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EFFETTO DOMINO – Scomparsa

Proseguiamo la rubrica con il tema Scomparsa letto con Sparire di Fabio Viola, Svanire di Deborah Willis e l’intervista alla scrittrice canadese, Cuore cavo di Viola Di Grado e Amabili resti di Alice Sebold.

«Raccontare una storia vuol dire popolare spazio e tempo di personaggi. Eppure ci sono narrazioni che rivelano l’impulso opposto: quello allo svuotamento, al bisogno di cancellare le figure dalla scena. E non necessariamente, come invece accade nella narrativa di genere, per innescare una detection». Partiamo dalle parole di Giorgio Vasta (minima&moralia) sulla narrativa della sparizione per intraprendere la nostra personale esplorazione dello scomparire.

Sparire di Fabio Viola è «un romanzo sugli sfaldamenti: della volontà, della realtà, dell’identità», un libro audace e inquieto, dove alla sparizione fisica corrisponde quella progressiva di una trama, dei personaggi, dei sentimenti e della volontà. Un viaggio verso la dissoluzione della realtà, per incontrare il proprio vuoto, perdendo definitivamente la propria identità, forse l’unica soluzione per provare a ritrovarsi.

In Svanire di Deborah Willis le persone (e le cose, e i sentimenti, e i momenti) a volte scompaiono. Ma quello che si ritiene scomparso a volte si è semplicemente spostato altrove o si è voluto dimenticare. Un’esplorazione dell’assenza, delle modalità con cui si abbandona o si è abbandonati, ma anche una narrazione della presenza perché «non si può scrivere di assenza, senza scrivere di quello che ricordiamo e delle cose che abbiamo perso».

In Cuore cavo di Viola Di Grado e Amabili resti di Alice Sebold il tema della scomparsa è legato alla morte che diventa occasione per rivisitare sé stessa e i suoi significati, per interpretare la vita, per capovolgere le prospettive, per entrare in una dimensione della scomparsa diversamente percepita. Scompaiono i limiti tra il mondo dei vivi e quello dei morti (ammettendo che ne esista uno) e tutto si mescola e si confonde. Si continua a vivere, a dispetto della putrefazione di un corpo o della sua assenza, si continua a vivere nel dolore di chi ha amato e perduto la persona scomparsa, si continua a vivere anche quando la morte è diventata solo un ricordo.

Scomparsa
Sparire di Fabio Viola (Marsilio, 2013)

Svanire di Deborah Willis (Del Vecchio, 2012)
Intervista a Deborah Willis
Cuore cavo di Viola Di Grado (e/o, 2013)
Amabili resti di Alice Sebold (e/o, 2002)

 Lo speciale Periferie

periferie uliano lucas

EFFETTO DOMINO: la nuova rubrica di approfondimento tematico – Periferie

EFFETTO DOMINO – Rubrica di approfondimento tematico

periferie uliano lucas

Foto di Uliano Lucas

Con EFFETTO DOMINO aggiungiamo un nuovo percorso a quello avviato con la piccola e media editoria romana. Scegliamo un tema e lo approfondiamo attraverso alcuni titoli,  indipendentemente dalla casa editrice e dall’anno di pubblicazione.

Inauguriamo la rubrica con il tema Periferie letto con Perciò veniamo bene nelle fotografie di Francesco Targhetta, L’estraneo di Tommaso Giagni, Cose da pazzi di Evelina Santangelo e Dentro di Sandro Bonvissuto.
Che cosa hanno in comune questi titoli? Sono usciti nel 2012. Sono opere prime di autori giovanissimi, ad eccezione di Evelina Santangelo, scrittrice palermitana di consolidata esperienza. Declinano il tema della periferia nelle svariate accezioni che la lingua consente, cedendo alle contaminazioni dei gerghi o inventando una lingua poetica, sperimentando il centro che si fa periferia o viceversa, che coincide con il degrado convenzionale o il confine da riattraversare, per giungere a quella periferia che diventa metafora della nostra condizione interiore.

Iniziamo con Perciò veniamo bene nelle fotografie di Francesco Targhetta, definito “un romanzo in versi”, un libro atipico comunque, sulla periferia che si incarna nella provincia, Padova, piccola e contraddittoria, al centro del Veneto di fantasmi industriali, dove il lavoro non c’è o ce n’è poco e in forme anomale.

