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Le librerie indipendenti sono librerie vincenti? A volte può succedere

INDILIBR(A)I – Rubrica dedicata ai librai e ai lettori indipendenti

 di Emanuela D’Alessio

Nel giorno di chiusura della fiera romana Più Libri Più Liberi 2016, l’11 dicembre, si è svolto un incontro che ci piace segnalare,  quello organizzato dall’editore Sandro Ferri di e/o con i librai Marco Guerra della libreria Pagina 348 di Roma, Giorgio Gizzi della libreria Arcadia (con una sede a Roma, a Casal Palocco, e una a Rovereto), Gianmario Pilo della Galleria del Libro di Ivrea e Christian Westermann, il responsabile marketing di Europa Editions, casa editrice americana fondata da Sandro Ferri e Sandra Ozzola nel 2005.

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Il tema era Librerie vincenti tra Italia e Stati Uniti: esperienze e idee a confronto.
Dall’incontro è emersa, tra le altre cose, la necessità di rinnovare il dialogo tra editori e librai. Negli Stati Uniti l’American Booksellers Association svolge un ruolo fondamentale in tal senso. Grazie al Winter Institute, ha spiegato Christian Westermann, editori e librai si riuniscono una volta l’anno  per scambiare informazioni, discutere ed elaborare proposte.
Anche in Italia si sta pensando di replicare questa interessante iniziativa. A febbraio si terrà la prima edizione di una tre giorni in cui 80 librai e 30 editori si incontreranno per discutere dei titoli e soprattutto dei contenuti.

Per saperne di più c’è l’esaudiente articolo di 2righe, noi abbiamo rivolto qualche domanda a Marco Guerra, di Pagina 348.

È la prima volta, se non sbaglio, che partecipi a Più Libri Più Liberi. Come è andato l’esordio?
Con gli amici di e/o mi trovo sempre bene, ho accettato volentieri il loro invito e l’incontro è stato molto interessante, ho conosciuto colleghi davvero in gamba. Noi librai abbiamo cercato di rispondere alle domande che ci venivano fatte raccontando le esperienze delle nostre librerie, parlando delle idee messe in campo per sconfiggere la crisi e descrivendo la grande passione che ci porta a cercare sempre nuovi modi di coinvolgere i lettori. Quando si ascoltano esperienze diverse dalla propria e conosci persone nuove, gli stimoli sono sempre in agguato.
Gli editori presenti ci hanno parlato della loro volontà di battersi per una legge che regolamenti una volta per tutte il prezzo di vendita dei libri e che dia a tutti le stesse opportunità contro i predoni delle vendite online che, a colpi di evasione fiscale, dumping e strage dei diritti dei lavoratori, minacciano il nostro settore.
Per quanto riguarda la Fiera io mancavo da qualche anno, ma ho visto gli stessi difetti di sempre.

A quali difetti ti riferisci?
Ne dico uno: nello stesso corridoio trovi il piccolo editore che rischia i propri soldi e quello che campa di sovvenzioni, trovi quello che paga la gente che lavora per lui e quello inseguito dai creditori, trovi quello che con i libri ci lavora e quello che con i libri ci gioca. Per non parlare dell’obbrobrio degli editori a pagamento.

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Quali erano le tue aspettative e sono state soddisfatte?
Mi interessava molto saperne di più sula situazione negli Stati Uniti  e il contributo di Christian Westermann è stato utilissimo. Mi ha fatto piacere sapere che anche negli Stati Uniti sono tanti i librai che riescono a tenere le proprie librerie, nonostante tutte le disgrazie che oggi succedono alle librerie indipendenti.

Che cosa hanno in comune Marco Guerra, Giorgio Gizzi, Gianmario Pilo e Christian Westermann?
Il fatto di vivere a contatto con i libri ci permette di capirci al volo. Abbiamo in comune il fatto di essere diventati importanti per le comunità in cui operiamo, andando spesso a sostituire con il nostro lavoro le inefficienze e le incapacità della cultura istituzionale, quella che il cittadino paga anche se non visita i monumenti e non va mai al museo, al teatro o al cinema.

Che cosa significa essere vincenti oggi nel vostro settore?
In un momento in cui moltissime città italiane, anche importanti, si ritrovano senza librerie, significa restare aperti, innanzitutto. Aggiungo il fatto che le librerie indipendenti sono quelle in cui germogliano le idee, quelle in cui muovono i primi passi gli autori che arriveranno in classifica, quelle da cui parte il successo dei libri più importanti del panorama letterario. Più cose del genere si verificano nella tua libreria e più chances avrai di restare in piedi.

