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Il paradiso degli animali – David James Poissant

di Elena Refraschini

il_paradiso_degli_animaliNella raccolta di racconti Il paradiso degli animali, appena pubblicata dalla milanese NN editore, il giovane esordiente David James Poissant ci parla della natura umana, di dolore, di fede, di resilienza, di redenzione. E lo fa con uno stile lineare e misurato, scevro da facili ammiccamenti, che conquista subito, grazie anche alla resa fluida ed efficace di Gioia Guerzoni.
Il titolo viene da una poesia di James L. Dickey: «Sotto l’albero / cadono / sconfitti / si rialzano / si rimettono in cammino»: il poeta immagina l’aldilà degli animali che in vita furono prede, ed è un paradiso dove continuano a dover scappare, ma non c’è dolore.
Ha spiegato l’autore: «Non credo che si riesca mai a superare certe perdite, e commettiamo alcune crudeltà per le quali speriamo di essere perdonati, ma non ci sarà mai una vera redenzione. A dispetto di queste, non abbiamo altra scelta se non l’andare avanti, rialzarci, rimetterci in cammino».

I personaggi che animano questi sedici racconti sono tutti ritratti prima, durante o dopo il momento di rottura: antieroi intrappolati nelle loro vite imperfette, nella loro incapacità di comunicare e di chiedere perdono. Le storie sono piene di padri e figli, mariti e mogli, amici, fratelli, che inconsapevolmente feriscono chi più amano. E in ciascuna fanno capolino gli animali (un coccodrillo, una mandria di bisonti, un lupo, un gatto scomparso, uno sciame di api) che, lontani dall’essere sterile metafora, danno più spessore e significato al racconto.

Una delle storie più belle è L’Uomo lucertola, che apre la raccolta. Siamo nella Florida rurale, dove Dan e Cam stanno viaggiando per tornare a casa del padre di quest’ultimo, appena deceduto. Cam deve fare i conti con tutto ciò che non ha mai detto e che non potrà più dire al padre, violento e alcolizzato; Dan, invece, non riesce a liberarsi dal rimorso dell’aver ferito il proprio figlio, scoperto a baciare un ragazzo, scaraventandolo contro la finestra del soggiorno. Le sottotrame s’inseriscono in filigrana grazie all’uso sapiente ed equilibrato del flashback, e verso la fine del racconto siamo anche noi con i due amici quando, in una sequenza di rara drammaticità, cercano di riportare un alligatore alla libertà delle paludi: un gesto forse inutile, perché la natura è mostruosa, e perché agli uomini il perdono viene concesso con parsimonia.

Insieme all’ultimo racconto, che dà il titolo alla raccolta, L’Uomo lucertola forma la coppia perfetta di fermalibri. In Il paradiso degli animali, infatti, ritroviamo lo stesso Dan, una quindicina d’anni e di rimpianti più tardi, in una disperata corsa attraverso gli Stati Uniti per salutare il figlio Jack, malato terminale di AIDS. In tutti i racconti si avverte un incredibile senso di empatia, ancora più acuto in questa coppia: perché il punto di vista è quello del padre violento, non del figlio omosessuale. «Sarebbe stato più facile scriverne dal punto di vista di Jack, ma farlo da quello di Dan era la strada più difficile, così ho capito che era la scelta giusta», ha detto l’autore.

Personaggi e grandi tematiche, dunque; ma non sono questi, almeno non all’inizio, a muovere l’autore: «Il mio ingresso in una storia è sempre grazie all’ambientazione, fin proprio a uno specifico parcheggio», ha dichiarato Poissant. «Io amo i luoghi, e cerco di essere il più fedele possibile. Quindi se i personaggi sono inventati, spesso i luoghi non lo sono: (…) vedo un certo posto nella memoria, poi vi inserisco i miei personaggi, e li seguo ovunque vogliano andare».
E se nella voce è chiara l’influenza di Carver, per il suo sense of place non si può non avvertire l’eco di grandi cantori del Sud come Flannery O’Connor e ancor più Frederick Barthelme, inarrivabile nell’uguale elevazione del brutto e del bello di questo panorama culturale.

