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I consigli dei Serpenti per l’estate 2017: Rossella Gaudenzi

Rossella Gaudenzi consiglia:

In un’estate in cui desidererei, ancor più degli anni passati, essere lambita dal freddo delle latitudini scandinave, ho scelto di ripercorrere il catalogo Iperborea alla ricerca di un titolo tra i più amati di sempre, L’imperatore di Portugallia del premio Nobel Selma Lagerlöf (1858-1940), la scrittrice svedese più nota al mondo. Custode delle memorie, delle tradizioni e delle saghe delle sue genti, Selma Lagerlöf costruisce la storia amara del bracciante di fine Ottocento Jan Andersson, che fa della paternità e della figura della figlioletta la sua ragione di vita.
«Per quanto vecchio diventasse, Jan Andersson di Skrolycka non poté mai stancarsi di raccontare di quel giorno in cui la sua bimbetta era venuta al mondo». Jan costruisce però una realtà parallela e sull’orlo della follia trasfigura l’esistenza meschina della sua famiglia raccontandosi belle favole irreali, in un gioco di equilibrismi tra sogno e verità.

Conquistata definitivamente dalle raccolte di racconti e dalla casa editrice Racconti Edizioni scelgo per l’estate una delle due ultime uscite, Eudora Welthy e le diciassette storie che danno vita a Una coltre di verde. Opto quindi, citando il titolo della recensione che al libro dedica la scrittrice (di racconti) Rossella Milone, per “l’umanità sgangherata alla periferia del Mississippi”.

Per i piccoli lettori ma non troppo, un classico e una nuova uscita da mettere nella valigia delle vacanze.
La coerenza mi porta a cercare una storia di divertimenti, di bambini tra fredde acque e si ferma su un capolavoro di un’autrice che ha tenuto generazioni di ragazzi con gli occhi incollati alle pagine delle sue storie avventurose: Astrid Lindgren, Vacanze all’isola dei gabbiani (Salani Editore).

Come è accaduto a Pinocchio e Lucignolo, a Hansel e Gretel o a Clara e Hans all’inseguimento del principe Schiaccianoci, Quanti pasticci, Ricottina! opera prima di Roberta Mastruzzi (Einaudi Ragazzi, Storie e Rime) trascinerà lettori bambini e adulti nell’irresistibile universo dei dolci, fatto di personaggi bizzarri a metà tra l’umano e il fantastico. Nel mondo di Ricottina i sentimenti più nobili albergano in personaggi fatti di dolciumi e i sentimenti più biechi in quelli in carne ed ossa. Ricottina, quasi interamente umana ma con mani e piedi di ricotta, è una piccola eroina del nostro tempo: sfida e vince i più temibili e irriducibili nemici, che sono le sue paure. Una storia fiabesca scritta con grazia, stile e intelligenza.

L’ultima perla di Kent Haruf

di Elena Refraschini

NN editore ha invitato a Milano Cathy Haruf, la moglie dello scrittore americano scomparso nel 2014, per parlare del suo ultimo libro Le nostre anime di notte, e ricordare insieme il grande cantore delle pianure americane.

Cathy Haruf

Lo scorso weekend ho avuto l’opportunità di partecipare a un incontro con Cathy, moglie del recentemente scomparso Kent Haruf. Molti di voi sanno già di che evento si tratta: in occasione dell’uscita di Le nostre anime di notte, l’editore NN ha organizzato una serata presso il teatro Franco Parenti (a Milano) con la partecipazione di Marco Missiroli, Lella Costa e Gioele Dix.

A chi non l’avesse ancora letto, non posso che dire: fallo al più presto. Vi ritroverai la stessa tenerezza e la stessa empatia che abbracciavano tutta la Trilogia della Pianura, le stesse ombre lunghe del Colorado che ora calano su cuori spezzati e diner appiccicosi, sugli amici e sui ficcanaso, e su un uomo e una donna che decidono, al crepuscolo della loro vita, di tenersi la mano di notte.

Ho amato questo nuovo, breve romanzo ancora più dei precedenti: forse perché, come altri hanno notato, vi è un’urgenza narrativa più importante, ma anche perché si narra una storia meno corale e più intima.

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Ero molto curiosa di incontrare Cathy Haruf qualche ora prima dello spettacolo serale.
A essere sincera, non sapevo bene cosa aspettarmi: in fondo, incontrare la moglie di un grande autore è diverso dall’incontrare il grande autore stesso. Questo fatto, mi dicevo, toglie dal tavolo della discussione diverse questioni relative agli intenti del libro o al procedimento della scrittura. Quello che si perde, però, lo si può guadagnare aprendo finestre sulla vita di uno scrittore che difficilmente sarebbero esistite se avessimo parlato con l’autore in persona. E così è stato.

