delle cose) consente di avvicinarsi ad una conoscenza molto profonda del mondo perché permette di avere un contatto intimo con un luogo, una persona o anche solo una materia. È un movimento verso un sapere sensibile. È un viaggio. Anzi, può essere il viaggio». [Mauro L. Evangelista]

Il mio ingresso alla Federazione Nazionale delle Istituzioni Pro Ciechi Onlus ha il sapore di un ingresso a teatro. Dalla soglia vengo guidata, nella penombra, verso l’atrio che ospita la mostra A spasso con le dita e dove uno a uno si accendono i led a illuminare dodici tavole d’artista.

«Dodici tavole, per ogni tavola una parola che è parola di solidarietà, per ogni tavola con la sua parola di solidarietà, un artista”, esordisce Pietro Vecchiarelli, insieme a Stefano Alfano mente e braccio del Centro Produzione Libri Tattili.
Ed ecco che individuo le opere di Gek Tessaro-Scambio, Lorenzo Terranera-Dono, Chiara Carrer-Cerchio, per citarne tre fra i miei preferiti.

Ci spostiamo in una sala luminosa, un misto di ufficio e laboratorio, pieno com’è di scartoffie, materiali di vario tipo, macchinari: è appena arrivato un libro per il concorso Tocca a te! che Pietro Vecchierelli scarta sotto i miei occhi, occhi profani ai quali sembra un prodotto ben fatto.
«A spasso con le dita – prosegue Pietro – è un progetto riuscito, ben costruito e di grande successo finanziato da Enel Cuore Onlus che ha permesso, nel triennio 2010-2013, di produrre cinque libri tattili illustrati in mille copie ciascuno, pensati per essere condivisi tra lettori ciechi, ipovedenti e vedenti che, con doppio testo in nero e braille, sono stati distribuiti nelle biblioteche pubbliche, ospedali pediatrici, istituzioni culturali. Il progetto è andato talmente bene che Enel Cuore ha chiesto di produrre sia un sesto libro tattile, Settestella di Dario Moretti, sia una mostra itinerante di tavole tattili d’artista per esprimere il tema Le parole della solidarietà». Ed è presto spiegata la mostra.

Pietro Vecchiarelli e Stefano Alfano sono responsabili del Centro Produzione Libri Tattili, settore parallelo al Centro di Produzione del Materiale Didattico che realizza il materiale didattico per ragazzi ciechi in età scolare, 3-18 anni, destinato alle scuole. Sono stati assunti nel 1999 insieme ad altri tre tecnici di produzione per far sì che questo centro, all’epoca agonizzante, fosse rimesso in sesto.

Quale lavoro svolgono i responsabili del Centro Produzione Libri Tattili?
I loro compiti sono molteplici, le competenze le più disparate: produrre i libri, organizzare le mostre, portarle in giro, occuparsi del sito, trascrivere il braille, organizzare il concorso, presentare progetti per cercare i fondi per poter editare.
«A livello statale – spiega ancora Pietro Vecchiarelli – queste sono istituzioni che potrebbero fare di più: occorrerebbe coordinarsi, coinvolgere qualcuno che si appassioni. In questo momento la Fondazione Cariplo ci ha commissionato la produzione di due libri molto belli in 400 copie ciascuno, ora in stampa, Ombra e Foglie. In Francia si lavora diversamente: si edita un libro in qualche centinaio di copie e in una settimana tutte le biblioteche, in rete, chiedono il libro che viene distribuito a livello capillare. Ogni qualvolta esce un libro c’è una distribuzione garantita che consente il recupero rapido dei soldi ed è possibile andare in stampa con il titolo successivo. In Italia è tutto scollegato: alcuni progetti sono locali, alcune biblioteche fanno parte del comune, altre fanno capo alla Provincia, alcune sono biblioteche scolastiche. L’iter è complesso e farraginoso, però non ci perdiamo d’animo e pian piano procediamo. Ad oggi abbiamo prodotto cinquanta libri tattili illustrati. Realizziamo mostre che funzionano, c’è un piccolo mondo di nicchia, fatto di tante famiglie, tanti bambini».

Come funziona la stampa un libro tattile illustrato?
Il libro viene interamente creato presso il Centro: disegni, grammatura della carta, colle, adesivi, impaginazione, spessore delle pagine e così via. Gli unici tre passaggi che si svolgono altrove sono la stampa eseguita in tipografia, la stampa braille in serigrafia, la rilegatura. L’allestimento del libro, ossia l’assemblaggio delle parti, viene sempre e comunque svolto presso il Centro.


Come nasce il concorso nazionale
Tocca a te!?
Dal 2003 la Federazione si è agganciata al Concorso europeo Thyphlo & Tactus che, grazie al contributo della Commissione Europea e del Ministero Francese della Cultura, dal 2000 al 2007 ha promosso e diffuso l’editoria tattile a livello internazionale. I libri tattili illustrati vincitori delle varie edizioni del concorso sono stati editati nelle lingue dei paesi partecipanti. Dal 2008 il Gruppo Internazionale Tactus, autofinanziandosi, continua a esistere e a collaborare, tanto che il concorso è diventato mondiale.

