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I consigli per l’estate di Sandro Bonvissuto e Sandro Ferri

Inauguriamo i nostri consigli per l’estate con lo scrittore Sandro Bonvissuto e l’editore Sandro Ferri (e/o), tra i protagonisti della seconda edizione romana di Cosa si fa con un libro?

Trilogia della pianura di Kent Haruf (NN editore)
Il mio consiglio di lettura per l’estate è Kent Haruf e la sua trilogia: Canto della pianura, Crepuscolo, Benedizione, uscita per NN Editore nel 2015 e nel 2016. Non li ho letti ancora, ma badate bene che quando li ho sfogliati in libreria mi è venuta voglia di farlo, e di corsa pure, e vi posso garantire che tutto questo entusiasmo da parte mia è cosa abbastanza rara. (Sandro Bonvissuto)

La Rivoluzione francese di Jonathan Israel (Einaudi), un volumone di 900 pagine. È una lettura appassionante. La tesi dell’autore è che la Rivoluzione fu causata innanzitutto dalle idee dei filosofi illuministi, più ancora che dalle ingiustizie sociali o dalla crisi economica. Il libro è molto ben documentato ma si legge agevolmente ed è molto attuale per capire le interazioni tra idee e trasformazioni sociali.
Come romanzi tra le ultime letture che mi hanno entusiasmato: Danny l’eletto di Chaim Potock (Garzanti), romanzo di formazione tra gli ebrei ortodossi di Brooklyn, un libro profondo e aperto. La rivoluzione della luna, La Banda Sacco e La setta degli angeli, tre romanzi storici di Andrea Camilleri (Sellerio), ricostruzioni storiche interessanti di episodi illuminanti della storia siciliana scritte con maestria e arguzia.
Infine, un libro fotografico sulla Street Art a Roma di Mimmo Frassineti (De Luca editori), con belle immagini dei murales e delle pitture murali nei quartieri della periferia romana. Per tirarci su e non pensare solo alle cose brutte della nostra capitale. (Sandro Ferri)

Libri in carcere

di Emanuela D’Alessio

il-canto-del-crepuscolo«Più tardi, quella sera, gli uomini della camerata di James, tranne James stesso e Stevens, si spostano in un’altra camerata della stessa baracca per giocare a carte. Come sempre, i due se ne stanno sdraiati sulle brande, a lanciarsi in grandi chiacchierate per poi chiudersi in prolungati silenzi. È bizzarro parlare con qualcuno senza vederlo, ma James ci ha fatto l’abitudine e anzi trova rassicurante la voce profonda di Stevens che sale fino a lui dalla branda di sotto, dove l’amico è steso, appoggiato su un gomito a leggere uno dei suoi infiniti romanzi. La Croce Rossa ha inviato un altro rifornimento di libri e i prigionieri hanno attrezzato una biblioteca per i prestiti. Stevens se ne serve tutti i giorni e nonostante ormai siano arrivati a qualche migliaio di volumi, James non si stupirebbe se l’amico riuscisse a leggerli tutti entro Natale».
James e Stevens, due ufficiali inglesi fatti prigionieri dai tedeschi durante la seconda guerra mondiale, sono diventati amici e trascorrono le loro giornate da reclusi adottando ciascuno la propria resistenza alla comune assenza di libertà e di futuro. James si scopre scrupoloso e ossessivo osservatore di una famiglia di codirossi (uccelli dalla coda striata di rosso), Stevens legge un libro dopo l’altro, trascorrendo gran parte del tempo sdraiato sulla branda e in silenzio.

