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Gonzalo e la sua amorevole voglia di combattere – Intervista a Ade Zeno

di Emanuela D’Alessio

Gonzalo prima lavorava come cerimoniere al tempio crematorio della sua città, ora lavora per la mostruosa Signorina Marisól, affetta da una misteriosa malattia che la costringe a nutrirsi di prede umane.
Gonzalo prima viveva, colmo di amore, con la piccola figlia Inès e la moglie Gloria. Ora vive da solo,  la figlia è stata colpita da una malattia – altrettanto misteriosa – che la costringe da molti anni in uno stato vegetativo, la moglie lo ha lasciato quando si è accorta del suo inquietante cambiamento.
Senza anticipare nulla su cosa succede “dopo” nel nuovo romanzo di Ade Zeno, posso dire che L’incanto del pesce luna è una storia paradossale, perché esaspera clamorosi contrasti, dà voce alle infinite e umane contraddizioni, provoca ininterrottamente raccapriccio e commozione, orrore e pietà, terrore e speranza. Una storia che non fa paura, nonostante l’esplorazione dell’abisso; una storia sull’amore e sulla vita, nonostante le cifre dominanti della morte e della malattia.
Ade Zeno, scrittore e cerimoniere al Tempio Crematorio di Torino, ha creato dopo una lunga e sofferta gestazione un romanzo doloroso, commovente, disperato, catartico, giocando con le tinte grottesche e poetiche della sua scrittura.
Per sconfiggere i mostruosi demoni che albergano in tutti noi, o solo per ridurli al silenzio, li si deve guardare negli occhi, aggredirli senza esitazione, e conservare sempre un guizzo di ironia da trasformare all’evenienza in ghigno beffardo.
Ho voluto soffermarmi ancora un po’ su L’incanto del pesce luna rivolgendo alcune domande all’autore.

Nella nota conclusiva di L’incanto del pesce luna hai scritto che la genesi del libro è legata a un periodo felice e a un periodo buio della tua vita, che il libro è per te fratello e nemico allo stesso tempo. Puoi spiegarci meglio il punto di partenza e la destinazione finale di questa nuova creazione letteraria, ma anche tutto quello che è accaduto durante?
Non amo parlare della mia vita privata, chi mi conosce sa che ho un rapporto con la riservatezza ai limiti dell’ossessivo. Il periodo di gestazione dell’Incanto è stato piuttosto lungo, direi intorno ai due o tre anni, e confermo che quando l’ho iniziato ero una persona molto diversa rispetto a quella che ha corretto le ultime bozze prima della pubblicazione. Diversa nel senso di meno infelice. Ciò che è successo durante la stesura ha a che vedere con la mia biografia, ma ha inevitabilmente condizionato anche il mio sguardo sul romanzo, verso il quale – inutile negarlo – oggi provo una forma di oscuro risentimento, perché molte delle pagine che lo compongono mi ricordano momenti che vorrei dimenticare. Naturalmente non li dimenticherò. E lui farà lo stesso.

Il protagonista Gonzalo fa il tuo stesso lavoro, cerimoniere al tempio crematorio di un cimitero. Per scrivere di lui, ma credo anche di molto altro, hai attinto a piene mani alla tua vita reale perché «l’immaginario è legittimato a divorarsi la verità come meglio crede». Anche lo pseudonimo Ade Zeno è stato divorato dalla verità, in queste settimane il tuo nome è stato svelato dai recensori. Insomma, L’incanto del pesce luna ha provocato un profondo smottamento che ha portato alla luce molti dei tuoi (o tutti?) “tesori nascosti”.  Una scelta consapevole o la conseguenza di un’urgenza sfuggita al controllo?
Anche se trasfigurato e posto al servizio della narrazione, tutto quello che scrivo è governato da pulsioni decisamente reali, profondamente mie, non vedo come potrebbe essere altrimenti. In ogni caso non credo che brulichino molti tesori fra ciò che nascondo. Quanto al discorso sull’identità, ho sempre preferito considerare Ade Zeno un eteronimo, vale a dire un nome che non sostituisce quello vero come si propongono di fare gli pseudonimi, ma lo integra diventando a sua volta personaggio di un immaginario preciso. Alcuni recensori hanno ritenuto doveroso rivelare la mia identità anagrafica – in un caso, fra l’altro, riuscendo perfino a sbagliarla – e non nego di avere patito gesti simili come il tradimento di un patto segreto. Ma a quanto pare in giro circola ancora troppa gente convinta che la realtà sia quella che si vede.