Per esempio, Cathy ci ha raccontato che il marito scriveva sempre di mattina, e prima di sedersi alla macchina da scrivere nella sua capanna in giardino leggeva qualche pagina di Faulkner o Cechov, magari sempre lo stesso passaggio, «per mettersi nella giusta disposizione».
Scopro che amava girare con un taccuino su cui raccoglieva le storie delle persone. «Era molto attento agli altri, e odiava l’attenzione su di sé», ci ha raccontato Cathy. «Per questo era bravissimo ad ascoltare, ed essendo molto sensibile a volte diventava estremamente triste». Scopriamo, per esempio, che Kent aveva il labbro leporino, e per quanto questo difetto abbia pesato sui suoi anni formativi, «credo sia stata alla fine una benedizione, perché ha aiutato Kent a vedere la debolezza nelle persone».
Un sorriso carico di nostalgia si apre sul viso di Cathy, che con estrema grazia e candore ha passato la giornata a ricordare il grande cantore delle pianure americane, supportata nel viaggio dai suoi due figli.

trilogiaRiuscivo quasi a vederlo davanti ai miei occhi: lo scrittore che ha fatto della pietà verso i personaggi la sua cifra narrativa, l’uomo che guarda il mondo con quelle stesse lenti.
Un mondo, il suo, amato in modo viscerale, raccontato in ogni dettaglio: «le nostre sono zone che la gente attraversa il più velocemente possibile quando va ad Aspen o verso altre famose località sciistiche, ma per Kent era casa», ci ha detto Cathy. «No, me ne sto a Holt», rispondeva quando gli si chiedeva se avrebbe mai scritto di altri luoghi negli Stati Uniti.

Anche per il lettore affezionato, leggere quest’ultima perla harufiana sarà un po’ come tornare a casa. Ed è con una nota di nostalgia che si volta l’ultima pagina, perché non ci saranno più Addie e Louis. La loro curiosità, però, il loro senso di avventura, il rifiuto di conformarsi alle regole imposte da una piccola comunità ferocemente aggrappata ai propri valori: tutto questo rimane attaccato addosso, e vi verrà voglia di far leggere Le nostre anime di notte a tutte le persone a cui volete bene.
Perché come ha magnificamente detto Marco Missiroli introducendo il reading, ci sono alcuni libri che ci riparano. Le nostre anime di notte è uno di questi.

Le nostre anime di notte
Kent Haruf
trad. di Fabio Cremonesi
NN editore, 2017
pp. 176, € 17

Cosa leggiamo a Natale. I consigli dei Serpenti

Come ogni anno, eccoci arrivati alle porte del Natale. Anche quest’anno, dunque, arrivano puntuali i consigli dei Serpenti.

Emanuela D’Alessio
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Leggere per viaggiare o viaggiare per leggere? In realtà la lettura è di per sé un viaggio, di cui spesso si ignorano i punti di partenza e di arrivo.
Con Le otto montagne di Paolo Cognetti (Einaudi, 2016) si parte da Milano per arrivare a Grana, ai piedi del Monte Rosa, passando per il Nepal e le valli sacre dell’Annapurna. Inizia così un andare e venire dall’estate all’inverno, un salire e scendere tra pascoli, boschi e alpeggi, una storia d’amore con la montagna che dura una vita intera, tra un padre un figlio, tra due amici che si scoprono da bambini e si ritrovano adulti. Si cammina e ci si arrampica, si suda e si soffre, si ascoltano i suoni della notte gelida e del ghiacciaio che si ritira, si scopre che «l’estate cancella i ricordi proprio come scioglie la neve, ma il ghiacciaio è la neve degli inverni lontani, è un ricordo d’inverno che non vuole essere dimenticato».
Una bellissima e potente storia, da leggere con lo stesso incedere lento e costante di chi va in montagna, per fermarsi solo quando si è arrivati in cima.