Dal confronto, per quanto parziale, tra Italia e Stati Uniti che cosa è emerso?
Che anche nel paese che ha partorito la tigre che vuole divorarci c’è ancora spazio per chi resiste.

È tempo di bilanci. Come è andato il 2016 per Pagina 348?
Non male nel complesso, siamo riusciti a confermare le cose che vanno bene e abbiamo trovato il modo di recuperare qualcosa di quello che è andato perduto.

Antonio Manzini da Pagina 348 il 26 novembre 2016

Antonio Manzini da Pagina 348 il 26 novembre 2016

Puoi farci un esempio delle cose che non vanno bene?
Ne dico due. La prima è che molte persone che conoscono e frequentano la nostra libreria credono che noi saremo qui in eterno, come se fossimo la cultura istituzionale di cui parlavo sopra. In realtà la nostra è un’impresa privata e può andare avanti continuando a offrire tutto quello che offriamo ogni anno, solo se la gente spende i soldi da noi. E quindi se molte persone partecipano alle nostre attività e parlano bene di noi ma poi i libri li comprano online o al centro commerciale, noi abbiamo l’esigenza di cercare da qualche altra parte i soldi che mancano all’appello.
La seconda è che ci manca una sponda nelle istituzioni, qualcuno o qualcosa che sappia valorizzare la nostra presenza nel Municipio. Invece ogni volta i politici che eleggiamo sono peggiori di quelli precedenti e passano gli anni senza che ci siamo manifestazioni in cui i cittadini possano avvicinarsi ai libri e alla cultura. Senza parlare del fatto che il teatro pubblico del quartiere, quello del Centro culturale Elsa Morante dove organizzavamo spesso iniziative che riscuotevano grande successo, è addirittura chiuso.

Auspici e desideri per il 2017?
Vendere tanti libri, organizzare tanti appuntamenti stimolanti, incontrare autori interessanti, aprire la porta della libreria a tanti nuovi lettori.

Un libro si traduce. La parola a Riccardo Duranti

 COSA SI FA CON UN LIBRO? Seconda edizione Roma

COSA SI FA CON UN LIBRO? prima edizione Roma

di Emanuela D’Alessio e Rossella Gaudenzi

Con Riccardo Duranti, il traduttore di Raymond Carver e non solo, si è conclusa il 6 maggio, alla libreria Pagina 348, la seconda edizione romana di Cosa si fa con un libro?
Siamo tornati da Marco Guerra, che già aveva ospitato il 6 febbraio l’incontro con l’editore di e/o Sandro Ferri, e subito gli abbiamo chiesto se fosse accaduto qualcosa di rilevante per le librerie indipendenti negli ultimi quattro mesi. La sua risposta è stata confortante e in controtendenza.

coverSegnali di vitalità per le librerie indipendenti
«I segnali sono positivi, di vitalità. Mentre le librerie di catena si sono avviate verso una crisi a mio avviso irreversibile, le librerie indipendenti godono di migliore salute. La crisi economica si sta un po’ attenuando e le librerie indipendenti “tengono botta” grazie a idee e rapidità di risposta ai lettori. Inoltre, non ci stanchiamo mai di ripeterlo, occorre saper fare questo mestiere e con molta umiltà: non basta alzare una saracinesca per essere libraio».

«Per Pagina 348 sono stati quattro mesi molto positivi – prosegue Guerra – e in questo mese (maggio) abbiamo avviato un laboratorio teatrale per bambini e un corso di scrittura creativa. Abbiamo iniziato anche a uscire dalla libreria, smettendo di giocare sempre in difesa e di litigare con gli altri librai per accaparrarsi i quattro lettori su dieci in circolazione. Bisognerebbe invece chiedersi dove sono e come fare a raggiungere gli altri sei, perché di libri ce ne sono veramente per tutti».

