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Intervista a Stefano Tummolini, il traduttore di Stoner di John Williams

di Emanuela D’Alessio

Stefano Tummolini

Stefano Tummolini

Ho conosciuto Stefano Tummolini alla libreria Pagina 348 in un incontro sulla traduzione. Tummolini è, tra l’altro, il traduttore di Stoner di John Williams, ripubblicato da Fazi nel 2012. Un libro che abbiamo amato molto. Qui le nostre recensioni.

Stefano Tummolini, classe 1969, oltre a lavorare come traduttore, ha collaborato alla sceneggiatura di alcune serie tv (Distretto di polizia, Il bello delle donne, Tutti pazzi per amore) e film per il grande schermo, tra cui Il bagno turco di Ferzan Ozpetek. Ha realizzato vari cortometraggi. Nel 2008 è uscito il suo primo romanzo La guerra dei sessi (Liberamente editore) e nel 2014 ha pubblicato per Fazi Un’estate fa.

Leggendo le tue note biografiche scopriamo che la traduzione non è il tuo unico mestiere. Hai scritto sceneggiature per la televisione e per il cinema, hai fatto il regista, hai scritto racconti e un romanzo. Qual è la tua vocazione?
Sono molto pigro, temo che la mia vocazione più profonda sia l’inerzia. Forse la regia è la mia vera passione, perché tra quelle che svolgo è l’attività più completa: anche se è tremendamente faticosa e soggetta a mille costrizioni. Il lavoro dello sceneggiatore è più comodo, non hai mai l’ultima parola e questo in qualche modo ti deresponsabilizza. La letteratura mi ha dato più soddisfazione e più libertà, ma credo di non essermici ancora impegnato abbastanza.

Concentriamoci sul mestiere di traduttore. Come si diventa traduttori? E per quanto riguarda la tua esperienza, quando hai deciso di intraprendere questo mestiere?
Ai tempi della laurea ricordo di aver fatto qualche prova di traduzione per delle case editrici – senza mai ricevere offerte di lavoro. Poi una mia amica mi disse che Fazi aveva bisogno di qualcuno che revisionasse la traduzione di un romanzo di Thomas Hardy, The woodlanders. Così ho incontrato Laura Senserini, storico capo-redattore della casa editrice, che mi ha messo sotto contratto. La revisione si è poi trasformata in una traduzione ex-novo, che ancora oggi credo sia la migliore che ho fatto. Il titolo italiano è Nel bosco.

Sebbene in Italia gran parte dei libri pubblicati siano di autori stranieri, il mestiere del traduttore non è particolarmente valorizzato soprattutto dal punto di vista economico. Perché secondo te?
I libri si vendono poco, a parte rare eccezioni. Immagino che questa sia la ragione principale. È anche vero che alcuni editori se ne approfittano, proponendo ai traduttori compensi da fame.

C’è differenza, secondo te, tra imparare a tradurre e imparare a essere un traduttore?
Beh, io ho imparato a tradurre ai tempi del liceo. Ho fatto il classico, ricordo che ero piuttosto bravo sia in greco che in latino. È stato in quegli anni che ho cominciato a ragionare come un traduttore, cioè a destrutturare un testo per capire come funziona, e a ricostruirlo nella mia lingua. Ovviamente questo non basta a fare un buon traduttore. All’epoca non mi impegnavo molto a restituire lo stile dei singoli autori che traducevo. La mia sola preoccupazione era quella di capire il significato dell’originale e di renderlo in un italiano corretto. Col tempo ho imparato anche a individuare, attraverso il testo, la specificità degli autori, sia in termini linguistici sia poetici.

Norman Gobetti, traduttore di autori come Philip Roth, Martin Amis, Aravind Adiga e molti altri, ha dato una definizione a mio parere poetica dei traduttori. «I traduttori sono ladri innamorati». Che cosa ne pensi? Tu come definiresti il traduttore?
Non mi riconosco in questa definizione. Per me un traduttore è prima di tutto un lettore attento, più attento della media. E poi uno scrittore, che conosce le risorse della propria lingua, e le mette al servizio del lavoro di un altro. Con grande amore – questo sì – e spirito di abnegazione.