Con Karma clown di Altaf Tyrewala (traduzione di Gioia Guerzoni, Racconti edizioni, 2016) si precipita nel caos spiazzante di Mumbai, trascinati dalla voce sferzante e ironica di uno scrittore atipico e sconosciuto ai più, nato a Mumbai nel 1977, attualmente residente negli Stati Uniti. Il suo ritorno in Italia (era uscito per Feltrinelli nel 2007 il romanzo Nessun dio in vista) lo dobbiamo alla traduttrice Gioia Guerzoni: «Altaf è stato la mia guida a Bombay per tantissimi inverni. Peccato che ora abiti a Dallas, e che Modi sia al governo. Non ci vediamo da tempo ma sono riuscita a proporre i suoi racconti durissimi e molto poco Shining India, Karma clown, a un altro editore del cuore» (dall’intervista di Elvira Grassi, novembre 2016) e ai due giovani editori romani Stefano Friani ed Emanuele Gianmarco di Racconti edizioni. Quattordici racconti per narrare, tra iperrealismo e fantasia, un’umanità eterogenea, sgangherata e cialtrona, cinica e idealista. Da non perdere l’incipit di Libri nuovi e di seconda mano, con cui si apre il libro. «La lettura è sopravalutata. Non leggo un libro da anni e sto bene lo stesso, grazie tante. Solo perché vendo libri di mestiere non vuol dire che debba sapere di cosa parlano. Sono come un chimico. Se provassi i miei prodotti sarei già morto e sepolto oppure molto molto malato. E comunque è così che vedo i libri, come una cura per menti malate, stampelle di carta per intelletti vacillanti che faticano a trovare un appiglio nel mondo».

Infine, per concludere questo viaggio o per renderlo infinito, c’è Bussola di Mathias Enard (traduzione di Yasmina Melaouah, Einaudi, 2016), un libro maestoso e imponente, raffinato e inesauribile, che ha vinto il Premio Goncourt nel 2015. Una storia d’amore che si snoda per anni tra Europa, Iran, Siria e Turchia. Un romanzo senza limiti temporali e senza confini, dove perdersi e smettere di cercarsi.

Rossella Gaudenzi
Uno degli incontri sulla letteratura per ragazzi tra gli undici e i quattordici anni tenuti da Carla Ghisalberti un anno fa verteva sul tema “La banda… uno, nessuno e centomila”. In quell’occasione sono stati presentati diversi libri sull’argomento. Uno in particolare mi era venuto in mente, La guerra dei bottoni di Louis Pergaud nell’edizione integrale BUR ragazzi a cura di Antonio Faeti. La presentazione di Susanna Mattiangeli mi ha fatto pensare a un romanzo giocoso, un classico scritto oltre cento anni fa, nel 1912, dal linguaggio obsoleto e spassoso. L’ho acquistato di recente, finalmente, e lo leggerò senz’altro durante il periodo natalizio.

bordelloA completare la mia selezione natalizia ci sono due titoli destinati a un pubblico più maturo, acquistati a Più Libri Più Liberi di quest’anno. Appunti da un bordello turco di Philip Ó Ceallaigh (traduzione di Stefano Friani), il libro numero uno (maggio 2016) della nuova piccola casa editrice romana Racconti edizioni. «Se vuoi farti un’idea di come se la passa una città devi andare a vedere i suoi margini. Il centro ti dirà che va tutto bene. La periferia ti dirà il resto». L’autore, nato in Irlanda, vive a Bucarest da quindici anni, ha girato mezzo mondo ed è approdato alla scrittura dopo aver svolto una moltitudine di lavori, i più disparati. Ammetto di avere grandi aspettative da questa nuova realtà editoriale.

L’esile Pronto soccorso per scrittori esordienti di Jack London (traduzione di Andreina Lombardi Bom, minimum fax 2005), raccolta di testi narrativi, lettere e brevi saggi sul mestiere della scrittura, ha solleticato la mia curiosità. L’associazione tra autore e titolo mi è sembrata insolita e questo è bastato per desiderane la lettura.

Elena Refraschini
Se non l’aveste già letta, il mio primo consiglio per queste vacanze è di gettarvi nella Trilogia della Pianura di Kent Haruf, recentemente ripubblicata in tiratura limitata da NN Editore in un cofanetto per i lettori più affezionati. Vi troverete raccolti, naturalmente, i titoli già pubblicati nel corso degli ultimi due anni: Benedizione, Canto della pianura e Crepuscolo. Le chicche che ve ne faranno innamorare, però, sono le due mappe della città di Holt disegnate da Marco Denti e da Franco Matticchio (chiunque si senta un esploratore oltre che lettore non potrà che lasciarsi incantare da questa proposta), e un messaggio da parte di Cathy Haruf, moglie dell’autore scomparso nel 2014.