Che cosa significa tradurre?
Con Riccardo Duranti, “voce” di autori come Raymond Carver, John Berger, Philip K. Dick, Cormac McCarthy, Nathanael West, Elizabeth Bishop e Rohald Dhal, siamo partiti dalla metafora usata da Paul Auster per descrivere l’attività del tradurre: «Tradurre è un po’ come spalare carbone. Lo sollevi con il badile e lo rovesci nella fornace. Ogni pezzo è una parola, ogni palata è una nuova frase, e se hai la schiena abbastanza forte e la resistenza che serve a continuare per otto/dieci ore al giorno, riuscirai a tenere acceso il fuoco».

duranti_1Duranti si riconosce in quasi tutte le metafore sul traduttore. In quella di Auster emergono la fatica e l’energia, lui predilige la metafora dell’acqua che risale all’epoca della sua adolescenza quando era un lettore vorace. «Mi colpì – racconta –  un testo dei proverbi di Leonardo da Vinci che cito alla lettera: “Chi può bere alla fonte non beva dalla brocca”. Io non leggo quasi mai traduzioni e sono arrivato a trasformare questo proverbio in un principio deontologico: compiere la fatica, che è anche un immenso piacere, di tradurre per coloro che non possono leggere alla fonte». Duranti, che ha la fortuna di non dipendere economicamente dal lavoro di traduttore, traduce per passione e ha potuto sempre scegliere che cosa tradurre. Tradurre, un lavoro teoricamente impossibile, è il lavoro impossibile che si può fare.

Il mestiere del traduttore
Assumendo per scontato che ogni traduzione sia un’esperienza unica e irripetibile, che per ogni testo esistano difficoltà e soluzioni differenti, si può redigere un manuale minimo ideale per affrontare una traduzione? Ovviamente no. «Ogni traduzione è un viaggio di scoperta, una sfida: come rendere un concetto, un’espressione, uno stile in italiano? Le prime cinquanta pagine sono le più difficili, si parte in salita per poi proseguire e concludere in discesa. Per un romanzo è necessario un lavoro di almeno due o tre mesi, mentre per il numero di cartelle da tradurre al giorno, non esiste una cifra fissa, dipende dalle caratteristiche del testo».

«Mi è capitato di rado di trovare libri brutti, penso a Ma gli androidi sognano pecore elettriche? di Philip K. Dick (Fanucci 2014). La scrittura era veramente sciatta ma le idee straordinarie».

Il rapporto con l’autore
Nella sua lunga carriera Riccardo Duranti ha avuto modo di conoscere e anche di instaurare rapporti di amicizia con molti degli autori tradotti. La conoscenza diretta della “fonte” fa senz’altro la differenza.

«Molti scrittori, pur non conoscendo la lingua italiana, riescono a comprenderla, ne percepiscono la musicalità. Mi ricordo, ad esempio, di quanto abbia faticato a tradurre il titolo di una poesia di Tess Gallagher, moglie di Carver. La parola era Willingly, all’inizio nessuna delle possibili traduzioni mi convinceva, poi scelsi Spontaneamente e quando la proposi all’autrice lei non ebbe alcun dubbio che fosse quella giusta».

duranti_4«Certamente è di aiuto chiedere qualcosa all’autore –  prosegue Duranti –  ma soprattutto è prezioso lo stimolo a livello psicologico che deriva dalla sua conoscenza. Con Carver, di cui ho tradotto tutto dopo la sua morte (quando era vivo tradussi solo il racconto Cattedrale), è stata una sorta di elaborazione del lutto, un modo per riascoltarne la voce».

«Talvolta, paradossalmente, diventi amico dell’autore perché è lui ad avere bisogno di te. Cito questo esempio. Il dattiloscritto del bellissimo libro Festa di nozze di John Berger (Il Saggiatore, 1995) conteneva degli errori culturali, ad esempio di tipo geografico. Trasmisi le correzioni via fax, un po’ preoccupato per le conseguenze. Ma in quel caso avvenne l’impensabile, mi chiamò John Berger in persona esclamando: “Riccardo, you’re like a brother for me!”. E la mia revisione fu inviata a tutte le traduzioni in procinto di essere stampate, ad eccezione degli Stati Uniti dove il libro era già in fase avanzata di pubblicazione».

