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Torna a Napoli Un’Altra Galassia. Ce la racconta Patrizia Rinaldi

di Rossella Gaudenzi

Patrizia Rinaldi

Abbiamo conosciuto Patrizia Rinaldi, vincitrice del Premio Andersen Miglior Scrittore 2016, un paio di anni fa in occasione della festa della lettura Pezzettini (che si svolge a Roma, a Tor Pignattara).

Oggi le abbiamo chiesto di raccontarci che cos’è Un’Altra Galassia, festa di libri, festa con i lettori, festa nella città, in programma a Napoli il 4 e 5 maggio.

Fino al 2009 e per venti edizioni è stata organizzata a Napoli la festa del libro e della lettura Galassia Gutenberg. Non volendo disperdere questa esperienza vitale e preziosa per la città, nel 2011, grazie all’iniziativa di Valeria Parrella, Rossella Milone, Massimiliano Virgilio, Pier Luigi Razzano e Francesco Raiola è nata Un’Altra Galassia.

Che cosa dobbiamo aspettarci dall’edizione 2018 di Un’Altra Galassia?
Sarà il Museo Archeologico Nazionale, nelle sue sale dedicate, a ospitare venerdì 4 e sabato 5 maggio l’ottava edizione di Un’altra Galassia. Cornice particolarmente suggestiva per aprire un programma all’insegna del reading: venerdì 4 maggio alle 20 si inizia con l’Omaggio ad Anna Maria Ortese20 scrittori per vent’anni; alle 21:30 seguirà il reading di Marco Rossari al Giardino delle Camelie e Chiara Valerio rievocherà Virginia Woolf attraverso il format della seduta spiritica.
Sabato 5 maggio alle 20 Paolo Di Paolo condurrà l’incontro dal titolo Mann al Mann in collaborazione con il Goethe Institute di Napoli; alle 21 Valerio Massimo Manfredi dialogherà con Paolo Giulierini e a chiusura del festival si svolgerà la seconda e ultima seduta spiritica, un momento estremamente evocativo, un dialogo con chi non c’è ma resta.
Nelle edizioni precedenti sono stati rievocati Jean-Claude Izzo da Massimo Carlotto, William Shakespeare da Nadia Fusini e Roberto Bolaño da Nicola Lagioia. Quest’anno Stefano Bartezzaghi dialogherà con David Foster Wallace, a dieci anni dalla morte.
Ciò che mi coinvolge in prima persona è la Scuola di scrittura. Quest’anno nella quarta edizione, da novembre ad aprile, abbiamo affrontato il tema del doppio: L’ignoto doppio. Scrivere è passare attraverso lo specchio. È stata un’esperienza entusiasmante di partecipazione collettiva: io, Valeria Parrella e Massimilano Virgilio abbiamo affrontato il romanzo, Pier Luigi Razzano il reportage giornalistico, Rossella Milone il racconto. Sono state assegnate borse di studio che hanno consentito a studenti particolarmente talentuosi delle scuole superiori di frequentare il corso: lezioni incantevoli a partire dal luogo scelto, l’Archivio Storico del Banco di Napoli di via dei Tribunali; qui si respirano storia, tradizione, bellezza architettonica.

Quali sono i punti di forza di Un’Altra Galassia?
Il punto di forza principale è che i fondatori, Valeria Parrella, Rossella Milone, Massimiliano Virgilio, Pier Luigi Razzano e Francesco Raiola sono persone estremamente competenti. Valeria ha un gusto letterario finissimo, sempre aggiornata sulle ultime uscite, tutto l’anno tiene incontri presso LaterzAgorà, lo spazio culturale nato all’interno del Teatro Bellini; Razzano e Raiola sono giornalisti; Virgilio è redattore radiofonico e responsabile dell’area cultura di Fanpage.it. I creatori di Un’altra Galassia hanno uno sguardo e una sensibilità particolari che li rendono consapevoli delle trasformazioni in atto nella città come a livello nazionale e nel mondo editoriale. Un’altra Galassia non è una fiera dell’editoria in senso tradizionale, ma una fiera della cultura dove gli incontri con il libro e lo scrittore vengono costruiti tenendo conto del contesto e del senso della città.

Valeria Parrella

Valeria Parrella è stata particolarmente tenace nel voler raccogliere il testimone di Galassia Gutenberg (nata prima della fiera romana dell’editoria indipendente Più Libri Più Liberi), una grande festa anche dell’editoria indipendente. Non si è arresa, con pochissimi fondi e molta determinazione ha voluto rilanciare l’esperienza e non disperderne il profondo significato culturale per Napoli.

L’originale format delle “sedute spiritiche”, il fatto che gli incontri si svolgano in fasce orarie crepuscolari e notturne hanno un collegamento con lo spirito della tua città?
Un collegamento profondo. Napoli è fatta di sopra e sotto, di immanente e trascendente: basti citare il famosissimo Cimitero delle Fontanelle e la Napoli Sotterranea. Quella con il mondo dei morti è una vicinanza barocca. Tutte le operazioni che hanno avuto un riscontro turistico eccellente altro non sono che operazioni che raccontano, a chi non è della città, questa nostra vicinanza con la morte, una vicinanza molto sentita, viscerale; un’appartenenza che da un certo punto di vista è anche pagana. C’è un rapporto con la morte quasi a consumarla, non isolato, né relegato; il mondo dei morti aleggia nell’aria non appena fai una passeggiata per i Decumani e il Barocco ti viene incontro, laddove alchimia, passato e arte si fondono.

