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Mila Venturini e il suo nuovo romanzo L’amore non conviene

di Emanuela D’Alessio

Mila Venturini, dopo Due di tutto e una valigia, torna in libreria con L’amore non conviene (sempre per nottetempo), una divertente riflessione sui “guasti” dell’amore e soprattutto un ritratto non banale degli adolescenti.

Venturini_amore_cover.indd«Il tema principale – come ci spiega l’autrice –  è il confronto tra generazioni o per  meglio specificare, il reciproco aiuto che adulti e ragazzi possono scambiarsi davanti alle immancabili delusioni che la vita ci va riservando. L’idea centrale che mi ha spinto a scriverlo però nasce da un quesito che mi sono spesso posta: fino a che punto è giusto e possibile proteggere i nostri ragazzi? Paradossalmente, potremmo spingerci con l’accudimento fino a sconfinare in territori che li troveranno sempre vulnerabili come, ad esempio, l’innamoramento e le sue immancabili delusioni?».

L’amore non conviene è una storia corale e, prosegue Mila Venturini, «quindi abbiamo “in campo”  un gruppo di personaggi. Si svolge in un liceo classico dove, un originale supplente, Federico Serpieri, comunica alla II C la sua intenzione (solo in quella classe) di sostituire l’insegnamento di storia e filosofia con un corso di utile autodifesa, dal titolo: Effetti pericolosi dello stato d’innamoramento sulle giovani generazioni».

[…] “Sono Federico Serpieri e sostituisco il vostro professore di storia e filosofia, avete già saltato molte lezioni ma da oggi non sarete piú soli”.
Studiò la sua sedia come a valutarne la comodità e vi prese posto, tirò fuori dalla borsa il registro e un portapenne che allineò sulla cattedra insieme a una cornice di pelle.
“La foto di mia figlia Odilia: la porto sempre con me, non credo sarà un problema”.
Il sonoro di una risatina irridente non contagiò Ernesto, intento a studiare i movimenti dell’uomo tutto preso dall’organizzazione del campo di battaglia.
Marco aprí un occhio sul nuovo insegnante e bisbigliò nell’orecchio di Michele: “Questo chi è?”
“Uno strano, dormi”.

[…] In un silenzio sospeso, Serpieri impugnò il gesso come fosse uno stiletto, compiaciuto per l’attesa creata tra gli studenti, voltò le spalle alla classe e scrisse alla lavagna: Effetti pericolosi dello stato d’innamoramento sulle giovani generazioni.
Quando si girò di nuovo verso i ventotto ragazzi ebbe modo di scorgere qua e là diversi volti impallidire.
“Si chiama cosí il mio corso per quest’anno nella classe II C”.
Poi come avesse svelato il terzo segreto di Fátima a un collegio cardinalizio, incurante delle occhiate spaventate, lasciò cadere il gesso.
“In diverse scuole si sono tenuti corsi sui pericoli dell’alcolismo e delle dipendenze in generale, ma l’innamoramento e i suoi catastrofici corollari, l’amore tra gli altri, sono stati e restano una malattia dolorosa e debilitante, nonostante il romanticismo li abbia sempre spacciati come tormenti piacevoli”.

«Il bizzarro professor Serpieri è il nostro protagonista ma dalla classe emergeranno presto le figure di sei allievi: Ernesto, Giorgio, Pietro, Giulia, Geppo e Marta che incarnano vari prototipi giovanili, ciascuno con le sue particolarità e dunque ciascuno avrà una diversa reazione davanti alla strana proposta del professore. Ernesto è una figura di coprotagonista perché il confronto umano con il professore lo porterà a evolvere la sua posizione di eterno innamorato (non ricambiato) di Giulia. Un posto speciale poi occupa Cecilia Bassani, madre di Ernesto che darà vita più in là nel racconto, proprio a una storia d’amore con il nostro pazzo professore».