Ero sicura che Poissant provenisse da qualche parte della Georgia, dell’Alabama, della Florida: è nato invece nello stato di New York, eppure da ogni pagina traspare il suo affetto verso questi luoghi. Ne Il paradiso degli animali c’è tutta l’America che Poissant ama, e che amo anche io, quella a cui stanno stretti i simboli per il quale è nota, e che fatica a far sentire la propria voce al di là degli stereotipi. Che la si chiami Dixie, Bible Belt, o semplicemente “il Sud”, è l’America delle villette in periferia, dei centri commerciali, delle strade sempre dritte, costellate da insegne di motel alla buona e catene di fast-food aperte tutta la notte, l’America rurale e dei piccoli paesi, dove la stella polare è il campanile bianco della più vicina chiesa battista.

David James Poissant

David James Poissant

Un’autenticità di voci e geografie culturali davvero rara, unita a un’invidiabile empatia nei confronti di personaggi con i quali non sempre vorreste trovarvi a cena: anche solo per questi motivi, fossi in voi non mi perderei questo nuovo, grande autore americano.

Nota sull’autore
David James Poissant. 
 I suoi racconti sono apparsi in diverse riviste e nella antologia Best New American Voices, e hanno vinto numerosi premi, tra cui l’Alice White Reeves della National Society of Arts & Letters. Con Il paradiso degli animali ha vinto il Florida Book Award 2014, ed è stato finalista al Los Angeles Times Book Prize e al PEN/Robert W. Bingham Prize. Docente del master in Fine Arts all’University of South Florida, nel 2015 viene nominato vincitore al New Writers Award for fiction, come in passato autori del calibro di Alice Munro e Richard Ford. Vive a Orlando (Florida) con moglie e figlie.

Il paradiso degli animali
David James Poissant,
traduzione di Gioia Guerzoni,
NN editore, 2015,
pp. 304, €17.

L’estate del cane bambino: l’ultima estate da bambini (1)

copertinadi Emanuela D’Alessio

L’estate del titolo è quella del 1961 e tutto si svolge a Brondolo (sono andata a controllare che non fosse un nome di fantasia!) sul Brenta, vicino Chioggia. Ci troviamo nella provincia veneta di cinquant’anni fa, ma sembra essere precipitati in un medioevo morale e culturale, indifferente agli attacchi del tempo e della Storia. Mi sono ripetuta spesso, tra una pagina e l’altra, che in fondo stavo leggendo una storia di fantasia anche se tremendamente realistica. Eppure non faccio fatica a credere che di luoghi come Brondolo, a prescindere dalle vicende del romanzo, sia piena l’Italia, ancora oggi.

L’estate del cane bambino, l’esordio letterario di Mario Pistacchio e Laura Toffanello, «scriviamo insieme, siamo una coppia, ci siamo incontrati a Torino quasi dieci anni fa e non ci siamo più lasciati», è una storia intrisa di emozioni dense, tenute a bada sotto una coltre di silenzio o liberate in modo violento e primitivo. Una storia di dolore e vendetta, di colpe taciute e mai rimosse, di speranze interrotte e sogni infranti, una storia sull’ineluttabilità della perdita.

«Menego aveva quattordici anni, io, Michele e Ercole dodici, Stalino quasi, e il cane nero chissà. Era l’estate del 1961. Il nostro mondo di allora era fatto di morti che resuscitavano per uccidere pescatori ingrati, di velieri portatori di peste, topi e vampiri, di nuvole combattenti e cavalieri inesistenti. Era un tempo in cui le leggende erano vere, e se qualcuno ci avesse detto che non era possibile che un bambino si trasformasse in cane, ci saremmo stretti nelle spalle, infischiandocene».

In queste poche righe di introduzione c’è il succo del racconto di Vittorio Boscolo, voce narrante e protagonista, insieme ai suoi amici, di quell’estate del 1961 in cui andarono perdute molte cose, prime fra tutte l’innocenza e la libertà dei sogni.
Nel 1961 gli autori non erano ancora nati, Mario Pistacchio è di Cerignola e Laura Toffanello di Torino. Perché quindi una storia con questi riferimenti temporali e spaziali?
«Perché cercavamo l’istante limite, quello che separa la banalità dall’irreparabile. È in quel momento che il sistema si rivela per quello che è e va in crisi, abbassa la guardia, mostra il suo lato più vulnerabile. Ed è esattamente lì che bisogna colpirlo».