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Anche i miei due prossimi titoli hanno a che fare col viaggio, anche se in sensi e intenti molto diversi. La graphic novel Il suono del mondo a memoria del fumettista italiano Giacomo Bevilacqua (Bao publishing, 2016) è una lettera d’amore a colori per New York, e la delicata storia che narra ne impreziosisce il risultato. Vi sfido a voltare l’ultima pagina e resistere all’impulso di prenotare il primo volo verso l’Atlantico.

Il terzo titolo è l’uscita più recente del mio autore del cuore, Kader Abdolah, che è passato in Italia qualche settimana fa per promuovere Un pappagallo volò sull’Ijssel (traduzione di Elisabetta Svaluto Moreolo, Iperborea, 2016). Una storia corale che, come gli altri titoli dell’autore, vi farà riflettere sui grandi temi, dalla guerra alla povertà, dall’immigrazione all’integrazione, all’amore e alla poesia. Ma, come ogni grande libro che si rispetti, alla fine vi costringerà a riposizionare qualcosa nel vostro arredamento emotivo.

Le otto montagne – Paolo Cognetti

Stiamo leggendo Le otto montagne di Paolo Cognetti (Einaudi, 2016).

le_otto_montagnePaolo Cognetti ha scritto una bellissima e potente storia d’amore, tra lui e la montagna, tra un padre e un figlio, tra due amici che si scoprono, si perdono e si ritrovano  tra vette innevate e salite ardite. Si cammina e ci si arrampica, si suda e si soffre, si ascoltano i suoni della notte gelida e del ghiacciao che si ritira, si resta senza fiato per la fatica e per la bellezza inaspettata di un paesaggio. Si riflette sulla propria esistenza e si resta incantati. Un romanzo prezioso, da leggere prendendo il ritmo di una salita, una pagina dopo l’altra, per fermarsi solo quando si è arrivati in cima.

Alzavamo lo sguardo soltanto alla fine degli alberi. Sulla spalla glaciale il sentiero si ammorbidiva, e uscendo al sole incontravamo gli ultimi villaggi alti. Erano posti abbandonati o quasi, anche peggio di Grana, se non per una stalla in disparte, una fontana che ancora funzionava, una cappella ben tenuta. Sopra e sotto le case il terreno era stato spianato e le pietre raccolte in cumuli, e poi scavati canaletti per irrigare e concimare, e terrazzate le rive per farne campi e orti: mio padre mi mostrava queste opere e mi parlava con ammirazione degli antichi montanari. Quelli arrivati dal nord delle Alpi nel Medioevo erano capaci di coltivare la terra a quote a cui nessuno si spingeva. Possedevano tecniche speciali e una speciale resistenza al freddo e alle privazioni. Ormai nessuno, mi disse, sarebbe più riuscito a vivere lassù d’inverno, come per secoli avevano fatto loro.
Io osservavo le case diroccate e mi sforzavo di immaginare gli abitanti. Non riuscivo a capire come mai qualcuno avesse scelto una vita tanto dura. Quando lo chiesi a mio padre lui mi rispose nel suo modo enigmatico: sembrava sempre che non potesse darmi la soluzione ma appena qualche indizio, e che alla verità io dovessi per forza arrivarci da solo.
Disse: – Non l’hanno mica scelto. Se uno va a stare in alto, è perché in basso non lo lasciano in pace.
– E chi c’è, in basso?
– Padroni. Eserciti. Preti. Capi reparto. Dipende.

Quando mia madre finì il suo racconto mi vennero in mente i ghiacciai. Il modo in cui mio padre me ne parlava. Lui non era uno che tornava sui propri passi, né amava ripensare ai giorni tristi, però certe volte, in montagna, anche su quelle montagne vergini dove non era morto nessun amico, guardava il ghiacciaio e qualcosa nella sua memoria veniva a galla. Diceva così: che l’estate cancella i ricordi proprio come scioglie la neve, ma il ghiacciaio è la neve degli inverni lontani, è un ricordo d’inverno che non vuole essere dimenticato.