Se il primo romanzo Due di tutto e una valigia, come molti romanzi d’esordio, prendeva spunto da elementi autobiografici, con L’amore non conviene l’autrice ha deciso di lasciare la rassicurante zona dell’autobiografia per avventurarsi nel territorio della completa invenzione. «Solo i lettori potranno decidere se ci sono riuscita oppure no. Certo, chi scrive ha sempre “un tema che lo ossessiona” e una “voce” che lo rappresenta. Nel mio caso, mi interessa raccontare il pianeta adolescenza, questa età d’incertezze, cambiamenti repentini e colpi di testa che trovo affascinante. Mi rendo conto che nelle mie storie (includo alcuni racconti) ci sono sempre di mezzo adolescenti e ragazzi in generale. Quanto alla mia “voce di autrice” (come nel mio primo libro) è ancora quella dell’ ironia e  dell’umorismo. Nella scrittura mi viene naturale evitare toni patetici  (anche quando affronto argomenti seri) che non sono proprio nelle mie corde. Del resto sono sempre stata certa che attraverso l’umorismo (Pirandello ce  l’ha insegnato bene) è possibile affrontare temi drammatici e anche molto complessi».

Mila Venturini

Mila Venturini

Ma che genere di romanzo ha scritto Mila Venturini alla sua seconda prova? «L’amore non conviene rientra a mio avviso nel genere commedia romantica, anche se si sviluppa in un contesto certo non realistico. È  una commedia, perché tutto il racconto è venato di umorismo e ironia espresse in divertenti situazioni nelle quali il professore mostra tutta la sua comicità. Ma l’aggettivo “romantica” è d’obbligo perché nel suo svolgersi prende vita una bella storia d’amore che non ci negherà il lieto fine, come in tutte le commedie romantiche che si rispettino».

Mila Venturini ha impiegato più di un anno (con diverse interruzioni) a scrivere la prima stesura. All’inizio «era messo a fuoco soprattutto il carattere del professor Serpieri, mentre i ragazzi rimanevano figure secondarie. La seconda e ultima stesura, avvenuta tempo dopo, si è avvalsa di più numerose lezioni del nostro professore, su argomenti come: gelosia, innamoramento, sesso, matrimonio…. Questo ha determinato un notevole arricchimento del romanzo perché, a mio avviso, le lezioni costituiscono forse le pagine più divertenti. Inoltre, in quest’ultima stesura sia Ernesto sia i ragazzi in generale, sono tratteggiati con una personalità più definita».

Mila Venturini, romana, sceneggiatrice televisiva, ha lavorato, tra l’altro a Un medico in famiglia e Un posto al sole. Per nottetempo ha pubblicato Due di tutto e una valigia nel 2010Selezione Gran Premio delle Lettrici di Elle. Per Biancoenero edizioni ha pubblicato il giallo per bambini Detective al mare. Tiene laboratori di scrittura creativa per i bambini

Qui la nostra intervista a Mila Venturini del 3 dicembre 2013.

L’amore non conviene
Mila Venturini
nottetempo, 2014
pp. 248, € 14,50

Le interviste dei Serpenti: Mila Venturini

di Emanuela D’Alessio

Proseguiamo le interviste agli scrittori con Mila Venturini, autrice di Due di tutto e una valigia (nottetempo, 2010), presentato sabato 23 novembre alla libreria Pagina 348.

Dalle poche notizie disponibili in rete apprendiamo che Mila Venturini vive a Roma, ha lavorato come sceneggiatrice televisiva per Un posto al sole e Un medico in famiglia, ha pubblicato racconti.  Lei che cosa può e vuole aggiungere?
Posso solo aggiungere che prima di approdare alla sceneggiatura televisiva, intorno ai trent’anni, mi ero già cimentata con la narrativa pubblicando racconti umoristici per riviste e antologie specializzate. Solo molto più tardi partecipai a una selezione per dialoghisti di Un Posto al sole. Superai il test e lavorai come dialoghista di soap opera (in seguito superai test per altre soap) per più di dieci anni. Per diversi anni ho scritto essenzialmente dialoghi e allora ne soffrivo un po’ la routine, oggi mi rendo conto che quella come dialoghista è stata una palestra utilissima anche per la narrativa.