Gonzalo, prima di gettare in pasto (letteralmente) alla feroce Signorina Marisól prede umane ignare dell’atroce destino imminente, fa indossare a ciascuna una maschera di animale (rana, elefante, scimmia, leone, rinoceronte, pesce palla). Le vittime sono quasi sempre uomini, a volte bambini, mai donne. Il mostro-donna non può divorare una sua simile?  E perché l’uso delle maschere?
L’Incanto è abitato quasi esclusivamente da carnefici. Di vittime pure – cioè quelle in cui è riconoscibile un vago sapore di innocenza – ne compaiono pochissime. Era importante che ci fossero anche loro, ovvio, il sacrificio di un bambino rende più evidente la crudeltà degli aguzzini. Ma è chiaro che la tesi del libro è una riflessione su quanto sia illusoria la divisione fra bene e male. A pensarci bene la vecchia Marisól è molto meno condannabile dei suoi complici, in fondo le sue azioni sono governate dal puro istinto, dalla fame, mentre i faccendieri che le gravitano intorno – Gonzalo compreso – hanno scelto di stare dalla sua parte.
Le dinamiche di potere che governano il mondo in cui viviamo sono sempre state gestite esclusivamente da maschi, quindi, in una logica di contrasto, mi è sembrato naturale porre una donna al vertice della piramide. D’accordo, si tratta di un personaggio anomalo, mostruoso, ma il fatto che sia femmina lo rende più inquietante, credo, più destabilizzante. Non viene dichiarato esplicitamente, ma il fatto che tra le vittime della mattanza non figurino mai donne o bambine potrebbe rappresentare la profonda spaccatura tra sessi che da sempre domina il nostro mondo. La verità è che le donne, sia pure da una posizione di sudditanza sociale, superano di gran lunga gli uomini più o meno in tutto: sono molto più intelligenti, sensibili e perfide. Vale la pena vagheggiare una società manovrata da loro, risulterebbe decisamente più interessante.
Quanto all’uso delle maschere, direi che risponde a una doppia esigenza: la prima, più tecnica se vogliamo, riguarda la necessità di alimentare quel senso del grottesco che attraversa l’intera narrazione. La seconda, meno esplicita, si sposta invece sul piano simbolico, o meglio metaforico: quei volti posticci, trasfigurati, anziché nascondere la natura degli uomini che li indossano la rivelano, disarmandoli completamente ai nostri e ai loro stessi occhi.

Nelle pagine incontriamo moltissimi altri richiami al mondo animale. Gonzalo ama chiamare la figlia “pesciolina”, il pesce luna è il protagonista della sua fiaba preferita, il dinosauro pterodattilo è il mostro che popola gli incubi notturni della bambina ma anche dell’adulto. Che cosa ci raccontano i “tuoi” animali?
Gli animali mi affascinano, sono esseri alieni e meravigliosi di cui in fondo si sa pochissimo. Parlo in particolare degli animali selvatici, perché l’asservimento a cui abbiamo piegato le cosiddette bestie di compagnia suscita ai miei occhi più pietà che malìa. Mi è capitato di leggere molto a proposito degli insetti (tempo fa ho studiato a lungo le libellule), e dei pesci abissali, mostri fantasmagorici le cui forme e abilità non avremmo potuto immaginare nemmeno in sogno. Di recente ho divorato un bellissimo studio sull’intelligenza dei cefalopodi, si intitola Altre menti, lo ha tradotto Adelphi circa un anno fa. Il mio preferito, comunque, è sempre stato l’elefante africano, che per inciso è l’unico ad aver sviluppato un culto dei morti simile a quello umano.