In L’estraneo di Tommaso Giagni si parla di spaesamento e appartenenza, di superamento fallito di un confine, quello del protagonista che vuole uscire dal centro storico, dalla Roma delle Rovine in cui vive, per tornare alla periferia, il Quadraro, la Roma della Quaresima. Ma nessun confine esiste realmente se non dentro di noi, e si resta estranei ovunque là fuori.

In Cose da pazzi di Evelina Santangelo è il quartiere popolare di Spina a Palermo a farsi centro, un microcosmo brulicante di vita e vicoli ciechi dove i due ragazzini Rafael e Richi, espressione loro stessi di sradicamento e appartenenza, attraversano un’esistenza intrisa di povertà e miseria, violenza e criminalità. Qui centro e periferia si confondono per diventare espressione universale di due sistemi antitetici, quello immerso nel tessuto mafioso che tutto compromette, l’altro non diversamente compromesso dell’abbandono del proprio territorio.

Concludiamo con Dentro di Sandro Bonvissuto dove il concetto di periferia si fa metafora dell’esistenza. L’io narrante si sofferma su ogni dettaglio della realtà, sporgendosi dal dentro verso il fuori. Nel libro di Bonvissuto la periferia non è desolazione convenzionale o perimetro da superare, ma assomiglia più a un destino nel quale si può solo imparare a restare in equilibrio.

Periferie
Perciò veniamo bene nelle fotografie
di Francesco Targhetta (Isbn, 2012)

L’estraneo di Tommaso Giagni (Einaudi Stile Libero, 2012)
Cose da pazzi di Evelina Santangelo (Einaudi, 2012)
Dentro di Sandro Bonvissuto (Einaudi, 2012)

Speciale Scomparsa

esc-quando tutto finisce

FUORI STRADA: Esc. Quando tutto finisce. Intervista a Mauro Maraschi

esc-quando tutto finisceFUORI STRADA – Rubrica di approfondimento della piccola e media editoria “extra-capitolina”

 di Chiara Rea

La fine del mondo – anche in tempi non sospetti prima del delirio Maya – è stato un argomento che ha affascinato scrittori e artisti in genere. Esplorata nei suoi aspetti più sensazionalistici e spettacolari da alcuni o osservata sotto una luce più intima ed esistenziale da altri, è un topic che può essere affrontato da mille angolazioni diverse.
Alcune di queste angolazioni possibili – 11 per l’esattezza – le troviamo in Esc. Quando tutto finisce, antologia di narratori italiani ideata e curata da Rossano Astemo e Mauro Maraschi e uscita da poco per Hacca Edizioni. Il filo conduttore di questi 11 racconti è infatti la fine del mondo, nella sua accezione più ampia: se vi aspettate i classici meteoriti che piombano sulla terra distruggendola o i soliti alieni che sterminano l’umanità rimarrete delusi (anche se gli alieni ci sono).
Nei racconti di Carola Susani, Stefano Sgambati, Gabriele Dadati, Emilia Zazza, Vins Gallico, Federica De Polis, Fabio Viola, Paolo Zardi, Giordano Meacci, Cinzia Bomoll e Flavio Santi non troverete niente del genere, ma vicini di casa insopportabili, editor radical chic in crisi di nervi, mari che vogliono ingoiare la terra, quadri di Jackson Pollock, famiglie disfunzionali e molto altro.

La cosa che forse colpisce di più leggendo i racconti – molto diversi tra di loro – non è l’atmosfera di assoluta catastrofe ma un più sottile, strisciante (e purtroppo assai realistico) senso di decadimento, declino, lento ma inarrestabile sfacelo. È forse questa la fine del mondo che ci aspetta? Non un evento sensazionale ma una sopportabile quanto inesorabile agonia?

Abbiamo chiesto a Mauro Maraschi, curatore e editor dei racconti, che cosa ne pensa della fine del mondo e di un po’ di altre cose.

Qual è la tua personale visione della fine del mondo?
Per quanto mi riguarda è già arrivata e in pochi se ne sono accorti. Però apprezzo l’ostinazione di tutti gli altri.