Dalla scrittura di sceneggiature televisive è passata alla  scrittura del romanzo Due di tutto e una valigia. Due differenti modalità di scrittura, con quale si sente più affine?
Scrivere sceneggiature mi ha regalato tanto divertimento, qualche soddisfazione e ricchezza di rapporti umani. Per la sceneggiatura (il più delle volte) si lavora in gruppo confrontando le tue idee con quelle dei colleghi e cercando poi un punto di contatto, lo scrittore di narrativa al contrario è un solitario. A me interessano entrambe le modalità. Però, indubbiamente, il mio genere di scrittura che è ironica, umoristica e piena di allusioni, trova maggiore espressività nella forma narrativa. Diciamo che la scrittura narrativa mi permette più libertà.

Due di tutto e una valigia, il suo romanzo di esordio, affronta il tema del pendolarismo cui sono costretti molti figli di genitori separati. Lo affronta con leggerezza e ironia. Perché ha scelto questo argomento? Per esorcizzare un’esperienza personale?
Sì, come spesso avviene nei romanzi d’esordio, c’è molto di autobiografico in Due di tutto e una valigia. Quando mi separai da mio marito, i nostri figli erano ancora piccoli e, considerato il grande attaccamento che avevano per quel papà molto presente, scegliemmo un affido condiviso. I bambini vivevano una settimana con me e una con il papà, si spostavano con una valigia che viaggiava da una casa all’altra. Il mio ex marito e io cercavamo di essere sempre presenti e, da bravi “separati perfetti”, ci illudevamo di ridurre la sofferenza e il disagio di due bambini di otto e sei anni. Naturalmente il nostro progetto fallì miseramente e furono comunque anni difficili per tutti. A distanza di tempo, quando le mie ferite si erano cicatrizzate, sentii il bisogno di dare voce a questa separazione della quale ormai riuscivo a cogliere anche gli aspetti ridicoli e buffi. Però avrei potuto raccontarla solo attraverso il mio stile narrativo che è comunque leggero e umoristico. Ricordando le inquietudini di mia figlia, in quel periodo, la trasformai nella voce narrante. Naturalmente con le dovute differenze, mia figlia allora era una bambina mentre la mia protagonista è una ragazza di 25 anni che, attraverso un lungo flashback, racconta la separazione dei genitori avvenuta molti anni prima. La scommessa per me era riuscire a trattare un argomento molto serio, come una separazione, senza sentimentalismi ma usando toni leggeri e ironici. A giudicare da com’ è stato ben accolto il libro (giuro che non me lo aspettavo) forse la scommessa l’ho vinta.

Com’è avvenuto l’incontro con la casa editrice nottetempo?
Nel 2009, dopo una lunghissima gestazione, mi decisi a finire il libro e a spedire il romanzo a un certo numero di case editrici. Dopo diverso tempo, quando ormai non ci speravo più, mi contattò qualcuno da nottetempo per comunicarmi che il libro era piaciuto. Dopo l’estate trovai una mail di Ginevra Bompiani. Ci siamo incontrate e abbiamo subito simpatizzato, io ho accettato volentieri di aggiungere una revisione al testo e nel gennaio del 2010 è uscito il libro.

Chi è stato il suo editor e come è stato il lavoro di editing?
L’ editor era Lavinia Azzone, una persona preparata il cui intervento sul libro è stato senz’altro migliorativo. Il lavoro di Lavinia non è entrato tanto nel merito della trama quanto della struttura, sempre considerando anche la mia opinione. Penso che il lavoro di editing su un romanzo sia un aspetto importante per la riuscita di un libro. Però è auspicabile condividere gli interventi dell’editor e riconoscerne la professionalità. A nottetempo, per esempio, apprezzo il garbo che hanno di trattare sia gli autori sia i loro libri.