Toffanello_PistacchioE cercando quell’istante Pistacchio e Toffanello hanno scritto una storia sull’arretratezza culturale ed economica dell’Italia rurale e arcaica degli anni Sessanta. Omertà e violenza, ignoranza e intolleranza sembrano le caratteristiche dominanti degli abitanti di Brondolo, grigi e silenziosi, induriti dalla terra e incapaci di esprimere sentimenti. È anche una storia sull’amicizia e sulla sua trasformazione, sulla perdita dell’innocenza e dei sogni, sull’ineluttabilità e la possibilità di riscatto, sulla menzogna e la forza della verità. È una storia, infine, di terribili abusi e violenze di un padre sui figli.
Nonostante sia tutto questo, il libro di Pistacchio e Toffanello è anche una fiaba, ma di quelle nerissime dove il lieto fine non è scontato. Leggendo L’estate del cane bambino si resta quasi sempre in bilico tra mistero, magia e realtà, immersi in un’atmosfera di leggende d’altri tempi, tra cani neri e uomini con le corna.

Di interpretazioni se ne possono trovare molte altre perché, come dicono gli autori, «ognuno può leggere quello che vuole. Per esempio che non c’è giustizia a questo mondo per i deboli e gli indifesi, siano bambini o cani. Oppure che là fuori è ancora pieno di ghetti, di prigioni, di posti che annullano la vita e cancellano l’identità, nei quali si entra e forse non si esce più. Che ogni uomo è una storia e ci sono storie troppo dure per riuscire a raccontarle, eppure sono proprio quelle le storie vere, quelle che hanno lo splendore dei naufragi e il coraggio dei naufraghi. Franco Basaglia ha scardinato i cancelli dei manicomi, cancellando un sistema fatto di oppressione, ignoranza e violenza, ma il drago non è morto, rinasce sotto altre forme tutte le volte. Il diavolo cammina in mezzo a noi, anche nel giardino più curato».

cover_estate

Ho chiuso il libro di Pistacchio e Toffanello con il cuore gonfio e la mente in affanno, tentando di ricordare quando e come mi fossi trasformata mio malgrado in adulta. Non mi è venuto in mente nulla di preciso, quindi, ho pensato con sollievo, si può diventare adulti anche senza accorgersene e per questo essere in salvo.

L’estate del cane bambino
Mario Pistacchio e Laura Toffanello
66thand2nd, 2014
pp. 218, € 16

Alcide Pierantozzi – Tutte le strade portano a noi

tutte_le_strade_coverdi Emanuela D’Alessio

Di alcune cose potete stare certi se deciderete di leggere Tutte le strade portano a noi, l’ultimo sforzo narrativo del giovane Alcide Pierantozzi, in libreria per Laterza da qualche settimana.
Non incapperete nell’ennesimo diario di viaggio o, peggio ancora, nell’ultima guida “alternativa” su come visitare l’Italia, perché nelle 196 pagine di Tutte le strade portano a noi non c’è traccia di indirizzi e dritte su cosa fare o vedere. Toglietevi dalla faccia anche quel sorrisetto di sufficienza pensando di trovare una sbiadita e provinciale imitazione dell’on the road alla Kerouac o alla Chatwin, perché Pierantozzi non sembra interessato all’emulazione.

Nel caso abbiate letto il suo libro di esordio Uno in diviso (Hacca), caso letterario nel 2006, ricevendone un discreto turbamento e anche un po’ di raccapriccio tanto da relegarlo nella parte più inaccessibile della libreria (come è successo a me), non preoccupatevi, con Tutte le strade portano a noi si arriva alla fine un po’ sorpresi e divertiti e con l’idea (effimera quanto si vuole) che forse un giorno anche voi potreste incamminarvi lungo una strada.

Non leggerete nemmeno un pamphlet sul significato del pellegrinaggio e la psicologia del pellegrino, nonostante gli studi di filosofa teoretica dell’autore, perché Pierantozzi e i suoi compagni di viaggio non hanno nulla del pellegrino e sono tutti consapevoli che alla fine dell’avventura torneranno comunque a casa, preferendo nel frattempo i piaceri della cucina a quelli della preghiera, senza rinunciare al comfort di smartphone e ipod.
I preti e le suore incrociati lungo il cammino non assomigliano al buon samaritano caritatevole e ospitale, si incontrano più facilmente viandanti di una umanità sbrindellata e un po’ folle con cui l’autore ci intrattiene, sempre in bilico tra metafora e realtà.