Che cosa è più importante per un traduttore: conoscere la lingua di origine o la lingua di arrivo?
Direi entrambe, più o meno in ugual misura.

Thomas Hardy

Thomas Hardy

Qual è stato il tuo primo autore tradotto? E come è andata?
Thomas Hardy, come dicevo prima. Nel bosco è un romanzo incantevole e struggente, un classico che stranamente non era mai stato tradotto in italiano. Difficilissimo da tradurre, peraltro – sia sotto l’aspetto lessicale sia stilistico. La prosa di Hardy è quasi lirica, ricordo che potevo stare un pomeriggio intero su una frase senza venirne a capo. Non perché non capissi il significato, ma perché non riuscivo a restituirlo al meglio. È stata un’impresa quasi eroica, anche perché avevo dei tempi molto stretti. Ricordo di aver pianto per la fatica, qualche volta. Ma poi la soddisfazione è stata immensa.

Qual è stato per te l’autore più difficile e il più amato? E perché?
Sempre Hardy, il più amato e il più difficile. Ho amato molto anche Williams. E poi Fat City di Leonard Gardner. E Eyrie di Tim Winton, che sto traducendo adesso.

Hai tradotto i libri di John Williams tra cui il celebre Stoner, un caso editoriale postumo. Ci vuoi proporre un brano che ti è particolarmente piaciuto, o che ti è risultato particolarmente difficile, spiegandoci anche il perché?
Citerei l’incipit di Stoner, così asciutto e evocativo: «William Stoner si iscrisse all’Università del Missouri nel 1910, all’età di diciannove anni. Otto anni dopo, al culmine della prima guerra mondiale, gli fu conferito il dottorato in Filosofia e ottenne un incarico presso la stessa università, dove restò a insegnare fino alla sua morte, nel 1956».
Adoro l’essenzialità di Williams. Come iniziare il romanzo di una vita? Con il nome e il cognome del protagonista! Non ho incontrato particolari difficoltà a tradurre i suoi testi, perché la sua prosa è molto classica, e apparentemente semplice. Immagino che lavorasse tanto per ottenere quest’effetto di semplicità. Ricordo che all’inizio, per cercare di restituire l’eleganza di certe frasi, tendevo a fare delle circonvoluzioni – complicando leggermente l’originale. E puntualmente dovevo fare un passo indietro, perché la semplicità funzionava meglio anche in italiano. È una cosa strana, che non mi era mai successa prima. Di solito, se si è molto fedeli all’originale, ci si ritrova a scrivere in uno strano italiano – specie quando si traduce dall’inglese. Nel caso di Williams invece non è stato così: era come se tutta la fatica per arrivare all’essenziale, al cuore delle cose e delle parole, l’avesse già fatta lui.

Stoner

Quali sono i tuoi strumenti di lavoro e quali le modalità? Fai una prima stesura completa, procedi per capitoli? Quanto tempo ti serve per tradurre un romanzo?
Prima traducevo pagina per pagina, per non guastarmi la sorpresa della lettura. Poi ho capito che non era affatto pratico, anzi un po’ idiota, perché mi toccava ritornare indietro e aggiustare continuamente il tiro. Ora leggo prima tutto il romanzo, e poi traduco mantenendo una certa media di pagine al giorno – in genere quattro o cinque, a seconda della difficoltà del testo. Sono molto accurato fin da subito, non traduco all’impronta o grossolanamente, per poi tornarci su. In genere quando rileggo va già tutto bene.

Nel caso di traduzioni di autori contemporanei, sei mai entrato in contatto con qualcuno di loro? Hai qualche aneddoto da riportare?
Ho conosciuto Guillermo Arriaga, gli ho fatto anche da interprete in varie occasioni. È un uomo brillante e amabile, ma anche vagamente inquietante. Percepivo qualcosa di oscuro in lui, una sorta di violenza latente, forse il residuo di un’adolescenza tormentata. E poi ci assomigliamo fisicamente, altra cosa strana. Ho una sua foto in cui mi ricorda moltissimo mio padre.