Da dove  viene l’idea di realizzare un’antologia sulla “fine”? Il tormentone dei Maya vi ha coinvolto a tal punto o è una riflessione che nasce  prima?
La profezia Maya è stata un pretesto per immaginare (o meglio, per far immaginare agli autori) un mondo nel quale ci si chieda il perché dei gesti minimi, in cui non esistono automatismi e, se esistono, vengono messi in discussione. C’è un passaggio, nel racconto di Sgambati, nel quale un uomo paga un quotidiano all’edicolante e i due si guardano con un mezzo ghigno, entrambi coscienti dell’inutilità di quel gesto. Ma è anche la morale a vacillare, in ESC, come nel racconto di Zardi. O la vanità che permea certe dimensioni intellettuali, come in quello di Viola. L’ipotesi della fine del tutto costringe a questo, a una tabula rasa mentale. Ho spesso l’impressione che si proceda per cliché, un po’ ovunque, che le cose si perpetrino solo perché esistono già. Bisognerebbe avere sempre il coraggio di ammettere che, forse, è stato un errore iniziare.

Ci sono, a tuo avviso, opere letterarie che abbiano affrontato il tema della fine del mondo in maniera particolarmente convincente?
Se intendiamo la fine del mondo per come lo conosciamo (e non la fine del pianeta), sì, diverse. La strada di McCarthy, per dirne una, ma anche il racconto di Matteo Galiazzo in Gioventù Cannibale, nel quale due ragazzini fondano una religione e ipotizzano, nel concreto, come dovrebbe avvenire l’apocalisse. In ogni caso, non considero la fine del mondo un argomento “di genere”, anzi, ne vedo esclusivamente l’aspetto esistenzialistico o le potenzialità concettuali.

Questa è la tua prima curatela. Com’è stato lavorare con tanti testi di autori differenti? Quanto è durato complessivamente il lavoro di editing?
La differenza dalle esperienze precedenti è che mi sono ritrovato ad affiancare autori maturi e pienamente consapevoli. Prima conseguenza: una certa ansia da prestazione. Poi è cominciato il dialogo con Paolo Zardi e il suo garbo, la sua umiltà e la sua dialettica hanno fornito un’accordatura ottimale per poter interagire con gli altri. In verità, proprio in virtù del loro spessore, si è trattato di dare qualche suggerimento, ma nulla di sostanziale. Il lavoro interessante è stato a priori: Rossano e io abbiamo infatti cercato di circoscrivere il campo d’azione, onde evitare derive catastrofiste o specifiche, anche se credo che le intenzioni fossero chiare fin da subito anche agli autori.

Come sei arrivato a collaborare con Hacca e quali sono i tuoi prossimi progetti con questa casa editrice?
Ho conosciuto Francesca Chiappa quattro anni fa al Salone di Torino. Ai tempi scrivevo qualche recensione, ma il mio lavoro era un altro. Poi una serie di circostanze mi hanno portato a fare uno stage presso la sua casa editrice, un’ottima occasione per conoscersi meglio. Dopo qualche piccola collaborazione, è stata la proposta del progetto ESC a cambiare le carte in tavola. Tutto, comunque, molto graduale. Adesso mi occupo dell’editing sulla narrativa contemporanea, poi vedremo.

FUORI STRADA: Matteo De Simone – Denti guasti

FUORI STRADA – Rubrica di approfondimento della piccola e media editoria “extra-capitolina”