La guerra e i suoi orrori rimangono sullo sfondo in Il canto del crepuscolo, l’ultimo romanzo di Helen Humphreys, uscito per Fandango/Playground nel 2015 con la copertina di Maurizio Ceccato e la traduzione di Fabio Viola. La scrittrice canadese ha voluto privilegiare un’altra angolazione da cui osservare il carattere umano e le sue infinite modalità di reazione e di adattamento ai grandi traumi dell’esistenza. Una di queste è proprio la lettura. I libri salvano la vita, o per lo meno aiutano a renderla meno insopportabile e penosa. Viene da sorridere al pensiero che in un campo di concentramento tedesco durante la seconda guerra mondiale esistesse una biblioteca a disposizione dei prigionieri.

dentroÈ comunque una suggestione e ne richiama un’altra, quella che propone Sandro Bonvissuto in Dentro, una raccolta di tre racconti pubblicati nel 2012 per Einaudi. Nel primo, Il giardino delle arance amare, cronaca di un periodo di vita in carcere di un uomo senza identità e colpa, leggiamo: «La biblioteca stava al piano di sotto. Era una stanza con delle mensole vuote, una scrivania, pure quella vuota di ogni cosa. E una sedia. In certi giorni stabiliti, che nessuno aveva mai capito bene quali fossero, era previsto che venisse un volontario per distribuire i libri ai detenuti. Una volta, durante l’ora d’aria, mi capitò di trovare quella stanza aperta. Allora decisi di entrare per prendere un libro in prestito. Dentro c’era l’incaricato seduto alla scrivania. Forse aspettava qualcuno, o forse aspettava solamente che finisse il suo turno, per tornare a essere involontario. Mi guardai intorno cercando i libri. Sugli scaffali però c’era un solo volume. La cosa mi parve assurda, ma poi mi vennero in mente altre cose che avevo visto lì dentro molto più assurde di quella e decisi di dire all’incaricato che desideravo un libro in lettura. Quello rispose che andava bene. Allora chiesi quali libri fosse possibile avere in prestito. L’incaricato si alzò dalla scrivania; rispose che avrebbe controllato. Scorse con lo sguardo tutta la libreria come se fosse piena. E lo fece lentamente, quasi si stesse impegnando davvero a leggere i titoli sugli scaffali. Poi si girò verso di me e, costernato, disse che purtroppo era disponibile un solo libro: il Don Chisciotte di Miguel de Cervantes Saavedra. Era stato donato all’istituto di pena da un ex direttore. Risposi che avrei preso quello. Lui accolse le mie parole con una punta di stupore, come se con la mia scelta avessi ignorato l’esistenza di molte altre possibilità. Chiesi allora se fossero disponibili altri libri che magari non erano lì al momento. Rispose che ci sarebbero anche stati, ma erano andati in prestito e purtroppo non avevano più fatto ritorno. Mi venne da ridere. Gli dissi che comunque avrebbero potuto anche comprarne di nuovi, ma lui replicò che non c’erano soldi a sufficienza, e i pochi a disposizione dell’amministrazione dovevano essere usati per acquistare cose più importanti per i detenuti. Feci presente che i libri dovevano essere cose molto importanti per i detenuti; se non fosse stato così, li avrebbero di certo restituiti. Perché al mondo non c’è nessuno in grado di stabilire se una cosa ha valore o meno meglio di un carcerato».

Da una biblioteca con migliaia di volumi ai tempi della seconda guerra mondiale a quella con un solo libro disponibile in un carcere contemporaneo, da Helen Humpreys a Sandro Bonvissuto il salto sarebbe vertiginoso a volerlo compiere, ma l’intento non è confrontare i due autori e le loro scritture, bensì cogliere questo comune riferimento alla funzione “terapeutica” dei libri.
Leggere per anestetizzare l’orrore della guerra e la paura della morte, leggere per ingaggiare una sfida con il tempo quando diventa improvvisamente vuoto e privo di scopo, leggere per curare la mente e lenire l’anima.