«Miseri, sbalorditi mortali. Meritate di finire così. In fondo lo meritiamo tutti». Sono queste le parole che Gonzalo pronuncia prima di gettarci tutti (personaggi e lettori) nella mattanza delle prime pagine, una descrizione potente e spiazzante di quello che accade periodicamente a casa della Signorina Marisól. Parole che risuonano come una condanna a morte, inevitabile perché conseguenza di una colpa grave, quella di essere un uomo, per lo meno di un certo tipo. Gonzalo sembra perseguire, tra le altre cose che scopriremo solo andando avanti con la lettura, un personalissimo intento purificatore del genere umano. Che cosa puoi dirmi al riguardo?
Non ripongo nessuna fiducia nel genere umano. Siamo esseri egoisti, tendenzialmente stupidi, e votati a una mostruosa vocazione parassitaria. Da pochi istanti ci siamo appropriati di questo mondo con la tracotanza degli sciocchi, senza renderci conto che a breve si libererà di noi con mezzo starnuto. No, non coltivo segrete speranze di salvezza, e non credo assolutamente nell’idea di purificazione. La triste verità è che Gonzalo, con tutta quell’amorevole voglia di combattere, è molto più ottimista di me.

L’incanto del pesce luna è, tra le molte possibili interpretazioni, una storia paradossale perché esaspera clamorosi contrasti, perché dà voce a tutte le contraddizioni dell’animo umano, perché provoca ininterrottamente raccapriccio e commozione, orrore e pietà, terrore e speranza. Ma il paradosso più eclatante è quello chiamato amore. «Il solo sospetto che i destini di un essere diverso da me possano dipendere da un paradosso chiamato amore mi paralizza» fai dire al personaggio Malaguti, emissario della famelica signorina. Perché l’amore produce imbarazzanti effetti collaterali, come ci avevi spiegato in un’altra intervista: «L’idea di amare una persona e la consapevolezza di farlo con trasporto totale e incondizionato non mi destabilizza quanto la sensazione che un amore altrettanto cieco sia misteriosamente rivolto alla mia persona. Ti chiedi cosa ne farai, di tutto questo amore, se ne sei degno, se sarai capace di preservarlo senza trasformarlo in altro, per esempio in dolore. Ma il vero problema è che chi ci ama vede cose di noi che non sempre siamo disposti a mostrare. Ci rende nudi, disarmati, in mutande». Eppure Gonzalo non si sottrae all’amore né ai suoi effetti collaterali. Ama profondamente la piccola figlia Inès e la moglie Gloria ma non sfugge al grande paradosso: è “per amore” che scenderà negli inferi della sua coscienza ed è “grazie all’amore” che riuscirà a riemergere. Quindi, per arrivare alla domanda, sei riuscito con questo libro a tenere a bada – o a eliminare del tutto – gli effetti collaterali dell’amore e dell’intera esistenza?
Scrivere libri non serve a tenere a bada nulla, per quanto mi riguarda. Certe operazioni di contenimento andrebbero gestite con altri mezzi, ad esempio la forza d’animo, l’ottimismo, le benzodiazepine. Non sono certo che Gonzalo riesca a riemergere, e se lo fa non è tanto grazie al suo amore, quanto a quello che altri – malgrado tutto – hanno scelto di riservargli. E poi l’amore è un sentimento troppo fluido e instabile per farsi carico di eccessive aspettative, meglio non fidarsi.

Morte e malattia sono le due cifre dominanti da cui la tua narrazione attinge linfa vitale. È dalla misteriosa malattia che riduce la piccola Inès a un coma perenne che Gonzalo trae la motivazione a oltrepassare ogni limite. È sempre una misteriosa malattia a rendere insaziabile la macabra fame della Signorina Marisól. Una malattia, peraltro, che vive dentro tutti noi ma «non è uguale per tutti, la sua natura è mutevole, cambia a seconda di chi ne è schiavo». Puoi approfondire questa metafora?
La malattia, semplicemente, è qualcosa che non possiamo controllare fino in fondo. Riesce a risultare minacciosa anche quando ci colpisce in modo blando e agevolmente gestibile. Non sai mai cosa può riservare al tuo corpo e alla tua mente, perfino un raffreddore o un mal di denti è un’incognita, un salto nel buio: potrebbe sempre trattarsi di un sintomo che prelude a scenari nefasti. Non sono un ipocondriaco e non temo la morte (non la mia, almeno; quella delle persone che amo, invece, mi tormenta di continuo), però trovo esecrabile l’idea che qualche mostro invalidante possa prendere possesso del mio corpo o dei miei pochi neuroni compromettendone l’autonomia. In altre parole, il nemico che temo è quello che deciderà al mio posto. Insomma, spero di cuore che la morte sappia correre più veloce: a lei potrò ridere in faccia, a lui no. E io intendo chiudere i battenti con un bel ghigno stampato sulle labbra.