«La novità del progetto Tactus – prosegue Pietro – è affermare l’esistenza di una modalità per illustrare una storia, quindi i libri prodotti da genitori, ragazzi e insegnanti sono stati raccolti, è stato creato questo concorso europeo la cui finalità era quella di premiare un libro vincitore e distribuirlo in tutte le lingue dei Paesi partecipanti. La si può definire la prima distribuzione seriale di un libro tattile illustrato. La finalità del progetto europeo era avere questi libri, dal costo di distribuzione elevatissimo, a un prezzo calmierato, agevolato; i fondi della Commissione Europea confluivano nel valore del libro che poteva così essere venduto a 10-15 euro».
Nonostante dal 2007 il progetto europeo Typhlo & Tactus non abbia più i finanziamenti, la forza di questa iniziativa si è sedimentata in ogni nazione partecipante. Si è deciso quindi di farlo proprio, il concorso. Il Gruppo Internazionale Tactus ha stabilito di limitare a cinque il numero di libri per ogni nazione, occasione per creare in ogni Paese il proprio concorso nazionale.

In Italia è nato Tocca a te!, concorso biennale giunto alla quarta edizione con la finalità di scegliere i cinque libri per il Tactus ma anche di mettere in gioco genitori, ragazzi, insegnanti. La premiazione è stata ospitata, per le prime tre edizioni, a Padova, Genova, Reggio Emilia, quest’anno sarà la volta dell’Istituto Serafico di Assisi, domenica 18 giugno.
Il concorso è dedicato a Mauro L. Evangelista, insegnante di educazione artistica della scuola munariana R. Bonghi di Roma che ha vinto il premio Tactus nel 2005 e 2006 con i titoli Troppo ordine, troppo disordine e Cuore di pietra.

«Mauro – ricorda Vecchiarelli – scomparso prematuramente, è stato un nostro caro amico e un collaboratore prezioso. Grande appassionato di illustrazione, ha dato vita a meravigliose installazioni e laboratori con materiali poveri come carta e corda. È riuscito a far sì che il libro tattile illustrato superasse gli schemi tradizionali della didattica speciale (la coccinella che si sposta sul piano inclinato), ma diventasse qualcosa di più complesso e articolato anche per temi maggiormente educativi».

Chi sono i partecipanti al concorso?
«L’intenzione non è quella di produrre esclusivamente libri belli – prosegue Pietro – che comporterebbe un concorso aperto a illustratori e scuole di grafica. La nostra finalità è produrre libri tattili illustrati e coinvolgere operatori, insegnanti, famiglie, bambini ciechi, curiosi, quindi a Tocca a te! possono partecipare tutti e per permetterlo abbiamo creato più categorie di concorso, con ben cinque premi diversi e tre menzioni speciali. Il premio più importante, Miglior Libro Italiano riceverà un premio in denaro di un importo di 1.500 euro».

Nel frattempo attorno a noi accadono cose e transitano persone, come sottofondo un suono di fustella. La visita non può considerarsi conclusa senza esplorare la “sala macchine” e quindi macchinari di stampa a rilievo e a controllo numerico per la prototipazione, macchine per la cartotecnica. In questo luogo tutti sorridono. Arrivo a capirlo mentre varco nuovamente la soglia, stavolta in uscita.
Il sogno di Pietro e Stefano è produrre libri, arrivare a editare ogni anno cinque titoli con tiratura un migliaio di copie da distribuire tra istituzioni, biblioteche pubbliche, ospedali pediatrici. L’impressione, quel che resta, è di aver attraversato un luogo di creazione di bellezza ma soprattutto di superamento del limite in cui ognuno fa la sua parte con, quasi un paradosso, una luce speciale negli occhi.

La casa editrice Rrose Sélavy alla ricerca del bello

SCARABOCCHI – La rubrica dedicata alla letteratura per bambini e ragazzi 

di Rossella Gaudenzi
La piccola casa editrice Rrose Sélavy veleggia alla ricerca del bello. Nata nel 2014 a Tolentino, delizioso centro del maceratese, per volontà dell’editore e scrittore Massimo De Nardo, si distingue per la cura dell’oggetto libro nel panorama dell’editoria per ragazzi.
Quanto a illustrazioni, la casa editrice si può pregiare di splendide tavole di firme famose quali Gianni De Conno, Fabio Visintin, Paolo D’Altan. Tra gli scrittori del catalogo ce ne sono molti che non avevano mai scritto  per ragazzi, come Loredana Lipperini, Carlo Lucarelli, Sandra Petrignani e Igiaba Scego (a breve l’intervista sul suo Prestami le ali).

Massimo De Nardo ci racconta la sua avventura editoriale.