Nel 2010 nottetempo è stata la casa editrice madrina del concorso letterario 8×8, la felice invenzione di Oblique studio per scoprire nuovi talenti. In quell’occasione lei partecipò come scrittrice e membro della giuria. Che cosa pensa dei concorsi letterari in generale e di 8×8 in particolare?
In passato ho partecipato a diversi concorsi letterari e qualcuno l’ho anche vinto. Concorrere è una verifica delle proprie potenzialità e uno stimolo a scrivere. Accettare una scadenza e un obiettivo è una forma di autodisciplina e questo nella scrittura fa sempre bene. Trovo però che alcuni di questi concorsi richiedano quote di partecipazione troppo alte e questo può essere un problema soprattutto per i concorrenti molto giovani. Per quanto riguarda 8×8, mi sono divertita molto in quella situazione, c’era un clima caldo e amichevole e fui lusingata che la casa editrice mi invitasse a partecipare con un racconto inedito. Ricordo che ero molto emozionata, non avevo mai letto un mio racconto in pubblico.

Dopo la prima puntata Masterpiece, il nuovo talent letterario di Rai3, ha registrato un calo degli ascolti e suscitato molte critiche e ironie. La riprova che televisione e letteratura non vanno molto d’accordo? Che lo scrivere non può diventare uno spettacolo televisivo? Che cosa ne pensa?
 La curiosità mi ha spinto a vedere sia la prima sia la seconda puntata. Tutta “l’operazione” mi lascia un po’ perplessa. Non penso che la letteratura possa funzionare bene in televisione, secondo me rischia di risultare noiosa, inoltre credo che i concorrenti, sottoposti a quelle snervanti prove, non possano dare il meglio come scrittori. Capisco che si debba fare spettacolo ma questo con il saper scrivere non c’entra nulla. Detto ciò, se il programma può indurre la gente a interessarsi di più ai libri, ben venga anche Masterpiece.

 

Mila Venturini con Marco Guerra di Pagina 348. Foto di Elena Martinelli

Quando entra in una libreria come Pagina 348, la piccola e attiva libreria di periferia  che l’ha ospitata sabato 23 novembre, come si sente?
Mi sento molto bene, purtroppo capita sempre più di rado. Penso che molti autori sarebbero ben felici di entrare più spesso in librerie come Pagina 348. Sono coraggiosi avamposti di cultura che resistono in zone dove le librerie sono quasi del tutte scomparse, sostituite dalle grandi catene. Il libraio è una professione che può dare grandi soddisfazioni quando viene svolto con passione e impegno, come nel caso della libreria Pagina 348.

Quali sono i suoi progetti nell’immediato o nel lontano futuro?
Sto ultimando il mio secondo libro per nottetempo e, dallo scorso anno, ho iniziato una collaborazione con una casa editrice per ragazzi che si chiama  Biancoenero. Per loro ho già scritto Detective al mare. È un breve giallo (sempre venato di umorismo) che fa parte della collana Zoom gialli, per bambini con disturbi di dislessia. Mettersi alla prova con qualcosa di nuovo è sempre molto stimolante,  dopo la soap e la narrativa per adulti,  la scrittura per bambini per me è ancora una nuova modalità di scrittura.

Il libro che ancora non è riuscita a leggere e quello che non smetterebbe mai di leggere?
Tra i numerosi libri che ancora non sono riuscita a leggere, confesso, c’è Ulisse di Joyce (però vanto una serie infinita di tentativi e ricordo di aver letto il testo dedicato all’introduzione). I libri che non smetterei mai di leggere sono tutti quelli che ho amato e qui la lista sarebbe davvero troppo lunga e spazia da Dickens a Mann fino a Calvino, Salinger e John Fante. Comunque, valga per tutti Il Gattopardo, romanzo letto infinite volte e al quale dedicai la tesi di laurea.