Recensione di Emanuela D’Alessio

Esistere e sopravvivere, lottare e sperare, arrendersi e fuggire, infine morire. È fatta di queste semplici azioni la vita, non importa se irregolare e clandestina come quella dei tanti immigrati che affollano invisibili le strade delle città, oppure “normale” come quella di chi ha un lavoro, una famiglia e una casa, ma è già fuori da tutto, alla ricerca di un senso che si è smarrito troppo presto o che si è cercato troppo tardi. Non importa se le giornate scivolano via in sella a un motorino arrugginito e una pistola nei pantaloni per “fare cassa”, per poi soccombere sotto i colpi di una violenza improvvisa e furiosa, oppure tra le pareti di una stanza a rincorrere un sogno, unica alternativa all’assenza di amore. Se si viene gettati nella mischia troppo presto, senza qualcuno a indicarti almeno un paio di mosse, ci si fa male seriamente, e se anche ti rialzi non sei più lo stesso e non è detto che sei diventato migliore e più forte. Resta una rabbia convulsa che ti trascina e ti scuote, dopo soltanto disperazione e paura, insieme ai segni profondi della sconfitta. 
Parafrasando il titolo del romanzo di Cormac McCarthy, Denti guasti non è un libro per vecchi. Perché i protagonisti non hanno più di diciotto anni, perché i “vecchi” della storia sono solo sbiadite e squallide comparse lasciate sullo sfondo. Al centro ci sono soltanto loro, adolescenti che fuggono perché hanno paura, perché vogliono provare a rincorrere un desiderio, qualunque sia: un permesso di soggiorno o la celebrità in un talent show televisivo. È questa ricerca disperata e dolente, destinata a naufragare drammaticamente, il debole filo che accomuna Roman, Silviu e Giulia tra le strade di una Torino periferica e indifferente.
È una storia semplice quella che racconta De Simone, spietata e banale come può essere la realtà se la si guarda senza le sovrastrutture del giudizio e della morale. È una storia vera o meglio verosimile, anche se frutto dell’invenzione narrativa, perché i moldavi Roman e Silviu di Denti guasti, insieme a bulgari, ucraini, rumeni, senegalesi, cinesi, affollano veramente le strade delle nostre città, in fuga da carnefici e sfruttatori, a caccia della sopravvivenza o di una semplice rivalsa, «ognuno attaccato al suo futuro come una mosca sul ghiaccio». Certo, non tutti scelgono la violenza, lo stupro selvaggio e la rapina per affermarsi, non tutti vivono in capannoni abbandonati fra mattoni sbriciolati e calcestruzzo accatastato, non tutti «i rumeni sono pigri e non hanno voglia di far niente», ma quelli di De Simone sì, ed è verosimile. Come è verosimile che di Giulie «con una voce formidabile e la media dell’otto a scuola» e l’unico desiderio di partecipare a un talent show per diventare famose, ce ne siano molte nelle camere di case rispettabili e silenziose. Non tutte devono rimpiangere un padre che non c’è più, con cui da bambine giocavano «a capire dalla faccia se la gente si lavava i denti oppure no», trascinare a letto la madre alcolizzata e priva di sensi, subirne le ingiurie e l’assenza, accompagnarla in ambulanza all’ospedale e sentirsi dire dall’infermiera che è morta, «il fegato lo stomaco il sangue il sistema nervoso l’alcol lo Xanax non ha sofferto il coma meglio non c’era niente da fare così sediamoci un bicchiere d’acqua no in piedi come un caffè ti senti non ha sofferto». Ma la Giulia di De Simone sì, ed è possibile.
È tutto terribilmente e semplicemente possibile quello che racconta De Simone, senza mai prendere fiato, rimbalzando da una scena all’altra, anticipando la fine, ripercorrendo a ritroso ciò che è già accaduto. Ha una voce netta e pulsante De Simone, quasi sempre intonata e coerente. Sarà perché lui è cantante e bassista di un gruppo rock, sarà che ha frequentato la scuola Holden, comunque il risultato è interessante, non foss’altro per essere riuscito a raccontare una storia cruda e feroce sulla solitudine e l’emarginazione, sull’insensata sofferenza, sull’orrore quotidiano che ci scorre accanto, senza alcuna consolazione.
«Perché io non so praticamente niente di quello che voglio nella mia vita, ma una cosa almeno la so ed è che non voglio che nessuno mi dimentichi mai».

Notizie sull’autore:
Matteo De Simone è nato nel 1981 e vive a Torino. È autore, cantante e bassista dell’apprezzato trio rock Nadàr Solo. Come scrittore ha pubblicato nel 2007 il romanzo Tasca di pietra (Zandegù), accolto con successo dalla critica e inserito dalla rivista «Panorama» tra i migliori esordi dell’anno. Suoi racconti sono apparsi in antologie pubblicate da Terre di Mezzo, Transeuropa, Coniglio Editore, Barbera, Sartorio e sul blog collettivo Nazione Indiana. Denti Guasti è il suo secondo romanzo.