Partiamo dal nome della casa editrice, Rrose Sélavy, ricercato, ricco di suggestioni e diversi piani di lettura. Ci racconti la genesi di questo nome?
Nasce da una passione per Marcel Duchamp, tra i più interessanti artisti della cultura “visiva” del Novecento (per non dire “pittorica”, dal momento che Duchamp aveva smesso di dipingere). Assieme a Picasso, ha reso tutto possibile, nelle arti figurative, e, al tempo stesso, reso tutto impossibile. C’è una foto, notissima, scattata da Man Ray (altro straordinario personaggio) che ritrae Duchamp vestito (non travestito) da donna. Man Ray ha scritto sulla foto: “Rrose Sélavy alias Marcel Duchamp”. E questa inversione di identità è già di per sé un pensiero concettuale, ironico, giocoso. Le opere di Duchamp hanno più di cento anni, ma per noi, e non solo per noi, rappresentano ancora la modernità. Difficile non essere “duchampiani”. Il nome Rrose Sélavy è parte di una dedica che Duchamp fece al suo amico Picabia. È anche un anagramma: la vita è passione (eros). Un bel po’ di cose, quindi. Che abbiamo fatto nostre.

Quando e perché hai pensato di avventurarti nella creazione di una casa editrice per ragazzi? E a quale fascia d’età si rivolge Rrose Sélavy?
Pubblicavamo una rivista trimestrale, Rrose, sulla creatività. L’idea di un inserto si è poi trasformata in un vero e proprio progetto editoriale (era il 2014), l’attuale collana di libri illustrati per ragazzi, Il Quaderno quadrone. Siccome il nostro destino non è scritto da nessuna parte, succede che – citando Cristina Campo – si possa «realizzare l’impossibile attraverso l’impossibile». Oggi le collane sono tre: Il Quaderno quadrone, Il Quaderno cartone (per i lettori più piccoli), Il Quaderno Ready Made (romanzi brevi, non illustrati). L’età dei nostri lettori: dai quattro ai sedici anni. Una misura anagrafica certo molto elastica, dentro la quale ci sono anche i lettori adulti. Dipende ovviamente dalle storie che proponi.

Quante persone lavorano presso la casa editrice e come sono distribuiti i ruoli? Quanti titoli pubblica annualmente Rrose Sélavy?
Tre (due responsabili tutto-fare e un grafico editoriale). Coerenti con il fatto che siamo una piccolissima casa editrice. Pubblichiamo quattro o cinque titoli, con il desiderio di farne qualcuno in più, senza però oltrepassare quel limite oltre il quale può diventare più difficile seguire con la giusta attenzione i singoli titoli, come invece facciamo.

«Ciò che sta caratterizzando questa nostra piccola casa editrice è l’aver coinvolto scrittori e scrittrici che non avevano mai scritto per ragazzi. Continueremo così».  Quali sorprese e scoperte sono scaturite da questa scelta editoriale?
È stata una scelta che in qualche modo ci ha contraddistinto, anche se non sono mancate le difficoltà, specialmente in questo settore che è abituato un po’ alle etichette di genere. La sorpresa, all’inizio, eravamo noi a farla nascere negli altri: una piccolissima casa editrice che si presenta con autori di alto livello. Le scoperte sono quotidiane, a volte piacevoli altre meno: cercare gli autori, coinvolgere gli illustratori, spostare poi la creatività verso la realtà commerciale nei rapporti con i distributori, le librerie, i lettori. Costruire esperienza sugli errori e sui successi, ogni momento, come per qualsiasi altro lavoro autonomo.

Soffermiamoci sul progetto editoriale Il Quaderno quadrone, che esalta innanzitutto la bellezza dell’oggetto libro.
Quello che una storia racconta non esiste se un libro non viene aperto. Pensiero ovvio. Che porta a dire che l’aspetto esteriore ha una sua responsabilità nel farci desiderare di aprire un libro. Un libro va realizzato con criteri tecnici ed estetici: tipo di carta, lettering, formato, grafica di copertina, impaginazione, rilegatura. Noi siamo partiti da questa linea di condotta, e cercheremo di mantenerla.

La casa editrice è promotrice di cultura in senso lato tra i banchi di scuola attraverso laboratori di scrittura per la scuola primaria e secondaria. Quale impatto ha questa attività sul territorio e quante energie richiede? Va considerata attività necessaria?
Estremamente necessaria. I nostri laboratori sono improntati “rodarianamente” sulla scoperta delle parole, sulla ricerca dei significati, sul racconto fantastico, sul gioco espressivo. Coinvolgere le scuole nei progetti di scrittura è una responsabilità non di poco conto, perché oltre a interessare le insegnanti (in genere, quasi tutte donne) e gli alunni ci sono anche le famiglie e, in maniera più ampia, i cittadini consapevoli.