in viaggio

Il fatto che Pierantozzi abbia scelto di attraversare l’Italia, di percorrerla a piedi per mille chilometri da Milano a Bari lungo la Via Francigena, «la stessa strada che nel Medioevo percorrevano i pellegrini di tutta Europa per raggiungere la tomba di San Pietro a Roma» ha una spiegazione più prosaica, «Io per me parto da un’esigenza primaria: evitare le strade troppo trafficate».
A parte la battuta, l’idea dell’Italia a piedi è un pretesto per raccontare le mille e una storia con cui accompagnare il viandante/lettore lungo un’altra strada, quella dell’autore, innanzitutto. La strada che lo ha portato dai campi di verza lungo la riva del Tronto a varcare il confine con le Marche, distante da quella terra d’Abruzzo rurale e un po’ arcaica dove sono vissuti la bisnonna Peppina, che «rifulgeva nella sua povera veste di canapa e al suo passaggio lasciava una scia luminosa lungo la strada», la nonna Nadina e il nonno che non volevano che il loro Arcito passasse il tempo delle vacanze a leggere libri. Tutti con una strada segnata che Pierantozzi ha voluto ripercorrere, scoprire di nuovo o per la prima volta, in questo viaggio reale e contemporaneo, un po’ bizzarro e divertito, a ritroso nel tempo e nello spazio.
Un viaggio nella memoria e nel presente di boschi secolari, vallate disabitate, paesi arroccati, attraversando territori geografici e interiori sconosciuti, spronati da quel “ma cammina” con cui i nonni di Alcide liquidavano tutto ciò che risultava loro insensato o incomprensibile.

A che cosa è servita l’Italia a piedi? A ritrovare la strada verso sé stesso per Pierantozzi, a scoprire il desiderio di continuare a cercare la propria per tutti gli altri.

pierantozzi«Cammini in avanti velocemente, ancora più velocemente i tuoi ricordi ti trascinano all’indietro, istante dopo istante, e tu risali fino alle sorgenti primordiali dei tuoi giorni su questa terra. Sai che laggiù risiedono i proprietari del tuo castello interiore, il duca e la duchessa che furono tuo nonno e tua nonna. Sai che loro nel tuo ricordo, non sono meno reali della strada sotto i tuoi piedi. Degli alberi che ti circondano. Ti sforzi di ravvivarne i dettagli, senti allora venirti incontro le molte sfumature che poensavi di avere dimenticato per sempre. Vedi tutto. E la cosa più curiosa è che se vedi tutto, tuto è ancora lì. E se tutto è ancora lì, tornerà».

Il viaggio è stato seguito dal social network italiano Jobyourlife creato da Andrea De Sprit, uno dei protagonisti del cammino, che aiuta a trovare un lavoro. L’esperienza è stata documentata Qui e confluirà anche in un dvd.

Nota sull’autore
Alcide Pierantozzi è nato nel 1985 a San Benedetto del Tronto e vive a Milano. Ha studiato filosofia teoretica. Il suo romanzo d’esordio, Uno in diviso pubblicato da Hacca nel 2006, è dedicato alla memoria di Pier Paolo Pasolini. Ne è stata pubblicata una graphic novel nel 2013 da Tunué. Il secondo romanzo, L’uomo e il suo amore, è uscito per Rizzoli nel 2008. Nel 2012 ha pubblicato Ivan il terribile (Rizzoli). Nel 2014 è stato l’unico autore europeo selezionato dalla rivista americana The Juvenilia (costola di McSweeney’s fondata da Dave Eggers).

Tutte le strade portano a noi di Alcide Pierantozzi
Laterza, 2015
pp. 206, 13€

Recensione in progress – Emanuela D’Alessio sta leggendo Benedizione di Kent Haruf

di Emanuela D’Alessio

Trentasette anni prima, in un giorno d’inverno, Dad Lewis era rimasto a casa dal lavoro per una semplice ragione: una forma influenzale lo aveva preso all’intestino. E se nel pomeriggio vide Frank e il figlio dei Seeger nel recinto con il cavallo, fu per una semplice ragione: si dovette alzare dal letto e andare in bagno perché stava per venirgli un nuovo attacco, dopo quella della notte e i due  del mattino, e fu in quel momento, guardando fuori dalla finestra della camera da letto verso il granaio oltre il cortile, che vide i due ragazzi.

Indossavano giacche invernali e berretti di maglia, Frank superava il figlio dei Seeger di tutta la testa. C’era molto vento e sembrava che i ragazzi avessero freddo.

Dad era solo in casa. Mary era al mercatino di beneficenza nello scantinato della Community Church, dove vendeva marmellata di ciliegie, coperte fatte a mano e centrini all’uncinetto per raccogliere fondi per l’Africa. Lorraine non era ancora tornata da scuola.