Per approfondire:
Leggi la recensione su
Fuori le mura
Leggi la recensione su TTL-La Stampa
Leggi la recensione sul Corriere della Sera

Denti guasti di Matteo De Simone
Hacca, 2011
pp. 232, 14 euro

FUORI STRADA: Cristiana Alicata – Verrai a trovarmi d’inverno

FUORI STRADA – Rubrica di approfondimento della piccola e media editoria “extra-capitolina”

Recensione di Caterina Di Paolo

Una delle scene più celebri del film Tutto su mia madre è l’accorato monologo di Agrado sul significato di “autenticità”: la prostituta transessuale elenca le operazioni che ha dovuto subire per avere un corpo femminile e conclude dicendo che «una è più autentica quanto più assomiglia all’idea che ha sognato di sé stessa». È una scena decisamente almodovàriana: affronta con decisione e intelligenza un argomento spinoso legato alla sessualità, e insieme è chiassosa e sfacciata come è il regista.
C’è un personaggio in Verrai a trovarmi d’inverno che rimanda immediatamente ad Agrado: si tratta di Liz, massaggiatrice transessuale che vive a Pantelleria, un luogo silenzioso e isolato che sembra il palcoscenico minimo per un personaggio così teatrale. Il romanzo, però, non è chiassoso e sfacciato: ai lustrini e ai colori, che si potrebbero ricollegare a una certa – più stereotipata – immagine del mondo queer, si aggiungono voci e personaggi diversi, a sfaccettare la realtà molteplice dell’identità sessuale. Tutto nasce da Elena, protagonista ombrosa di una vicenda familiare contorta. Sua madre muore di parto come nella peggiore delle favole, e il padre Aldo apre una trattoria insieme all’amico Giovanni, abbandonato dalla moglie con un figlio piccolo a carico. Elena e Mattia crescono insieme, come fratelli atipici in una famiglia atipica basata sull’abbandono e sui rapporti come scelte del destino e delle persone. La rabbia della fine inspiegabile è un legame silenzioso tra i componenti della famiglia di Elena: alla morte improvvisa di Giovanni, il padre di Mattia, i tre stringono i denti silenziosamente e senza melensaggini, come chi ha già conosciuto l’oscurità e ha messo una scorza dura pur cercando di restare umano.
«Il babbo al funerale stava, alto e grosso, accanto a Mattia. Con le enormi spalle piegate in giù come fossero una ruga d’espressione. Io me ne stavo seduta dietro Mattia e ogni tanto gli prendevo la pelle della nuca e la stringevo forte: poteva sembrare il gesto dispettoso di una sorella maggiore, invece era il mio modo di abbracciargli il dolore.»
A fare da sfondo a queste vite sbilenche che si fanno forza a vicenda, Roma come unico panorama possibile: tentacolare, caciarona e materica, la città è descritta con gli occhi abituati e affezionati di Elena, che ormai grande la percorre in motocicletta e ne ha fatto una casa rumorosa e inevitabile. Tutto questo fino all’esplosione: Elena ha un grave incidente, finisce dritta contro le Mura di San Lorenzo. Uno schianto troppo clamoroso, sospetto per una come lei, pilota esperta. Dopo l’incidente la scelta inspiegabile di lasciare il proprio mondo per un’isola sperduta, dove le case si chiamano dammusi e i giardini sono sempre d’inverno, dove l’inverno è il simbolo dell’amore e dell’arresa a una vita lontana da tutto.
Una scelta che sente la risacca della fine ingiusta di tanti rapporti, come di un amore che nessuno pare capire, nemmeno la diretta interessata: la bella Viola che tiene Elena appesa a un filo senza voler dare un nome ai baci e alle notti passate insieme, come fosse una distrazione, uno svirgolìo rispetto a quello che una ragazza dovrebbe volere. E Mattia che confonde l’amore fraterno per Elena come l’amore tout court, e Aldo che vive nel ricordo di una moglie scomparsa troppo presto e dell’unico amico per cui si è permesso di piangere. Elena prende un aereo per Pantelleria senza che nessuno capisca perché e lì si rifugia, conosce persone simili e così diverse a quelle che ha avuto accanto per una vita, guarda una natura ostile e sbalordisce di fronte alla facilità di viverci accanto.
Verrai a trovarmi d’inverno è un romanzo densissimo. L’identità sessuale, come ogni altra parte dell’identità, cresce insieme agli eventi che toccano in sorte a ognuno. C’è chi ha parole per le emozioni e chi preferisce agire, e chi non vuole trovare parole per le proprie azioni. La morte e l’abbandono si mescolano alla crescita di una ragazza che nel dolore resiste abbastanza da alzare la testa dal pelo dell’acqua, e seguire quello che ama, anche se è fuori dal comune.
Sebbene a volte lo stile sia acerbo, e da un certo punto in poi i numerosi personaggi s’intreccino in modo poco naturale, Cristiana Alicata narra una storia umana, sfaccettata, in cui alcuni elementi tornano con il loro carico di simbolismo. Lo sguardo di Elena è quasi in apnea di fronte a emozioni troppo grandi da dire, quando nuota in una piscina stretta con Viola come quando guarda il mare circondarla, lontana da una vita che ha deciso di mettere in pausa.
«Facevamo lunghe vasche a stile libero. A volte facevamo a gara e Viola vinceva sempre. Quasi sempre. Le stavo dietro, in scia quando nuotavamo a stile libero, la precedevo calciando l’acqua quando andavamo a rana. Mi appoggiavo alla corda, nel riposo, l’odore di cloro nel naso, sulla pelle, ovunque. Viola si voltava a fine corsia, la schiena al muro, mi aspettava sorridendo occupando tutta la parete e costringendomi a toccarla al posto delle piastrelle azzurre. Quando con le dita le sfioravo la pelle, mi prendeva il polso, io tornavo in superficie, lei rideva ed io avevo il fiatone improvviso e non per la fatica della vasca.»