Paolo Cognetti è nato a Milano nel 1978. Da anni vive tra Milano e una baita a duemila metri. È stato alpinista e matematico, e a volte pensa di non avere mai smesso di essere nessuno dei due. Ha lavorato nel cinema indipendente milanese come autore di documentari, sceneggiatore e montatore di cortometraggi, cuoco. Insieme a Giorgio Carella è fondatore della casa di produzione cameracar. Ha deciso di fare lo scrittore in un cinema parrocchiale, dopo la proiezione del film L’attimo fuggente, nel 1992. Ha passato gli anni successivi alla ricerca del suo capitano, fino al giorno in cui, nel 1997, ha scoperto Raymond Carver. Da allora ama la letteratura americana e scrive racconti. Con Sofia si veste sempre di nero (minimum fax, 2012) è stato finalista al Premio Strega. Le otto montagne è diventato subito un caso letterario ed è in via di traduzione in 30 Paesi.

Qui la nostra intervista nel 2013 a Paolo Cognetti.

Qui il post dove Paolo Cognetti racconta la genesi di Le otto montagne.

Le otto montagne
Paolo Cognetti
Einaudi, 2016
pp.199, € 18,50

Istanbul Istanbul – Burhan Sönmez

Stiamo leggendo Istanbul Istanbul dello scrittore turco Burhan Sönmez (traduzione di Anna Valerio, nottetempo, 2016).

Quattro uomini, dieci giorni e dieci storie: un dottore, un barbiere, uno studente e un rivoluzionario si ritrovano a condividere una cella angusta nei sotterranei della prigione di Istanbul. Tenendosi uno stretto all’altro per lenire il freddo, mentre attendono il proprio turno di essere prelevati e condotti nella sala delle torture, riscoprono la bellezza e il potere della parola.

Guardai il muro di fronte. C’erano graffi, lettere incise e macchie di sangue. L’intonaco si era scrostato ed era caduto per terra. Chissà quando erano stati scritti quei graffiti. “Onore umano” diceva un messaggio; “Un giorno sicuramente!” diceva un altro, e poi: “Perché il dolore?” “Perché il dolore?” Quelli che arrivavano qui pensavano spesso a questo. Quando il dolore divideva il mondo nello stesso modo in cui divideva la mente, le persone pensavano a questo luogo come al logo del dolore e alla Istanbul di sopra come al luogo del non dolore. Era l’epoca dei miraggi. Il miglior modo per nascondere una bugia era dirne un’altra. Il modo per nascondere il dolore nella città era creare dolore nei sotterranei. Le persone che erano chiuse in queste celle fredde sentivano la mancanza della confusione, delle strade di fuori. Quelli che erano in città, lontano dalle celle, provavano piacere nel dormire nei propri letti caldi. Istanbul era piena di persone asfissiate dall’infelicità che la mattina andavano al lavoro strisciando come lumache. Mentre fuori sui muri delle case crescevano radici che si appoggiavano ai muri delle celle sotterranee, gli abitanti di quelle case si aggrappavano a una falsa felicità. Era l’unico modo in cui Istanbul potesse reggersi in piedi.
“Controllo!” la voce della guardia risuonò per tutto il corridoi. Che cos’era? Si era aperto il cancello di ferro? “Tutti fuori! Tutti sulla porta!”
Non avevo la minima idea di che cosa stessero facendo. Batterono sulle grate. Aprirono le porte delle celle a una a una. Avanzando nel corridoio arrivarono fino a me. Tolsero il chiavistello e illuminarono la cella. Mi bruciarono gli occhi e il mal di testa si fece più forte. “Alzati! Vieni alla porta!” La guardia mi lasciò e andò alla cella successiva. Il rumore delle porte che si aprivano continuava.
Mi alzai e uscii. Tutti si erano messi in fila in corridoio. Gli uomini, la cui barba era tutt’uno con i capelli, e le donne con i volti tumefatti si guardarono. La guardia arrivò fino in fondo al corridoio, tornò indietro e aprì la cella di fronte alla mia. Mentre la porta si schiudeva, la ragazza che era dentro si alzò. Era Zinê Sevda, quand’è che era rientrata nella sua cella? L’avevano riportata dentro quando ero svenuto per la crisi? Era uscita e stava di fronte a me. Si vedeva che non dormiva da molto tempo. Non solo il volto e il collo, ma anche le dita erano gonfie. Una goccia di sangue le colava dal labbro inferiore. Pulì il sangue con la mano. “Avanti, dai!” Guardammo i carcerieri che urlavano all’inizio del corridoio. Erano in molti. Avevano in mano bastoni e catene. Si erano tirati su le maniche, ci guardavano ridendo. “Ecco il vostro protettore, il vostro angelo custode!” Stavano trascinando qualcuno per i piedi attraverso il cancello di ferro. Lo lasciarono all’inizio del corridoio. Indossava solo un paio di mutande nere. Riconobbi il corpo imponente del vecchio Küheylan. Giaceva come un cadavere portato a riva dalla corrente. Era tutto insanguinato. I capelli bianchi erano macchiati di rosso. Lo avevano ucciso e quella era la sua tomba? Il corridoio fu attraversato da un mormorio. Si sentirono voci spaventate. Qualcuno mormorò “Bastardi”. Qualcun altro ripeté “Bastardi”. La guardia se ne accorse e venne verso di noi furiosa. Chiese chi aveva parlato e urlò per ottenere una risposta. Corse su e giù colpendo col bastone delle persone a caso. Denti rotti e schizzi di sangue sporcarono il corridoio.
Due carcerieri presero Küheylan sotto le braccia e cercarono di alzarlo. “Dai stupido, cammina”. Küheylan era vivo. I suoi lamenti riecheggiarono nel corridoio raggiungendo anche i prigionieri più lontani, mentre noi aspettavamo immobili in silenzio. “Dai, idiota!”. Küheylan mosse una mano e la tese in avanti come brancolando nello spazio vuoto. La testa reclinata, il collo grosso e le spalle larghe facevano pensare a un animale. Produsse un lamento che solo un animale ferito poteva emettere. La saliva gli colava dalla bocca. Le parole che mormorava erano un verso incomprensibile. Quella creatura che si lamentava, chi era? Appoggiò un piede per terra e trascinò l’altro. I carcerieri lo lasciarono e lui si resse su un piede solo. Aspettò un po’. Respirò. Tirò avanti il piede che era rimasto indietro e lo portò di fianco all’altro. Alzò la testa. Il suo volto non assomigliava a un volto umano. Aveva le labbra gonfie e la lingua penzoloni. Le sopracciglia erano rotte e gli occhi chiusi pieni di sangue. Dalle ferite sul petto usciva del pus.
“Guardate bene!” disse uno dei carcerieri. “Guardate da vicino il nostro lavoro! Chi può sfuggire alla nostra giustizia?”

