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Consigli di lettura “indipendenti” #1

Ai protagonisti di Otto anni di editoria indipendente. Le interviste di Via dei Serpenti , la nostra novità editoriale del 2019abbiamo rivolto una nuova domanda:

Se ti trovassi nella necessità di regalare un libro, soltanto uno, quale sceglieresti e perché?

Ecco le risposte di Vanni Santoni, scrittore e direttore editoriale della collana Romanzi di Tunué, e Francesca Chiappa, editrice di Hacca.

Vanni Santoni
Se il libro deve essere uno nel senso di un libro nell’intenzione dell’autore, non posso che consigliare Alla ricerca del tempo perduto di Marcel Proust, essendo tutt’ora, con ogni probabilità, il miglior romanzo che ci sia; se però il fatto di esser composto da sette libri lo esclude, e il mio consiglio deve riguardare un solo volume, viro su tutt’altro genere, e punto sulla Bhagavad-Gita, essendo, con ogni probabilità, il libro singolo con più saggezza che ci sia; e se adesso arriva qualche pignolo a far notare che la Bhagavad-Gita è solo parte di un più vasto libro, allora vado su una novità e segnalo quello che per me è il miglior romanzo del 2019: Settembre 1972 di Imre Oravecz, pubblicato in Italia da Anfora Edizioni.

Francesca Chiappa
Non ho dubbi. Furore di John Steinbeck. Per farci raccontare, una volta ancora, cos’è la compassione.
«… io ci sarò sempre, nascosto e dappertutto. […] Dove c’è qualcuno che lotta per dare da mangiare a chi ha fame, io sarò lì. Dove c’è uno sbirro che picchia qualcuno, io sarò lì. Se Casy aveva ragione, be’, allora sarò negli urli di quelli che si ribellano… e sarò nelle risate dei bambini quando hanno fame e sanno che la minestra è pronta. E quando la nostra gente mangerà le cose che ha coltivato e vivrà nelle case che ha costruito… be’, io sarò lì.».

 

Otto anni di editoria indipendente – Vanni Santoni

Ho sempre voluto esplorare temi e modalità espressive diverse, e intendo continuare a farlo. In realtà tutti i miei romanzi formano un’unica macronarrazione.

«La letteratura, come direbbe una cantante andalusa, è un pericolo». Questa frase di Bolaño, l’ho sempre amata. Credo che il lavoro letterario sia, appunto, un lavoro di ricerca costante, e di costante innalzamento dell’asticella.

Vanni Santoni

In attesa del secondo appuntamento con Otto anni di editoria indipendente. Le interviste di Via dei Serpenti, il nostro “quaderno” con le migliori interviste a editori e autori realizzate dal 2011 a oggi, riproponiamo uno stralcio dell’intervista a Vanni Santoni.

Vanni Santoni, nella duplice veste di scrittore e direttore della collana Romanzi di Tunué, sarà tra i protagonisti, con Luciano Funetta e Leonardo G. Luccone, dell’incontro “Quando l’editore incontra l’autore: TUNUÉ”, organizzato da Via dei Serpenti.

Mercoledì 9 ottobre, libreria Tomo, Roma
Ingresso gratuito!

Otto anni di editoria indipendente. Le interviste di Via dei Serpenti
A cura di Emanuela D’Alessio, Rossella Gaudenzi e Sabina Terziani
Edito da Via dei Serpenti, settembre 2019
Introduzione di Leonardo G. Luccone
Progetto grafico di Cristina Barone

Il libro è disponibile in libreria, a offerta libera.

 

Otto anni nei boschi narrativi #3 Vanni Santoni

Continuiamo a sfogliare il nostro “quaderno”.

Oggi ci soffermiamo su Vanni Santoni, scrittore, giornalista e direttore editoriale Tunué.
Il suo ultimo romanzo, I fratelli Michelangelo, è uscito per Mondadori a marzo 2019.
La sua prima intervista a Via dei Serpenti risale a luglio 2016. La nuova è di maggio 2019.
Qui un assaggio.

Vanni Santoni direttore della narrativa Tunué
Visti i bei riscontri inanellati dalla collana (Romanzi), aprire anche alla straniera – oltre che ai “recuperi”: il primo effettuato, Ricrescite di Sergio Nelli, ci ha dato molte soddisfazioni – ci è parsa una direzione naturale di sviluppo. Naturalmente serviva qualcuno che conoscesse in modo capillare non solo l’editoria straniera, ma anche il mondo di traduttori e revisori, ricerca che si è poi concretizzata nella figura di Giuseppe Girimonti Greco, già traduttore per Adelphi e consulente di varie case editrici, che oggi cura integralmente la nostra “straniera”, di cui io mantengo la direzione, nel rispetto delle sue scelte.
Nel caso di una collana di straniera non si cercano debuttanti, dato che si acquistano libri già usciti nel loro paese, quindi il tipo di ricerca è differente. È vero però che, essendosi la collana Romanzi caratterizzata negli anni per la sua particolare attenzione agli esordienti, per la straniera sarà naturale guardare con particolare attenzione a quegli autori che, a prescindere dal numero di libri pubblicati in patria, sono ancora inediti da noi.