Rrose Sélavy è una casa editrice che ha sede a Tolentino, splendido paese messo in ginocchio dal terremoto del 2016. Lo scorso novembre è uscito L’altra notte ha tremato Google Maps, di Michela Monferrini. Il libro ha avuto un discreto successo. Letteratura come esperienza di condivisione, come catarsi?
La letteratura è – se così posso dire – la vita degli altri che facciamo nostra. Michela Monferrini, che nel suo libro racconta il terremoto di Amatrice, pur affrontando una realtà carica di dolore è comunque riuscita con intelligenza e sensibilità a raccontarci una storia delicata, i cui protagonisti sono una nonna, suo nipote tredicenne Giordano e una ragazzina, Elisa, con la quale Giordano scambia una serie di sms tra cronaca dell’evento drammatico e sentimenti personali. La domanda del nipote tredicenne: «Come portare la nonna che non cammina più in un posto che non c’è più» è risolta attraverso Google Maps, che ci fa vedere Amatrice com’era prima, ci fa di nuovo attraversare le sue strade. Questo elemento aggiunge valore narrativo a una vicenda che ha coinvolto emotivamente molti lettori. Condivisione e catarsi? Probabile che la letteratura serva anche a questo, e se così è evviva la letteratura.

Massimo De Nardo scrittore e al contempo editore. Che mestieri fantastici!  novembre 2012 (Il Quaderno quadrone, nuova edizione novembre 2016 con illustrazioni di Giulia Orecchia) e Maffin, marzo 2016 (collana Il Quaderno Ready Made).
Due identità che vanno molto d’accordo tra loro. Si aiutano a vicenda, e spero di ricavarne uno sguardo completo, oggettivo e partecipativo. Essere editore (nel mio piccolo) mi fa vedere più razionalmente l’altra parte di me che pretende di essere scrittore (nel mio piccolo).

Ultima domanda di rito: quali libri ci sono sul tuo comodino?
Uno solo, ma sta lì da tempo. Perché ho smesso di leggere a letto. Per il semplice motivo che leggo molto durante il giorno. Credo però che la domanda non volesse indicare un luogo o delle abitudini di lettura, ma sapere cosa legge chi si occupa, come me, di editoria per ragazzi. Non faccio delle distinzioni nette, importante è che le storie siano ben scritte e che abbiano qualcosa da dire. Mi ritrovo comunque a leggere di più i libri per adulti, anche se – come dico spesso durante i nostri laboratori di scrittura – è il modo in cui le racconti, le storie, a farle essere per adulti o per ragazzi.

Qualcunoconcuicorrere: giovanissimi in blog!

SCARABOCCHI – La rubrica dedicata alla letteratura per bambini e ragazzi 

di Rossella Gaudenzi

Ho conosciuto Matteo Biagi, professore di italiano di scuola media e fiorentino di adozione, lo scorso gennaio. L’occasione: Pezzettini. La festa della lettura a Torpignattara; il tema della chiacchierata e dell’incontro: raccontare con tutti i mezzi.  Matteo, appassionato ed entusiasta, ha raccontato la bellissima esperienza del blog qualcunoconcuicorrere.org. che ha fondato nel 2012, Nel 2015, invece, ha dato vita insieme ad altre quattordici persone alla rivista Libri Calzelunghe, dedicata alla letteratura per bambini e ragazzi.

Matteo Bianchi

Matteo Bianchi

Approfondiamo queste esperienze a partire dalla tua vocazione, l’insegnamento dell’Italiano a ragazzi tra gli 11 e i 14 anni e la promozione della lettura. Che cosa occorre oggi per essere un buon insegnante, al passo con i tempi? Che cosa alimenta la tua passione per l’insegnamento in questi anni difficili, soprattutto per il mondo della scuola?
Credo davvero che la risposta rischi di apparire banale: innanzitutto bisogna amare questo mestiere, ritenerlo uno dei più gratificanti, e ricordarsi ogni giorno, in mezzo a tutte le difficoltà, che il nostro primo obiettivo è quello di trasmettere ai nostri alunni un po’ della nostra passione. Poi c’è la questione dell’innovazione: occorre conoscere bene le Indicazioni Nazionali,  un documento che lascia spazio a una didattica nuova, e aver voglia di sperimentare.

Che cos’è qualcunoconcuicorrere.org?
È un blog gestito da una redazione di circa venti ragazzi, tra i 12 e i 19 anni. Il lavoro è organizzato e pianificato in questo modo: le uscite settimanali garantite devono essere due, una recensione e un incipit. Gli incipit li cura chi può, spesso io, anche perché è un modo per segnalare le novità editoriali che ci sembrano più interessanti. Le recensioni invece seguono un calendario ben preciso. I ragazzi hanno la totale libertà di scelta dei testi da recensire. In più, quando abbiamo tempo, integriamo con articoli diversi, bibliografie, segnalazioni di film.
Ho chiesto ai redattori di spiegare quale sia, per loro, il valore della partecipazione a questa esperienza. Afferma Vittoria: «Leggere è sempre stata un’azione fondamentale nella mia vita e fin da piccola la vedevo come un qualcosa da fare nella propria intimità. Grazie al blog e al gruppo ho imparato, però, una nuova parola: la condivisione».
Aggiunge Giulia: «Sarò strana, perché se devo essere sincera non conosco quasi nessuno degli altri, ma non credo esista nulla di meglio se non un “luogo” dove ognuno può esprimersi ed essere capito da persone che magari non ti hanno mai visto ma, in un certo senso, sono simili a te in maniera strabiliante. Io il mio posto l’ho trovato in qualcunoconcuicorrere. Mi sento a casa, e non penso esistano sensazioni più belle di questa».