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La figlia maschio è il tuo ultimo bel libro, uscito lo scorso autunno per e/o, forte del plauso di pubblico e critica. La vicenda porta il lettore a confrontarsi con realtà storicamente scomode (il triste destino delle figlie femmine nate in Cina dopo la morte di Mao), di quelle su cui non vorremmo soffermarci a pensare. Dove tenevi custodita la storia di Na?
Riflettevo da diverso tempo sulla questione delle identità, le identità frammentate e multiple. Tutti i personaggi del libro sono vittime e carnefici: hanno identità celate e allo stesso tempo contraddittorie. La ragazza Na è il simbolo di questa assenza di identità, vittima e carnefice per eccellenza.
Una persona a me cara ha fatto un lungo viaggio in Cina e la sua guida era un’ex “bambina fantasma”, che oggi lavora come interprete grazie alle scelte ragionate della famiglia.
Un altro elemento di riflessione è stato il concetto del dogma e della regola che si trasformano in crudeltà, come è accaduto con il nazifascismo inizialmente percepito come il bene assoluto.
Il limite demografico imposto in Cina aveva l’obiettivo di contrastare miseria e fame della popolazione, soprattutto nelle campagne; poi si è trasformato in una imposizione violenta e assurda che ha provocato aborti e infanticidi. All’appello mancano milioni di donne cinesi. Si è arrivati addirittura, in certi momenti, a organizzare rapimenti al femminile nei paesi confinanti per colmare lo squilibrio numerico tra uomini e donne. Tutto ciò non può lasciare indifferenti, soprattutto non può non suscitare una riflessione sul dogma che si trasforma in crudeltà.
Ci stavo pensando da tempo perché sono impaurita da questo fenomeno, soprattutto dal fatto che a farne le spese siano i più piccoli, in particolare le bambine. La figlia maschio è stato un romanzo difficile da scrivere.

Per quale motivo hai messo in campo quattro figure, maschili e femminili, che potremmo definire mediocri, senza innocenza e senza pietà?
La figlia maschio non presenta personaggi vincenti o perdenti, così come credo accada nella vita: i vincenti sono a mio avviso sopravvalutati. Puoi mostrare il profilo migliore ma siamo composti da componenti differenti e irrisolte e questo è uno dei motivi per i quali ho bisogno di scrivere sia per ragazzi sia per adulti.
Non dobbiamo dimenticare che veniamo da un ventennio in cui la donna era dominata dal cliché estetico: quando racconto le strettissime fasciature con cui venivano imprigionati i piedi delle bambine cinesi mi chiedo se un tacco di 12 centimetri non rappresenti, analogamente, l’impedimento al movimento, alla possibilità di correre. Non dobbiamo quindi considerarci, in maniera ipocrita, immuni dal cliché.
Cosa possiamo fare per raccontare queste apocalissi cicliche che ci invadono, senza essere giudicanti pur essendo comunque coinvolti? Il coinvolgimento narrativo è per me una prova di onestà. Alcuni lettori hanno detestato Na, altri l’hanno amata e detestato Felicita; in ogni personaggio ho cercato di mettere in egual misura il buio più totale e possibili strati di identificazione. Ho cercato di lasciare al lettore il giudizio, il sentimento.

Questa nostra intervista ha seguito un percorso che ha preso le mosse da Napoli, con Un’Altra Galassia, e si chiude a Napoli, con la storia di Na. Perché per Patrizia Rinaldi la sua città è il luogo della rinascita?
Nelle mie intenzioni la storia non si sarebbe dovuta concludere a Napoli ma a Roma, tanto che questa conclusione non era presente nella sinossi; avrei voluto parlare di Roma, la città che in questi anni frequento di più per motivi editoriali, nella quale amo girovagare con il naso in su e non finisce mai di stupirmi con il suo cielo meraviglioso. Di Napoli non volevo parlare ma si è imposta violentemente. Na nasce a nuova vita a Napoli perché ritengo che, nonostante le difficoltà in cui è immersa, sia una città profondamente bastarda tra dominazioni e mancanza di centralità (del Regno delle due Sicilie non dimentichiamo l’importanza di Palermo). Ritengo questo un dato positivo: a Napoli ci si sente tutti stranieri, data la molteplicità e la diversità di luoghi e storie. Io stessa mi ci sento se giro, ad esempio,  per il Rione Sanità. Questo sentimento di estraneità aiuta a farci sentire più benevoli. La profonda e radicata sensazione di essere figli di tante dominazioni, la grande promiscuità in cui si vive a Napoli dovrebbe essere di aiuto per il processo di integrazione.
Quando Na arriva a Napoli, un marinaio la interpella: «“Capisce l’italiano?” sillabò. “Sono nata a Roma”, mentii. “Allora non è straniera. Qua lo sarebbe comunque”».

A quale storia ti stai dedicando in questo momento?
Sto scrivendo ancora di Blanca, la protagonista dei miei romanzi noir editi da e/o e poi tornerò a scrivere per ragazzi, senza ombra di dubbio.