Il libro ha una colonna sonora che ci riporta ai musical americani degli anni Cinquanta, all’intramontabile Singing in the rain di Gene Kelly, ai gorgheggi di Charles Trenet. Nulla di strano se non fosse che i macabri banchetti si svolgono solo al suono di questa musica. Puoi provare a spiegare?
Amo Gene Kelly, la sulfurea leggerezza di quell’uomo bellissimo e volatile mi ha sempre incantato. Credo che questo invaghimento derivi soprattutto dalla grande invidia che provo verso chi, al contrario di me, riesce a librarsi nello spazio e nella mente con tocchi lievi ed eleganti. In questo senso la sua presenza nel libro non è nient’altro che una dichiarazione d’amore. Da un punto di vista estetico, invece, accostare musiche retrò a scene sanguinose significa ancora una volta giocare di contrasto inseguendo le solite tinte grottesche che credo meglio esemplifichino la cifra della mia scrittura.

Recentemente hai “confessato” che in realtà odi scrivere, che hai ancora un altro paio di cose da concludere e poi probabilmente smetterai. Metti in bocca al giornalista Lentini, un altro importante personaggio del romanzo, quello che ci hai detto in un’altra intervista: «Uno come me scrive per egoismo, per noia, al limite per disperazione. Ma soprattutto perché a fare i bombaroli si dà molto più nell’occhio». È ancora questa la migliore rappresentazione possibile del tuo rapporto con la scrittura?
Penso proprio di sì. Se non avessi la scrittura come valvola di sfogo passerei il tempo ad appiccare incendi.

Il cimitero monumentale di Torino è, senza essere citato, uno dei grandi protagonisti del romanzo, insieme alla tua significativa esperienza di cerimoniere. Quali sono state le reazioni di colleghi e “clienti”, c’è qualcuno che arriva con il libro sotto braccio e magari va in cerca della lapide del Dott. Astolfo Forsenghi per rileggere l’epigrafe: «Che tentò varie vie e non riuscì in nessuna. Non domandare alla vita più di quanto essa può dare»?
Credo che dopo tanti anni di frequentazione i miei colleghi abbiano imparato a comprendere la riservatezza di cui parlavo prima, e si guardano bene dal non rispettarla. Sanno che ho scritto questo libro, alcuni di loro lo hanno letto, ma nel complesso ho scoraggiato qualsiasi discussione in merito. Preferisco tenere separati i due mondi, farli incontrare mi imbarazza. Quanto agli utenti del Tempio, no, per fortuna non è capitato che qualcuno si presentasse con il libro sotto braccio. In genere chi passa da quelle parti ha cose più importanti a cui pensare. Comunque, se mai dovesse succedere, farei il possibile per negare l’evidenza.

Che cosa c’è da leggere in questo momento sul tuo comodino?
Roberto Bolaño, Sepolcri di cowboy. Wolfang Hilbig, Le femmine e Vecchio scorticatoio. Régis Jauffret, Microfictions. Valentina Maini, La mischia.

Ade Zeno è nato a Torino nel 1979. Ha pubblicato Argomenti per l’inferno (NoReply, 2009) e L’angelo esposto (Il Maestrale, 2015), oltre a numerosi racconti sparsi su antologie e riviste. Fondatore, insieme al collettivo sparajurij, della rivista letteraria Atti impuri, ha lavorato anche per cinema e teatro. È uno dei protagonisti di Otto anni di editoria indipendente. Le interviste di Via dei Serpenti (2019)Da alcuni anni lavora come cerimoniere presso il Tempio Crematorio di Torino. L’incanto del pesce luna (Bollati Boringhieri, 2020) è il suo terzo romanzo.

Consigli di lettura indipendenti #2

Ai protagonisti di Otto anni di editoria indipendente. Le interviste di Via dei Serpenti , la nostra novità editoriale del 2019abbiamo rivolto una nuova domanda:

Se ti trovassi nella necessità di regalare un libro, soltanto uno, quale sceglieresti e perché?

Ecco le risposte di Stefano Friani, editore di Racconti edizioni, e Isabella Ferretti, editrice di 66thand2nd.