Da Raymond Carver a Roald Dahl
Dalla narrativa alla letteratura per ragazzi alla poesia, Riccardo Duranti si è cimentato con molti generi. «La letteratura per l’infanzia è la mia passione. Quando si traduce Carver l’attenzione è rivolta a come rendere le sfumature di linguaggio e psicologiche. Gli autori per l’infanzia, invece, lanciano sfide nuove, quali la ricerca dell’umorismo e i giochi di parole, con battute e freddure da reinventare. La ri-creazione del testo è più accentuata nei libri per l’infanzia. A maggiore fatica corrisponde maggiore divertimento».

cop«La fabbrica di cioccolata di Roald Dahl l’ho tradotto in due settimane nella mia casa in campagna. Trascorrevo in solitudine tutta la giornata e la sera cercavo il confronto e il collaudo del lavoro con figli e nipoti».

Lo status del traduttore in Italia
In Italia i traduttori sono una categoria nascosta (i loro nomi vengono spesso omessi), sottopagata e scarsamente tutelata.

«Non lo so con esattezza perché sia così. Il traduttore deve essere trasparente e finisce con l’essere invisibile. Esiste una legge sul diritto di autore che risale al 1941 e con la quale anche i traduttori risultano tutelati, sebbene tutte le case editrici o quasi applichino la postilla “salvo pattuizione contraria”. La retribuzione di un traduttore in Italia va dai cinque ai venti euro a cartella. Con il sindacato dei traduttori STRADE sto conducendo la battaglia per fissare a quattordici euro il minimo sindacale»

Eppure, nonostante questo mestiere sia difficile e faticoso e dall’incerta soddisfazione economica, il numero dei traduttori in Italia risulta corposo. Nel 2014, secondo uno studio effettuato da Ernst & Young, i soggetti occupati nella traduzione di libri erano 7.500 (ne ha scritto Emanuele Tirelli su «pagina99» il 13 febbraio 2016).

«C’è il fascino della missione, della possibilità di lavorare come free lance – spiega Duranti – Io sono molto orgoglioso dei miei allievi, ma solo due o tre di loro riescono a lavorare e a vivere, faticosamente, solo di traduzione. È necessario comunque un percorso formativo molto duro. Per fortuna l’offerta di formazione si è ormai ampliata rispetto a quarant’anni fa. Ai miei tempi era stato appena esportato in Italia un workshop della Columbia University a cui partecipai. Ma fui l’unico. Oggi ci sono numerosi corsi di ottimo livello, anche universitari, a Roma, Pisa, Siena. Ci sono anche molti corsi privati, ma bisogna fare attenzione prima di sceglierne uno».

Gli altri mestieri di Riccardo Duranti
Riccardo Duranti ha compiuto, indubbiamente, un percorso editoriale completo, prima lettore poi traduttore, quindi scrittore (ha  pubblicato nel dicembre 2015 per Ianieri edizioni la raccolta di racconti L’orsacchiotto Carver e  altri segreti) e infine editore.

«Sì, ho iniziato con la poesia e la vera rivelazione ci fu quando andai a studiare negli Stati Uniti. Lì mi sono sentito libero senza più il peso di secoli di tradizione culturale italiana. Ho scoperto che era possibile un altro modo di scrivere poesie. Mi sono autotradotto in inglese per potermi confrontare con i poeti americani che incontrai. E poi ho fatto il contrario. Tutto ciò ha avuto un’influenza positiva sia sulla mia formazione di traduttore sia di poeta: quando mi bloccavo nello scrivere in italiano passavo alla lingua inglese. Tutto ciò è stato estremamente liberatorio».

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«Fondando la casa editrice Coazinzola Press mi sono messo in gioco, o meglio, ho deciso che era venuto il momento di pubblicare libri come dicevo io. Ho investito parte della liquidazione e mi raffiguro come un Don Chisciotte, però alla fine faccio i libri che mi piacciono e di qualità».

Che cosa c’è sul comodino di Riccardo Duranti?
«Quando lavori come traduttore, scrittore ed editore finisce che di tempo per essere lettore ne resta pochissimo. Ho appena terminato la sorprendente opera prima della scrittrice Francesca Marzia Esposito, La forma minima della felicità (Baldini & Castoldi, 2015)».

Ringraziamo Riccardo Duranti e Marco Guerra per la disponibilità.

Cosa si fa con un libro? va in vacanza, dando appuntamento al prossimo anno.