Come ogni intervista di Via dei Serpenti che si rispetti torniamo a chiederti: quali libri ci sono sul tuo comodino?
Ho appena finito Mariti di Ángeles Mastretta (Giunti, 2013) di cui mi piace riportare questa frase: «Grammatica. La chiamò Sillabaria e la amò per tre giorni e tre notti, come l’orizzonte. Poi la dimenticò in tre ore, come un abisso. Ma finché rimase con lei la chiamò Sillabaria. Bel nome per un’innamorata dell’ozio e delle parole».
Ho finito di leggere da poco anche La bastarda della Carolina di Dorothy Allison (minimum fax, 2018), magistralmente tradotto da Sara Bilotti, uno dei libri più belli letti negli ultimi anni.
In questo momento della vita sto rileggendo poesie, mi sto rieducando alla poesia: Jorge Luis Borges, Le giovani parole di Mariangela Gualtieri (Einaudi, 2015) e la mia ossessione, Sor Juana Inez de la Cruz. Studio di una personalità del barocco messicano di Dario Puccini (Edizioni dell’Ateneo, 1963), libro ahimè introvabile: una suora di clausura che parla d’amore con una contemporaneità sconcertante.
Leggo senza sosta libri per bambini e ragazzi, i più recenti sono Micromamma  di Piret Raud (Sinnos, 2018), che ho amato molto e Buonanotte a tutti di Chris Haughton (Lapis, 2016). E Storie della preistoria di Alberto Moravia: amo l’operazione che fanno gli scrittori che scrivono per adulti quando scrivono per bambini.

 

Cosa leggiamo a Natale. I consigli dei Serpenti

Come ogni anno, eccoci arrivati alle porte del Natale. Anche quest’anno, dunque, arrivano puntuali i consigli dei Serpenti.

Emanuela D’Alessio
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Leggere per viaggiare o viaggiare per leggere? In realtà la lettura è di per sé un viaggio, di cui spesso si ignorano i punti di partenza e di arrivo.
Con Le otto montagne di Paolo Cognetti (Einaudi, 2016) si parte da Milano per arrivare a Grana, ai piedi del Monte Rosa, passando per il Nepal e le valli sacre dell’Annapurna. Inizia così un andare e venire dall’estate all’inverno, un salire e scendere tra pascoli, boschi e alpeggi, una storia d’amore con la montagna che dura una vita intera, tra un padre un figlio, tra due amici che si scoprono da bambini e si ritrovano adulti. Si cammina e ci si arrampica, si suda e si soffre, si ascoltano i suoni della notte gelida e del ghiacciaio che si ritira, si scopre che «l’estate cancella i ricordi proprio come scioglie la neve, ma il ghiacciaio è la neve degli inverni lontani, è un ricordo d’inverno che non vuole essere dimenticato».
Una bellissima e potente storia, da leggere con lo stesso incedere lento e costante di chi va in montagna, per fermarsi solo quando si è arrivati in cima.

Con Karma clown di Altaf Tyrewala (traduzione di Gioia Guerzoni, Racconti edizioni, 2016) si precipita nel caos spiazzante di Mumbai, trascinati dalla voce sferzante e ironica di uno scrittore atipico e sconosciuto ai più, nato a Mumbai nel 1977, attualmente residente negli Stati Uniti. Il suo ritorno in Italia (era uscito per Feltrinelli nel 2007 il romanzo Nessun dio in vista) lo dobbiamo alla traduttrice Gioia Guerzoni: «Altaf è stato la mia guida a Bombay per tantissimi inverni. Peccato che ora abiti a Dallas, e che Modi sia al governo. Non ci vediamo da tempo ma sono riuscita a proporre i suoi racconti durissimi e molto poco Shining India, Karma clown, a un altro editore del cuore» (dall’intervista di Elvira Grassi, novembre 2016) e ai due giovani editori romani Stefano Friani ed Emanuele Gianmarco di Racconti edizioni. Quattordici racconti per narrare, tra iperrealismo e fantasia, un’umanità eterogenea, sgangherata e cialtrona, cinica e idealista. Da non perdere l’incipit di Libri nuovi e di seconda mano, con cui si apre il libro. «La lettura è sopravalutata. Non leggo un libro da anni e sto bene lo stesso, grazie tante. Solo perché vendo libri di mestiere non vuol dire che debba sapere di cosa parlano. Sono come un chimico. Se provassi i miei prodotti sarei già morto e sepolto oppure molto molto malato. E comunque è così che vedo i libri, come una cura per menti malate, stampelle di carta per intelletti vacillanti che faticano a trovare un appiglio nel mondo».

Infine, per concludere questo viaggio o per renderlo infinito, c’è Bussola di Mathias Enard (traduzione di Yasmina Melaouah, Einaudi, 2016), un libro maestoso e imponente, raffinato e inesauribile, che ha vinto il Premio Goncourt nel 2015. Una storia d’amore che si snoda per anni tra Europa, Iran, Siria e Turchia. Un romanzo senza limiti temporali e senza confini, dove perdersi e smettere di cercarsi.