Il realismo è l’impossibile – Walter Siti

di Caterina Di Paolo

già pubblicato su ventisei barrato

Arnheim in Arte e percezione visiva faceva una bella osservazione sui disegni dei bambini: i piccoli disegnavano ogni cosa rotonda. In particolare una sega elettrica era disegnata come un cerchio con tanti cerchietti attorno. Questo non perché il bambino non sappia vedere la forma dell’oggetto per quella che è, aguzza; ma perché il cerchio è la prima forma che si riesce a disegnare, la più semplice, mentre la linea spezzata si impara più avanti.
Questo accade anche quando uno scrittore alle prime armi (o che non si sia fatto certe domande) cerca di descrivere una scena. Ci sono troppe cose a cui pensare, descrizioni di ambienti o circostanze in cui calare i personaggi o le considerazioni, e così si cade nei cliché: la bionda tipica, il bello e impossibile, il buono sfigato, il funerale con la pioggia, il bambino innocente. La richiesta più frequente che un editor possa fare oggi a uno scrittore, mi pare, è «dimmi qualcosa che non so, quello che so non scriverlo, non esiste». E troppe persone (mi metto nel gruppo) sono tentate dallo scrivere che il cielo è blu, che la risata dei bambini è rinfrancante, che stendersi su un prato è bello. Quale cielo? Blu come? Il cielo sopra quale città o paese? Che bambino è? Ha tutti i denti? Cosa intendi per bello, il prato è senza cacche o lumache? Perché hai sentito il bisogno di menzionare cose vaghe? Se non sai maneggiare il vago, se non sai essere ellittico, se la tua vaghezza è semplicemente mancanza di argomenti, di parole, di precisione, salta subito all’occhio e tu non hai scritto niente.

Qualche tempo fa ho visto gli editori dell’Orma alla bella iniziativa “Letti di notte” della libreria Scripta Manent (qui il primo approfondimento di INDILIBR(A)I). In un’atmosfera molto informale, stesi su un tatami in pigiama, hanno parlato della collana “I pacchetti” davanti a tante persone. Dopo aver letto gli epistolari di Gramsci, Nietzsche e Baudelaire uno dei due ha detto: «un’autrice che mi ha sempre affascinato è Emily Dickinson, perché aveva il dono, pur essendo rimasta reclusa in una stanza per tutta la sua esistenza, di proiettare un’infinità dettagliata, di vedere il mondo dentro a un piccolo particolare.» Quando si percepisce il reale? Quando bisogna lasciarlo andare?
Uno scrittore sapiente non deve necessariamente descrivere in modo minuzioso ogni cosa: anche la vertigine della lista così presente in Perec è una cifra stilistica, non una soluzione universale al problema. Perec usa la lista come dimostrazione dell’indocilità del reale, in cui ci si può solo perdere affinando la vista. Mi trovo in un salotto e se fisso lo schermo sento attorno a me solo il beige della carta da parati, ma spingendo lo sguardo verso il tavolo noto per la prima volta che ha delle gambe bizzarre, unite in una colonna che poi si dipana in quattro zampe con i piedi dorati. Le zampe hanno una sottile scanalatura con una foglia in finto oro applicata sopra, sono curve. Il legno è abbastanza lucido, scuro, le venature rossastre mi fanno pensare che sia ciliegio o una cosa simile. Se fisso a lungo quelle gambe penso che potrebbero muoversi e scappare, e che il tavolo sembra un ragno. Potrei descrivere tutta la stanza, potrei descriverla nei particolari e poi riscrivere il pezzo in dieci modi diversi. È una via di scrittura, è una dichiarazione d’intenti che mi fa pensare a quando Wittgenstein diceva che la filosofia non aggiunge nulla alla realtà. La scrittura dovrebbe riuscirci? Per me questo è ancora un grande quesito, e mi sento ancora al bordo della piscina rispetto a chi nuota e scrive senza paura (il fatto che ci pensi sopra non significa che prima o poi mi tufferò, naturalmente).
Si arriva all’iceberg, che non si rilegge mai abbastanza: «If a writer of prose knows enough of what he is writing about he may omit things that he knows and the reader, if the writer is writing truly enough, will have a feeling of those things as strongly as though the writer had stated them. The dignity of movement of an ice-bergis due to only one-eighth of it being above water. A writer whom its things because he does not know them only makes hollow places in his writing.»
Quindi osservare, scrivere, togliere. Non osservare, scrivere, perdersi (ci si perde consapevolmente, ci si perde fermandosi, o ci si lascia andare quando si ha veramente polso e mano). La scrittura è combattimento e felicità. Tutte queste cose, e molte altre, sono spiegate nel fondamentale Il realismo è l’impossibile di Walter Siti, su cui vorrei scrivere di più senza riuscirci, perché ha toccato una corda profondissima, lasciandomi mezza muta e molto pensosa.