Che cosa consiglieresti a un giovane che ha deciso di intraprendere questo mestiere?
Di individuare un testo inedito che gli piace e di proporlo ad un editore, insieme ad una prova di traduzione. Credo sia il modo migliore per farsi conoscere.

Hai scoperto o vuoi proporre un nuovo autore che vorresti far conoscere al pubblico italiano?
Finora non mi è mai capitato. Sempre per pigrizia, immagino.

Che cosa c’è da leggere sul tuo comodino?
Sottomissione di Houellebecq, L’ultima estate di Cesarina Vighy e una raccolta di racconti italiani degli anni sessanta.

INDILIBR(A)I – I consigli per l’estate di Risvolti

INDILIBR(A)I – Rubrica dedicata ai librai e ai lettori indipendenti

Libreria Risvolti
Via Sestio Calvino, 73-75 00174 – Roma
Tel./Fax. 0689537244
e-mail:info@libreriarisvolti.it

In attesa che arrivi l’estate, i librai Barbara Facchini e Alessandro Fratini di Risvolti consigliano un bel po’ di libri!

libro-3d2Il lungo sguardo di Elizabeth Jane Howard (traduzione di Manuela Francescon, Fazi, 2014).
Romanzo del 1956, mai tradotto fino a oggi in Italia, è un preziosissimo regalo per il quale ringraziamo la casa editrice Fazi. La storia di un matrimonio, raccontata dalla “matrigna” di Martin Amis, a ritroso dal 1950 fino al primo incontro con il Kingsley Amis nel 1926. Vediamo con gli occhi dei protagonisti, specialmente quelli splendidi di Antonia, come sono arrivati al loro presente; seguiamo le loro paure e insicurezze, le finte certezze, gli inganni, i silenzi, i momenti felici e quelli tristi. La scrittrice, scomparsa a ottantanove anni nel gennaio 2014, mette a nudo la coppia con una scrittura semplice ma che incanta e cattura. Personalmente poche volte ho letto un romanzo tanto bello e sincero.

Piccola osteria senza parole di Massimo Cuomo (e/o, 2014).
Il secondo romanzo di Massimo Cuomo è una spassosa storia di amicizia e d’amore ambientata in un piccolo paese al confine tra il Veneto e il Friuli, ricco di personaggi bizzarri e adorabili.  «La brezza fresca sale dal fiume, il gusto del pesce gli punge la lingua e un rivolo di soddisfazione gli fluisce nell’anima: per come sente di aver comunque già trovato qualcosa, tutto sommato, in quel posto dimenticato da Dio che si chiama Scovazze Storie e paesaggi, sapori e odori, persino degli amici, forse, sebbene sia complicato da percepire, piuttosto difficile da interpretare. “Bronse cuerte” le definirebbero qui: braci sotto la cenere. Come le parole nascoste dentro questa gente silenziosa».

Roderick Duddle di Michele Mari (Einaudi, 2014).
Il nuovo romanzo di Michele Mari è un affascinante e molto ben riuscito omaggio alla letteratura d’avventura propria di Charles Dickens e Robert Louis Stevenson. Il protagonista è un orfano, cresciuto in un bordello, che affronta tutta una serie di peripezie per poter arrivare ad un lieto fine…vi ricorda qualcuno? Grazie a grandi personaggi ed infinite avventure, Michele Mari fa rivivere il romanzo e l’arte figurativa propri del settecento e dell’ottocento, disseminando qua e là riferimenti letterari che vi divertirete volta per volta a scoprire e a indovinare.

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Giorni di spasimato amore di Romana Petri (Longanesi, 2014).
Romana Petri con questo piccolo romanzo ci regala una perla. Una tenera, malinconica storia d’amore, sullo sfondo di una Posillipo dal mare placido e scintillante; con grazia e delicatezza racconta la struggente storia di Antonio innamorato pazzamente di Lucia, della loro separazione forzata e dell’ostinazione di lui nel non abbandonare la speranza di poter vivere col suo amore.