Un libro si pubblica. La parola a Sandro Ferri, editore di e/o

COSA SI FA CON UN LIBRO? Seconda edizione Roma 

COSA SI FA CON UN LIBRO? prima edizione Roma

di Emanuela D’Alessio e Rossella Gaudenzi

Le librerie chiudono, il governo propone vincoli alla destinazioni d’uso delle librerie storiche o emendamenti per abolire i limiti agli sconti imposti dalla legge Levi. Negli ultimi quattro anni hanno chiuso una cinquantina di librerie solo a Roma, l’ultima in ordine di tempo è quella dell’editore Fanucci.
Di che cosa hanno bisogno i librai indipendenti in Italia? Serve o non serve la legge Levi? Perché non decolla un forte associazionismo tra i librai indipendenti?
È con queste domande che abbiamo avviato il secondo appuntamento di Cosa si fa con un libro, il 6 febbraio nella libreria romana Pagina 348, con l’editore di e/o Sandro Ferri.

Marco GuerraIl libraio Marco Guerra ha le idee molto chiare.
«La Legge Levi è una sorta di medicina che non guarisce né fa morire il malato, bensì lo mantiene in uno stato di coma vigile. Nel nostro Paese nessuna norma pone freno alle percentuali di sconto sul libro, diversamente da quanto accade in Germania o in Francia. In Francia non è consentito applicare uno sconto superiore al 5% e parliamo di un paese in cui le librerie indipendenti sono numerose e godono di buona salute. Ritengo che l’associazionismo per le librerie indipendenti non funzioni soprattutto perché esistono realtà molto diverse tra loro. Ad esempio, una libreria che vive sulla caffetteria ha esigenze assai distanti da quelle di chi fattura molto con i testi scolastici, e così via».

Fondamentale il rapporto tra libraio ed editore
«Per una libreria indipendente è fondamentale il rapporto con l’editore. Tra i primi venti titoli venduti dalla nostra libreria, sei sono della casa editrice e/o. E non è un caso. Per i grandi editori la piccola realtà della libreria indipendente spesso è vista come molestatrice, abbiamo difficoltà a farci richiamare e persino ad avere risposte via e-mail. e/o invece si affida al proprio promotore che va di persona nelle librerie, instaura un rapporto con il libraio, e il risultato si vede. La scelta di e/o è coraggiosa perché in tempi di crisi la spesa del promotore è una delle prime a essere tagliata. Ma è come tagliare l’arteria che porta sangue a un organo: quello inevitabilmente muore».

Il coraggio di rischiare
Di scelte coraggiose Sandro Ferri sembra averne compiute molte negli oltre trent’anni di attività, da quando nel 1979 decise, insieme alla moglie Sandra Ozzola, di fondare e/o.
«Il nome e/o ha due significati. Significa sia est/ovest – nel 1979 esisteva ancora il muro di Berlino – e abbiamo concepito un catalogo di autori dell’Est europeo, sia e/oppure, volendo affiancare la congiunzione all’opposizione, quindi a un’alternativa. In trentasei anni abbiamo compiuto molti cambiamenti ma continuiamo, io e mia moglie, a fare gli editori e non abbiamo mai perduto la curiosità di leggere, senz’altro utile per questo mestiere».
Curiosità che li ha portati a esplorare le letterature di mezzo mondo, dall’Europa orientale all’Africa, dalla Francia all’Italia. «Ventitré anni fa abbiamo scoperto Elena Ferrante, scrittrice napoletana che è diventata un fenomeno planetario. Circa dieci anni fa abbiamo fondato una casa editrice negli Stati Uniti e anche questa è stata una scommessa vinta. Indubbiamente abbiamo avuto fortuna, ma è stato premiato anche il nostro coraggio di rischiare».

lib1Quando un libro può essere considerato “buono”
Il lavoro dell’editore deve animare, incoraggiare la comunità dei lettori, e questo lo si fa pubblicando libri buoni e sostenendo le librerie. Ma di buoni libri ce ne sono pochi, aveva detto Sandro Ferri nel suo I ferri dell’editore (e/o, 2011). Quand’è che un libro può essere considerato buono?
«Innanzitutto un buon libro deve essere ben fatto, il risultato di cura e attenzione, nella scelta della copertina, del tipo di carta, di come viene impaginato. Ma un buon libro è soprattutto quello che trova un suo pubblico. e/o ha dato pubblico, in Italia, ad autori come Christa Wolf – e al suo intramontabile Cassandra – e Bohumi Hrabal. Quando abbiamo iniziato con il noir i nostri lettori sono rimasti perplessi, ma proprio attraverso quei libri alcuni lettori hanno scoperto Jean-Claude Izzo e Massimo Carlotto e conseguentemente l’esistenza di buoni noir. Aggiungo gli americani Thomas Pynchon, J. C. Oates,  Alice Sebold e il suo Amabili resti. Il più grande successo della casa editrice è stato L’eleganza del riccio (Muriel Burbery, 2007): negli Stati Uniti ha venduto 800.000 copie, superato solo da Elena Ferrante con oltre un milione di copie».