Qual è il riscontro ricevuto dal blog?
Un riscontro davvero inaspettato: in cinque anni di vita ci arrivano testimonianze del fatto che è conosciuto da molti insegnanti che lo leggono nelle classi, da tutti i principali autori per ragazzi, dalle case editrici, alcune delle quali ci inviano i loro testi in anteprima per conoscere il pensiero dei ragazzi. Collaboriamo con diversi festival e abbiamo addirittura pubblicato alcune recensioni su un’antologia scolastica, Controvento di Loescher-D’Anna.

Quali sono state le sorprese più inaspettate e piacevoli ricevute dai ragazzi?
Li ho visti acquisire una sorta di sorprendente professionalità senza che abbiano perso alcunché della spontaneità originaria.

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A far impallidire l’ormai cronica crisi del libro e della lettura c’è l’editoria per bambini e ragazzi, in netta controtendenza. I lettori tra i 6 e i 16 anni sono in crescita. Quali sono secondo te le ragioni di questo fenomeno e perché i giovani lettori, una volta adulti, smetterebbero di leggere?
Mi fa piacere che questa domanda parta da un’analisi veritiera dei dati, almeno facciamo piazza pulita del luogo comune secondo cui i ragazzi non leggono. Se i ragazzi non leggono, figuriamoci gli adulti! Indagare le cause nello spazio di una breve risposta temo non sia semplice, se non al costo di banalizzare, cosa che vorrei evitare. Ma non c’è dubbio che, passata la fase della vita in cui si ha più tempo libero, gli adulti facciano fatica. Il panorama si polarizza tra una nicchia di fortissimi lettori e la maggioranza dei lettori, che legge un libro o due d’estate. Quali ne siano i motivi è difficile dirlo, ma in parte credo c’entri la scuola, che comunque indirizza e stimola curiosità; in secondo luogo, le biblioteche sono divenute luoghi di ritrovo significativi. Musica, tv e cinema, poi, possono essere “ponti” verso la lettura.

Cosa ha aggiunto la paternità al tuo mondo già fatto di libri per bambini e ragazzi?
L’interesse – mai sperimentato prima – per i libri per la fascia zero – tre, che riserva davvero delle sorprese. Con la crescita di Tommaso, poi, arriverò a tutte le tappe successive. Da un altro lato, però, la consapevolezza del fatto che dovrò stare molto attento ad accompagnarlo nella sua formazione di lettore senza essere una figura ingombrante.

libricalzelungheCosa leggevi, tra i dieci e i quattordici anni?
Vuoi la verità? Non molto. La mia formazione di lettore forte è arrivata dopo, al liceo. Dell’età che hai citato tu ricordo qualche classico di avventura: Salgari, Verne, London, I ragazzi della via Pal, Capitani coraggiosi, insomma, niente di diverso da tutti i preadolescenti degli anni ’80.

Volendo dare uno sguardo al futuro, che cosa vedi?
Ci piacerebbe trasformare qualcunoconcuicorrere.org in un’associazione culturale, in modo da radicarci ancora di più e creare per alcuni dei ragazzi la possibilità di trasformare questa esperienza in una professione. Nell’immediato abbiamo un progetto nel cassetto la cui riuscita non dipende da noi, e che per scaramanzia non riveliamo ancora. Diciamo che se si dovesse concretizzare sarete i primi a saperlo.

Hai citato in pratica soltanto ragazze. Nel gruppo ci sono anche ragazzi? E qual è il loro rapporto con smartphone e videogiochi?
Impossibile negare che il gruppo sia in gran parte femminile. Francesco, l’unico citato nella risposta, non è propriamente l’unico: ci sono anche Sebastiano, il nostro critico cinematografico, Enzo e Andrea. In generale posso dire che il loro rapporto con la tecnologia è quello della maggioranza dei coetanei: i redattori del blog oltre a leggere, ascoltano musica, divorano film e serie TV, usano lo smartphone. Credo che la competizione lettura – tecnologia sia un fenomeno da studiare attentamente: non necessariamente si escludono. Spesso gli appassionati di storie le cercano in forme diversificate.

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Cosa c’è da leggere sul tuo comodino e sul comodino dei ragazzi della tua redazione ?
Io sto leggendo L’universo nei tuoi occhi di Jennifer Niven; Federica e Carlotta, due giurate del premio letterario Mare di Libri (www.maredilibri.it), sono impegnate nella lettura dei cinque romanzi in concorso, Emma si divide tra i romanzi in finale allo Strega Ragazzi (parteciperemo alla premiazione) e L’interpretazione dei sogni di Freud. Aurora sta leggendo in anteprima il prossimo volume di Hotspot, Prima che te ne vai e I nostri cuori chimici di Krysthal Sutherland. Margherita è alle prese con Il rosso e il nero, Sarah con Caduto fuori dal tempo di Grossman, l’altra Carlotta con L’arte di essere fragili di Alessandro D’Avenia. Francesco, invece, sta leggendo Tutto ciò che resta di Richmond. Credo che questi esempi (parziali, ne mancano altri) diano il senso della varietà delle loro letture.