Stefano Friani
Scelgo una raccolta di racconti che non abbiamo pubblicato noi e che ho trovato abbastanza sensazionale: Florida di Lauren Groff (traduzione di Tommaso Pincio, Bompiani). Groff popola queste storie floridiane di alligatori e serpenti, acquartierati nel folto di un giardino in cui l’erba è cresciuta troppo oppure al limitare di una palude a due passi dall’università, e la sensazione è che questi rettili siano i racconti stessi, in attesa sorniona di mordere il lettore. Incombente è lo stesso senso di minaccia che si prova leggendo Atwood o King, e come la prima, Groff è abilissima nel discendere nelle pieghe del sentire umano senza mai perdere quella spinta compulsiva a fagocitare pagine, a voler leggere di più. È una lettura da cui si esce ammirati per la capacità di autocontrollo della scrittrice e arricchiti da un immaginario inquietato e scosso. Straconsigliato.

Isabella Ferretti
In questo momento regalerei La vita agra di Luciano Bianciardi, per il potere di visione dell’autore nel momento in cui ha scritto il libro, che ha acquistato una potenza evocativa oggi ancora maggiore. Di solito l’epoca del boom economico italiano viene ritratta in maniera agiografica, come un’età dell’oro che l’Italia e i suoi cittadini hanno irrimediabilmente perduto. Mi piace invece quel senso di perdita – di purezza e di innocenza –  che avvolge i personaggi, corrotti dal desiderio materiale. È quella forma di corruzione endemica nella società italiana, che ci impedisce – per sempre? – di alzare lo sguardo e coltivare una visione, almeno una, che faccia ben sperare nel futuro.

Il silenzio inconcepibile delle parole – L’esordio letterario di Leonardo G. Luccone

di Emanuela D’Alessio

Le parole possono nutrirsi della vita, dei sentimenti cattivi e di quelli buoni, come spiegava Natalia Ginzburg del suo mestiere, ma può accadere che sia la vita stessa a nutrirsi delle parole o, per dirla col titolo dell’esordio letterario di Leonardo G. Luccone, può accadere che sia “la casa a mangiare le parole”, lasciando intendere che questo nutrimento sia indigesto, al punto da rivelarsi fatale.

Per rappresentare «il silenzio inconcepibile» delle parole Luccone ha messo in campo tutti gli strumenti di cui dispone, grazie anche alla lunga esperienza come editor e traduttore (solo per citare alcune delle sue molteplici abilità in campo editoriale). Ha costruito una metanarrazione senza regole temporali e narrative, consentendo alla realtà di irrompere continuamente nella fiction, e utilizzando al meglio il potente sostegno che la letteratura mette a disposizione di chi avverte un’urgenza, di chi dalla scrittura ricava un salvifico effetto.

La casa mangia le parole (Ponte alle Grazie, 2019) è una sofisticata e ambiziosa finzione letteraria, dalla forte connotazione metaforica, per denunciare una malattia fin troppo reale del mondo contemporaneo, che riguarda tutti e alla quale, sembra suggerire l’autore, non dovremmo più sottrarci.
Una malattia, in questi tempi “social”, che ha ferito a morte la comunicazione, ossessionati come siamo dal compulsare i nostri i-phone per non ascoltare il silenzio dell’attesa, il tempo che scorre, le parole da pronunciare. Una malattia che sta distruggendo il Pianeta, dopo aver soffocato le voci di chi ha provato a ribellarsi.
Luccone fa della metafora la sua cifra per indagare le conseguenze devastanti, forse irreversibili, del silenzio delle parole e delle coscienze.

La “casa” famelica è quella dei coniugi De Stefano (vittime e carnefici di sé stessi, immeritevoli anche di essere chiamati per nome), una coppia che non trova più le parole, non quelle necessarie ad alimentare l’amore, ma nemmeno quelle per decretarne la fine. La casa/matrimonio va in pezzi, sprofonda in un silenzio doloroso e rancoroso, resta imprigionata nella retorica delle apparenze, immobilizzata dal terrore della verità.
La dislessia che affligge Emanuele, l’unico figlio dei De Stefano, è la lente di ingrandimento con cui l’autore mette a fuoco il male del mondo, il non sapere leggere quello che sta succedendo agli uomini. Emanuele però non permette alle parole di fuggire, perché «vuole che tutti si ricordino di lui per quello che è riuscito a fare».
La società romana di ingegneria ambientale dove lavora De Stefano è il nucleo incandescente del disastro in atto. La Bioambiente è una comunità di uomini e donne (quattordici in tutto) con la missione ardita di «gettare le basi per un mondo migliore». Ma l’ardore si spegne in fretta, nessuno riesce a puntellare lo smottamento delle proprie motivazioni, non De Stefano e nemmeno il suo collega e amico Moses Sabatini, l’italoamericano ecologista militante, «una specie di Ulisse con il temperamento di Don Chisciotte e la fregola di Pier delle Vigne». Luccone ci avverte che Moses esiste veramente, ha scritto e pubblicato un libro che diventa parte integrante della narrazione.
Ingegnoso espediente narrativo per dare voce ai demoni “gretisti” dell’autore, o emblematico esempio di come la realtà possa insinuarsi nella finzione? Il dubbio, però, è destinato a restare irrisolto.