Rossella Gaudenzi
Uno degli incontri sulla letteratura per ragazzi tra gli undici e i quattordici anni tenuti da Carla Ghisalberti un anno fa verteva sul tema “La banda… uno, nessuno e centomila”. In quell’occasione sono stati presentati diversi libri sull’argomento. Uno in particolare mi era venuto in mente, La guerra dei bottoni di Louis Pergaud nell’edizione integrale BUR ragazzi a cura di Antonio Faeti. La presentazione di Susanna Mattiangeli mi ha fatto pensare a un romanzo giocoso, un classico scritto oltre cento anni fa, nel 1912, dal linguaggio obsoleto e spassoso. L’ho acquistato di recente, finalmente, e lo leggerò senz’altro durante il periodo natalizio.

bordelloA completare la mia selezione natalizia ci sono due titoli destinati a un pubblico più maturo, acquistati a Più Libri Più Liberi di quest’anno. Appunti da un bordello turco di Philip Ó Ceallaigh (traduzione di Stefano Friani), il libro numero uno (maggio 2016) della nuova piccola casa editrice romana Racconti edizioni. «Se vuoi farti un’idea di come se la passa una città devi andare a vedere i suoi margini. Il centro ti dirà che va tutto bene. La periferia ti dirà il resto». L’autore, nato in Irlanda, vive a Bucarest da quindici anni, ha girato mezzo mondo ed è approdato alla scrittura dopo aver svolto una moltitudine di lavori, i più disparati. Ammetto di avere grandi aspettative da questa nuova realtà editoriale.

L’esile Pronto soccorso per scrittori esordienti di Jack London (traduzione di Andreina Lombardi Bom, minimum fax 2005), raccolta di testi narrativi, lettere e brevi saggi sul mestiere della scrittura, ha solleticato la mia curiosità. L’associazione tra autore e titolo mi è sembrata insolita e questo è bastato per desiderane la lettura.

Elena Refraschini
Se non l’aveste già letta, il mio primo consiglio per queste vacanze è di gettarvi nella Trilogia della Pianura di Kent Haruf, recentemente ripubblicata in tiratura limitata da NN Editore in un cofanetto per i lettori più affezionati. Vi troverete raccolti, naturalmente, i titoli già pubblicati nel corso degli ultimi due anni: Benedizione, Canto della pianura e Crepuscolo. Le chicche che ve ne faranno innamorare, però, sono le due mappe della città di Holt disegnate da Marco Denti e da Franco Matticchio (chiunque si senta un esploratore oltre che lettore non potrà che lasciarsi incantare da questa proposta), e un messaggio da parte di Cathy Haruf, moglie dell’autore scomparso nel 2014.

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Anche i miei due prossimi titoli hanno a che fare col viaggio, anche se in sensi e intenti molto diversi. La graphic novel Il suono del mondo a memoria del fumettista italiano Giacomo Bevilacqua (Bao publishing, 2016) è una lettera d’amore a colori per New York, e la delicata storia che narra ne impreziosisce il risultato. Vi sfido a voltare l’ultima pagina e resistere all’impulso di prenotare il primo volo verso l’Atlantico.

Il terzo titolo è l’uscita più recente del mio autore del cuore, Kader Abdolah, che è passato in Italia qualche settimana fa per promuovere Un pappagallo volò sull’Ijssel (traduzione di Elisabetta Svaluto Moreolo, Iperborea, 2016). Una storia corale che, come gli altri titoli dell’autore, vi farà riflettere sui grandi temi, dalla guerra alla povertà, dall’immigrazione all’integrazione, all’amore e alla poesia. Ma, come ogni grande libro che si rispetti, alla fine vi costringerà a riposizionare qualcosa nel vostro arredamento emotivo.

Le librerie indipendenti sono librerie vincenti? A volte può succedere

INDILIBR(A)I – Rubrica dedicata ai librai e ai lettori indipendenti

 di Emanuela D’Alessio

Nel giorno di chiusura della fiera romana Più Libri Più Liberi 2016, l’11 dicembre, si è svolto un incontro che ci piace segnalare,  quello organizzato dall’editore Sandro Ferri di e/o con i librai Marco Guerra della libreria Pagina 348 di Roma, Giorgio Gizzi della libreria Arcadia (con una sede a Roma, a Casal Palocco, e una a Rovereto), Gianmario Pilo della Galleria del Libro di Ivrea e Christian Westermann, il responsabile marketing di Europa Editions, casa editrice americana fondata da Sandro Ferri e Sandra Ozzola nel 2005.

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Il tema era Librerie vincenti tra Italia e Stati Uniti: esperienze e idee a confronto.
Dall’incontro è emersa, tra le altre cose, la necessità di rinnovare il dialogo tra editori e librai. Negli Stati Uniti l’American Booksellers Association svolge un ruolo fondamentale in tal senso. Grazie al Winter Institute, ha spiegato Christian Westermann, editori e librai si riuniscono una volta l’anno  per scambiare informazioni, discutere ed elaborare proposte.
Anche in Italia si sta pensando di replicare questa interessante iniziativa. A febbraio si terrà la prima edizione di una tre giorni in cui 80 librai e 30 editori si incontreranno per discutere dei titoli e soprattutto dei contenuti.

Per saperne di più c’è l’esaudiente articolo di 2righe, noi abbiamo rivolto qualche domanda a Marco Guerra, di Pagina 348.