Patrizia Rinaldi e la responsabilità della speranza

SCARABOCCHI – La rubrica dedicata alla letteratura per bambini e ragazzi 

di Rossella Gaudenzi

L’occasione per conoscere personalmente Patrizia Rinaldi, la scrittrice partenopea che ha vinto il Premio Andersen 2016 come migliore scrittore, è imminente: la festa della lettura Pezzettini, che si terrà a Torpignattara (a Roma) il 28 e 29 gennaio.
Nel frattempo, però, ho goduto di una piacevolissima conversazione telefonica con l’autrice che si è raccontata in maniera gioiosa e accurata.

Patrizia Rinaldi, laureata in filosofia, ha scritto una ventina di libri, dal noir alla letteratura per ragazzi. Dal 2010 partecipa a porgetti letterari presso l’Istituto Penale Minorile di Nisida.
Nel giugno 2016 ha ricevuto il Premio Andersen, il premio per gli autori e i protagonisti dell’editoria per l’infanzia: «Per una scrittura raffinata e intensa, suadente e precisa. Per una strada che, con fervida e operosa oculatezza, intreccia la scrittura per l’infanzia con la produzione narrativa per adulti. Per la delicatezza e la sensibilità con cui affronta temi non facili, regalandoci altresì una costante linea di sorriso e una vivida rappresentazione del mondo dei ragazzi».

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Questo premio era atteso o inaspettato? Che cosa significa a livello letterario e quale l’impatto a livello pratico?
Non mi aspettavo questo premio. Ho iniziato a pubblicare tardi con continuità, sono quindi un’autrice relativamente recente. Quando ho ricevuto la telefonata ho sentito il cuore uscire dalla schiena, per questioni di onore e di esultanza. Sono stata investita da una  sorpresa molto intensa, una forte impressione; forse anche perché  mi sento periferica e quasi mai al centro delle situazioni.
Cosa è cambiato? Credo sia aumentato il sentimento di responsabilità. In genere scrivo con serenità. Lavoro con editor consolidati, come Luisa Mattia e Federico Appel. Con l’assegnazione di questo premio è cresciuta la voglia di far bene, di non deludere.
Ricevere Il Premio Andersen, premio serio e prestigioso, è stato professionalmente uno dei giorni più belli della mia vita. La giuria aveva letto tutti i miei romanzi, anche i libri per adulti, dimostrando grande cura. Insomma, ho provato onore, gioia, la sensazione di dover far bene, di migliorare.

«Un dato insolito nel panorama nazionale: la capacità di transitare senza sforzi e sempre con esiti quanto mai convincenti dalla scrittura per ragazzi a quella per adulti» si legge nelle motivazioni del Premio. Che cosa significa per Patrizia Rinaldi scrivere per ragazzi e scrivere per adulti?
Rispetto all’impegno non c’è alcuna differenza, c’è una differenza che mi propongo da sola: quando scrivo per ragazzi avverto responsabilità di speranza. La maggior parte dei miei libri per ragazzi è scritta per la fascia d’età 11-14 anni, quindi per un pubblico che affronta i cambiamenti adolescenziali, corporei, di percezione della realtà, le prime consapevolezze di frattura rispetto al mondo infantile. Quando scrivo per ragazzi mi viene di identificarmi con questa fascia d’età, cerco di dire cose non melense. Tratto anche argomenti scabrosi di dipendenze, solitudini, di disagio sociale. Se mi riferisco ai giovani lettori cerco una poetica del nonostante, di soluzione, di via d’uscita; problema che non mi pongo quando scrivo per adulti. Mi piace mantenere una traccia di risorsa, di superamento del limite, ma non è così prioritaria. Nella riflessione sul romanzo cerco di delineare prima i personaggi, poi articolo la storia, man mano, mentre mi rendo conto se è adatta a ragazzi o ad adulti. Le classificazioni sono sempre successive. Il contesto narrativo, il linguaggio, la dinamica della storia ubbidiscono al desiderio sincero di parlare proprio di quei protagonisti, di quella situazione. Alcuni autori hanno un’identità precisa, una vocazione. Mi piace che ognuno possa scegliere in armonia con il genere o il non genere che sente più vicino. Quanto a me, non mi sento rappresentata da alcuna definizione, tra autrice per ragazzi o per adulti; cerco di far bene quello che sto facendo in quel momento.