La storia di Luccone, perturbante e disordinata, è un affollato baule da cui escono alla rinfusa ricordi più o meno dolorosi, fatti di cronaca antica e recente, rari momenti di felicità ma, ci viene ricordato, «la felicità non ha mai energia propria, è un riflesso, una sottrazione di infelicità che si comprende solo dopo la stagione del dolore».

Leonardo G. Luccone

Nel corso della lettura si può seguire una trama o l’altra delle tante offerte, indagare il significato delle metafore, o semplicemente abbandonarsi al flusso delle parole. Il risultato però è sempre lo stesso: si resta saturi di dolore, turbati e incerti, e desiderosi di immaginare, con le parole di Julian Barnes, che «comunque il dolore è passato. Come ho detto, ho una certa abitudine all’autoconservazione».

La casa mangia le parole
Leonardo G. Luccone
Ponte alle Grazie, 2019
pp. 544

Leonardo G. Luccone vive e lavora a Roma. Ha tradotto e curato volumi di scrittori angloamericani come John Cheever e F. Scott Fitzgerald. Ha diretto la narrativa delle edizioni Nutrimenti e la casa editrice 66thand2nd. Nel 2005 ha fondato lo studio editoriale e agenzia letteraria Oblique. Il suo ultimo volume è Questione di virgole – Punteggiare rapido e accorto (Laterza, 2018), vincitore del premio Giancarlo Dosi per la divulgazione scientifica.

Otto anni di editoria indipendente – Stefano Friani, racconti edizioni

Sabato 30 novembre ci sarà anche Racconti edizioni all’ultimo incontro in programma con Otto anni di editoria indipendente. Le interviste di Via dei Serpenti. 

Di seguito uno stralcio della nuova intervista a Stefano Friani, fondatore con Emanuele Giammarco della casa editrice dedicata esclusivamente alla forma “racconto”. Qui invece quella comparsa sul blog nel dicembre 2016. Entrambe sono presenti nel volume.

Dopo tre anni di attività e oltre venti titoli all’attivo l’intuizione originaria, rendere disponibile qualcosa che non c’è, resta valida più che mai.
«Il segreto continua a essere la curiosità, il lasciarsi stupire, farsi prendere per mano da una voce e finire a fare un’offerta per l’opera omnia dimenticandoti di budget e bazzecole simili. Un orizzonte di ricerca che ci interessa sempre molto e dove ci saranno delle novità a breve è quello dei neri americani e della letteratura africana».

Con Elvis Malaj, il primo autore italiano pubblicato da Racconti edizioni nel 2017, il principio dell’essere stranieri in patria sembra garantito. Ma sembra difficile incontrare in Italia voci che si sentano “immigrati della propria lingua”.
«È già successo che delle nuove leve della letteratura italiana per cui il tema dell’identità non era così centrale siano state pubblicate da Racconti, e penso a Marco Marrucci e Michele Orti Manara, e molto probabilmente continuerà a succedere perché non vorremmo che quella nostra idea di ricerca – che beninteso seguitiamo a esplorare – diventasse un manifesto cui conformarsi in toto».

A maggio è uscito il primo numero della nuova collana gli Scarafaggi dedicata al racconto lungo.
«È una direzione nella quale ci muoveremo accanto a quella delle raccolte di short stories. Il primo titolo è La Casa della fame di Dambudzo Marechera, un autore maledetto morto a 35 anni di Aids, alcolizzato e senza un soldo, dopo un breve periodo sulla cresta dell’onda. Il libro, un potentissimo e lisergico flusso di coscienza, è un urlo di rabbia e dolore dalla Rhodesia segregazionista. Marechera è stato tra i più grandi autori africani di sempre e rappresenta se vogliamo un polo opposto alla tradizione di scrittori come Chinua Achebe. Per capirci, The Guardian lo definisce “il Joyce africano”».