Ovunque, proteggici di Elisa Ruotolo (nottetempo, 2014).
Tra le letture interessanti del catalogo nottetempo ce n’è una che spicca in questo periodo perché, presentata da Dacia Maraini e Marcello Fois, è stata selezionata nella dozzina del premio Strega 2014. Il romanzo di Elisa Ruotolo, sinceramente, interessante è dir poco. È la storia della famiglia Girosa raccontata dall’ormai cinquantenne Lorenzo che un giorno qualsiasi inizia a ricevere strane lettere che lo costringono a fare i conti col passato. La storia si snoda attraverso le stanze di Villa Girosa che rispecchiano le vite di coloro che le occupano, ora luminose ora cupe e piene di ragnatele. La scrittura che ci accompagna mantiene l’incanto del racconto che di solito fanno i nonni; i personaggi, l’ambientazione, i riti e miti di un tempo che noi non ricordiamo se non per sentito dire.

Toccata e fuga di Lisa Gardner (traduzione di Daniele Petruccioli, Marcos y Marcos, 2014).
Il terzo romanzo della Gardner racconta di un’intera famiglia (padre, madre e figlia adolescente) rapita, della loro prigionia e degli investigatori che fanno di tutto per ritrovarli, prima che sia troppo tardi. Nello spazio angusto nel quale sono rinchiusi i Denbe dovranno fare i conti con i segreti che mai si sarebbero rivelati e che potrebbero avvantaggiare i loro rapitori. Classico thriller mozzafiato, non si riesce a smettere di leggerlo: veloce, incalzante, pieno di suspense e colpi di scena.

Condominio R39 di Fabio Deotto (Einaudi, 2014).
Un’altra bella sorpresa nel panorama dei nuovi scrittori italiani. Un buon romanzo d’esordio con un meccanismo ben congegnato. Thriller gotico condito da personaggi finemente delineati con psicologie complesse che si risolvono man mano che si risolve il mistero.

Tornerà in libreria John Williams con Nothing by the night

Nel bell’articolo di Matteo Nucci (Venerdì di Repubblica del 1 novembre) un prezioso ritratto di John Williams, l’autore americano che solo dopo la morte, nel 1994, ha conosciuto la celebrità. Matteo_Nucci_1novembre

Fazi sta per pubblicare Nothing but the night,  uscito nel 1948, scritto dal fronte della guerra indo-birmana dove Williams era andato volontario nel 1942. Dell’autore ha già pubblicato Stoner (2012) e Butcher’s Crossing (2013). Castelvecchi invece ha pubblicato nel 2010 Augustus con il quale Williams vinse il National Book Awards.

Ecco le nostre tre recensioni di Stoner: qui, qui e qui.

Qui la recensione di Butcher’s Crossing di Emanuele Trevi

Le interviste dei Serpenti – Matteo Cellini

di Michele  Bonatti

Fresco vincitore del Premio Campiello Opera Prima e tra i dodici finalisti del premio Strega, il romanzo targato Fazi Cate, io sta facendo molto parlare di sé, attirando le attenzioni della stampa e dei lettori per la singolarità della sua ‘ingombrante’ protagonista e per la capacità con cui Matteo Cellini ha saputo tratteggiarla. Lo scorso 27 aprile il libro è stato presentato nella sala Volponi di Urbania (PU), paese natale dell’autore, a dialogare con Matteo c’era il nostro collaboratore Michele Bonatti. Ecco uno scorcio di quell’incontro.

Matteo, il tuo è un libro provinciale, fortemente legato al territorio dove vivi e lavori; quanto conta questa marginalità nel disagio che vive Caterina?
Beh, il romanzo è nato nella mia esperienza quotidiana, qui a Urbania, con le sue vie, le piazze, i bar, la provincia quindi; probabilmente se fossi nato in città sarebbe stato ambientato lì. Ma la collocazione è anche più intima: mentre scrivevo immaginavo casa mia, camera mia, le scale, un collocarsi naturale dei personaggi in quelle stanze. Il vero rifugio di Caterina, la sua provincia, è dentro se stessa. Lei è quel punto minuscolo lontanissimo da tutti coperto di ciccia, al buio, nell’oscuro dove solo lei può stare; quanto sia fallace e ridicolo questo rifugio è un percorso che si scopre con la lettura del romanzo.