Notizie sull’autore:
Cristiana Alicata è un’ingegnere e vive a Roma. Ha pubblicato il romanzo Quattro (Il Dito e La Luna, 2006) e un racconto nell’antologia Principesse Azzurre da Guardare (Mondadori, 2007). Il suo blog è Non si possono fermare le nuvole.

Per approfondire:
Leggi la recensione su
«Il fatto quotidiano»
Leggi la recensione di «Mangialibri»

Verrai a trovarmi d’inverno di Cristiana Alicata
Hacca, 2011
pp.288, 14 euro

FUORI STRADA: intervista a Maurizio Ceccato

FUORI STRADA – Rubrica di approfondimento della piccola e media editoria “extra-capitolina”

Intervista a Maurizio Ceccato, grafico di HACCA

Quando e come ha iniziato a lavorare nell’editoria?
Ci sono due momenti in realtà. La prima volta è stata quando non ero ancora maggiorenne e sono entrato in uno studio di fumetti dove ho iniziato a lavorare con una serie di professionisti che avevano un approccio artigianale e diversi committenti legati all’editoria e alla pubblicità. La seconda volta è stata quando ho preso la patente da freelance nel 1994 e ho iniziato a collaborare con «il manifesto» e poi con altre realtà editoriali periodiche fino all’editoria libraria.

Lei è anche un illustratore, quanto influisce questo nel suo lavoro?
Non ho mai considerato le due attività come separate. Per me esiste solo un risultato estetico finale apprezzabile. L’illustrazione è grafica e la grafica è illustrazione.

Com’è nata la collaborazione con Hacca e qual è l’idea che sottende alla grafica della casa editrice?
Ci sono editori con i quali l’alchimia nasce al primo incontro, altri che hanno bisogno di un rodaggio più lungo. Con Hacca e Francesca Chiappa è stato un colpo di fulmine. Antonio Veneziani è stato il complice che ci ha messi uno davanti all’altra grazie alla pubblicazione di Cronista della solitudine. Le forme di ricerca che stavo portando avanti in quel momento avevano incrociato la pulizia e le linee del liberty e della cartellonistica in stile vittoriano. Ho pensato che unite a un gusto contemporaneo per l’illustrazione pop avrebbero potuto essere un buon corto circuito che dialogava con la forma-libro. Dal design all’’illustrazione passando per il concept ho preferito eseguire tutto con segni che provenissero dalla mia progettazione grafica, per avere un controllo maggiore sul risultato finale. L’utilizzo del bianco poi come leitmotiv e una carta martellata senza plastificazione sono stati altri due elementi caratterizzanti per una giovane casa editrice che aveva bisogno di connotarsi.