Stefano Friani sarà protagonista, con Isabella Ferretti di 66thand2nd, dell’incontro Quando l’editore incontra l’autore, organizzato da Via dei Serpenti.

 

 Sabato 30 novembre, libreria Tomo di Roma, 19:00
Ingresso gratuito!

 

 

Otto anni di editoria indipendente. Le interviste di Via dei Serpenti
A cura di Emanuela D’Alessio, Rossella Gaudenzi, Sabina Terziani
Editore: Via dei Serpenti, settembre 2019
Introduzione di Leonardo G. Luccone

Il volume è disponibile, a offerta libera, sul nostro sito e nelle librerie romane Tomo Libreria CaffèRisvoltiPagina 348, L’Altra Città

Otto anni di editoria indipendente – Isabella Ferretti, 66thand2nd

Eccoci quasi alla fine del ciclo di incontri con Otto anni di editoria indipendente. Le interviste di Via dei Serpenti, il nostro “quaderno” con le migliori interviste a editori e autori realizzate dal 2011 a oggi.
Quello di sabato 30 novembre con Isabella Ferretti e Stefano Friani sarà, infatti, il quinto e ultimo in programma.
Come di consueto, ci prepariamo all’evento riproponendo le interviste ai protagonisti. Oggi è la volta di Isabella Ferretti, editrice di 66thand2nd.

Di seguito uno stralcio della nuova intervista, qui invece quella comparsa sul blog nel luglio 2013. Entrambe sono presenti nel volume.

66thand2nd, venticinque titoli l’anno e una linea editoriale che è riuscita sempre a distinguersi e caratterizzarsi nettamente, festeggia quest’anno i primi dieci anni di attività. Una tappa importante sulla quale Isabella Ferretti si sofferma volentieri a riflettere.
«Il bilancio di questi primi dieci anni è senz’altro positivo. Abbiamo cercato di rendere stabile la casa editrice sul mercato editoriale italiano, nonostante sia un mercato difficile, bloccato dalla presenza di grandi gruppi editoriali verticalmente integrati presenti a tutti i livelli della filiera, dalla produzione, alla promozione e distribuzione fino alla vendita nelle librerie di catena. Quindi sicuramente la passione, il desiderio di resistere, la cura del prodotto, la scelta di strumenti sempre più raffinati di comunicazione e promozione si sono rivelate strategie efficaci con benefici tangibili».

Il successo della casa editrice è dovuto a molti fattori, la pubblicazione di alcuni libri in particolare è tra i più importanti.
«La fine di Salvatore Scibona è stato uno dei nostri primi, emozionanti, successi. Ci ha dato l’opportunità di offrire ai lettori la nostra interpretazione della letteratura americana. Con grande determinazione ci siamo assicurati il suo secondo libro, Il volontario (uscito in agosto).
Giorni selvaggi di William Finnegan, un libro molto particolare sul surf raccontato con una prospettiva maschile, un memoir lungo e impegnativo che ha richiesto una squadra di tre traduttori, Fiorenza Conte, Mirko Esposito e Stella Sacchini. Anche in questo caso, abbiamo preso un rischio editoriale e siamo stati ricompensati con la vittoria del Pulitzer.
Terminus radioso di Antoine Volodine ha contribuito ad avvicinare alla casa editrice una fascia di lettori giovani e colti su cui fondiamo il nostro excursus della letteratura post-esotica.
Altro autore cui siamo particolarmente legati è Alain Mabanckou di cui abbiamo pubblicato finora otto libri. Lo considero un gigante della letteratura africana contemporanea e un riferimento politico per l’Africa.
Per finire, cito Anthony Cartwright, un profondissimo conoscitore dell’animo umano che ha il pregio di parlarci di un’Inghilterra diversa da quella di Ian McEwan o Kazuo Ishiguro, l’Inghilterra della working class, rimasta poco ascoltata fino al voto per la Brexit. Anthony Cartwright descrive l’evoluzione dei nostri vicini britannici portando la politica nella letteratura e guadagnandosi paragoni a Shakespeare e Charles Dickens».

Isabella Ferretti sarà protagonista, con Stefano Friani di Racconti edizioni, dell’incontro Quando l’editore incontra l’autore, organizzato da Via dei Serpenti.