Vanni Santoni

Le novità di narrativa Tunué
Talib, o la curiosità di Bruno Tosatti, scovato tra i finalisti del Calvino. Per quanto riguarda la straniera, dopo Biliardo sott’acqua di Carol Bensimon, sarà la volta di Mio padre era un uomo sulla terra e in acqua una balena, esordio – tra Lewis Carroll, Tim Burton e Hieronymus Bosch – della svizzera Michelle Steinbeck.

La rivista «The FLR – The Florentine Literary Review»
«The FLR» nasce con un intento differente da quello di molte riviste, dato che pubblica autori già affermati, ma ancora inediti all’estero e in particolare nel mondo anglosassone. L’idea è quella di offrire, grazie al bilinguismo della rivista, una selezione della nostra migliore narrativa al pubblico estero, e provare a compensare quel deficit di traduzioni di qualità che l’Italia sconta. Su «The FLR» sono apparsi racconti di due autori Tunué: Luciano Funetta e Francesco D’Isa.

Vanni Santoni scrittore
Ho sempre voluto esplorare temi e modalità espressive diverse, e intendo continuare a farlo. In realtà tutti i miei romanzi, da Gli interessi in comune fino a L’impero del sogno, sono collegati fra loro – sì, anche i due fantasy – e formano un’unica macronarrazione. Faccio prima a spiegarlo con un’immagine, specificando però che, pur avendo piccoli collegamenti con alcuni libri precedenti, I fratelli Michelangelo è del tutto autonomo.

Il ritorno in libreria del primo romanzo Gli interessi in comune
Gli interessi in comune fu scritto senza sapere come e quanto avrebbe gemmato. Tra i suoi protagonisti c’è Iacopo Gori, che ritroviamo tra quelli di Muro di casse; c’è il Paride, che torna nella Stanza profonda; c’è il Mella che è addirittura protagonista unico dell’Impero del sogno. È stato il cespite fondamentale della prima fase della mia produzione letteraria e come ho raccontato a suo tempo a The Catcher (da cui ho anche ripreso l’immagine sopra) il fulcro centrale a cui si collegano tutti i miei altri libri fino all’Impero. Fuori catalogo per anni nonostante i tanti appelli dei lettori e i fenomeni di cui sopra, tornerà per Laterza e ne sono molto contento.

«La letteratura, come direbbe una cantante andalusa, è un pericolo»
Questa frase di Bolaño l’ho sempre amata. Credo che il lavoro letterario sia, appunto, un lavoro di ricerca costante, e di costante innalzamento dell’asticella. Per questo esploro a ogni mio libro temi anche molto diversi, per questo aspiro a macronarrazioni interconnesse, e per questo sono arrivato a fare, finalmente, anche un romanzo singolo di ampio respiro [I fratelli Michelangelo].
Dopo un libro che ha richiesto tanto lavoro quanto I fratelli Michelangelo, è necessario fermarsi. E leggere. Mi prenderò il mio tempo, anche perché dopo la riedizione degli Interessi in comune pubblicherò per minimum fax un pamphlet sull’insegnamento della scrittura.

Vanni Santoni è nato a Montevarchi nel 1978. Dopo l’esordio con Personaggi precari, ha pubblicato, tra gli altri, i romanzi Gli interessi in comune (Feltrinelli 2008), Se fossi fuoco arderei Firenze (Laterza 2011), Muro di casse (Laterza 2015), La stanza profonda (Laterza 2017, candidato al Premio Strega), L’impero del sogno (Mondadori 2017). Ha ideato, insieme a Gregorio Magini, il progetto SIC (Scrittura Industriale Collettiva) che è sfociato nel romanzo collettivo In territorio nemico pubblicato da minimum fax nel 2013. Scrive sul Corriere della Sera e dirige la narrativa di Tunué. Il suo ultimo romanzo è I fratelli Michelangelo, per Mondadori.