Bonvissuto_DionisiIn carcere si legge? «Dipende dalle situazioni – aveva risposto Sandro Bonvissuto durante l’incontro di Cosa si fa con un libro? del 16 gennaio – esistono carceri modello dove sono previsti percorsi di lettura e altri penitenziari dove il concetto di detenzione è fermo a qualche secolo fa».
L’associazione Antigone, che da oltre trent’anni segue la realtà carceraria italiana, redige un rapporto annuale sulle condizioni di detenzione in Italia, una fotografia abbastanza puntuale e rappresentativa dei 205 istituti di pena presenti sul territorio. Solo per fare un esempio: nel Lazio ci sono quindici penitenziari, soltanto quattro hanno una biblioteca e l’unica a risultare funzionante e rifornita regolarmente di libri (oltre 8.000 volumi) è quella del carcere femminile di Rebibbia, a Roma.

Di certo non è questa la sede per affrontare un tema abbastanza complicato come la realtà carceraria italiana, con tutte le sue drammatiche carenze e criticità. A fronte di spazi sovraffollati e condizioni di vivibilità molto spesso disumane e folli, il problema della lettura in carcere può risultare anacronistico, se non del tutto incomprensibile.
Ma si era partiti da una suggestione letteraria e, per una volta, perché non iniziare dall’immaginazione per approdare alla realtà e provare a comprenderla?

Un libro si scrive. La parola allo scrittore Sandro Bonvissuto

COSA SI FA CON UN LIBRO? Seconda edizione Roma

COSA SI FA CON UN LIBRO? prima edizione Roma

di Emanuela D’Alessio e Rossella Gaudenzi

In un’atmosfera rilassata e calda, nonostante il vento polare che improvvisamente ha travolto Roma, sabato 16 gennaio ha preso il via la seconda edizione di Cosa si fa con un libro? con lo scrittore Sandro Bonvissuto.
C’erano una trentina di persone, tra gli altri anche Marco e Cristina, i librai di Pagina 348, nella libreria-salotto L’Altracittà con la padrona di casa Silvia Dionisi e le serpenti romane Emanuela D’Alessio, Rossella Gaudenzi e Sabina Terziani.
Bonvissuto non è uomo di poche parole ed è stato un po’ impegnativo, ma divertente, moderarne l’eloquio, con risultati comunque soddisfacenti per tutti.

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Il ruolo dei librai indipendenti. Trovandoci in una libreria non si poteva non cominciare da qui, dal libraio indipendente e dal suo ruolo. Per Bonvissuto il libraio vero, quello che legge i libri, che è in grado di dire a un cliente: «Questo libro è per te», che fa il proprio mestiere con passione e competenza, che riesce a veicolare buoni libri e sostenere realmente la lettura, è una specie in via di estinzione. «Sono pessimista, quando scompariranno i pochi veri librai indipendenti ancora in circolazione, vedo la fine». E per sottolineare di che pasta è fatto un libraio vero, Bonvissuto ha ricordato che al Punto Einaudi di Barletta, «luogo che nell’immaginario collettivo non viene di certo associato al mondo del libro o a una folla di lettori», sono state vendute circa mille copie del suo libro Dentro, mentre in una qualsiasi libreria di catena in una grande città se ne vendono due o tre decine al massimo.

bonv.1Il perché della scrittura. Alla fatidica domanda sul perché della scrittura Bonvissuto in realtà non ha risposto. «Non c’è un perché. Posso parlare più di un insieme di elementi casuali, non sempre facili da ricostruire, che hanno portato a un risultato ben riuscito».  La sua la definisce una scrittura “preterintenzionale”, perché scaturita inconsapevolmente, senza l’obiettivo della pubblicazione. «Lo scrittore è colui che scrive, non quello che pubblica – ha aggiunto – e scrivo quello che mi piacerebbe leggere».
Bonvissuto, che è laureato in filosofia e fa il cameriere, ha raccontato i suoi esordi inconsapevoli di scrittura quando era al liceo e non godeva di particolare successo fra i professori. In un paio di occasioni i suoi temi vennero riconosciuti come “molto belli”, a dispetto della sua fama di pessimo studente. Ma allora non diede retta a quei segnali. Soltanto dopo si mise a scrivere seriamente e quando tornò a casa con il suo primo librino stampato (peraltro mai distribuito), sentì di avere già realizzato un sogno. Da quel librino è poi scaturito un sogno ancora più grande e nemmeno immaginato: la pubblicazione con Einaudi.