Il self-publishing è una minaccia per l’editore?
La Penguin Random House, la più grande casa editrice al mondo, ha appena venduto il suo servizio di autopubblicazione a pagamento. In Italia c’è Streetlib, la più importante piattaforma digitale per l’autopubblicazione che ha chiuso il 2015 con un fatturato di oltre 4 milioni di euro. Il self-publishing, come suggerisce il fondatore di Streetlib Antonio Tombolini, va interpretato non in chiave antagonista con l’editore ma come stimolo per imparare un nuovo modo di fare editoria. Per Sandro Ferri, invece, il fenomeno dell’autopubblicazione non costituisce una minaccia né un esempio di editoria alternativa.
«Non temiamo il self-publishing. L’editore deve fare la selezione, che è del tutto assente nel self publishing, è proprio questa la differenza che fornisce all’editore la sua ragion d’essere».

IMG-20160206-WA0002Il lavoro nella casa editrice
«e/o pubblica 50/60 titoli l’anno, grazie al lavoro di circa quindici persone, che non sono poche ma tutte necessarie. Si parte dal manoscritto, il prodotto grezzo, che va rivisto e viene lavorato attraverso l’editing a vario livello, per arrivare al prodotto finito. Il nostro ufficio stampa è composto da due persone, una a Roma e l’altra a Milano. Non tutti i libri riscuotono la stessa attenzione, per l’80% non c’è alcuna risposta. Quando invece si accende una lampadina inizia la trafila della promozione del libro. Un’altra persona si occupa esclusivamente del sito web e dei social (facebook, twitter). Comunque i libri non si vendono con i social o le recensioni sui giornali. Per quanto riguarda i premi letterari, in Italia a smuovere un po’ le acque quanto a vendite, sono lo Strega e il Campiello. La nostra è un’azienda (nel 2015 abbiamo fatturato circa 12 milioni di euro), che deve occuparsi di conti, bilanci, aspetti amministrativi. Capita anche di sbagliare. Faccio un esempio: l’ultimo libro di Carlotto, Per tutto l’oro del mondo, è uscito come strenna natalizia. Era già in distribuzione quando ci siamo accorti che mancava l’ultimo capitolo. Quarantamila copie, per il valore di circa 50.000 euro, sono state ritirate dal mercato e ristampate in fretta e furia, lavorando il sabato e la domenica anche di notte. Un editore deve saper fare anche questo».

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Il ruolo della distribuzione
«La distribuzione è fondamentale. e/o lavorava con PDE, grande distributore di molte piccole e medie case editrici, acquistato da Feltrinelli per contrastare la concorrenza di Messaggerie, ma alla fine è stato rivenduto proprio a Messaggerie. Siamo stati messi con le spalle al muro con nuove condizioni economiche. La nostra decisione è stata di dire no e di passare ad ALI, una distribuzione di minore».

Le grandi trasformazioni del mercato editoriale italiano
Negli ultimi mesi stiamo assistendo a grandi sommovimenti nel mondo editoriale italiano. Si è concretizzata la fusione di Mondadori e Rizzoli, Adelphi si è staccata dal nuovo colosso, è stata fondata la casa editrice La nave di Teseo. Grande è meglio di piccolo? Sembrerebbe di sì, ma anche di no, visti i dati del 2015 che risultano meno negativi proprio per la piccola e media editoria. e/o tanto piccola non lo è più, se consideriamo i dati di fatturato. Ma Sandro Ferri non nasconde la sua preoccupazione.
«Una minaccia oggettiva c’è. Mondadori possiede sul territorio italiano circa 5000 librerie, indubbiamente un’ampia fetta di mercato. Il problema si estende anche agli scrittori, che prima  avevano due grandi marchi cui bussare e adesso ci pensano bene prima di tentare con i piccoli editori. Insomma, una certa preoccupazione c’è. Staremo a vedere».

libreriaLe prossime uscite di e/o
Nei prossimi mesi usciranno un giallo del francese Michel Bussi, una sorta di mémoire di E.E.Schmitt su un’esperienza di viaggio nel Sahara. Dopo l’estate ci sarà il nuovo libro di Fabio Bartolomei, autore del fortunato Giulia 1300 e altri miracoli, e uno di Marco Rossari. E poi vari esordienti. «Pubblichiamo circa dieci esordienti italiani l’anno, ma solo uno su dieci funziona».