 

Quel che conta è giocare. Intervista a Vanni Santoni

di Emanuela D’Alessio

Vanni Santoni ci accompagna nella sua “stanza profonda” dove si gioca a Dungeons & Dragons, ci si ritrova e ci si perde, si costruiscono mondi immaginari, si prova a resistere con la fantasia all’omologazione della realtà.
Con La stanza profonda lo scrittore toscano e direttore editoriale di Tunuè ha messo sul tavolo un poker d’assi, tanto per restare in tema di gioco.
Innanzitutto entrare nella “dozzina” del Premio Strega, ingresso ancor più eclatante se si considera che per il suo editore, Laterza, si tratta di una prima assoluta.
Poi “sdoganare” l’universo dei Giochi di Ruolo, percepiti dai profani come una “roba da sfigati”, da cui stare alla larga o addirittura difendersi.
Quindi compiere un’ibridazione vincente tra saggio e romanzo, autobiografia e finzione, attraverso una scrittura asciutta e leggera senza intoppi retorici o nostalgici.
Infine svelare a tutti gli altri la “stanza profonda”, che diventa metafora dell’inesauribile lotta tra magia e realtà, dove si entra solo per giocare e per mettersi al riparo dal mondo reale, anche se «il gioco è più reale del fuori».

Vanni Santoni

Vanni Santoni

Ci riesce brillantemente Santoni a raccontare questo mondo dove c’è spazio solo per l’immaginazione, così come ci era riuscito con il rave nel suo precedente Muro di casse (sempre per Laterza).
E lo fa attraverso «un gruppo di sciamannati» che sono scesi nel seminterrato da adolescenti e ne sono usciti da adulti. Nel frattempo fuori tutto è cambiato, anche il modo di giocare, perché il dungeon master e i dadi colorati a venti facce, le mappe e il libro delle regole, le schede personaggio e i lapis Fila gommati, non servono più.
Nel frattempo sono arrivati i videogame e i giochi online e la scatola rossa di Dungeons & Dragons diventa un pezzo da collezione.
Non si tratta però di una disfatta o peggio di un annientamento, è questa la chiave di lettura alternativa di Santoni, ma di una evoluzione. I trenta milioni di giocatori di ruolo che per vent’anni (a partire dal 1974) sono scesi nelle “stanze profonde” in tutto il mondo, hanno rappresentato un’avanguardia dell’attuale miliardo di utenti di giochi online.
I GdR, insiste Santoni, sono stati controcultura, perché hanno dimostrato che rispetto alla competizione di una società afflitta e sfranta, ci si può divertire ed esaltare senza pagare nessuno e senza sottomettersi ad alcuna autorità, se non a quella di regole scelte insieme.
Quindi evviva i GdR, ma allo stesso tempo viene da chiedersi: l’attuale forsennata proliferazione dei giochi online rappresenta la nuova avanguardia culturale?
Forse troveremo la risposta nel prossimo libro di Santoni, cui nel frattempo abbiamo rivolto altre domande.

Vanni Santoni è di nuovo protagonista del Premio Strega, questa volta in qualità di scrittore con il suo “anomalo” La stanza profonda, pubblicato da Laterza. Per l’editore barese si tratta di una prima volta, non avendo mai partecipato allo Strega. Come mai ha deciso di iniziare proprio con il tuo libro?
Questo andrebbe chiesto a Anna Gialluca, direttrice editoriale di Laterza. Personalmente, posso solo essere onorato del fatto che una casa editrice con la storia della “Giuseppe Laterza & figli” abbia scelto me per partecipare al più importante premio letterario italiano. Da sempre in Laterza ho trovato grande fiducia nella mia scrittura, a partire da Se fossi fuoco arderei Firenze, del 2011 e continuando poi col successo di Muro di casse, uscito due anni fa – e tale fiducia è da me assolutamente ricambiata vista la qualità cristallina del loro lavoro a ogni livello, che sia di direzione, editing, bozze, grafica, segreteria, eventi, distribuzione o ufficio stampa.

Per te invece lo Strega è diventato una consuetudine: hai partecipato come editor dei fortunati Dalle rovine e Stalin+Bianca, due grandi successi di Tunuè, e ora come scrittore. Come ci si sente a svolgere molteplici ruoli contemporaneamente e in quale ti ritrovi più a tuo agio?
Non so se si possa parlare di consuetudine, per me lo Strega è qualcosa di mitologico – tra le foto-feticcio che ho affisse nella stanza in cui scrivo c’è quella di Elsa Morante (tra le tante cose l’unica scrittrice psichedelica italiana) che indica col bicchiere la leggendaria lavagna – e se è stata certamente positiva l’esperienza che ho avuto con la candidatura del libro di Barison e la “dozzina” con quello di Funetta, per me già solo esserci come autore è qualcosa di assolutamente emozionante.
Circa la mia attività di editor, è ancora qualcosa di relativamente nuovo rispetto a quella di scrittore, e la vivo molto bene, sia perché mi esalta l’attività di scouting, che si tratti di scoprire nuovi talenti o di recuperare autori magari non capiti appieno nel loro valore da un mondo editoriale a volte troppo frenetico, sia perché imparo sempre molto dai miei autori.