Sabato 30 novembre, libreria Tomo di Roma, 19:00

Ingresso gratuito!

 

Otto anni di editoria indipendente. Le interviste di Via dei Serpenti
A cura di Emanuela D’Alessio, Rossella Gaudenzi, Sabina Terziani
Editore: Via dei Serpenti, settembre 2019
Introduzione di Leonardo G. Luccone

Il volume è disponibile, a offerta libera, sul nostro sito e nelle librerie romane Tomo Libreria CaffèRisvoltiPagina 348, L’Altra Città.

Otto anni di editoria indipendente – Orfeo Pagnani, Exòrma

A dieci anni dall’esordio, per Exòrma «il viaggio non finisce mai, solo i viaggiatori finiscono e anche loro possono prolungarsi in memoria, in ricordo, in narrazione».

Orfeo Pagnani, insieme a Maura Sassara, ha dato vita a un progetto editoriale «legato fortemente alla dimensione del viaggio, alla conoscenza dei luoghi, alla narrazione del mondo come è, delle culture, delle peculiarità ma anche delle criticità».

Nel 2019 Exòrma ha pubblicato quindici titoli. Nel 2020 questo numero è destinato a crescere.

«Stiamo concentrando le attività sulle due collane che sempre meglio rappresentano l’identità di Exòrma: Scritti traversi, dedicata alla letteratura in rapporto ai luoghi e al viaggio, non solo geografici ma anche immateriali; quisiscrivemale, dedicata alla narrativa, dove i libri cercano di “trovare un rimedio all’agonia della prosa” in un panorama editoriale sempre più intricato e difficile da interpretare».

Nel 2014 ebbe notevole successo La strage dei congiuntivi di Massimo Roscia, «un intruglio magico e paradossale di erudizione e divertimento sulla deriva e in difesa della lingua maltrattata e defraudata». Un caso editoriale, ma non l’unico per Exòrma.

«La strage dei congiuntivi è alla settima ristampa e continua a vendere. Al libro L’esilio dei moscerini danzanti giapponesi di Marino Magliani è stato assegnato il Premio Albatros 2018. Neve, cane, piede di Claudio Morandini si è aggiudicato il Premio Procida Elsa Morante 2016 ed è stato tradotto in numerose lingue. Dopo il diluvio di Leonardo Malaguti è stato finalista al Premio Neri Pozza 2017, candidato al Premio Strega 2019, finalista al Premio Brancati».

E poi ci sono le Classifiche di Qualità de L’Indiscreto. Nella selezione di libri usciti tra il 1 febbraio e il 30 aprile 2019 tra i primi dieci titoli c’è anche un libro Exòrma, L’idioma di Casilda Moreira di Adrian N. Bravi. «Significa che la comunità dei lettori, anche quelli “professionali”, gli addetti ai lavori, leggono i nostri libri, li apprezzano e decidono di segnalarne la qualità. Nella stessa classifica va detto che ne avevamo anche altri due, Itaca, l’isola dalla schiena di drago di Luca Baldoni e I sentieri delle Ninfe di Fabrizio Coscia».

«La forma libro può ibridarsi, mutare, nascondersi; la letteratura stessa può decomporsi del tutto. Quello, però, che ucciderà davvero l’editoria indipendente sarà la politica, che non crede di doverci considerare una risorsa».

In attesa del quarto appuntamento con Otto anni di editoria indipendente. Le interviste di Via dei Serpenti, il nostro “quaderno” con le migliori interviste a editori e autori realizzate dal 2011 a oggi, proponiamo uno stralcio della nuova intervista a Orfeo PagnaniMollare gli ormeggi. Qui invece l’intervista pubblicata sul blog nel settembre 2014.

Orfeo Pagnani sarà protagonista, con Federico Cenci di Cliquot, dell’incontro Quando l’editore incontra un progetto, organizzato da Via dei Serpenti.

Venerdì 22 novembre, libreria Tomo di Roma, 18:30
Ingresso gratuito!

Otto anni di editoria indipendente. Le interviste di Via dei Serpenti
A cura di Emanuela D’Alessio, Rossella Gaudenzi, Sabina Terziani
Editore: Via dei Serpenti, settembre 2019
Introduzione di Leonardo G. Luccone

Il volume è disponibile, a offerta libera, sul nostro sito e nelle librerie romane Tomo Libreria CaffèRisvoltiPagina 348.