Cate è un personaggio scomodo; intelligente e caustica, non è sempre facile empatizzare con lei. Ci immaginiamo una ragazza in cui riconoscere le nostre insicurezze e invece è la prima ad allontanarci stigmatizzando cinicamente tutti i luoghi comuni sull’obesità e sul disagio giovanile. Quando e come nasce la protagonista di questa storia?
I commenti che ho ricevuto vanno dal “Cate mi sta simpatica” al “La prenderei a schiaffoni”, credo sia legato a quanto ogni persona si ritrova in Caterina. Lei vive di dettagli, di voci sussurrate dagli altri, di paure che solo lei immagina, probabilmente per molti queste sono solo sciocchezze completamente trascurabili, perciò non si riescono a immedesimarsi in lei in maniera così capillare. Penso che per il lettore il rapporto con Cate possa essere una bussola per ritrovare ciò è stato da adolescente.
Cate non è una persona che io conosco o che ho osservato, dentro ci sono io e il suo disagio in qualche modo è il mio, non nelle sue forme o intensità, e probabilmente parlare di me sarebbe stato troppo doloroso, quindi la cosa più naturale era finire dall’altra parte: io sono maschio, prendo una femmina, io sono un ragazzo magro, prendo una ragazza grassa. Caterina è venuta da me, mi ha chiesto spazio, io gliel’ho dato. La sua carne si è trasformata in metafora, solitudine, in parole, da lì la sua vita si è popolata di famigliari che han cominciato a muoversi e si è creata una storia, per me è stato tutto estremamente naturale.

Molto importante per Caterina è la letteratura, tutto ciò che le succede va di pari passo con i personaggi dei libri di Pirandello, Tozzi e altri ancora. A portare la letteratura nella sua vita sono due personaggi, la professoressa e la nonna, ma una di loro, senza dire come, la “tradisce”. Questo tradimento svela forse che anche la letteratura è per Cate l’ennesima maschera, un’illusione dove rifugiarsi, come per una Madame Bovary o un Don Chisciotte?
I libri che costellano la narrazione sono parte del percorso di una quinta superiore, tra questi ho scelto quelli che facevano gioco alla tematica su come ci vediamo e come ci vedono gli altri. Il rapporto di Cate con la letteratura non è sereno, lei non sceglie nemmeno un libro, legge ciò che le viene imposto dalla prof. In più fagocita, legge velocissimo, ciò che le arriva non è la potenza liberatrice delle storie, usa la letteratura come un trampolino per qualcosa che sarà, un antipasto di quello che vivrà all’università. Si sente aristocratica, esclusiva leggendo. Il finale è aperto, c’è la vita poi, io mi auguro che dopo l’ultima pagina del romanzo, il libro successivo che avrà letto sarà stata lei a sceglierlo. Sarebbe già una vittoria.

Anche in questo rapporto difficile con la letteratura si rientra nei canoni del personaggio novecentesco, Cate potrebbe quasi essere un Vitangelo Moscarda o un Pietro Rosi. Ma mi ha colpito che nell’esergo ci sia una citazione di un gruppo degli anni ’90, i Pavement: “I was dressed for success, but success it never comes”; come se la parola ‘successo’ fosse la cifra di un cambiamento antropologico che abbiamo subito negli ultimi decenni. Il disagio di Caterina quindi è più figlio di questo tempo, della nostra generazione o è quello universale dell’uomo moderno?
Credo sia universale perché tutti siamo stati adolescenti, e quella citazione in due versi descrive l’adolescenza. Il successo è quello che tutti, quando ci affacciamo alle superiori, ci aspettiamo dagli altri come riconoscimento. Cate voleva quello, non aveva ancora fatto di sé un problema, solo che provando a entrare nel mondo degli altri si è accorta di quanto fosse esclusivo. A tanti capita di vedere non accolte le nostre “proposte”, ma lei non voleva essere solo una proposta, voleva essere un’alternativa seducente. Non c’è riuscita, ripetutamente. Quel fallimento l’ha portata a diagnosticare nell’obesità la colpa di tutto ciò non andasse in lei in rapporto con gli altri, per lei se sei obesa sei “uno zero che moltiplicato per qualsiasi numero dà sempre zero”. Così decide di voler vivere in letargo, o come un camaleonte, sognando la vita vera dell’università.