È la prima volta, se non sbaglio, che partecipi a Più Libri Più Liberi. Come è andato l’esordio?
Con gli amici di e/o mi trovo sempre bene, ho accettato volentieri il loro invito e l’incontro è stato molto interessante, ho conosciuto colleghi davvero in gamba. Noi librai abbiamo cercato di rispondere alle domande che ci venivano fatte raccontando le esperienze delle nostre librerie, parlando delle idee messe in campo per sconfiggere la crisi e descrivendo la grande passione che ci porta a cercare sempre nuovi modi di coinvolgere i lettori. Quando si ascoltano esperienze diverse dalla propria e conosci persone nuove, gli stimoli sono sempre in agguato.
Gli editori presenti ci hanno parlato della loro volontà di battersi per una legge che regolamenti una volta per tutte il prezzo di vendita dei libri e che dia a tutti le stesse opportunità contro i predoni delle vendite online che, a colpi di evasione fiscale, dumping e strage dei diritti dei lavoratori, minacciano il nostro settore.
Per quanto riguarda la Fiera io mancavo da qualche anno, ma ho visto gli stessi difetti di sempre.

A quali difetti ti riferisci?
Ne dico uno: nello stesso corridoio trovi il piccolo editore che rischia i propri soldi e quello che campa di sovvenzioni, trovi quello che paga la gente che lavora per lui e quello inseguito dai creditori, trovi quello che con i libri ci lavora e quello che con i libri ci gioca. Per non parlare dell’obbrobrio degli editori a pagamento.

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Quali erano le tue aspettative e sono state soddisfatte?
Mi interessava molto saperne di più sula situazione negli Stati Uniti  e il contributo di Christian Westermann è stato utilissimo. Mi ha fatto piacere sapere che anche negli Stati Uniti sono tanti i librai che riescono a tenere le proprie librerie, nonostante tutte le disgrazie che oggi succedono alle librerie indipendenti.

Che cosa hanno in comune Marco Guerra, Giorgio Gizzi, Gianmario Pilo e Christian Westermann?
Il fatto di vivere a contatto con i libri ci permette di capirci al volo. Abbiamo in comune il fatto di essere diventati importanti per le comunità in cui operiamo, andando spesso a sostituire con il nostro lavoro le inefficienze e le incapacità della cultura istituzionale, quella che il cittadino paga anche se non visita i monumenti e non va mai al museo, al teatro o al cinema.

Che cosa significa essere vincenti oggi nel vostro settore?
In un momento in cui moltissime città italiane, anche importanti, si ritrovano senza librerie, significa restare aperti, innanzitutto. Aggiungo il fatto che le librerie indipendenti sono quelle in cui germogliano le idee, quelle in cui muovono i primi passi gli autori che arriveranno in classifica, quelle da cui parte il successo dei libri più importanti del panorama letterario. Più cose del genere si verificano nella tua libreria e più chances avrai di restare in piedi.

Dal confronto, per quanto parziale, tra Italia e Stati Uniti che cosa è emerso?
Che anche nel paese che ha partorito la tigre che vuole divorarci c’è ancora spazio per chi resiste.

È tempo di bilanci. Come è andato il 2016 per Pagina 348?
Non male nel complesso, siamo riusciti a confermare le cose che vanno bene e abbiamo trovato il modo di recuperare qualcosa di quello che è andato perduto.

Antonio Manzini da Pagina 348 il 26 novembre 2016

Antonio Manzini da Pagina 348 il 26 novembre 2016

Puoi farci un esempio delle cose che non vanno bene?
Ne dico due. La prima è che molte persone che conoscono e frequentano la nostra libreria credono che noi saremo qui in eterno, come se fossimo la cultura istituzionale di cui parlavo sopra. In realtà la nostra è un’impresa privata e può andare avanti continuando a offrire tutto quello che offriamo ogni anno, solo se la gente spende i soldi da noi. E quindi se molte persone partecipano alle nostre attività e parlano bene di noi ma poi i libri li comprano online o al centro commerciale, noi abbiamo l’esigenza di cercare da qualche altra parte i soldi che mancano all’appello.
La seconda è che ci manca una sponda nelle istituzioni, qualcuno o qualcosa che sappia valorizzare la nostra presenza nel Municipio. Invece ogni volta i politici che eleggiamo sono peggiori di quelli precedenti e passano gli anni senza che ci siamo manifestazioni in cui i cittadini possano avvicinarsi ai libri e alla cultura. Senza parlare del fatto che il teatro pubblico del quartiere, quello del Centro culturale Elsa Morante dove organizzavamo spesso iniziative che riscuotevano grande successo, è addirittura chiuso.

Auspici e desideri per il 2017?
Vendere tanti libri, organizzare tanti appuntamenti stimolanti, incontrare autori interessanti, aprire la porta della libreria a tanti nuovi lettori.

Un libro si pubblica. La parola a Sandro Ferri, editore di e/o

COSA SI FA CON UN LIBRO? Seconda edizione Roma 

COSA SI FA CON UN LIBRO? prima edizione Roma

di Emanuela D’Alessio e Rossella Gaudenzi

Le librerie chiudono, il governo propone vincoli alla destinazioni d’uso delle librerie storiche o emendamenti per abolire i limiti agli sconti imposti dalla legge Levi. Negli ultimi quattro anni hanno chiuso una cinquantina di librerie solo a Roma, l’ultima in ordine di tempo è quella dell’editore Fanucci.
Di che cosa hanno bisogno i librai indipendenti in Italia? Serve o non serve la legge Levi? Perché non decolla un forte associazionismo tra i librai indipendenti?
È con queste domande che abbiamo avviato il secondo appuntamento di Cosa si fa con un libro, il 6 febbraio nella libreria romana Pagina 348, con l’editore di e/o Sandro Ferri.