las_copertinaHo definito “anomalo” La stanza profonda perché sfugge a una facile catalogazione (un’ibridazione tra saggio e romanzo) e perché affronta un argomento, i giochi di ruolo, un po’ indigesto per i non addetti ai…giochi! Hai voluto rendere omaggio ai tuoi trascorsi ventennali di master e a tutti gli appassionati del genere?
La stanza profonda nasce per parlare anzitutto a chi non ha mai partecipato a un gioco di ruolo, esattamente come Muro di casse era destinato in primis a chi non aveva mai preso parte a un rave: lo spunto iniziale è proprio quello che deriva dalla volontà di storicizzare questi fenomeni e rendergli giustizia rispetto al peso culturale enorme che hanno avuto, e la scelta della forma-romanzo deriva proprio da tale volontà, visto che un dato tema può interessare a qualcuno sì e a qualcuno no, mentre a tutti piacciono le storie. Ovviamente, poi, c’è un secondo livello di lettura, legato alla mia esperienza diretta di raver e giocatore di ruolo, che si traduce nell’articolare un storia dei due fenomeni attraverso una narrazione romanzesca, con molti ammicchi a chi ne ha una conoscenza più profonda.

Un gioco di ruolo «non è una roba al computer, non è una roba di soldatini, non è una roba di carte, non è una roba in cui ti vesti da elfo». Ma allora che cos’è veramente? Resta il dubbio, fino alla fine, su chi siano i giocatori di ruolo: sfigati e autistici o un’avanguardia culturale che ha scelto di chiamarsi fuori dal sistema, facendo prevalere la fantasia sull’omologazione?
Credo sia interessante il fatto che molto spesso i GdR sono stati definiti per esclusione, come fa del resto il personaggio di Tiziano nel romanzo, nel passo che citi. Credo c’entri il fatto che sono facilissimi da sperimentare – ti siedi e giochi – mentre molto più complessi da spiegare. Tra le due definizioni che proponi, probabilmente mentre l’onda dei GdR era in corso, quella corretta è qualcosa a metà tra le due, mentre oggi che è finita prevale senz’altro la seconda: piaccia o no a chi buttava il suo tempo con gli sport, tanto i GdR come i rave erano cruciali avanguardie culturali… anche se non lo sembravano!

Perché il luogo ideale per giocare a Dungeons & Dragons è nascosto e sotterraneo, al riparo dalla luce e dalla vita di superficie, in una stanza segreta, profonda, appunto?
La spiegazione banale è che le altre stanze erano occupate dalle attività dei genitori. Ma è una spiegazione che nasconde altro. Mentre in salotto, la stanza in teoria più importante della casa, si svolgevano riti borghesi ormai vuoti, inutili, spogliati di ogni significato, nella cantina, la stanza in teoria meno importante, si progettava il futuro. Che si trattasse dei giochi di ruolo, delle prove del gruppo rock & roll o di quelle del futuro dj con la Korg o la TR-808, o ancora degli esperimenti dei giovani Jobs o Gates che realizzavano i prototipi dei loro “personal computer”, il garage è un vero e proprio topos della creatività rivoluzionaria dei nostri tempi.
Nel caso specifico dei GdR, per continuare il parallelismo con la free tekno, è interessante anche il fatto che si svolgessero in luoghi del genere, così come i rave si svolgevano in industrie abbandonate, per lo più fuori mano, esattamente come i culti perseguitati sceglievano le catacombe come luoghi del loro officiare: e infatti sia i rave che i giochi di ruolo sono, sociologicamente parlando, più manifestazioni rituali che di intrattenimento.