istanbul-istanbulbKüheylan stava percorrendo il cammino più lungo della sua vita, quando Zinê Sevda, che mi stava in piedi di fronte, strinse i pugni. Sbatté le palpebre come una bambina e uscì dalla fila. Fece due passi in avanti verso il centro del corridoio. Si fermò di fronte a Küheylan dritta come un albero. Fra di loro c’erano cinque, sei metri. Tutti si girarono a guardare Zinê Sevda, mentre i carcerieri si guardavano tra loro. Si sentiva solo il sangue di Küheylan che gocciolava sul cemento.
“Che cosa sta facendo?”
“Capo, quella è la ragazza che hanno portato dalle montagne”.
Zinê Sevda si asciugò la fronte e le guance con la mano e si sistemò i capelli. Sotto gli sguardi curiosi, si chinò. Si inginocchiò davanti a Küheylan come una statua di marmo. Aprì le braccia. Aspettò di poter abbracciare quel corpo ferito che stava venendo verso di lei. Aveva le piante dei piedi martoriate e il collo era pieno di bruciature di sigaretta. Non era una sirena uscita dal mare che al tramonto su una roccia cantava una canzone, era una persona ferita. Küheylan riusciva a vederla? Con gli occhi ricoperti di sangue, riusciva a distinguere una ragazza inginocchiata di fronte a lui con le braccia aperte?
“Alzati, puttana!”
Zinê Sevda ignorò i carcerieri. Questa volta si asciugò con la lingua il sangue nero che le colava dal labbro. Aprì ancora di più le braccia.
“Tirate su questa puttana!”
Dall’ingresso del corridoio si avvicinò un carceriere, che cominciò a sventolare il manganello. Si fermò davanti a Zinê Sevda. Buttò per terra la sigaretta che aveva in bocca e la schiacciò con la punta della scarpa. Mentre premeva la scarpa sul cemento guardò Zinê Sevda. Fece un ghigno, si intravidero i denti gialli. Fece un passo indietro e le diede un calcio nella pancia. Zinê Sevda volò via come un pezzo di legno e sbatté contro la porta della cella. Per un po’ non si mosse. Si strinse la pancia con le mani e piano piano si alzò. Si inginocchiò di nuovo. Guardò Küheylan. Fra di loro c’era un vuoto immenso.
Con il piede il carceriere lanciò la sigaretta in un angolo. Chinandosi, si avvicinò al volto di Zinê Sevda e, non vedendo reazioni, si rialzò. Aveva ancora il ghigno sulla faccia. Fece girare fra le mani il manganello come un giocattolo e poi lo alzò in aria. Era proprio davanti a me. Con un movimento afferrai la sua mano sollevata in aria. Il manganello rimase sospeso nel vuoto. Ci ritrovammo faccia a faccia. Figlio di cagna! Mi conosceva? Conosceva la canzone del coltello d’acciao? Mi pulsavano le tempie. Mentre tutti tremavano immobili sul nudo cemento, la mia faccia bruciava come fuoco. Un martello mi batteva nella testa. Cercò di liberare la mano spingendomi via. Quando si accorse che non aveva abbastanza forza, si mise a urlare.