Marco GuerraIl libraio Marco Guerra ha le idee molto chiare.
«La Legge Levi è una sorta di medicina che non guarisce né fa morire il malato, bensì lo mantiene in uno stato di coma vigile. Nel nostro Paese nessuna norma pone freno alle percentuali di sconto sul libro, diversamente da quanto accade in Germania o in Francia. In Francia non è consentito applicare uno sconto superiore al 5% e parliamo di un paese in cui le librerie indipendenti sono numerose e godono di buona salute. Ritengo che l’associazionismo per le librerie indipendenti non funzioni soprattutto perché esistono realtà molto diverse tra loro. Ad esempio, una libreria che vive sulla caffetteria ha esigenze assai distanti da quelle di chi fattura molto con i testi scolastici, e così via».

Fondamentale il rapporto tra libraio ed editore
«Per una libreria indipendente è fondamentale il rapporto con l’editore. Tra i primi venti titoli venduti dalla nostra libreria, sei sono della casa editrice e/o. E non è un caso. Per i grandi editori la piccola realtà della libreria indipendente spesso è vista come molestatrice, abbiamo difficoltà a farci richiamare e persino ad avere risposte via e-mail. e/o invece si affida al proprio promotore che va di persona nelle librerie, instaura un rapporto con il libraio, e il risultato si vede. La scelta di e/o è coraggiosa perché in tempi di crisi la spesa del promotore è una delle prime a essere tagliata. Ma è come tagliare l’arteria che porta sangue a un organo: quello inevitabilmente muore».

Il coraggio di rischiare
Di scelte coraggiose Sandro Ferri sembra averne compiute molte negli oltre trent’anni di attività, da quando nel 1979 decise, insieme alla moglie Sandra Ozzola, di fondare e/o.
«Il nome e/o ha due significati. Significa sia est/ovest – nel 1979 esisteva ancora il muro di Berlino – e abbiamo concepito un catalogo di autori dell’Est europeo, sia e/oppure, volendo affiancare la congiunzione all’opposizione, quindi a un’alternativa. In trentasei anni abbiamo compiuto molti cambiamenti ma continuiamo, io e mia moglie, a fare gli editori e non abbiamo mai perduto la curiosità di leggere, senz’altro utile per questo mestiere».
Curiosità che li ha portati a esplorare le letterature di mezzo mondo, dall’Europa orientale all’Africa, dalla Francia all’Italia. «Ventitré anni fa abbiamo scoperto Elena Ferrante, scrittrice napoletana che è diventata un fenomeno planetario. Circa dieci anni fa abbiamo fondato una casa editrice negli Stati Uniti e anche questa è stata una scommessa vinta. Indubbiamente abbiamo avuto fortuna, ma è stato premiato anche il nostro coraggio di rischiare».

lib1Quando un libro può essere considerato “buono”
Il lavoro dell’editore deve animare, incoraggiare la comunità dei lettori, e questo lo si fa pubblicando libri buoni e sostenendo le librerie. Ma di buoni libri ce ne sono pochi, aveva detto Sandro Ferri nel suo I ferri dell’editore (e/o, 2011). Quand’è che un libro può essere considerato buono?
«Innanzitutto un buon libro deve essere ben fatto, il risultato di cura e attenzione, nella scelta della copertina, del tipo di carta, di come viene impaginato. Ma un buon libro è soprattutto quello che trova un suo pubblico. e/o ha dato pubblico, in Italia, ad autori come Christa Wolf – e al suo intramontabile Cassandra – e Bohumi Hrabal. Quando abbiamo iniziato con il noir i nostri lettori sono rimasti perplessi, ma proprio attraverso quei libri alcuni lettori hanno scoperto Jean-Claude Izzo e Massimo Carlotto e conseguentemente l’esistenza di buoni noir. Aggiungo gli americani Thomas Pynchon, J. C. Oates,  Alice Sebold e il suo Amabili resti. Il più grande successo della casa editrice è stato L’eleganza del riccio (Muriel Burbery, 2007): negli Stati Uniti ha venduto 800.000 copie, superato solo da Elena Ferrante con oltre un milione di copie».

Il self-publishing è una minaccia per l’editore?
La Penguin Random House, la più grande casa editrice al mondo, ha appena venduto il suo servizio di autopubblicazione a pagamento. In Italia c’è Streetlib, la più importante piattaforma digitale per l’autopubblicazione che ha chiuso il 2015 con un fatturato di oltre 4 milioni di euro. Il self-publishing, come suggerisce il fondatore di Streetlib Antonio Tombolini, va interpretato non in chiave antagonista con l’editore ma come stimolo per imparare un nuovo modo di fare editoria. Per Sandro Ferri, invece, il fenomeno dell’autopubblicazione non costituisce una minaccia né un esempio di editoria alternativa.
«Non temiamo il self-publishing. L’editore deve fare la selezione, che è del tutto assente nel self publishing, è proprio questa la differenza che fornisce all’editore la sua ragion d’essere».