Se la crisi del libro e della lettura sembra ormai cronica, l’editoria per bambini e ragazzi va controcorrente. I lettori tra i 6 e i 16 anni sono in crescita. Quali sono secondo te le ragioni di questo fenomeno e perché i giovani lettori, una volta adulti, smetterebbero di leggere?
Se si conoscesse la risposta si correrebbe meglio ai ripari. Forse l’editoria per bambini e ragazzi ha mantenuto indipendenza e specificità. Nel nostro panorama letterario coesistono edizioni di alto prestigio. La qualità ha spazio. La casa editrice Sinnos, ad esempio, ha un abito editoriale preciso. Inoltre il libro non viene soltanto pubblicato ma viene difeso, si crede nel lavoro svolto anche grazie all’opera di ottimi uffici stampa; mi fa piacere ricordare Emanuela Casavecchi di Sinnos e Chiara Stancati di Lapis.  Gli editori si fanno carico di accompagnare i più giovani verso il gusto della lettura. Il lavoro di preferenze editoriali e di promozione non può essere solo in funzione di un marketing spregiudicato, i libri pubblicati dopo scelte precise vanno difesi. I lettori se ne accorgono.
Un altro aiuto alla resistenza del libro viene da docenti validi che credono nell’importanza della lettura, anche quando non è ufficializzata da indicazioni curricolari; avvicinano i ragazzi alla fruizione del testo, al di là dei programmi ministeriali, e questo prende fortemente i giovani come modello comportamentale assunto all’interno di un’istituzione. Ho conosciuto insegnanti di frontiera che fanno un lavoro eroico in difesa della lettura. Quando il ragazzo viene lasciato solo, prevale l’immagine, prevale la fruizione passiva, semplificata, e in accordo con il gruppo che crea senso di appartenenza. Servono risorse, investimenti, biblioteche, gruppi di lettura. Naturalmente il mio è uno sguardo meno preciso degli editori e di chi lavora stabilmente nel settore.

la-compagnia-dei-soli-Patrizia Rinaldi e la casa editrice Sinnos costituiscono un connubio felice e consolidato. Quali sono i punti di forza?
C’è un accordo di intenti, un modo di lavorare della Sinnos che mi piace molto, ossia l’idea che il libro sia una collaborazione, perchè il libro non è soltanto dell’autore. Grazie a questa linea si lavora con uno scambio proficuo; all’interno di un progetto ricevo proposte interessanti, senza contare il rapporto di amicizia e di fiducia che si è instaurato. Lavoriamo con le parole e c’è bisogno di fidarsi della progettualità comune. Come casa editrice la Sinnos ha fatto un percorso convincente: si sono formati, battuti, hanno modificato direzione quando hanno capito che c’era bisogno di esplorare altre risorse letterarie. La Sinnos pubblica davvero dei bei libri. Della Passarelli, direttore editoriale, manifesta sempre grande partecipazione al progetto; quanto alla mia ultima pubblicazione, La compagnia dei soli, durante la lavorazione del libro con l’editor Federico Appel sono state messe in campo questioni, soluzioni: un procedere affascinante. Con l’illustratore Marco Paci mi sono trovata in perfetta armonia di segni. Emanuela Casavecchi fa un lavoro di ufficio stampa impeccabile. La sensazione è di lavorare a bottega. Insieme.

Da tempo prendi parte ai progetti didattici presso l’Istituto Penale Minorile di Nisida. Ci racconti questa iniziativa?
Nisida è una piccola isola di origine vulcanica dell’arcipelago delle Isole Flegree. Da decenni è collegata alla terraferma da un pontile. Ha una lunga tradizione carceraria: i Borbone destinarono Nisida come sede di carcere politico. Maria Franco è un’insegnante che si occupa anche di progetti letterari con i ragazzi detenuti. Tutti gli scrittori da lei invitati, su un tema che cambia di anno in anno, incontrano i ragazzi e scrivono con loro. In primavera si pubblica un’antologia i cui proventi ricadranno sul progetto successivo.  Quest’anno sono in compagnia degli scrittori Viola Ardone, Riccardo Brun, Daniela De Crescenzo, Maurizio de Giovanni, Antonio Menna, Valeria Parrella, Carmen Pellegrino, Gianni Solla, Massimiliano Virgilio. Gli scrittori partecipano con consapevolezza e impegno: c’è da imparare.
Nisida è diventata per Napoli un riferimento culturale. Maria Franco e i suoi collaboratori hanno dato vita anche a un parco letterario. Su quest’isola sono passati autori fondanti, tra cui Dumas e Cervantes. Per i ragazzi detenuti si è dimostrato utile avere uno sguardo sull’altro da sé, sul bello, su differenti complessità emotive; qui soggiornano ragazzi dai trascorsi terribili. Hanno avuto a che fare duramente con la giustizia. Noi tutti usciamo migliorati da questa esperienza così forte, addolorati, ma arricchiti. Va detto che i veri protagonisti dell’impegno sono le persone che tutti i giorni lavorano a Nisida: gli insegnanti, gli agenti, il direttore, che è persona eccezionale.
Che il dentro sia fuori e il fuori sia dentro, questo il motto imperante a Nisida. Tornare alla vita, si spera, cambiando prospettiva. È un progetto importante, accolto da noi scrittori con passione.