Andò in bagno e rimase lì per un po’, poi tornò a letto e diede un’altra occhiata; non vide i ragazzi, ma non ci fece troppo caso, però quando si rialzò dal letto un’ora più tardi, guardò di nuovo fuori dalla finestra e non vedendoli ancora nel recinto del bestiame si chiese se ci fosse qualcosa che non andava. Pensò che potessero essersi fatti male.

Si mise il cappotto invernale, il cappello, la sciarpa e i guanti da lavoro, attraversò lo spoglio prato invernale sul retro della casa ed entrò nel recinto. Il vento sollevava dalla terra nuda piccole nuvole di polvere fine, urlava e fischiava tra gli alberi scheletrici. Superò l’angolo sud del granaio, mettendosi al riparo dal vento, aprì la porta e si mise a scrutare il centro buio e indistinto dell’edificio. Fasci di luce filtravano tra le tavole di legno delle alte pareti e attraversavano il pavimento in terra battuta. Granelli di polvere e paglia si muovevano nell’aria. Si sentiva il profumo intenso del fieno e il buon odore di cavallo. Si fermò un attimo per dare tempo ai suoi occhi di abituarsi all’oscurità. Poi riuscì a vedere Frank e il figlio dei Seeger.

Erano in groppa alla cavalla, andavano in cerchio sulla terra battuta dell’area recintata all’interno del granaio, Frank dietro l’altro ragazzo, le teste molto vicine, entrambi vestiti con degli abiti estivi pieni di gale di Lorraine, trottavano fuori e dentro i fasci di luce del sole. Frank reggeva le redini con una mano e con l’altra cingeva il corpo del figlio dei Seeger. Poi Frank vide Dad sulla soglia del granaio. Fermò bruscamente il cavallo. Dad entrò e si mosse verso di loro. Il figlio dei Seeger era un ragazzo di dodici anni, secco, con i capelli rossi e il collo esile sopra la scollatura quadrata del vestito rosa. Sembrava infreddolito e spaventato. Sia lui sia Frank avevano il rossetto sulle labbra.

Scendete da quel cavallo, ordinò Dad.

Papà, disse Frank. Va tutto bene.

Scendete da lì.

Frank scivolò a terra, seguito dall’altro ragazzo. Rimasero in attesa, guardando Dad.

Che cosa diavolo pensate di fare? disse lui.

Non stiamo facendo del male a nessuno, rispose Frank.

Non state facendo del male a nessuno.

No.

Dammi quella dannata bestia. E toglietevi subito quei dannati vestiti.

I ragazzi si erano tolti i vestiti e si stavano dando da fare per levarsi i reggiseni. Sembravano piccoli animali senza pelo, gelati e impauriti. Gli volsero la schiena e abbassarono le mutandine di seta di Lorraine, quindi si diressero tremando verso la greppia, dove c’erano i loro vestiti appesi a un chiodo, e si misero i pantaloni, le camicie e le giacche invernali.

Mi vuoi dire che cos’è questa storia? disse Dad.

Non c’è niente da dire, rispose Frank.

Quelli erano i vestiti di tua sorella.

Sì.
Sa che glieli hai presi?

No. Ma mica li stavamo rovinando.

Credi che la penserebbe così anche tua sorella?

Frank lo guardò e poi guardò fuori dalla porta aperta da cui era uscito l’altro ragazzo. Non le importerebbe, disse.

E perché non dovrebbe importarle?

Non le importerebbe e basta.

Come lo sai?

Non lo so con certezza.

Le hai parlato di quello che stavi facendo?

No.

Non ne sa nulla? Del fatto che voi due avete usato i suoi vestiti?

No.

Gesù Cristo. Guardò Frank, studiando il suo volto. Che cosa dovrei fare?

Devi lasciarmi in pace.

Devo lasciarti in pace.

Per favore.

Dad lo guardò. Cristo, disse. Ma tu che cosa sei?
Sono soltanto tuo figlio. È tutto quello che sono.

harufKent Haruf (1943-2014) è stato uno dei più apprezzati scrittori americani. NN Editore ha iniziato con Benedizione la pubblicazione della trilogia ambientata nella cittadina di Holt (Il canto della pianura, Crepuscolo).