burhansonmezBurhan Sönmez è nato ad Ankara nel 1965. È un insegnante di letteratura all’Università Odtü di Ankara e un avvocato specializzato in diritti umani. Vive tra Cambridge e Istanbul, dove è tornato dopo un periodo di esilio. Ha partecipato ai moti di piazza Taksim dei quali è stato tra i protagonisti e narratori. Ha sperimentato sulla propria pelle la violenza delle forze di sicurezza turche. In seguito a uno scontro fisico restò gravemente ferito. È stato curato in Inghilterra con il sostegno della fondazione Freedom from torture – Medical Foundation for the Care of Victims of Torture. «Confinato a letto per molti mesi – ha raccontato –, le uniche cose che potevo fare erano guardare la televisione e scrivere appunti su qualsiasi cosa immaginassi. Appunti che poi si sono aggrovigliati in storie. Ho realizzato che avrei dovuto scrivere, e ho iniziato a credere alle cose belle che possono scaturire da un brutto incidente».
L’intervista a Burhan Sönmez di Gabriele Santoro su minima&moralia.

I consigli per l’estate dei Serpenti: Lorena Bruno

di Lorena Bruno

Alda Merini e Giorgio Manganelli: consigli di lettura sulle tracce di due grandi autori

Quando si parla di letture estive, c’è chi pensa a libroni che si ha finalmente il tempo di divorare, e chi invece in vacanza vuole solo piluccare, come si fa con le riviste, quando si legge questo o quel pezzo, magari che parli di libri. E allora l’Antologia privata di Giorgio Manganelli diventa irrinunciabile per chi voglia saltare da un articolo a un brano di narrativa e poi a un “improvviso per macchina da scrivere”.
estrositàEcco come nasce: per una raccolta che poi venne pubblicata da Rizzoli nel 1989, l’autore scelse brani tratti dai suoi libri di narrativa, risvolti di copertina e articoli usciti su vari giornali; a questi in seguito sono stati aggiunti altri pezzi scritti dopo quell’anno e editi nel 2015 da Quodlibet. L’Antologia fa pendant con Le estrosità rigorose di un consulente editoriale curate da Salvatore Silvano Nigro e pubblicate pochi mesi fa da Adelphi; lì si scoprono i retroscena del laboratorio del consulente editoriale, dello scrutatore libresco che collezionava le proprie schede di valutazione e nel frattempo attendeva alla propria attività di scrittore, qui invece si ritrova Manganelli nelle sue sfaccettature: il recensore, il narratore, il pensatore della letteratura.
Il volume di Quodlibet presenta piacevolissime sorprese, come la recensione alle Lezioni americane di Calvino, che Manganelli scrisse per Il Messaggero nel 1988, individuando in quelle pagine «un testo letterario che parla di letteratura» e sottolineando la «chiarezza» dello stile dell’autore:

«Libro stupendamente duplice, un testo letterario che parla di letteratura.
[…]
Diviso in cinque capitoli intitolati ad altrettante immagini letterarie – leggerezza, rapidità, esattezza, visibilità, molteplicità – questi vogliono esser letti, credo, come Cinque Lezioni Fantastiche, magari le prime cinque di una Mille e una notte critica».