Il realismo è l’impossibile, pagina 26: perché inventare?
«Perché, avendo a disposizione millenni di storia e decenni di cronaca, un narratore sente il bisogno di inventarsi una storia in più, una storia che non è mai accaduta ma sarebbe potuta accadere? Perché questa storia fittizia, per qualche causa oscura, è più esemplare delle storie vere, contiene più significati in un rapporto più coerente e armonioso; perché può ammaestrare e far capire cose che giacciono nell’universo personale e collettivo; perché la realtà così alterata e messa in forma è più buffa, o più tragica o più commovente di quanto la realtà nuda e cruda non sia stata mai. La narrazione fittizia ci offre un cosmo e non un caos, una realtà controllabile e finita, un facsimile di realtà commisurato a quegli dèi minori che crediamo di essere nei nostri deliri di onnipotenza. L’universo alternativo della narrazione è composto da molti meno elementi dell’universo reale; il mondo rappresentato in un racconto fittizio è sempre il frutto di una selezione

Il realismo è l’impossibile – Walter Siti
Nottetempo, 2013
pp.88 , 6,00 euro

Gli italiani di inizio anno per e/o, minimum fax e nottetempo

Ecco le prime uscite di narrativa italiana del 2013 per e/o, minimum fax e nottetempo:

Alessandra Fiori, Il cielo è dei potenti, edizioni e/o
Dagli anni Quaranta ai giorni nostri, la vita del politico Claudio Bucci, uomo ambizioso e disilluso. Un romanzo in cui storia personale e storia d’Italia s’intrecciano esplicandosi a vicenda.
Giornalista, scrittrice e sceneggiatrice, Alessandra Fiori è nata a Roma nel 1977. Ha esordito nel 2010 con il romanzo Le conseguenze del caso (Piemme).

Cosimo Argentina, Per sempre carnivori, minimum fax
Un professore precario e scapestrato sullo sfondo della provincia di Taranto popolata da personaggi equivoci e bizzarri, tra mattinate trascorse in classe e nottate passate a bere in squallidi locali notturni. Un ritratto ironico della provincia italiana.
Nato a Taranto nel 1973, Cosimo Argentina è professore di diritto ed economia politica e abita in provincia di Milano. Ha esordito nel 1999 con il romanzo Il Cadetto (Marsilio) e da allora ne ha scritti numerosi altri, pubblicati da varie case editrici. 

Giorgio Ghiotti, Dio giocava a pallone, nottetempo
I giorni passati sui banchi di scuola, le feste con gli amici, i primi amori: piccole cose grandissime che rendono l’adolescenza un momento magico, tragico e irripetibile. Un autore giovanissimo racconta quel periodo della vita che tutti maledicono ma nessuno riesce mai a dimenticare.
Giorgio Ghiotti è nato diciotto anni fa a Roma, dove abita e frequenta il liceo. Ha vinto il Calvino Giovani del Lazio. Questo è il suo primo romanzo.

nottetempo: intervista a Chiara Valerio, curatrice della nuova collana narrativa.it

di Emanuela D’Alessio

nottetempo, la piccola casa editrice romana di Ginevra Bompiani, ha inaugurato la nuova collana narrativa.it dedicata a esordienti italiani e curata da Chiara Valerio, editor e scrittrice affermata. I libri si distingueranno anche per le copertine, ognuna affidata a un artista contemporaneo.