«Vorrei essere ricordato come qualcuno che si è dimostrato amorevole e compassionevole verso le altre persone. Più sono diventato vecchio, più mi sono avvicinato alla morte, e più le persone mi sono diventate care. Adesso desidero essere completamente presente quando sto con qualcuno.
Come scrittore vorrei essere ricordato come qualcuno che ha ricevuto un talento molto piccolo ma che ha lavorato al suo meglio per utilizzare quel talento. Voglio pensare di aver scritto quanto più vicino all’osso che potevo. Con questo intendo dire che ho cercato di scavare fino alla fondamentale, irriducibile struttura della vita, e delle nostre vite in relazione a quelle degli altri»

Benedizione di Kent Haruf
Traduzione di Fabio Cremonesi
NN editore, 2015
pp. 273, 17€

Recensione in progress – Anna Castellari sta leggendo XXI secolo di Paolo Zardi

di Anna Castellari

«Ho paura, papà».
«Di cosa?»
«Del buio. E dei rumori. Li senti?»
Dal soffitto, da sotto, da punti indefiniti, arrivavano gli scricchiolii che avevano accompagnato tutte le sue notti in quella casa. Il palazzo era in continuo assestamento, come un ragazzo nell’età della crescita, un vulcano sopito, come un vecchio decrepito che cerca disperatamente di rimanere in piedi.
Gli prese le mani. «È la voce di questa casa. Ma è un posto buono, io qui ci sono cresciuto. Hai visto come è diventato grande papà?»
Marco sorrise nel suo pellicciotto di topo. In quel lettino, in quella casa, sembrava ancora più piccolo e i suoi occhi ancora più grandi – quei fanali scintillanti e azzurri, spesso smarriti.
Da adulto, quelle iridi luminose l’avrebbero aiutato a trovare l’amore; ora, però, gli impedivano di nascondersi. Si fece pensieroso: «Quando mi ricresceranno i denti?»
«Secondo me quest’estate li avrai tutti. Sarai un piccolo criceto».
zardi-copertina-Rise. Gli tese la manina: «Hai visto l’orologio che mi ha regalato nonna?» Al polso aveva lo stesso pataccone che aveva ricevuto lui per la prima comunione, un Timex del pleistocene.
«Sono segnati anche i minuti, qui fuori» – e indicò la ghiera scolorita che circondava il quadrante. «Sono stati gentili, quelli che hanno messo i minuti» disse soddisfatto. Credeva che il mondo fosse fatto di persone che si prendevano cura degli altri.
Gli fece un po’ di solletico, e il piccolo, ridendo, scivolò presto nel sonno. Era sempre così: si spegneva di colpo, e la mattina riprendeva a vivere con la stessa velocità.
Miriam, nel letto accanto, era distesa su un lato e fissava il monitor di un lettore mp3; dalle cuffiette usciva un ronzio indecifrabile. Qualche mese prima, sua moglie gli aveva detto che la musica che uno sceglie non è questione di gusti: ogni età ha un suo ritmo interiore, e il corpo cerca qualcosa che lo faccia entrare in risonanza. Lei, ad esempio, ascoltava interi CD di campane tibetane. Quando tornava a casa, la sera tardi, dopo il lavoro, la trovava seduta sul letto, con le gambe incrociate, le mani sulle ginocchia, lo stereo acceso, interamente immersa in un’atmosfera di gong e riverberi, e gli pareva che quel corpo così esile avrebbe potuto lievitare, volare via, in un’altra dimensione. Si erano divisi gli elementi: lui pragmatico, terra e acqua; lei lunare, eterea come l’aria e volatile come il fuoco.
«Miriam…»
Lei si tolse le cuffie. Marco, intanto, aveva preso a russare come un orso raffreddato.
«Dimmi».
«Oggi ti sei spaventata?»
«Un po’».
Nonostante le tremasse la voce, non pianse. Parlarono per mezz’ora, sottovoce, della mamma, dei compiti, di quando lui era ragazzo e non andava bene a scuola – uno degli argomenti preferiti di Miriam. Un po’ alla volta si spensero i televisori dei vicini, e le voci, e i loro piatti e le pistole, lasciando che emergesse il rombo basso della città, il fruscio sottile della pioggia che la bagnava. Poi anche Miriam iniziò a cedere; quando la baciò sulla fronte aveva già il respiro pesante. Socchiudendo la porta, gli parve di sentire un soffio di vento, un alito d’aria che si muoveva, come se sua moglie, la piccola Eleonore dall’accento tedesco, fosse proprio lì, accanto a loro, a guardarli, ad accudirli, a proteggerli.