IMG-20160206-WA0002Il lavoro nella casa editrice
«e/o pubblica 50/60 titoli l’anno, grazie al lavoro di circa quindici persone, che non sono poche ma tutte necessarie. Si parte dal manoscritto, il prodotto grezzo, che va rivisto e viene lavorato attraverso l’editing a vario livello, per arrivare al prodotto finito. Il nostro ufficio stampa è composto da due persone, una a Roma e l’altra a Milano. Non tutti i libri riscuotono la stessa attenzione, per l’80% non c’è alcuna risposta. Quando invece si accende una lampadina inizia la trafila della promozione del libro. Un’altra persona si occupa esclusivamente del sito web e dei social (facebook, twitter). Comunque i libri non si vendono con i social o le recensioni sui giornali. Per quanto riguarda i premi letterari, in Italia a smuovere un po’ le acque quanto a vendite, sono lo Strega e il Campiello. La nostra è un’azienda (nel 2015 abbiamo fatturato circa 12 milioni di euro), che deve occuparsi di conti, bilanci, aspetti amministrativi. Capita anche di sbagliare. Faccio un esempio: l’ultimo libro di Carlotto, Per tutto l’oro del mondo, è uscito come strenna natalizia. Era già in distribuzione quando ci siamo accorti che mancava l’ultimo capitolo. Quarantamila copie, per il valore di circa 50.000 euro, sono state ritirate dal mercato e ristampate in fretta e furia, lavorando il sabato e la domenica anche di notte. Un editore deve saper fare anche questo».

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Il ruolo della distribuzione
«La distribuzione è fondamentale. e/o lavorava con PDE, grande distributore di molte piccole e medie case editrici, acquistato da Feltrinelli per contrastare la concorrenza di Messaggerie, ma alla fine è stato rivenduto proprio a Messaggerie. Siamo stati messi con le spalle al muro con nuove condizioni economiche. La nostra decisione è stata di dire no e di passare ad ALI, una distribuzione di minore».

Le grandi trasformazioni del mercato editoriale italiano
Negli ultimi mesi stiamo assistendo a grandi sommovimenti nel mondo editoriale italiano. Si è concretizzata la fusione di Mondadori e Rizzoli, Adelphi si è staccata dal nuovo colosso, è stata fondata la casa editrice La nave di Teseo. Grande è meglio di piccolo? Sembrerebbe di sì, ma anche di no, visti i dati del 2015 che risultano meno negativi proprio per la piccola e media editoria. e/o tanto piccola non lo è più, se consideriamo i dati di fatturato. Ma Sandro Ferri non nasconde la sua preoccupazione.
«Una minaccia oggettiva c’è. Mondadori possiede sul territorio italiano circa 5000 librerie, indubbiamente un’ampia fetta di mercato. Il problema si estende anche agli scrittori, che prima  avevano due grandi marchi cui bussare e adesso ci pensano bene prima di tentare con i piccoli editori. Insomma, una certa preoccupazione c’è. Staremo a vedere».

libreriaLe prossime uscite di e/o
Nei prossimi mesi usciranno un giallo del francese Michel Bussi, una sorta di mémoire di E.E.Schmitt su un’esperienza di viaggio nel Sahara. Dopo l’estate ci sarà il nuovo libro di Fabio Bartolomei, autore del fortunato Giulia 1300 e altri miracoli, e uno di Marco Rossari. E poi vari esordienti. «Pubblichiamo circa dieci esordienti italiani l’anno, ma solo uno su dieci funziona».

Cosa legge Sandro Ferri
L’incontro si conclude con la consueta domanda sulle letture sul comodino di Sandro Ferri.
«Ad eccezione dei libri in lavorazione, purtroppo c’è poco sul mio comodino. Qualche classico, per mantenere alto il livello letterario. Qualche saggio, perché mi piace la saggistica, qualche graphic novel e talvolta i successi di altre casi editrici. Devo ammettere che mia moglie è più brava di me nel dedicarsi alle “letture altre”».

Ringraziamo Sandro Ferri per la sua gentile disponibilità e ci rivediamo il 12 marzo, alla libreria Risvolti, per l’incontro con Massimiliano Borelli, redattore di L’Orma editore.

Cosa si fa con un libro? A Roma la parola all’editore di e/o Sandro Ferri

COSA SI FA CON UN LIBRO? Seconda edizione Roma 

Secondo appuntamento della seconda edizione romana di COSA SI FA CON UN LIBRO?
Il 6 febbraio 2016, alle 17:30, alla libreria Pagina 348 (Viale Cesare Pavese 348, zona Eur-Ferratella).

Dopo il primo appuntamento con lo scrittore Sandro Bonvissuto, Cosa si fa con un libro torna in libreria il 6 febbraio con Sandro Ferri, l’editore di e/o.

Ospiti della libreria Pagina 348 di Marco Guerra, parleremo del rapporto tra editore e libraio, di come è cambiato il mestiere dell’editore negli ultimi trent’anni e delle prospettive del settore in questa fase di grandi trasformazioni, di come funziona una casa editrice, di pregi e difetti del mercato editoriale italiano e internazionale, e di molto altro.

Dalla collana praghese di Milan Kundera a Thomas Pynchon, da Muriel Barbery, autrice del best-seller L’eleganza del riccio e del nuovo Vita degli elfi, al caso editoriale Elena Ferrante, da Massimo Carlotto a Jean-Claude Izzo, alle novità di questi giorni, L’incantesimo delle civette di Andrea La Mattina e Tutti i giorni è tua vita di Lia Levi, la proposta editoriale di e/o è ricca e variegata.