Appena si smette di giocare e si esce dalla “stanza profonda” incontriamo altro: una provincia depressa che ha perduto molti treni, un gruppo di adolescenti che nel passaggio all’età adulta sembra aver perduto un altro treno, quello dell’amicizia. È così?
Sicuramente è così per la provincia. Mentre scrivevo La stanza profonda, e ripercorrevo trent’anni di vita di provincia, mi rendevo conto di quanto il contesto di riferimento fosse cambiato; di quanto quella provincia, che negli anni della mia infanzia conservava ancora i tratti rurali di un tempo e quelli industriali che aveva acquisito nel frattempo, ora avesse perduto entrambi, senza sapersi reinventare, e anzi perseguitando in modo non meno che schizoide tutti i suoi giovani che provassero a inventarsi qualche alternativa – sono ben noti a tutti, perché si sono svolti ovunque, gli sgomberi e le denunce ai danni di qualunque ragazzo provasse a aiutare la propria comunità realizzando uno spazio autogestito per organizzarvi attività culturali, o anche solo una festa libera. Così ho finito per costruire il romanzo intorno a una sorta di dialettica inversa tra la creazione di mondi che avveniva nella stanza e la dissipazione del mondo che aveva luogo fuori.
Il discorso, invece, è diverso rispetto all’amicizia. Tutte le amicizie, non solo quelle cresciute intorno a una passione comune, cambiano dopo vent’anni, col sopraggiungere dell’età adulta, ed è quello che succede anche ai protagonisti della Stanza profonda, che finiscono per non riconoscersi più.

La narrazione procede con l’uso della seconda persona singolare. Chi legge si ritrova spettatore ininfluente di un dialogo tra lo scrittore e sé stesso. Perché questa scelta?
Ho cominciato a sperimentare col “tu” con Muro di casse, il cui prologo è scritto infatti alla seconda persona. L’idea nasceva dal fatto che quello rave era un movimento in cui era decisivo l’aspetto collettivo, tant’è che uno dei motti degli Spiral Tribe, capostipiti della free tekno, era “you are the party”, frase che – prima ancora di ogni discorso di rispetto del contesto e di chi lo vive – stava lì a sancire il decadimento della differenza sociale preordinata tra pubblico e performer: al rave tutti erano uguali. Così, lavorando sui giochi di ruolo, altra sottocultura caratterizzata da non competitività e eguaglianza radicale, mi è venuto spontaneo usare il “tu” fin dall’inizio; quando poi mi sono reso conto che la seconda persona, plurale o singolare, è quella che usa il dungeon master con i giocatori, ho capito che era la strada giusta e ho continuato così per tutto il romanzo.

Per concludere la consueta domanda: che cosa stai leggendo in questo momento?
Alcuni saggi di Roland Barthes sull’arte, per uno dei romanzi che sto scrivendo; La tavola del paradiso, il nuovo libro di Donald Ray Pollock appena uscito per Elliot; le poesie di Reverdy, consigliatemi da Andrea Breda Minello; tutta l’opera di Claudio Magris.

La scrittura carnale di Mescolo tutto – Yasmin Incretolli

di Emanuela D’Alessio

Di Mescolo tutto, libro di esordio di Yasmin Incretolli, il nuovo “gioiello della corona” di Tunué (per la collana Romanzi curata da Vanni Santoni), ne hanno parlato così al Premio Calvino, conferendogli nel 2015 una menzione speciale: «Romanzo fieramente “ultrasperimentale”, che, in una sorta di esibita estetica del disagio e della sgradevolezza, persegue l’estremo. Gli esiti sovente inediti ed efficaci dell’ardua scelta stilistica e l’intensità della passione adolescenziale narrata rendono il testo della giovanissima autrice un’interessante scommessa».

Mescolo_tutto_CoverChiudendo il libro, dopo una lettura defatigante e impervia, mi sono chiesta se la scommessa sia stata vinta e da chi.
Non ho alcun dubbio sulla vittoria dell’autrice, non foss’altro perché Yasmine Incretolli è riuscita a concretizzare, a soli ventidue anni, un progetto di scrittura ardito e sprezzante, stuzzicando l’attenzione dell’editor Vanni Santoni, abile e indomito intercettatore di nuove “voci”.
Sono meno convinta, invece, che la scommessa con il lettore sia stata vinta pienamente. Io, ad esempio, ho trovato inutilmente spericolata la ricerca estrema di un’altra lingua per raccontare una storia, di per sé poco originale, sull’adolescenza e sul suo disperdersi tra dolore, automutilazioni, sesso hard e anfetamine.
La protagonista Maria ha diciannove anni, si procura ferite su tutto il corpo, non ha un padre e sua madre alterna collassi etilici a relazioni sessuali promiscue. Dopo la morte della nonna, unico riferimento d’amore per la ragazza, l’autolesionismo fisico e morale si intensifica. Maria è alla disperata ricerca di accettazione, accoglienza, protezione, amore e crede di trovarli in Chus, compagno di classe, violento e dai gusti sessuali sconcertanti.
Tra ferite autoinflitte, rapporti estremi, fughe, sballi da anfetamine ed alcool, delusione per l’amore negato, Maria attraversa il tunnel degli orrori che può essere l’adolescenza e ne esce (forse) chiedendosi se il desiderio di morire sancisca il passaggio all’età adulta.