Cosa legge Sandro Ferri
L’incontro si conclude con la consueta domanda sulle letture sul comodino di Sandro Ferri.
«Ad eccezione dei libri in lavorazione, purtroppo c’è poco sul mio comodino. Qualche classico, per mantenere alto il livello letterario. Qualche saggio, perché mi piace la saggistica, qualche graphic novel e talvolta i successi di altre casi editrici. Devo ammettere che mia moglie è più brava di me nel dedicarsi alle “letture altre”».

Ringraziamo Sandro Ferri per la sua gentile disponibilità e ci rivediamo il 12 marzo, alla libreria Risvolti, per l’incontro con Massimiliano Borelli, redattore di L’Orma editore.

Cosa si fa con un libro? A Roma la parola all’editore di e/o Sandro Ferri

COSA SI FA CON UN LIBRO? Seconda edizione Roma 

Secondo appuntamento della seconda edizione romana di COSA SI FA CON UN LIBRO?
Il 6 febbraio 2016, alle 17:30, alla libreria Pagina 348 (Viale Cesare Pavese 348, zona Eur-Ferratella).

Dopo il primo appuntamento con lo scrittore Sandro Bonvissuto, Cosa si fa con un libro torna in libreria il 6 febbraio con Sandro Ferri, l’editore di e/o.

Ospiti della libreria Pagina 348 di Marco Guerra, parleremo del rapporto tra editore e libraio, di come è cambiato il mestiere dell’editore negli ultimi trent’anni e delle prospettive del settore in questa fase di grandi trasformazioni, di come funziona una casa editrice, di pregi e difetti del mercato editoriale italiano e internazionale, e di molto altro.

Dalla collana praghese di Milan Kundera a Thomas Pynchon, da Muriel Barbery, autrice del best-seller L’eleganza del riccio e del nuovo Vita degli elfi, al caso editoriale Elena Ferrante, da Massimo Carlotto a Jean-Claude Izzo, alle novità di questi giorni, L’incantesimo delle civette di Andrea La Mattina e Tutti i giorni è tua vita di Lia Levi, la proposta editoriale di e/o è ricca e variegata.

Sandro Ferri è laureato in filosofia. Nel 1979, insieme a Sandra Ozzola, ha fondato e/o, che significa Est/Ovest ma anche e /oppure. Nel 2011 ha pubblicato I ferri dell’editore, breve e agile riflessione sul mondo editoriale e i suoi risvolti.

Al termine sarà offerto un aperitivo con i bignè al formaggio preparati dai nostri eccellenti gourmet Sabina e Michele.

Da non perdere!

La festa di Pagina 348. 23 anni e non sentirli!

INDILIBR(A)I – Rubrica dedicata ai librai e ai lettori indipendenti

Anche quest’anno, il 16 dicembre, i librai Marco, Cristina e Alessio di Pagina 348, la libreria di quartiere che dal 1992 anima la vita culturale della periferia sud di Roma, organizzano una festa per il loro 23esimo compleanno.

Festeggiare il compleanno è diventata una consuetudine per la libreria Pagina 348 da quando, nel 2012, per il loro ventennale, i librai hanno organizzato un evento al Centro culturale Elsa Morante chiedendo a Fabio Bartolomei, Ilaria Beltramme, Claudio Coletta e Giovanni Ricciardi (tra gli autori più amati dai clienti di Pagina 348) di scrivere un inedito per l’occasione. È stato un successo che si è replicato negli anni.

Fabio Stassi e Marco Guerra alla festa della libreria nel 2013

Fabio Stassi e Marco Guerra alla festa della libreria nel 2013

Questa volta a cambiare è solo il luogo. Non più, infatti, il Centro culturale Elsa Morante, chiuso dal giugno 2015 per una serie di responsabilità condivise fra amministratori, politici e burocrazia, ma la parrocchia del quartiere, l’unica evidentemente disposta a offrire ospitalità gratuitamente.