antologiaNell’Antologia privata si leggono anche recensioni ardue come quella della Divina Commedia, riflessioni sul mistero di Omero, su cosa voglia dire leggere i russi, sul perché Pinocchio sia un eroe negativo e con quali espedienti narrativi Collodi insiste sulla sua solitudine.
In questi scritti Manganelli mette nero su bianco alcune questioni fondamentali della letteratura, i suoi sono incisi che si rivelano imprescindibili: «Lavorare alla letteratura è un atto di perversa umiltà», dice, «Se qualcuno non ama le grammatiche, non prendetelo sul serio, né come lettore, né come scrittore», o ancora «Non credetegli quando dicono che lo scrittore deve adoperare una lingua che tutti devono capire. Non la deve capire nessuno!». Oltre il critico letterario, emerge il teorico della letteratura.
La raccolta contiene inoltre il discorso che Manganelli tenne nel 1973 al convegno su “Jung e la Cultura Europea”, dove specifica che il suo è un intervento che si può «allegare ad una cartella clinica», in cui rinuncia a essere presentato come professore, perché «il professore non è dalla parte della letteratura, è dalla parte della cultura». Con questo intende condannare la prassi studentesca dell’imparare date di nascita e morte degli autori, e quel nozionismo cieco che non conduce allo scoperta delle lettere. La letteratura consiste piuttosto nella contestazione e, per quanto oggetto di conflitti continua pur sempre a vivere, «non è possibile sopprimerla come non è possibile sopprimere né i propri sogni, né la propria nevrosi». E in questo consiste la letteratura, nella nevrosi, perché rappresenta il sintomo della cultura moderna.
«Ed ecco qui un altro conflitto: io sospetto che voi siate, psicologicamente parlando, sani, e questo mi è insopportabile. Solo nella misura in cui voi siete in qualche modo nevrotici noi possiamo riuscire a capirci. Io spero che voi siate torturati da forme spaventose di nevrosi. Spero che abbiate degli incubi, perché è in quegli incubi che noi abbiamo qualcosa da dirci, perché è lì che la letteratura funziona».

È forse il linguaggio della nevrosi e dell’incubo che ha accomunato Giorgio Manganelli e Alda Merini, nel loro scambio sulla letteratura. Il pensiero corre alla poetessa sebbene Maria Corti inviti a non pensarla in tal senso, perché «è necessario resistere alla tentazione di dilatare leggende che fioriscono sulla follia, il disordine mentale, l’orrore quotidiano come miti dell’immaginario: la scrittura, la poesia è un dato che prepotentemente mette nell’ombra ogni cronaca coi suoi eventi».
vuotoTuttavia Merini torna alla mente per il suo legame con Giorgio Manganelli, a cui ha dedicato la raccolta Vuoto d’amore. Nell’edizione Einaudi (1991) possiamo leggere l’Introduzione di Maria Corti, preziosa per capire l’intreccio della poetica di Merini con le vicende della sua vita. Scrive Corti: «Allora ogni sabato pomeriggio lei e Manganelli salivano le lunghe scale senza ascensore del mio pied-à-terre in via Sardegna e io li guardavo dalla tromba della scala: solo Dio poteva sapere che cosa sarebbe stato di loro». Aggiunge che Manganelli aiutò la poetessa in un percorso di faticosa coscienza di sé, in cui la scrittura doveva avere la meglio sui fantasmi che l’agitavano e che a volte la portavano nelle stanze del manicomio; quando ne uscì, telefonò a lui per primo, che la salutò con un «Ciao rediviva!».

In alcuni versi incontriamo la sua sagoma riconoscibile:
[…]
perciò tu che mi leggi
fermo a un tavolino di caffè,
tu che passi le giornate sui libri
a cincischiare la noia
e ti senti maestro di critica,
tendi il tuo arco
al cuore di una donna perduta.
Lì mi raggiungerai in pieno.

Vuoto d’amore, sebbene dedicato a Manganelli, raccoglie liriche per altri amori di Merini, quello per le figlie e per gli uomini che ebbe accanto, testi in cui ricorrono i temi della terra e del ventre, della tempesta e delle zolle, dove la scrittrice «semina parole» e «lascia impronte».

Se si vuole andare ancora in cerca della voce della Merini – ironica e poetica –, e dei suoi pensieri per Manganelli, consiglio anche Le parole di Alda Merini, pubblicate da Stampa Alternativa (1991), dove si incontrano brani di prosa che sanno di stralci di lettere e diari intimi:
«Ti vorrei parlare, Giorgio, di certi solchi di neve, di certi fondali da teatro, di certe demenziali rappresentazioni, ma lei è tornata e posso specchiarmi nella sua follia e capire in fondo che ne sono responsabile io sola e che io sola posso servirti».
La relazione tra i due non durò e presero strade divergenti. Vennero nuovi amori e nuovi libri. Tuttavia si può scorgere nei testi il comune sentire riguardo alla letteratura, vagheggiare i motivi delle conversazioni e dello scambio di due grandi protagonisti della nostra cultura.