Mi ha colpito il valore delle cose, che sono spesso sostituzione e costruzione della realtà: “Gionata sta cercando di trasferirsi nelle sue cose. Arriverà a disabitare se stesso”. Penso a Di sera, un geranio di Pirandello, dove inversamente gli oggetti sono i primi a sfaldarsi nello sguardo di un uomo morente. Esemplificativa l’immagine degli elastici, che torna sempre; metafora perfetta della tensione nella vita di Caterina, così resistente e fragile allo stesso tempo.
Lo stesso rapporto Cate lo ha con il proprio corpo, presenza ineludibile che le induce un atteggiamento quasi da martire: la scena del compleanno a mo’ di processione piena di insulti la fa sembrare un Cristo deriso, come se quella festa fosse una prova iniziatica per arrivare nell’al di là della vera vita, quella dell’università.

Non credo di avere il punto di vista migliore per giudicare queste interpretazioni, perché io sono dentro il romanzo, e molte cose non le vedo… l’immagine di Cate derisa come Cristo va verso la croce è perfetta, ma non l’avevo minimamente pensata. Anche con le cose è lo stesso: Cate vede il proprio corpo come una cosa, lo vede come qualcosa di eterno, immobile, immutabile, qualcosa di cui non riesce a liberarsi. Ha degli oggetti che la difendono, non vuole mai essere colta di sorpresa, tutti i luoghi e gli spazi che dovrà vivere nell’immediato futuro deve sempre viverli prima da sé. Il rapporto che ha Caterina col proprio corpo può somigliare all’incipit di Rossomalpelo: “Rossomalpelo era un ragazzo cattivo perché aveva i capelli rossi”. E spesso anche noi, tenendo in mano un romanzo con una ragazza obesa pensiamo: “Sicuramente la protagonista soffre”. Questo legame tra obesità e sofferenza è lei a formarlo, ma non tutti la vedono allo stesso modo. Probabilmente anche io quando ho iniziato a scrivere avevo un punto di vista cristallizzato su questo legame, proprio come Cate. Anche oggi, a volte, quando incontro una persona obesa penso subito che soffra, ma poi mi chiedo: “E perché?”.

Il libro è scritto in prima persona, Cate si pone come una narratrice onnisciente, perché onnivora, mangia tutto, è ingombrante anche come carattere. Non lascia mai emergere gli altri personaggi, parla sempre sopra di loro, li oscura usando l’arma dell’intelligenza, della citazione colta. Con la sua acutezza anticipa tutti i possibili paragoni, impedisce alle altre persone di trovare metafore usandone continuamente. In risposta a chi ti ha criticato l’uso di queste metafore, la verbosità, si può dire che sia proprio qui la cifra del personaggio di Caterina, un suo meccanismo di difesa, e non un vezzo di scrittura?
È un punto importante. Noi abbiamo la visione del mondo solo dal suo punto di vista, lei si fa portatrice di una verità che sarà costretta a cambiare assieme al modo distorto di vedere gli altri. Cate è ubiqua, i suoi confini si espandono fino a dove noi riusciamo a immaginarla, e non viene mai descritta da me, siamo noi dentro di lei. Una signora mi ha detto: “Io ho dubitato persino che fosse grassa”, mi ha fatto riflettere, e se davvero non fosse grassa?, d’altronde è il suo punto di vista, arriva a modificare la realtà secondo quello che vede e vuole. Questo suo ragionare per gli altri, chiaramente lo fa anche su se stessa; l’uso continuo di metafore non credo sia ridondante, un surplus di un significato già dato, credo piuttosto che ogni metafora sveli qualcosa di lei. Ha questo radar che le serve per sopravvivere, appena c’è una situazione di “pericolo” lei anticipa il giudizio degli altri con un’immagine che vive su di sé, basta una discesa nel centro di Urbino per dare il via alle impietose similitudini nella sua testa: dalla palla di neve che travolge tutti allo strike del bowling. Questa operazione non è senza dolore, lei la soffre, ma immagina che il dolore a rate sia come un vaccino che la salva, ovviamente non è così, lei pensa lo sia ma in realtà è uno stillicidio che la porta pian piano a uccidersi… simbolicamente.