La lista degli ospiti è sempre più lunga e tra chi ha già dato conferma ci sono: Lia Levi (e/o), Claudio Coletta (Sellerio), Ilaria Beltramme (Newton Compton), Giovanni Ricciardi (Fazi), Paolo Foschi (e/o), Mila Venturini (Nottetempo), Giampaolo Simi (Sellerio) che arriverà direttamente da Viareggio, Anna Monica Ciotola dell’associazione Teatro in gioco.

Gli ospiti saliranno sul palco uno alla volta, scambieranno due parole con Marco Guerra, parleranno del loro ultimo titolo, racconteranno aneddoti divertenti accaduti in libreria. E poi si parlerà del gruppo di lettura della libreria, della riffa di fine anno (in palio un buono di 50 euro da spendere in libri), delle varie collaborazioni con locali, circoli e associazioni del territorio.

Si annunceranno anche  alcune iniziative in programma per il 2016: il corso di scrittura di Mila Venturini tra febbraio e marzo; le nuove attività con i bambini organizzate dall’associazione Teatro in gioco in primavera; l’incontro con l’editore Sandro Ferri di e/o il 6 febbraio per la seconda edizione romana di Cosa si fa con un libro? organizzata da Via dei Serpenti.

L’ingresso è gratuito, si sta comodamente seduti e si può acquistare un libro degli autori presenti.

Quando?  Mercoledì 16 dicembre alle ore 20.45

Dove?  Teatro della parrocchia Spirito Santo in via Rocco Scotellaro 11

Perchè scrivo? Jhumpa Lahiri

PERCHÉ SCRIVO? – La rubrica dedicata ai perché della scrittura

Jhumpa Lahiri

«Perché scrivo? Per indagare il mistero dell’esistenza. Per tollerare me stessa. Per avvicinare tutto ciò che si trova al di fuori di me.
Se voglio capire quello che mi colpisce, quello che mi confonde, quello che mi angoscia, in breve, tutto ciò che mi fa reagire, devo metterlo in parole. La scrittura è il mio unico modo per assorbire e per sistemare la vita. Altrimenti mi sgomenterebbe, mi sconvolgerebbe troppo.
Ciò che passa senza esser messo in parole, senza esser trasformato e, in un certo senso, purificato dal crogiuolo dello scrivere, non significa nulla per me. Solo le parole che durano mi sembrano reali. Hanno un potere, un valore superiore a noi.
Visto che io provo a decifrare tutto tramite la scrittura, forse scrivere in italiano è semplicemente il mio modo per apprendere la lingua nel modo più profondo, più stimolante.
Fin da ragazza appartengo soltanto alle mie parole. Non ho un paese, una cultura precisa. Se non scrivessi, se non lavorassi alle parole, non mi sentirei presente sulla terra.
Cosa significa una parola? E una vita? Mi pare, alla fine, la stessa cosa. Come una parola può avere tante dimensioni, tante sfumature, una tale complessità, così una persona, una vita. La lingua è lo specchio, la metafora principale. Perché in fondo il significato di una parola, così come quello di una persona, è qualcosa di smisurato, di ineffabile».

 «Scrivo per rompere il muro, per esprimermi in modo puro. Quando scrivo non c’entra il mio aspetto, il mio nome. […] Sono invisibile. Divento le mie parole, e le parole diventano me.»

 «Scrivo per sentirmi sola. Fin da ragazzina è stato un modo di ritirarmi, di ritrovarmi».

Estratti da interviste. .Jhumpa Lahiri, nata a Londra da genitori di Calcutta e cresciuta a Rhode Island, nel 2000 ha vinto il premio Pulitzer con L’interprete dei malanni (pubblicato in Italia da Marcos y Marcos e poi da Guanda). Nel 2003 esce il romanzo L’omonimo che la regista indiana Mira Nair ha portato sul grande schermo. Firma di punta del New Yorker e  dopo essere stata in lizza al Booker Price con il recente romanzo La moglie, Jhumpa Lahiri ha deciso di fare una scelta radicale: venire a vivere per qualche anno in Italia, misurandosi con una lingua amatissima, diversa dalla propria. Ha pubblicato il suo primo libro in italiano In altre parole (Guanda, 2015).

Sabato 28 marzo Jhumpa Lahiri sarà ospite della libreria Pagina 348, in Viale Cesare Pavese 348, a Roma.

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