Non è sulla storia, evidentemente, che Incretolli ha scommesso, bensì sulla cifra stilistica scelta per raccontarla, costruita con notevole impegno e risultati inediti, eliminando articoli e coniugazioni, mescolando gerghi generazionali e parole dotte, attingendo a una semantica bizzarra o inesistente, sorvolando sulla sintassi, costringendo il lettore a navigare a vista, a intuire piuttosto che a comprendere, ad affidarsi al ritmo e alla melodia di certe frasi o intere pagine, indipendentemente dalle parole e dal loro significato. Al punto da sospettare che ci si trovi di fronte a una provocazione irriverente ed eversiva dei canoni tradizionali di comunicazione e narrazione solo per dimostrare quanto la generazione dei millenials sia incomprensibile e incompresa dai suoi referenti adulti, o presunti tali.

Volendo però accantonare sgradevolezza e frustrazione, abbandonare una chiave di lettura sull’ennesima rappresentazione, per quanto audace, dell’usurato scontro tra generazioni, si riesce ad apprezzare la caratteristica “iper” o “ultra” di questo libro, sia della sua architettura semantica: barocca, contemporanea, astratta, popolare, sia della declinazione narrativa (al di là della trama) di temi quali la solitudine, il dolore e  il disagio/degrado contemporanei: autolesionismo, sesso estremo, violenza psicologica e fisica, eccessi alcolici e di sostanze stupefacenti. Un “iper” o “ultra” per celare o anche liberare quell’urgenza espressiva da cui la Incretolli sembra essere incalzata.

Ho diciannove anni e dieci mesi nel giorno in cui avvio la stesura di Mescolo tutto. Nei momenti di realtà più concentrata, la pulsione nel ferirmi oltrepassava il limite, diventava acme d’aprirsi lo stomaco, bruciare le vene, bere candeggina. Così ho valutato potesse essere distrazione dall’inclemente nevrosi la presente scrittura, stillata da polpastrelli provetti divaricatori d’interstizi muliebri e mascolini. Soffro di sindrome da autolesionismo ripetuto dall’età di quindici anni e ho cicatrici su cosce, avambracci, polsi, schiena, fianchi soprattutto: ovunque canali nervosi digrignanti. Cicatrici a sconnettermi. Cazzo, a sconnettermi! Mi dicevano bizzarra, eclettica; mi dicono: schizofrenica, puttana. M’associo io stessa ormai a creatura ibrida. Non umana: mescolata, appunto. Tra pornosituazioni sadomasochistiche, perverse autocostruzioni ad appagare psicologie empie di nullità mascoline e pulsioni incostringibili all’immolazione, affiora tenerezza in forma fetale, rigurgitata come feci in purea. Il ricordo dell’aborto di un amore tra adolescenti accidiosi, speziati nel debosciato rimesto e nell’incontrollata amplificazione d’un trastullo, in avviso trillante da vocabolario in squilibrio semantico. Mi chiamo Maria. Questa è l’ultima stagione della mia adolescenza.

Comincia così Mescolo tutto (che in origine era Ultrantropo(rno)morfismo) e immediatamente si viene trascinati in una dimensione ibrida della realtà.
Subito dopo entra in scena Chus, la cui voce è affidata al corsivo, soluzione stilistica che amplifica i dislivelli temporali e spaziali della narrazione.

Yasmin Incretolli

Yasmin Incretolli

Chus dice: «Una volta ho visto una, che troia proprio, si metteva dietro un paio di cazzi gonfiabili invasellinati a modo, ma il più grosso mica ha retto la pressione dello sfintere, è scoppiato e quella si è messa a gridare e piangere mentre le chiappe facevano tutto uno scuotimento molleggiante impressionante, porco. poi è crollata tette e faccia, col culo viola lasciato per aria, dal male non riusciva a ‘bassarlo di più’. Pareva uno avesse provato a smutandarla dopo averle scalciato il sedere forte d’ammazzarla…
…però dopo ci vediamo e lo facciamo pure noi.  Il calcio, la smutandata e tutto. Se hai da ridire t’ammazzo pure, va bene?», durante l’ora di italiano, per nulla preoccupato dall’udito teso della corona di coetanei, di fatto esortati a ridacchiare e commentarmi. Subito mi si bagna la stoffa merlettata sotto il calzone stroppato. Da capirlo, questo fenomeno di tutta me smossa appena scatta l’intimidazione e sento una tacca di bersaglio sdrumarmi bene il cranio.

Ed ecco la madre di Maria.