Nel panorama editoriale è importante essere riconoscibili. Penso alle belle copertine di La banda Apollinaire di Renzo Paris o a Verrai a trovami in inverno di Cristiana Alicata. Quanto conta per una piccola casa editrice avere un buon impatto grafico?
Penso che a costo di essere banale, alla base di una casa editrice, prima del packaging, debba esserci un buon piano editoriale con delle persone che hanno una passione sfrenata per questo lavoro. Il resto è più facile. Avere delle buone idee per confezionare i libri non è difficile, complesso sì ma non difficile. L’interlocutore di fronte alle mie idee non ha alcun timore, come le persone che lavorano in Hacca. Ogni volta che si vedono recapitare proposte, per quanto diverse tra loro, rilanciano in un buon gioco di squadra. Raro.

Si parla spesso di copertine, dell’abito del libro, cosa le piace trovare in una copertina, o in un progetto grafico, e cosa a suo parere non funziona?
Parto dai difetti. La disfunzione che c’è tra l’editore e il designer oggi è diventata subordinata ad alcune logiche promozionali, per me incomprensibili, che portano gli editori o direttori di collana a chiederti di copiare cose brutte che hanno confezionato altri con dei best-seller, anche esteri, ma esteticamente poco sostenibili. Questo è quanto di più sbagliato possa esserci in giro oggi. E lo si può toccare con mano infilando gli occhi in libreria o sfogliando i cataloghi degli editori degli ultimi dieci anni. Logica che non ha toccato altri ambiti come il design per la musica, che spinge la propria ricerca su sponde sempre più sperimentali o quella di confezioni dinamiche per la pubblicità su internet. Se mi chiedi cosa mi piace trovare su di una copertina, su un packaging, su una pubblicità, la risposta è breve ma complessa: stupore.

Hacca a parte, qual è una casa editrice di cui apprezza il lavoro?
Se parliamo di un lavoro complessivo non costruito dal sottoscritto col mio studio IFIX e vogliamo circoscrivere il perimetro al mondo editoriale conosciuto, direi Mondadori, con il lavoro di sottile ricerca che Giacomo Callo sta portando avanti da più di dieci anni. Ho particolarmente apprezzato recentemente il restyling fatto sulla SIS e qualche anno fa sulla storica collana di poesia Specchio.

È passato un anno dalla pubblicazione di Non capisco un acca. Quali sono gli altri progetti in cantiere?
Scripta Manent. Bookshop costruito con piccoli editori indipendenti nello studio di IFIX con Lina Monaco, con l’intento di potenziare il legame tra contenuto e immagine. In ambito editoriale stiamo lavorando alla pubblicazione del terzo volume di «WATT – senza alternativa». In forno c’è anche un altro progetto chiamato «B comics – Fucilate a strisce» che stiamo resuscitando dopo un letargo durato un decennio e che vedrà presto la luce in forma cartacea.

Un commento sulla copertina di Verrai a trovarmi d’inverno
Mettere in piedi dieci idee che non vedranno la luce. Dopo uno scambio intenso con la redazione di Hacca e la mia ostinazione a trovare delle immagini che fossero “narrative”, cambio tutto. Pesco dall’immaginario adolescenziale: Biancaneve. Avevo pensato a una Biancaneve che fosse più bianca del bianco. Una nuova vergine. E il primo bozzetto aveva il volto coperto con un passamontagna con i tacchi. Poi da Francesca arriva lo spunto. Tolgo tutto e buco il viso. I pallini rossi che cadono dal vestito sono un diversivo.

Un commento sulla copertina di Denti guasti
Un’immagine che avevo disegnato per un’altra copertina sempre di Hacca ma che era rimasta nel cassetto. Quando ho letto gli input della redazione abbiamo capito tutti che sarebbe stata quella l’immagine per Denti guasti. Il cuore che galleggia come un pensiero davanti agli occhi chiusi della ragazza è come un baloon che non parla. Pulsa.

Un commento sulla copertina di Uno in diviso
Titolo complesso per un romanzo che avevo letto ma con un’altra copertina, non mia. Essere vicino ai personaggi e suscitare un’inquietudine lieve senza far trapelare nulla. Lo sguardo di chi sa e ghigna fetido nell’ombra.

Un commento sulla copertina di Viaggio nella notte
Un archetipo della cultura urbana e suburbana. L’assenza del corpo umano di un personaggio perso nello spazio della metropoli.