Racconto o romanzo? Alla domanda se fosse uno scrittore di racconti o di romanzi ha risposto: «Non è stata mia la scelta di esordire con il racconto. Quando sono stato contattato dalla Einaudi avevo un intero romanzo in testa, ma l’incontro con la editor ha chiarito che la richiesta era per un libro di racconti. Credo che Dentro abbia il sapore del romanzo di formazione: contiene, a ritroso, l’adulto, l’adolescente, il bambino. Io amo i racconti – ha proseguito – come non amare quelli sublimi di Raymond Carver, ad esempio? Per poter scrivere un racconto si deve conservare l’impatto della poesia, bisogna essere capaci di misurare le parole, non una in più né una in meno. Il racconto richiede una sensibilità sopraffina. Comunque l’idea di scrivere un romanzo è rimasta intatta, e magari quando lo scriverò scoprirò che mi venivano meglio i racconti».

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Carcere e letteratura. Dopo una breve lettura di Il giardino delle arance amare, il primo dei tre racconti di Dentro, con cui Bonvissuto ha esordito nel 2012 per Einaudi, si è parlato di carcere e letteratura. Il giardino delle arance amare è la storia, narrata in prima persona, di un uomo senza identità e colpa, che trascorre un tempo imprecisato in carcere. Entriamo con lui, viviamo i suoi gesti, i suoi giorni senza tempo e i suoi pensieri e alla fine usciamo con lui, certi di aver imparato qualcosa in più. «Per arrivare a questo risultato – ha spiegato Bonvissuto – mi sono documentato, ho visitato molte carceri italiane, anche penitenziari di massima sicurezza, ho incontrato detenuti di ogni tipo, anche camorristi, ho letto tutta la letteratura sul carcere e la detenzione, lettere e corrispondenze. Il racconto ha una forte componente di verismo».

In carcere ci sono libri? «Dipende dalle situazioni. Esistono carceri modello dove sono previsti percorsi di lettura e altri penitenziari dove il concetto di detenzione è fermo a qualche secolo fa. Le associazioni, non di rado quelle di natura religiosa, riescono talvolta a smuovere le acque, a concretizzare qualcosa. Il panorama è dunque estremamente complesso. Insomma anche in questo caso il tema libro si conferma problematico».

Esordire con un grande editore. «Non è cosa da poco – ha ammesso – essere in collana con Philip Roth. Per sopportare il peso di una casa editrice di questa portata, con il migliore catalogo disponibile, occorre una solidità psicologica non indifferente. L’ambiente è complicato e volendo fare un paragone con il mondo dello sport, sarebbe il caso di dire che qui se sbagli una partita non giochi più. E pensare che Einaudi era l’unica casa editrice cui non avevo inviato il mio manoscritto».

libreria

La conversazione sarebbe proseguita ancora a lungo se il tempo a disposizione non fosse scaduto. Riprenderemo il discorso in un’altra occasione, magari a cena nella trattoria dove Sandro Bonvissuto quando non fa lo scrittore indossa le vesti del cameriere.

Cosa si fa con un libro, seconda edizione romana in libreria, prosegue il 6 febbraio alla libreria Pagina 348 con Sandro Ferri, editore di e/o.

Cosa si fa con un libro? A Roma, la parola alla scrittore Sandro Bonvissuto

COSA SI FA CON UN LIBRO? Seconda edizione Roma

Primo appuntamento della seconda edizione romana di COSA SI FA CON UN LIBRO?
Il 16 gennaio 2016, 17:30, alla libreria L’Altracittà (Via Pavia, 106, zona Piazza Bologna).