Sfilo dita unte da busta di patatine. Le briciole salate frizzano un poco. Strilli di godimento da camera adiacente. La voce appartiene a mia madre: decede ogni sera e notte, percossa da colpi pelvici di maschi indistinti. Afferro ciocche; capelli corvini arricciati fra le labbra, districamento psicotico fino a indolenzire un polso svenato e coronato di ciondolii scrostanti ferite.[…] Incolpo lo stress da teenager all’ultimo anno di liceo. La vita è bellissima, ragazza sorridi. Com’è dissetante mentirsi, persuadersi fino a narcotizzarsi. […] Le grida, le urla; lei che ansima, poi una pausa. Insulti, sputi, schiocchi di palmi sudati al rintocco della carne nuda.
«Ti piace, troia?» Chiede chiunque.
«Ti amo», ribatte madre.

Si prosegue così fino alla fine, scoprendo che all’accelerazione del vissuto di Maria (una sorta di discesa negli inferi della nostra contemporaneità) corrisponde un avvitamento semantico che lascia senza respiro.

Rampicarsi aracnide su pareti tarpate d’appigli, mentre il vespro filastrocca mutismo decadente e c’è margine marmoreo sotto talloni senza calzature e un placido lembo acquitrinoso che ricorda gli occhi dello stronzo, se appena sporgo la nuca. Anni di coerente equilibrio nel detrarsi dalla mercificazione d’essenza connaturale. Palloncini d’elio smagriscono inglobati da batuffoli pitturati. Roma durante ore stokeriane ha cipria rilucente, subiscilo il Tevere implorare un abbraccio. La metropoli ha occhi supplenti labbra e rimira triturandoti. Librerò in dipinti senza sbaffi cerandomi sotto veste tramata dal medesimo incantesimo verseggiato durante proiezione d’archi in luce di farraginoso multitonale. Se l’ammetto d’essere stata cucciola e indifesa come voi? Se l’ammetto di non aver mutato tale setosa condizione? Che l’ostilità incompresa tramuta quest’abnorme creatura in ragazzina d’età quattro, spoglia d’un involucro sufficientemente difensivo. Ha speziata stortura la digestione rimessa. Disputa vivisezione mai arrendevole e constata tempo ubicato nel raggrumare saldatura mentale. Il dubbio è sussistito, se anziché al supplizio, fossi predestinata alla guerriglia. È intrasmutabile l’anguillesco a sfumarmi. Ciondolo inframmezzata da esiziale ascosto e sovversivo corruccio. Ottimo elargirsi al caso. C’è nitore cremoso sparso dall’evoluto abissale sferoide vigente dalla genesi cosmica. Sarò apparenza impura, eppure non è abitudine nel consueto denocciolare lo stupefacente. […] Ho diciannove anni e voglio morire. È questo, diventare adulti?

È con queste parole che Yasmine Incretolli si congeda dal lettore. Mi sono sentita, lo confesso, un po’ inadeguata a questo modo di fare letteratura, ma anche molto curiosa di leggere una seconda prova, sperando, chissà, in tonalità più seducenti.

Nota sull’autore
Yasmin Incretolli nasce a Roma nel 1994, cresce in una famiglia matriarcale e inizia a scrivere dall’infanzia racconti e novelle per poi arrivare a Ultra. Nell’ottobre 2014, per richiamare l’attenzione degli editori, pratica lo streaking in via Veneto, diventando un caso virale sulle piattaforme social. Diplomata al liceo artistico, frequenta la facoltà di Lettere e Filosofa all’Università La Sapienza di Roma. Mescolo tutto è il suo primo romanzo.

Su Satisfaction si descrive così:
«Sono cresciuta a dieci minuti dalla top ten romana di Tripadvisor. Però per riposarmi favorivo posti di nicchia, chicche semisconosciute dove stare tranquilla. Ci raccoglievo ispirazioni speciali che maturavo su file. Il museo Hendrik Christian Andersen, il Giardino del Quirinale, il Roseto comunale, il Giardino degli Aranci. Altri posti che mi concentrano sono la stazione Termini, e piazza Vittorio Emanuele. Qui c’è una bakery giapponese dove ordinavo il bubble tea alla mela e uno spicchio di charlotte alle fragole. C’ho conosciuto la ragazza coi capelli rosa che nel mio romanzo avrebbe avuto il nome della torta che sbocconcellava – Margherita.
La bici l’ho comprata l’altro ieri, praticamente. In sella, finora, ho visto solo un uomo che falciava il prato del suo giardino, la coccinella che m’è saltata sul dorso della mano e tanto asfalto. Non ho la patente, l’auto la guida il mio ragazzo, e quando viaggiamo, solitamente, guardo lui mica altro.
Il rumore cittadino che m’è particolarmente caro è quello del mercato rionale davanti le finestre a casa di mia nonna. Della campagna, invece, apprezzo il sottofondo leggero del vento contro le foglie.
No, non fumo. E bevo quando mi va. Mi piace bere, e leggere nei bar. Che sono fichissimi, ma frequentati da troppo uomini, peccato: una si sente fuori luogo e non è giusto. Il peso non lo dico perché credo sia irrilevante in una persona.
Come ho già detto scrivo quando ho tempo, in questo momento ho tempo esclusivamente di mattina, e dovendo scegliere tra le categorie che mi metti a disposizione, probabilmente ho una scrittura di tipo carnale».