Dicevi che questi ragionamenti non vengono mai a galla nella scrittura, sono gli altri che con la loro lettura portano nuove interpretazioni. Mi ha colpito una frase che Caterina dice alla nonna, con cui legge Con gli occhi chiusi di Tozzi: “Nessuna sensazione del romanzo è giustificata in modo logico, anzi Tozzi scrive perché non riesce a spiegarsi la vita”. Ti ritrovi in questa frase?
Quella è una sensazione fortissima che mi aveva dato Tozzi leggendo Con gli occhi chiusi, mi ci ritrovo tanto, perché quel romanzo è una sottotraccia di Cate, io; ha una scrittura estremamente originale e una visione della vita così tragica, disperata, cieca e senza speranza che molti si stupiscono lo scrittore fosse credente, a tal punto è la sua disperazione quotidiana. Con gli occhi chiusi è la storia di Pietro Rosi, un ragazzo che per l’appunto vive con gli occhi chiusi, un’immagine che racconta benissimo Caterina: anche lei vive così, anche lei ha messo un muro tra sé e gli altri, loro non possono entrare e lei non può uscire. Il romanzo è un progressivo aprire gli occhi di Caterina ed è un percorso estremamente doloroso ma giusto che deve affrontare.

Quali argomenti vorresti affrontare in futuro? Senti l’adolescenza come tua tematica oppure ti piacerebbe affrontare altri aspetti e chiudere questa parentesi?
Non ho tematiche di riferimento, chiaramente mi piace molto la narrativa che parla di rapporti tra persone, non di genere. Cate, io è stato scritto tra il 2010 e il 2011, l’anno scorso ho scritto un’altra storia, è la storia del rapporto tra un adulto e un bambino, un racconto di formazione; però non so quale storia verrà a trovarmi e mi chiederà di essere raccontata, non so se sarà ancora sull’adolescenza o se non verrà più niente e me ne starò con le mani in mano, bisogna preventivare anche quello!

Qui la nostra recensione di Cate, io.

Cate, io – Matteo Cellini

recensione di Manuela Di Vito

Caterina ha diciassette anni e un’idea di sé estremamente ingombrante. Non che il suo corpo non lo sia, certo, Caterina si è sempre tirata dietro nomignoli come Cate-ciccia, Cate-bomba e roba così. Ma il suo corpo, nella sua testa, assume dimensioni talmente grandi da comprendere ogni cosa, ogni idea del mondo, di sé stessa e del futuro, ma soprattutto da oscurare le persone che ha intorno e a cui attribuisce ogni sorta di pensiero orribile su di sé.
In realtà è lei stessa a pensare quei pensieri e a farseli colare addosso come piombo fuso. Il fatto è che al di là del suo corpo non riesce a vedere nient’altro, tanto che ogni mattina quando esce di casa smette di essere Caterina per interpretare un ruolo che si è affibbiata da sola, quello dell’antieroina: «Sono irriconoscibile quando saluto mamma sulla porta, e non perché ho mezza faccia sotto la sciarpa, semplicemente, come il più triste dei supereroi, la mia identità scompare appena esco di casa, appena supero la cancellata – e non sono più Caterina. Mi chiamo Cater-pillar ora. Sono la possibilità ambulante di un paragone che salva».
Caterina si chiude in sé stessa e non riesce a vedere al di là del suo grasso. Non vede l’amicizia che le offre Anna su un piatto d’argento, non riesce ad accettare che Giacomo possa trovarla bella e interessante, non si accorge della soddisfazione e della felicità che riempiono la vita del fratello maggiore il quale, ugualmente pesante, vive il suo corpo con estrema leggerezza. Come d’altronde non riesce a vedere la sua prof prediletta, che lei stessa ha posto su un piedistallo dorato, nella sua completezza, difetti compresi.
Forse perché Caterina è donna, sembra suggerire l’autore sul finale, quando sua madre le confessa di aver sofferto allo stesso modo. Forse le donne hanno un diverso rapporto con il proprio corpo, forse la società si aspetta da quest’ultimo cose diverse. Forse sì, ma forse è anche vero che l’adolescenza è uguale per tutti e la ricerca di accettazione da parte degli altri, la strenua lotta per il diritto all’uguaglianza, è unisex.
Cate, io, dell’esordiente Matteo Cellini, è dunque un libro sull’accettazione di sé, felice finale, ma anche sull’identità che in realtà non si definisce mai una volta per tutte. È un libro sull’adolescenza che mette in evidenza quanto la mente, i pensieri, siano in quest’età della vita preponderanti e sovrabbondanti, come il grasso di Caterina. Cate, io è un libro sull’estrema difficoltà di crescere e di trovare il proprio posto nel mondo.
La festa per i suoi diciotto anni quindi, che di questa crescita sembra passaggio obbligato, diverrà per lei cloaca maxima in cui si raccoglieranno tutte le sue paure e i pensieri più negativi che riuscirà a trovare su di sé. Pericolosissima deviazione in una vita estremamente controllata. E le servirà da scusa per arrivare a raschiare il fondo, tentando di annullare il proprio corpo attraverso l’uso tristemente ironico dell’unica arma che le viene in mente: il cibo.
Non ci riuscirà, non riuscirà ad azzerare il proprio corpo in una sola notte, ma sarà finalmente in grado di mettere a dieta la grassa idea che ha di sé. E il ridimensionarsi del suo io le permetterà di vedere finalmente sé stessa ma soprattutto coloro che la circondano e la amano.