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Qual è il rapporto con la tua città e quale il riflesso nei tuoi libri?
La mia città è Napoli. La serie noir di tre romanzi pubblicata da e/o è ambientata a Napoli, soprattutto nella zona dei Campi Flegrei. Spero di raggiungere una narrazione non omologata, priva di intenzioni solo distruttive o celebrative. Mi fa piacere raccontare tante città in una, dire dei contrasti di Napoli. Amo la mia città, non sono mai andata via, nonostante ne abbia avuto l’opportunità. Vivo sopra i crateri ed è qui che ho bisogno di tornare, sebbene mi renda conto di quanto lavoro ci sia da fare in questo luogo dalla socialità complessa. Napoli ha una tradizione culturale ingovernabile, quasi ingombrante. Sugli artisti contemporanei gravano tradizioni di bellezza immensa e relativo peso di suggestioni teatrali, pittoriche, filosofiche, architettoniche, musicali, letterarie. Sento l’esigenza anche di tradire Napoli, per non ricadere nella stessa narrazione. Così alcuni miei romanzi, tra cui il prossimo, sono ambientati altrove. Ma poi torno. Mi allontano ma poi torno a questa mia città, al suono della frase, alla formazione letteraria, alla terra campana che sento profondamente mia.

ma_già_primaQual è il rapporto con il femminile e quale il riflesso nei tuoi libri?
C’è una caratteristica femminile che mi appassiona: il limite che diventa risorsa anche grazie alla forza della fragilità. Mi incanta questa prospettiva, questa rivoluzione di piani cognitivi e sentimentali. Per esempio Blanca, la protagonista della serie noir pubblicata dalla casa editrice e/o, è una donna ipovedente dal carattere terribile, che riesce a convertire il limite visivo in risorsa. Passa attraverso il desiderio di farcela nonostante tutto: io non ce la posso fare e invece ce la faccio. La presenza di personaggi femminili è presente in maniera spesso prepotente nei miei libri; amo le donne nella vita e nel romanzo, possiedono complessità belle da raccontare. E amo raccontare le donne vecchie, ferocemente vive nonostante la vicinanza della morte (come Ena, personaggio di Ma già prima di giugno, e/o, 2015). Anche in questo caso siamo di fronte al limite che si supera, per esempio attraverso lo sberleffo. È un dettame che mi concede vitalità.

Stai entrando in una libreria e devi acquistare due libri da portare in dono, uno per grandi e uno per piccini. Con quali libri uscirai?
Regalerei Americana, saggio di Luca Briasco che ho appena letto e che ho trovato strepitoso. È  un libro che porta ai libri come in un effetto domino. A un ragazzo regalerei il meraviglioso libro di Luisa Mattia La scelta (Sinnos, 2005), ma ancora, ai ragazzi farei leggere Il piccione Gedeone (Alberto Graziani, Orecchio Acerbo 2016), complice di smisurata allegria. Ai miei figli ho fatto leggere, e consiglio per l’età adolescenziale, Nick Hornby, Tutto per una ragazza (Guanda, 2008) e l’opera omnia di David Almond tra cui spicca il mio preferito, Skelling (Salani, 2009)A un insegnante regalerei Per una letteratura senza aggettivi (M. Teresa Andruetto, Equilibri Editrice, 2014).

Cosa leggevi, tra i dieci e i quattordici anni?
Libri di avventura, quelli che venivano detti libri per maschi. Mi piacevano i paesaggi delle peripezie e dell’azione, quindi Salgari, Stevenson.

Esiste un personaggio di libri per ragazzi con il quale ti identificheresti?
Mi identificavo con la tigre di Salgari. Nel mio immaginario di bambina la tigre non moriva realmente, uccisa da Sandokan, ma fingeva di morire per dovere di copione. Giocavo poco con le bambole e molto con oggetti o pupazzi che fingevo fossero tigri. Avevo anche un amico immaginario che chiamavo Giovannino, chissà perché.

Cosa c’è da leggere sul tuo comodino?
Il turista (Massimo Carlotto, Rizzoli 2016), Il mostro ama il suo labirinto (Charles Sinnic, Adelphi 2012), Beate e suo figlio (Arthur Schnitzler, Adelphi 1986), Peanuts, Charlie Brown; Appunti di meccanica celeste (Domenico Dara, Nutrimenti 2016).

Un’occasione per immergersi nel mondo letterario partenopeo è Un’Altra Galassia, la festa del libro a Napoli giunta alla VII edizione, «Una festa della città per restituire la letteratura ai lettori», che si svolgerà quest’anno il 9-10-11 giugno. Patrizia Rinaldi in quest’occasione terrà un corso di scrittura. Tra gli ideatori del progetto, Valeria Parrella e Rossella Milone.

Abbiamo inaugurato la rubrica Scarabocchi con l’intervista a Della Passarelli, direttore editoriale di Sinnos Editrice.