paolo-zardi-book-reviewPaolo Zardi, nato a Padova nel 1970, ingegnere, sposato, due figli, ha esordito nel 2008 con un racconto nell’antologia Giovani cosmetici (Sartorio). Successivamente ha pubblicato le raccolte di racconti Antropometria (2010, Neo Edizioni) e Il giorno che diventammo umani (2013, Neo Edizioni), il romanzo La felicità esiste (2012, Alet) e il romanzo breve Il Signor Bovary (2014, Intermezzi). Ha partecipato a diverse raccolte di racconti (Caratteri Mobili, Piano B, Ratio et Revelatio, Hacca, Psiconline, Galaad, Neo Edizioni) e suoi racconti sono stati pubblicati su Primo AmoreCattedraleRivista Inutile e nella rivista Nuovi Argomenti. È il primo autore italiano a essere stato tradotto e pubblicato sulla rivista Lunch Ticket dell’Università di Antioch (Los Angeles) con il racconto “Sei minuti” in Antropometria. Cura il blog grafemi.wordpress.com. Il romanzo XXI secolo è nella rosa dei candidati al Premio Strega 2015.

FUORI STRADA – Jenny Offill – Sembrava una felicità (NN editore)

FUORI STRADA – Rubrica di approfondimento della piccola e media editoria “extra-capitolina”

di Elena Refraschini

Sembrava_una_felicitàUna premessa: il romanzo di Jenny Offill Sembrava una felicità, prima uscita di NN editore, mi sta tenendo compagnia da diverse settimane. È un libro brevissimo che, se necessario, si potrebbe leggere in un paio d’ore; 150 pagine, e con moltissimi spazi vuoti.
Il problema – se così si può chiamarlo – è che questo romanzo, più di altri, conserva una parte di sé solo per le letture successive alla prima. Ed è così che mi sono ritrovata, all’incirca alla quarta rilettura, a scoprire piccole gemme disseminate qua e là nella frammentata narrazione di Offill. Non c’è romanzo migliore di quello che non si svela mai del tutto.

La storia è piuttosto semplice, quasi banale: una donna – mai chiamata per nome, come i pochi altri personaggi – vuole diventare un mostro di scrittura; giura che non si sposerà mai: «Per anni ho tenuto un post-it sopra la mia scrivania. “Pensa al lavoro non all’amore!”. Sembrava una felicità più consistente.».
Scrive un libro, ma poi si sposa, ha una figlia, nel frattempo insegna e ha difficoltà a conciliare le sue esigenze con le aspettative di chi la circonda, che sia avere un secondo figlio o scrivere il secondo libro, poi attraversa una crisi detonata dal tradimento del marito, ne esce. Una storia raccontata già migliaia di volte, in diversi luoghi e diverse epoche.

Ciò che rende speciale Sembrava una felicità è il modo in cui la storia è narrata: piccoli frammenti come quello riportato sopra reggono l’intera architettura del romanzo, che costringe il lettore a saltare di scena in scena alla ricerca di un senso che tenga legata tutta l’opera. «Se il solito libro è un corpo – ha affermato l’agente Sally Wofford-Girand vendendo i diritti del romanzo a Knopf nel 2013 – questo è una lastra a raggi X».

Questa scrittura, evidente anche a livello tipografico perché fatta da brevi paragrafi separati l’uno dall’altro da spazi bianchi, è il risultato di un possente lavoro di sottrazione (“passo molto tempo a studiare come dire il più possibile con il meno possibile”). L’autrice stessa – che non a caso insegna scrittura creativa alla Columbia – all’inizio aveva pensato a un romanzo incentrato su un secondo matrimonio, narrato dal punto di vista della figlia e della seconda moglie; la struttura, però, e la scrittura, erano ancora “tradizionali”.
Il punto di svolta è arrivato quando ha cominciato a scrivere appunti e abbozzi su piccole schede sparse: così ha pensato che si potesse scrivere una storia raccontando, in frammenti, le minuzie, i drammi, le conquiste della vita domestica, emotiva e professionale, lasciando al lettore il compito di ricomporre il puzzle. Una deliberata discontinuità, dunque, impreziosita da citazioni letterarie (Coleridge, Esiodo, Keats, Frost, Eliot), riferimenti alla cultura popolare (ninne nanne, Sweet Home Alabama) e parecchi riferimenti al mondo delle scienze e della filosofia, per arrivare a una sorta di nuovo “romanzo delle idee”. Una vicenda intima che diventa, di sottecchi, universale.

A dispetto del suo carattere sperimentale, il romanzo è limpido e a tratti persino divertente, come succede in questo passaggio in cui la coppia cerca di ritrovare un equilibrio dopo il tradimento di lui: «Di notte, stanno distesi a letto tenendosi per mano. A volte, mentre sono così, la moglie riesce a fare il dito medio al marito senza che lui se ne accorga.». Questa seconda citazione ci consente di osservare la gestione da parte dell’autrice del punto di vista.