Sandro Ferri è laureato in filosofia. Nel 1979, insieme a Sandra Ozzola, ha fondato e/o, che significa Est/Ovest ma anche e /oppure. Nel 2011 ha pubblicato I ferri dell’editore, breve e agile riflessione sul mondo editoriale e i suoi risvolti.

Al termine sarà offerto un aperitivo con i bignè al formaggio preparati dai nostri eccellenti gourmet Sabina e Michele.

Da non perdere!

Foto: Simon Cocks

I consigli dei Serpenti per l’estate 2015 (2): Dino Buzzati, Patrizia Rinaldi, John Updike

di Rossella Gaudenzi

orsi

La famosa invasione degli orsi in Sicilia, Dino Buzzati, Mondadori junior, 1977
Credo avessi otto anni quando dalla biblioteca della scuola elementare ho scelto di leggere, come primo libro da prendere in prestito nella mia vita, La famosa invasione degli orsi in Sicilia. Ad attrarmi, oltre al ridondante titolo, sono state tutte quelle immagini, fitte e colorate figurine di orsi e uomini, che all’epoca non immaginavo fossero opera dello scrittore. Ho un ricordo vago e fosco di quella prima lettura, perché comparivano personaggi feroci, come il Gatto Mammone, cattivi, come il Granduca tiranno della Sicilia, in un testo in cui la distinzione tra buoni e cattivi è netta, i cattivi, e quindi il male abbondano: non solo tra le righe ma anche in quelle illustrazioni di guerre tra uomini e orsi con morti ammazzati nella neve, imbrattata di rosso sangue.
«Regnava in quell’epoca il Granduca di cui ne dovremo sentir tante: secco che pareva una festuca villano brutto e tracotante. Ma chi può mai voler bene al Gran Duca crudelissimo tiran?»
Appena questo libro mi è capitato a tiro, tra gli scaffali di una libreria, ho solo dovuto assecondare l’istinto di acquistarlo. E ora quello di ripercorrerne le pagine.
Mi attende un compito di una certa importanza: capire, a fine rilettura se è un libro per ragazzi (età consigliata dagli 11 anni in su) o che solletica meglio il mondo immaginifico degli adulti.

coverMa già prima di giugno, Patrizia Rinaldi, e/o, 2015
Estate chiama, a gran voce, mare. Da qualche giorno ho chiuso le pagine del libro Ma già prima di giugno della partenopea Patrizia Rinaldi che ha accantonato la letteratura per ragazzi – con Federico il pazzo (Sinnos 2014) ha vinto il premio Leggimi Forte 2015 ed è stata finalista al Premio Andersen 2015 – per dedicarsi alla scrittura di questo felice romanzo, dove il Golfo di Napoli è protagonista tanto quanto le figure femminili che lo animano.
Due differenti registri per narrare una saga familiare: in prima persona per voce dell’ormai anziana e malata Ena; in terza persona per sprigionare la forte personalità di Maria Antonia, madre di Ena, tra le drammatiche vicissitudini della Grande Guerra.

«Renato aveva imparato ad abbassare la voce e a usare parole più gentili del loro contenuto. Spiegò quindi all’avvocato in bella forma e con tono sommesso che il diritto all’eredità legittima, in questo caso dell’unica figlia del tenente morto, sfuggiva alle intenzioni testamentarie. La nonna avrebbe potuto lasciare persino tutto a una gatta e non ci sarebbe stato niente di male, tuttavia la gatta avrebbe dovuto cedere a Lucia la parte legittima che spettava a lei per legge e non per volontà della nonna.
Concluse:
“Osservi con attenzione le carte, converrà di certo che l’accordo è più favorevole a voi che a noi”.
Mentre l’avvocato studiava le carte e gli occhiali scivolavano per il sudore, Renato perse tempo ad allacciare le fettucce di dita della cartella.
Maria Antonia gli parlò a bassa voce, come quando erano piccoli sostituì le vocali con una sola – i – . Il loro modo bambino di usare un codice cifrato.
“Ci pii, si il gitti ì ni ziccili, il discirsi fili miglii (Che poi se il gatto è una zoccola il discorso fila meglio)”.
Renato alzò davanti alla faccia in palmi di pelle della cartella e rise.
Il riso diventò un ghigno. L’avvocato tossì per richiamare l’attenzione e poi disse che sì, che forse era conveniente per tutti un accordo».

Corri, coniglio, John Updike, Guanda, 2003
Lo scrittore della mia estate è il compianto John Updike, secondo John Cheever «il più brillante e versatile autore della sua generazione» che ho conosciuto qualche anno fa attraverso la lettura di Villaggi (Guanda 2007), talmente adatta come lettura estiva che recentemente ne ho sentito la nostalgia. Pronto per essere sballottato e seguire i miei spostamenti estivi, il suo caposaldo Corri, coniglio scritto nel 1960. «A poco più di quarant’anni dalla sua pubblicazione Corri, coniglio viene ormai riconosciuto come un testo fondamentale, si sarebbe tentati di dire canonico, nella letteratura degli Stati Uniti del Novecento, un classico moderno che peraltro non va collocato sullo scaffale, ma sollecita di continuo una rilettura, provoca nuovi stimoli… Nasceva con Harry Angstrom, detto Coniglio, un significativo esemplare americano di uomo senza qualità».