Nota sull’autore
Matteo Cellini è nato a Urbino nel 1978 e vive a Urbania dove insegna lettere in una scuola media. Cate, io è il suo primo romanzo. Il libro è finalista al Premio Strega 2013, qui i commenti. Ha vinto il  premio Opera Prima del Campiello 2013. Nella motivazione ufficiale si legge: «Opera di forte maturità e di elegante felicità stilistica, Cate, Io di Matteo Cellini racconta con leggerezza la condizione sofferente propria di chi, diciottenne e smisuratamente obesa, si trova a fare i conti non solo con se stessa e il proprio fisico, ma anche con una famiglia di autentici “eroi della dismisura”. Il racconto si sviluppa nel segno d’una tenera, amabile, sorridente autoironia proprio grazie allo spirito combattivo di Cate, tanto da farne quasi uno “stile di sopravvivenza”.»

 Qui la nostra intervista a Matteo Cellini

Cate, io – Matteo Cellini
Fazi, 2013
pp. 216, 16 euro

 

Giordano Tedoldi "I segnalati"

Novità in libreria: “I segnalati” di Giordano Tedoldi

Giordano Tedoldi "I segnalati"A 7 anni dall’esordio con Io odio John Updike (Fazi, 2006) e a un anno dall’ebook auto-pubblicato su Amazon Deep Lipsia (qua la recensione di Cristiano De Majo), Giordano Tedoldi torna in libreria con il romanzo I segnalati (Fazi, pp.280, euro 17,50). Paragonato nella scheda dell’editore a Gli indifferenti di Moravia, il romanzo ruota attorno ad un tragico incidente e al senso di colpa che ne consegue.
Questa la scheda del libro:

«Si può vivere, e come, con l’idea martellante, incancellabile, di aver ucciso? In un’estate che s’accende di colpo su Roma, il rapporto tra la ventenne Fulvia e un ragazzo senza nome e dal passato inconfessabile, appassionato di musica classica, viene sconvolto dall’incidente mortale di Ruggero, che avrebbe compiuto dieci anni poco dopo . Fulvia, che assiste al fatto dal terrazzo della sua casa, crede di averlo determinato con un gesto sprovveduto ed è devastata dal senso di colpa. Questo evento lega in modo indissolubile Fulvia e il suo compagno ai genitori di Ruggero, appartenenti alla borghesia intellettuale, apparentemente lucidi e razionalisti ma “segnalati”, che in dialetto sta per “destinati”, vittime anch’essi di un dolore folle.»