I primi due titoli sono Dammi un posto tra gli agnelli di Laura Fidaleo con la copertina illustrata da Sebastiano Mauri, già in libreria; Dio giocava a pallone di Giorgio Ghiotti con la copertina illustrata da Enzo Umbaca, in uscita a gennaio 2013.
Laura Fidaleo, trentenne di Formia, esordisce con una raccolta di racconti che l’hanno fatta paragonare a un Salinger degli anni Duemila. Giorgio Ghiotti, diciottenne romano che ancora frequenta il liceo, ha vinto quest’anno il Calvino Giovani del Lazio.

narrativa.it sarà presentata ufficialmente in occasione di Più libri più liberi OFF a Roma. Il 7 dicembre alle 20.00, alla Libreria Fandango Incontro (Via dei Prefetti, 22), Ginevra Bompiani, Rosetta Loy e Chiara Valerio parleranno dei primi due titoli della collana insieme agli autori Laura Fidaleo e Giorgio Ghiotti.

Intervista a Chiara Valerio
Chiara Valerio è nata a Scauri nel 1978 ma vive a Roma; ha una laurea in matematica ma fa l’editor e la scrittrice. Il suo ultimo libro è Spiaggia libera tutti (Laterza, 2010). nottetempo ha pubblicato nel 2009 Nessuna scuola mi consola e La gioia piccola d’esser quasi salvi.

narrativa.it è la nuova collana di nottetempo dedicata agli esordienti italiani. In Italia ci sono così tanti esordienti da pubblicare, al punto di dedicare loro un’intera collana?
No, e in effetti non pensiamo di pubblicare più di due o tre titoli all’anno. I primi due li avevamo letti già da qualche tempo. L’idea di Ginevra Bompiani era di costruire una collana di “nuove scritture”. Che possono essere in prima battuta esordi, e in seguito, anche scritture e dunque scrittori i cui libri non hanno avuto sufficiente attenzione. narrativa.it è dunque una collana che cerca di rimodulare il concetto di esordio.

Da dove vengono i “suoi” nuovi esordienti?  Dalle scuole di scrittura, dai blog, dai concorsi letterari, o dalle polverose pile di manoscritti che si accumulano in casa editrice?
Quando José Saramago ne Il memoriale del convento presenta a chi legge Padre Bartolomeo Lourenço de Gusmao, scrive che non era «erba che cresce nelle sacrestie». E poiché ho amato molto padre Bartolomeo, diffido di chi cresce nelle “sacrestie”. Tuttavia, la mia posizione – la temperanza forse è un portato dell’età – è diversa. Penso ci siano scrittori che, per la lingua loro e per quelli che la leggeranno, desiderano un periodo di “bottega”. E certe scuole di scrittura sono l’occasione di imparare i rudimenti di “un mestiere”. In ogni modo sia Laura Fidaleo che Giorgio Ghiotti sono giunti, per due strade diverse, in forma di manoscritto polveroso in casa editrice.

A inaugurare la collana è Dammi un posto tra gli agnelli di Laura Fidaleo, una giovanissima (è nata nel 1980) autrice che ha riscosso giudizi incoraggianti. Filippo La Porta l’ha paragonata a un giovane Salinger degli anni Duemila. Quale sarà la cifra degli autori della collana, a parte l’essere esordienti: la giovane età, il genere, lo stile, i temi trattati?
Quello del resto degli autori nottetempo, la lingua, il ritmo, il non somigliare a nessuno.

Il mestiere dell’editor e dello scrittore sono sostanzialmente differenti. Il suo essere editor e scrittrice al tempo stesso non rischia di creare un cortocircuito?
Non credo che uno sia uno scrittore o sia un editor. Credo che siano “mestieri” che non si può dire di fare. Si fanno e basta, quando si fanno. Lily Briscoe in Al Faro non riesce a dipingere fino a quando dice di dover dipingere. Non c’è nessun cortocircuito, e non ho mai trovato una vera differenza tra certe parole mie e certe parole di altri. Scrivo con le orecchie e leggo con le orecchie, questo intendo.