Cosa si fa con un libro raddoppia e torna a Roma, mentre a Milano si è appena svolto il terzo incontro dell’edizione #scatolalilla, nella libreria Il Mio Libro di Cristina Di Canio.

A Milano si è parlato di promozione culturale con Oliviero Ponte di Pino, di scrittura con Francesca Scotti e di editoria con l’editore NN.

A Roma cominciamo il 16 gennaio e parleremo di “Un libro si scrive” con lo scrittore Sandro Bonvissuto, che ha esordito nel 2012 con Dentro (Einaudi), tre racconti narrati in prima persona, tappe di vita a ritroso, dall’età adulta alla prima infanzia.
Bonvissuto è laureato in filosofa e fa il cameriere. Gli chiederemo, tra le altre cose, il perché della sua scrittura, qual è il rapporto con l’editore e con i lettori, qual è o dovrebbe essere il ruolo del libraio.

Ospiti della libreria L’Altracittà, interverrà anche la padrona di casa Silvia Dionisi, con cui proveremo a fare una riflessione sulla condizione dei librai indipendenti oggi, sulle loro necessità, sulle difficoltà di fare rete.

E dopo le chiacchiere un aperitivo, offerto dalle serpenti romane Emanuela e Rossella.

Vi aspettiamo!

Dentro – Sandro Bonvissuto

UNA STAGIONE DA LEGGERE Rubrica dedicata alle stagioni nei libri, perché ogni storia ha la sua stagione.

di Emanuela D’Alessio

INVERNO – Dentro di Sandro Bonvissuto

(Dal racconto Il giorno in cui mio padre mi ha insegnato ad andare in bicicletta)

Non succede mai niente d’interessante d’inverno. O forse succede anche qualcosa, ma è qualcosa che poi uno si dimentica. Perciò lo detesto, l’inverno. Tanto però torna sempre; dicono che sia a causa del meccanismo universale, il nome che hanno dato all’inesorabile alternarsi delle stagioni. E così tutte le persone a cui chiedi finiscono per sostenere che l’inverno sia assolutamente indispensabile. Ma io non ne sono affatto convinto. Credo si tratti della malsana abitudine che hanno a volte gli uomini di motivare l’esistenza di una cosa brutta ricorrendo a teorie inattaccabili, arcane superstizioni, assunti indimostrabili, e a un infinito numero di assiomi e postulati.

Insomma, l’inverno è e resta un problema. Collettivo e periodico. Al quale non si è mai riusciti a porre rimedio. Per me è come una piaga ciclica, una disgrazia annunciata, che andrebbe almeno intellettualmente rifiutata. Perché mortifica la vita. La intimidisce nelle sue manifestazioni. La ricaccia dentro non appena esce da qualcosa. Perché in genere la vita esce da qualcosa. E poi, quel poco che ci accade mentre fa freddo sembra non avere la forza per imprimersi nella nostra memoria definitiva, ed è condannato a una sorta di oblio a priori, per il solo fatto di essere successo in quel momento. Per questo ogni inverno della mia vita passata è oggi come un buco nero.

Non si poteva non citare questo incipit dedicato all’inverno, anche se il resto di Il giorno in cui mio padre mi ha insegnato ad andare in bicicletta, il terzo racconto che compone la raccolta Dentro di Sandro Bonvissuto, si svolge in estate.

A prescindere dalle stagioni, la vera coincidenza importante è che l’autore inaugurerà la seconda edizione romana di Cosa si fa con un libro? e avremo modo così di scoprire se detesta veramente l’inverno!

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L’appuntamento è il 16 gennaio alle 17:30, alla libreria L’Altracittà (Via Pavia 106, zona PIazza Bologna).

Sandro Bonvissuto è nato a Roma nel 1970, è laureato in filosofia e lavora come cameriere. Dentro è il suo esordio letterario, nel 2012 con Einaudi.

Dentro
Sandro Bonvissuto
Einaudi, 2012
pp. 170, €17,50