Jenny Offill

Jenny Offill

All’inizio della relazione, quando la scrittrice incontra l’autore del programma radiofonico che manda in onda suoni, i pronomi sono quelli delle relazioni intime, “io”, “tu”: «Avevo imparato che non temevi il maltempo. Volevi sempre andare in giro per la città a registrare, con la pioggia, la nebbia o la neve. Mi ero comprata un cappotto più caldo. Con tante tasche comode in cui tu infilavi sempre le mani.».
Quando i due si sposano e assumono ruoli più convenzionali, si passa ai “io”, e “lui”, “mio marito”. «Mio marito le legge il libro ogni sera, compresa tutta la pagina del colophon molto, molto lentamente.».
Quando la coppia si sgretola e si perde la sicurezza dell’amore e delle convenzioni, il narratore osserva ciò che succede dall’alto, e gli attori diventano “la moglie”, “il marito”, “la figlia” (è curioso notare, tra l’altro, che la scena in cui la moglie incontra l’amante del marito è l’unica che non procede per frammenti, ma narrata come se fosse il compito di uno degli studenti del suo corso di scrittura): «Alla moglie viene consigliato un libro sull’adulterio. Fa tre isolati di metropolitana per andare a comprarlo. Il titolo è tremendo e la sola idea di leggerlo la fa sentire in imbarazzo. Così, lo nasconde in giro per la casa con lo stesso fervore con cui si nasconderebbe una pistola o un chilo di eroina. Nel libro, lui viene chiamato il partner traditore e lei il partner tradito.
Tra le tante altre cose, ce n’è una in particolare che la fa morire dal ridere. È una nota a piè di pagina su come le diverse culture cercano di ricucire il matrimonio dopo un tradimento. In America il partner traditore passa una media di 1000 ore a elaborare il fatto con il partner tradito. È il tempo necessario. Quando lo legge, si sente molto dispiaciuta per suo marito. Che è solo a «515 ore.».
Il narratore torna a un più intimo “noi” solo quando, lontana dall’ambiente urbano di New York, la coppia proverà a curarsi le ferite.

Sembrava una felicità è stato nominato da diversi quotidiani statunitensi tra i migliori libri del 2014 (tra questi, il «New York Times Book Review») ed è entrato nella shortlist per il Folio Prize quest’anno. Nonostante il suo carattere sperimentale, infatti, i diritti sono stati vinti da Knopf a seguito di un’asta a cui hanno partecipato altri sette editori: Jenny Offill ha ottenuto, secondo il «New York Times», un contratto per due libri dal valore di 500.000 dollari.

Coerentemente con la sua filosofia di voler portare in Italia opere rimaste “orfane”, NN editore presenta Sembrava una felicità in una veste editoriale molto elegante e curata, arricchita inoltre da diversi paratesti, sia cartacei sia online: da una parte, una interessante Nota del traduttore a cura di Francesca Novajra, che ci lascia intravedere il lavoro di precisione dietro a una traduzione riuscita; dall’altra, visitando la pagina dedicata al romanzo nel sito di NN editore, si trovano informazioni dal “dietro le quinte” della pubblicazione, insieme a qualche suggerimento sulla musica da ascoltare durante (o dopo) la lettura.
Uno storytelling, come va di moda dire ora, legato non solo al romanzo ma anche alla sua gestazione, che crediamo otterrà il favore di tanti lettori alla ricerca di approcci nuovi alla lettura.
Sembrava una felicità ha trovato una famiglia anche qui, e non possiamo che esserne felici.

Nota sull’autore
Jenny Offill, nata nel Massachussetts nel 1968, insegna alla Columbia. Il suo primo romanzo, Last Things (1999) è stato pubblicato da Farrar, Straus and Giroux ed è stato un New York Times Notable Book. È autrice anche di diversi libri per bambini. I diritti del suo secondo romanzo Sembrava una felicità sono stati venduti, oltre che in Italia, anche nel Regno Unito (Granta/Portobello), in Francia (Calmann Lévy), in Germania (DVA), in Olanda (De Geus), in Brasile (Novo Conceito) e in Turchia (Domingo). Vive a New York con il marito e la figlia Theodora.

Sembrava una felicità di Jenny Offill
Traduzione dall’inglese di Francesca Novajra
NN Editore, 2015
pp. 262, 16€.