Mescolo tutto
Yasmine Incretolli
Tunué, 2016
pp. 154, € 9,90

Francesca Matteoni – Tutti gli altri

Tutti-gli-altridi Anna Castellari

Tutti gli altri è un libro che necessita silenzio. O che, se si legge, scava una bolla di silenzio nel proprio io. È un libro che va letto d’inverno, oppure nella stagione della contemplazione del mondo e di se stessi. O che se si legge d’estate, tra lo schiamazzo dei bambini in spiaggia e il frangersi monotono delle onde, aiuta a concentrarsi sul rumore di queste ultime.

È un viaggio che ripercorre le tappe di una donna dall’infanzia a oggi, per tornare all’infanzia: non è certo un caso se ogni capitolo porta un nome e se l’ultimo nome è quello di Madre, perché in un viaggio bisogna sempre saper tornare al punto di partenza e spesso quel punto può essere la propria infanzia.

Perché Tutti gli altri? Perché, credo, nel corso della propria vita Matteoni mette a nudo sé stessa cercando in tutti gli altri qualcosa che non ha, da cui lei si sente estranea. È quel sentimento di estraneità dal mondo che mi ha fatto amare questo libro. Quel suo continuo distaccarsi da chi la circonda, sentirli lontani, come se fossero esseri di un altro pianeta – ma alla protagonista-narratrice, si sente, viene il dubbio di essere lei un essere proveniente da un altro pianeta. Le cose del mondo sembrano essere sempre secondarie, rispetto a quelle importanti: la protagonista si avvicina alle persone più marginali, quelle più problematiche, che si mettono continuamente in discussione o che mettono lei stessa continuamente in discussione.

Anche in questo volume, come in Dettato di Sergio Peter, della stessa collana i romanzi edita Tunué, non esiste una vera e propria storia, se non il filo conduttore della vita di Matteoni, narrato con uno stile preciso e ritmato, tipico di chi “viene dalla poesia” (come si dice spesso parlando di poeti che scrivono romanzi, a un certo punto, come se “poesia” fosse un pianeta lontano e sconosciuto, e forse in un certo senso lo è). Uno stile che trascina letteralmente il lettore nelle storie, con un intimismo e una profondità rare da rintracciare in letteratura. Non si può far altro che provare una certa empatia con la protagonista, circondata da personaggi dai nomi fantastici come Mangiafuoco, Nembo Kid, Akela, Alce o Pippi Calzelunghe. Che sogna una vita tra il verde delle colline inglesi, e andandosene altrove cerca in quell’altrove uno scopo, una identità.

Per tutti questi anni ho derubato la vita. Ho incanalato ogni immagine in me stessa come punti di sutura, frasi mandate a memoria spillate sui buchi di futuro. Mi sono contaminata, un’imitazione rocambolesca di qualsiasi cosa, un assemblaggio che cigola per tenersi insieme. Il mio sangue è una colla spalmata su tutto ciò a cui mi sembra di assomigliare. E poi non assomiglio a niente, mi stanco perfino di ciò che difendo come necessario, mi stancano lo stesso lavoro e le stesse facce: posso resistere qualche mese, finché ho voglia soltanto di starmene con l’erba in bocca a guardarmi gli alberi o sulla sabbia dove finisce l’occidente. Non la si vive davvero la vita, la si sottrae e a nostra volta si è sottratti, siamo un fuoco dentro un vaso d’argilla.

Francesca Matteoni da piccola (dal suo blog)

Francesca Matteoni da piccola (dal suo blog)

Credo sia in queste parole la chiave di tutto il romanzo, nonché il punto di maturazione e di consapevolezza della narratrice, che ci fa amare il suo essere allo “sbando” e la sua ricerca continua di un altrove in cui rifugiarsi. E credo che sia un romanzo di formazione, da leggere dai venti ai cent’anni.

Francesca Matteoni, Tutti gli altri
Tunué, 2014
€9,90

www.tunue.com
orso-polare.blogspot.com