Lei ha una formazione scientifica, una laurea e un dottorato in matematica. Questo smentisce una volta di più l’incompatibilità tra numeri e parole. Come e perché ha scelto la via della letteratura e dell’editoria?
Ho sempre scritto perché mi piace sentire le storie, e mi piace che certe volte finiscano diversamente da come mi sono state raccontate. Ho sempre scritto perché sono una persona che scrive per spiegarsi le cose. Quando scrivo, capisco. La facoltà di matematica poi è l’unica facoltà di grammatica che possa immaginare. Sedici esami di simboli e coerenza, conseguenze, e causa effetto, linea del tempo e linee dello spazio. Racconto insomma. Per quanto riguarda il mio lavoro editoriale in senso lato devo molto a Mario Desiati che mi ha chiamato nella redazione di «Nuovi Argomenti» dove ho avuto l’occasione di discutere di libri editi e inediti. Per quanto riguarda il lavoro editoriale in senso stretto, il mio avere imparato che cos’è e come si fa un libro, sono certa che se non avessi incontrato Ginevra Bompiani, non sarei qui.

Quali sono i prossimi libri che curerà come editor?
nottetempo è un luogo collegiale, ci sono, per esempio, oltre la stessa Ginevra Bompiani, pure Lavinia Azzone e Anna Trocchi che lavorano sui testi, italiani e stranieri, di narrativa e saggistica, quindi non so quale sarà il prossimo. Diciamo che adesso, con Ginevra stiamo valutando due romanzi e un’altra raccolta di racconti, e che dunque, i prossimi libri li abbiamo già sul tavolo… abbastanza vaghezza da creare suspence?

Nell’attuale panorama dell’editoria italiana, quali sono le altre collane o case editrici che, secondo lei, hanno una migliore linea editoriale per quanto riguarda gli italiani esordienti?
Cito due editori indipendenti con i quali spesso mi confronto (e che dunque mi piacciono): Loretta Santini (Elliot) e Mario Desiati (Fandango).

nottetempo festeggerà tra poco dieci anni di attività. Un traguardo importante per un piccolo editore che sembra ben intenzionato a proseguire sulla strada della ricerca e della qualità. Che cosa vorrebbe augurare a Ginevra Bompiani?
Io come i bambini, vorrei che le cose non cambiassero mai. Quindi augurerei a Ginevra Bompiani di restare esattamente così. Intelligente, colta, spiritosa, attenta e curiosa, battagliera. E a nottetempo di continuare a lavorare così come stiamo facendo.

Le interviste dei Serpenti: Francesco D’Isa

Francesco D'Isa "I."Nato a Firenze nel 1980, Francesco D’Isa è un artista difficilmente descrivibile e presentabile. Le sue opere, in bilico tra l’illustrazione tradizionale, il collage e l’arte digitale, dopo essere state pubblicate sulla rivista letterario-artistica “Mostro” (da lui co-fondata) hanno attirato l’attenzione e sono state esposte in varie gallerie, non solo in Italia. Dalla rappresentazione di donne algidamente sensuali, cibernetiche e allo stesso tempo mitologicamente archetipiche si è sviluppato il progetto artistico Pornsaints, che mescola pornografia, arte e trascendenza.
A fine 2011, D’Isa ha pubblicato con nottetempo I., il suo primo libro. Composto da illustrazioni di autori vari, tutte utilizzabili poiché di pubblico dominio o sotto licenza Creative Commons, I. è la storia della ricerca di un’identità, una sorta di “romanzo” di formazione fatto di immagini e parole (sia originali che “rubate” e riadattate da altri autori). Il suo protagonista compie un viaggio alla ricerca di sé stesso imbattendosi in filosofi, pseudo-divinità, millantatori, sirene vacue, cercando risposte, provando ad amare, studiando, andando in guerra. La risposta che troverà è la non-risposta per eccellenza, eppure l’unica possibile.
Abbiamo incontrato Francesco D’Isa e gli abbiamo fatto qualche domanda. Continua a leggere